identità culturale

  • Come si diventa cittadini quando manca tutto

    Autore: Alberto Salza*

    Cosa penso della civiltà occidentale?
    Penso che sarebbe una gran bella idea.
    MOHANDAS “MAHATMA” GHANDI

    La cittadinanza, così come il territorio e la famiglia, è un’ossessione patologica. Quando ero bambino scelsi di essere un orfano volontario; da tempo abito luoghi a geometria variabile; e oggi, in qualità di analista del terreno umano, non intendo cedere ai valori della cittadinanza.

    Io sono nero, bianco, giallo, rosso e di tutte le trentasei sfumature di pelle che l’antropologo Felix von Luschan ha identificato nell’umanità; sono ebreo e hindu e mussulmano e cristiano e buddista, oltre che agnostico e idolatra di feticci africani; sono carnivoro e vegetariano, omosessuale e amante di donne, oltre che asceta sessuale; sono tifoso di ogni squadra e appartengo a tutti i partiti politici, per poter combattere sotto tutte le bandiere e fermare ogni guerra, da soldato. Sono persona del Sud arrivata dal Nord e da ogni direzione della Terra. Io sono tutti costoro perché li ho incontrati, ovunque, durante tutti i giorni della mia vita.

    La persona si forma sulla via, non nei caravanserragli. Il movimento è imperativo; i beduini dicono: «Il deserto non si abita: lo si attraversa».  La cittadinanza – che verrà analizzata e descritta da altri esperti – si oppone alla mobilità, uno dei paradigmi della sovramodernità del terzo millennio: la modernità, con i suoi valori e le sue regole di appartenenza, è esplosa come un'autobomba, dal basso; sopra le sue rovine costruiamo nuove identità. Ora lo spazio si misura con il tempo di percorrenza e non con la distanza tra due punti; tutte le popolazioni coinvolte nella mobilità, così come i loro singoli individui, riconoscono l’esistenza del quinto punto cardinale, oltre a est-ovest nord-sud: il centro. Quella gente è, individuo per individuo, il centro del mondo, e l’orizzonte si sposta con loro. Un territorio è tale quando viene segnato dall’uomo; in tal senso costoro costruiscono territori a getto continuo, spostando il quinto punto cardinale.

    Non so se Immanuel Kant faccia parte delle radici culturali dell’Europa quanto la Bibbia (che nulla ha di europeo), ma ne La metafisica dei costumi scrisse: «Tutti i popoli stanno originariamente in una comunanza del suolo, non però in comunanza giuridica del possesso. Nondimeno essi sono in un perpetuo rapporto di ognuno con gli altri. In base a tale principio di diritto cosmopolitico, è dato entrare in relazione reciproca senza che lo straniero sia per questo autorizzato a trattarci da nemici». Difficile non è appartenere al gruppo, ma caso mai de-cittadinarsi.

    Fatto etnografico A
    Nei primi anni ’80 son vissuto per oltre un anno in Botswana, nel deserto del Kalahari, tra i cacciatori-raccoglitori san, i cosiddetti “boscimani”. Ero talmente alieno che non riuscivano neppure a pensarmi, nonostante mangiassi il loro cibo e non avessi neppure una tenda. La lingua a schiocchi (click) era per me impronunciabile, per cui insegnai a un ragazzino l’inglese sufficiente a non farmi morire di fame e a mantenere il minimo di comunicazione necessaria per le osservazioni sul campo. Verso la fine della mia convivenza con la banda (una quarantina di persone: chi va e chi viene, chi nasce e chi muore) pensai fosse cosa buona diventare parte del gruppo.
     
    Fig.1 Famiglia boscimane intenta alle attività di genere, padre, madre e figli maschi e femmine

    Così chiesi a un anziano cosa avrei potuto fare per avere un ruolo nella banda. Mi venne chiesto cosa avrei voluto fare. Ovviamente proposi il maschio cacciatore (alle donne la pratica è interdetta), ma fui scartato perché “puzzavo” facendo scappare gli animali. Ripiegai sul mestiere di donna (da quelle parti la distinzione tra genere e sesso è nota, contrariamente a quel che succede presso di noi), ma anche questo mi fu negato in quanto la mia conoscenza botanica del Kalahari non era sufficiente a farmi distinguere i frutti buoni da quelli pericolosi durante la raccolta (attività tipicamente femminile). Pensai di fare il furbo proponendomi come bambino: in fondo, un antropologo quello è, in quanto ha bisogno di adulti che lo proteggano e gli insegnino la sopravvivenza individuale e di gruppo. Mi andò male anche quella proposta, dal momento che non riuscivo ad adempiere neppure ai semplici compiti di un bambino, tipo catturare lucertole e bruchi.

    Provai una sorta di scoramento: non potevo far parte della banda che mi ospitava. Venni richiamato dal vecchietto e fui informato che c’era una cosa che, forse, avrei potuto fare: la bambina. Compito principale delle bambine san era a quei tempi produrre perline dai gusci di uovo di struzzo, un’attività estenuante e difficile in quanto lo struzzo non collabora e la tecnica produttiva richiede un’abilità manuale assai fine. Facendomi aiutare dalle bambine, riuscii comunque a produrre una collanina regolamentare ed ebbi l’impressione di far parte della banda, data l’entusiastica accoglienza del mio manufatto/permesso di soggiorno. Solo al mio ritorno  venni a scoprire che i Boscimani distinguono gli uomini dalle bestie per via della capacità di produrre perline di uovo di struzzo.

    Fig. 2 La collanina di perline di uovo di struzzo co-prodotta dall’autore e dalle bambine boscimani

    Assegnandomi l’infimo ruolo della bambina – anche lì alla base della piramide di status – la banda di san mi ha trasformato in una persona. È così che si dovrebbe diventare uomo: attraverso le mani delle bambine, le uniche cui i san attribuiscano il potere di farlo.

    Proposizione 1
    La cittadinanza non si pretende: la si ottiene tramite fatiche e protocolli sistemici.

    Che me ne faccio della cittadinanza? Uno dei bisogni basali della nostra psiche è il bisogno di status, di sentire che siamo membri riconosciuti di una qualsivoglia “tribù”. Il nostro comportamento si è evoluto a partire da una minuscola banda di cacciatori-raccoglitori preistorici, gente particolarmente egalitaria dove ognuno aveva però il suo posto; di conseguenza, appena ci sentiamo minacciati nel rispetto dello status o, peggio, se ne veniamo privati per una qualche ragione, manifestiamo ogni sorta di malfunzionamento. Nel momento in cui ci accorgiamo del rischio di venir considerati “diversi” o “inferiori” o “fuori casta”, l’ormone cortisolo scatena una tempesta tale per cui il sistema neuronale simpatico (integrativo rispetto al razionale) prende il sopravvento con la risposta “combatti-o-scappa” invece dell’usuale “fermati-e-digerisci” (parasimpatico). La prolungata inibizione di tale risposta operativa violenta è connessa alle strette regole sociali di dove ci troviamo, e fa danni. Il più importante è rivolto contro di sé, tramite l’introspezione e la conseguente depressione, che è caratterizzata da un’attività eccessiva della rete cerebrale Default Mode Network (DMN).

    In sostanza, la non appartenenza a un gruppo umano ben definito parrebbe portarci alla disperazione: NO CITIZENSHIP NO PARTY.

    Proposizione 2
    La cittadinanza è possesso di requisiti e, pertanto, intrinsecamente legata alla proprietà, alla stanzialità e alla sicurezza.

    Nella modalità mobile (fluida e liquida secondo Baumann) in cui si muoveranno sempre più individui, l’alternativa alla cittadinanza statica è connessa all’orrore, di cui occorre essere amici, come sosteneva il colonnello Kurtz di Apocalypse Now. La nuova domanda, per miliardi di persone, è: a che mi serve la cittadinanza, se non ho nulla? Quella è gente che non ha niente da perdere, neppure lo status sociale, in quanto abraso e cancellato da:

    •    Carestia – ambiente di riferimento trasformato, produttività del lavoro famigliare nulla, perdita di serenità alimentare, fame prolungata.
    •    Guerra – vita sospesa, rischi di vulnerabilità, vittimizzazione, perdita di controllo sulla vita e sulla morte.
    •    Catastrofe – ambiente di riferimento deformato, frantumazione del modello quotidiano, discontinuità psicologica e operativa.
    •    Povertà – economia e democrazia negative, salute a rischio, relazioni disgregate, stigma sociale, intrappolamento.
    •    Migrazione forzata – territorio annullato, visioni distorte del futuro nel tempo e nello spazio, destrutturazione del sé, perdita del centro e del limite, compresenza a e acquisizione di pratiche malvagie.

    Si tratta di persone che offrono al disastro una superficie d’impatto ridotta, in quanto tendono all’immateriale (relazioni vs cose, capitale sociale vs denaro). La loro oggettistica è controllata da tre fattori limitanti: peso, volume e versatilità. Tutti i loro sforzi tenderanno pertanto a ridurre peso e volume, privilegiando la versatilità di cose e strutture: osservate gli zainetti dei profughi siriani. I feticci della religione fon del Benin, mineralizzazioni biochimiche degli spiriti vodun, riaffermano in ogni istante la frontiera (elemento simbolico della cittadinanza) proprio per suggerire la possibilità e la necessità del passaggio. Chi sta fuggendo da, non razionalizza di fuggire verso, ma si pone una domanda: «Se divento cittadino di uno Stato, o torno a essere membro di una tribù, quanta versatilità comportamentale mi verrà concessa? Quanto peserà mai, la cittadinanza? Quanto è grossa?»

    Fatto etnografico B

    Tra i Turkana, una popolazione di pastori nomadi che vive nel nord del Kenya, vige l’avulsione degli incisivi. A maschi e femmine, all’età di 6-8 anni (dopo la caduta dei denti da latte), vengono estratti almeno due incisivi inferiori. L’operazione è fatta con un coltellino in ferro e non prevede alcuna anestesia. Chi si lamenta getta una spaventosa onta su tutta la famiglia allargata. Chiesi a parecchi adolescenti perché subissero la mutilazione. «Per essere belli e forti», disse un maschio, già pronto per divenire un vanitoso guerriero adorno di piume di struzzo. «Per potersi sposare», civettò una ragazza. «Per non assomigliare agli asini», tagliò corto la ragazzina più giovane.

    Fig.3 L’avulsione degli incisivi inferiori è una pratica di bellezza tra i pastori turkana

    In moltissime popolazioni, la frase “così sono i nostri corpi” significa “così sono i nostri costumi”. Ecco perché la cultura segna definitivamente i corpi con incisioni e mutilazioni: è antropopoiesi, “fabbrica di persone”, proprio come le pratiche, i moduli e i tempi per la cittadinanza. A livello etnologico, a quanto pare, la bellezza e l’appartenenza hanno a che fare con la deformazione. Oggi lo chiameremmo body fascism, la trappola dei modelli di bellezza impossibili da raggiungere senza farsi male. La risposta è l’anoressia: già stiamo assistendo al progressivo estendersi dell’anoressia sociale. Ci sono tutti gli elementi di un ricatto: il ricattatore (l’anoressica = il richiedente cittadinanza), il ricattato (i famigliari = i cittadini) e un ostaggio (il corpo) che, come ogni ostaggio, è maltrattato e affamato. La colonna sonora di chi non ha cittadinanza è un mantra di resilienza: «Sono fortissimo, fragilissimo, determinato, disincarnato; ridotto a uno scheletro, ma vivo».

    Proposizione 3
    La cittadinanza è un processo: in tal senso, per lo Stato non è un diritto da concedere, ma un dovere da pretendere, mentre per l’individuo deve essere una direzione, non una condizione.

    Definire diritto una richiesta significa stabilirla come non negoziabile. L’uso del linguaggio della rivendicazione dei diritti non facilita il compromesso che è alla base della società. La società, espressa oggi dagli Stati, è differente dalla comunità. La comunità è composta da uomini, donne e bambini assemblati per comune esperienza; per sopravvivere, essi posseggono risorse ambientali, tecniche di sopravvivenza, capitale materiale (anche se povere cose, ai nostri occhi) e un’ignota quantità/qualità di beni immateriali, quali l’appartenenza etnica, la lingua, la cultura di riferimento e le strutture sociali, il “capitale umano”. È sull’agglutinamento artificiale di quest’ultimo che si fonda la società. Lo Stato assume su di sé l’onere dell’identità e della violenza, e pretende di mandare i cittadini in guerra; la comunità si forma là dove le condizioni di vita sono fluide, l’identità variabile e la violenza estrema, ma disorganizzata. È successo nel 1914, allo scoppiare della Prima guerra mondiale, con un fremito comunitario che partì da intellettuali come Thomas Mann e scivolò nel fango delle trincee, dove tutto si svolse interiormente, nell’anima dei soldati accatastati senza classi così come nel substrato del suolo che gli obici avrebbero utilizzato per seppellirli.

    L’appartenenza allo Stato, è ormai un modello statico e ideologico. Il più famoso è il cosiddetto modello “Sangue e Suolo” (Blut und Boden) elaborato a partire dal 1929 dal politico tedesco Richard Walther Darré. La formula ha origine giuridica, in quanto deriva dai criteri contrapposti di jus sanguinis (ereditarietà della legittima cittadinanza) e di jus soli (cittadinanza acquisita in base al luogo di nascita). La falsa diatriba avvelena ancora oggi il problema dei migranti e dei loro figli. In Germania, il modello di una romantica appartenenza di sangue del popolo tedesco (Volk) alla nazione – intesa come suolo – venne utilizzato per motivare la crisi della Repubblica di Weimar con accuse a ebrei (razza), comunisti (politica) e capitalisti liberali (economia). Il risultato fu Hitler.

    La società, contrapposta alla comunità, non è limitante di per sé, quanto piuttosto nei confronti dei “mutanti sociali”, gli unici che siano evolutivamente interessanti, in quanto i “normali” possono solo estinguersi, così come avviene ai cittadini liberali degli Stati europei sotto attacco terroristico.

    In sostanza, la cittadinanza segna come una scarificazione o un tatuaggio, incancellabili. Occorre essere consapevoli, per rimanere vivi oggi, che un animale contrassegnato, o identificabile per sue caratteristiche o ai margini del branco, verrà eliminato dai predatori prima degli altri. Per sopravvivere occorre essere perlomeno indistinguibili, se non completamente invisibili. È la sindrome dell’”uomo grigio” (Fogman, secondo una leggenda scozzese), soprattutto da quando gli attacchi terroristici non avvengono più nei bazar afgani o nei villaggi della Nigeria, ma nelle discoteche di Parigi o Monaco. Questo significa, per uomini e donne, vestirsi in modo poco appariscente, senza ostentare caratteristiche di genere, censo o rango sociale; vuol dire confondersi nel paesaggio di città con forme di mimetizzazione che non sono certo una tuta da combattimento (peraltro colorata come terra da sepoltura e contaminazioni della natura) o una borsa firmata. Servono sfumature di colore adatte all’ambiente circostante: l’uomo grigio è già divenuto una linea di abbigliamento.

    Fatto etnografico C

    Taccuino di campo. 15 luglio 2012, Kenya. L’isola di Gayo, vista dal villaggio, è una specie di balena bianca fatta di lava, spiaggiata tra le acque del lago Turkana. Sarà che sono esausto per la marcia e la calura, ma l’isola sacra genera visioni da lontano. Così, laddove i pescatori itineranti El-molo vedono la rocca di Alamuké e le asprezze di Korometé, ho cominciato a percepire un punto preciso.

       
    Fig. 4 I pescatori el-molo del lago Turkana sono coinvolti in un programma di riabilitazione culturale

    Si trova là dove si incontrano le rocce laviche imbiancate di guano, l’acqua verde giada del lago e il cielo azzurro. I tre regni della natura si fondono in quel punto: l’acqua evapora per via del vento, mentre l’aria si condensa talvolta in pioggia e le rocce vengono continuamente erose dall’acqua; in un tempo primordiale, dall’acqua fuoriusciva la lava liquida che si è raffreddata lentamente in roccia. Liquida, solida, gassosa: Gayo, l’Isola, semplicemente.

    Siamo in un ecotono, la sfumatura ambientale dove più ricca è la diversità. Quel punto è un confine impreciso, volatile, semitrasparente e permeabile, se sapete vederlo. È una terra di nessuno tridimensionale, un confine gelatina. Trasparente, ma difficile da traversare. Gli uomini e le donne sulle rive del lago Turkana attraversano di continuo confini simili: chi può dirsi pienamente el-molo, o turkana, o rendille, o samburu? Tutti hanno un antenato o una madre o un parente che viene da una dimensione etnica differente. Tutti hanno da attraversare, prima o poi, un confine gelatina, là dove vengono trasformati in modo che non sia più possibile distinguerli uno dall’altro.

    Proposizione 4
    L’identità culturale, pilastro delle società, è madre di tutte le guerre e di ogni razzismo: va abolita per legge. L’identità individuale si negozia invece giorno per giorno nelle pratiche comunitarie.

    L’io, fondamento del rapporto identitario che è alla base del concetto stesso di cittadinanza e appartenenza, si è trasformato in una sorta di strumento di registrazione per leggere se si è diventati abbastanza stranieri a persone e cose del passato da poter essere inseriti nel meccanismo sociale del presente. Veniamo spesso tentati di mettere in relazione l’idea di “diritto alla cittadinanza” con affermazioni del tipo: gli esseri umani hanno dignità innata e naturale; sono dotati di valore naturale e intrinseco; sono sacri. Queste enunciazioni non sono né chiare né incontrovertibili. Non chiare, in quanto confondono ciò che vorremmo che uomini e donne fossero con ciò che empiricamente sappiamo di loro; controvertibili poiché, confondendo ciò che è con ciò che dovrebbe essere, incrinano l’impegno nelle responsabilità pratiche. I diritti riguardano ciò che è giusto, non ciò che è bene. È possibile godere di una piena protezione dei diritti di cittadinanza e tuttavia ritenere di essere privi dei requisiti essenziali di una vita buona, e viceversa. Se è così, l’adesione condivisa ai diritti umani deve essere compatibile con opinioni divergenti riguardo a ciò che costituisce una vita buona. In altri termini, chi proviene da culture diverse può continuare a essere in disaccordo riguardo a ciò che è il bene, ma nondimeno essere d’accordo su ciò che è insopportabilmente e indiscutibilmente sbagliato, la Zona del Male. Non si tratta di vincere o perdere. Lì non vince nessuno: si negozia con il male. Qualcuno deve pur farlo.

    In sostanza, la de-cittadinanza implica l’ingresso in – e l’occupazione semipermanente di – una zona liminale, quella che si colonizza durante l’iniziazione, la migrazione, la guerra, la miseria. Si tratta di una terra di nessuno compresa tra limiti, frontiere e confini che sono invisibili per le persone sul terreno, ma chiaramente segnati dagli Stati per i cittadini. Questa terra di nessuno si raggiunge sempre più spesso tramite una transizione collettiva.

    Esistono, nel mondo della povertà estrema, migranti verso le città e al contempo fuori da esse: flussi di persone che si scontrano cercando di entrare nelle megalopoli o tentando di uscirne; essi occupano i confini-gelatina rimanendone invischiati. Il margine urbano, la periferia vissuta da costoro, è sede della “periurbanizzazione”, una nebbia epistemologica che nessuno studia. Le città e gli Stati vanno assumendo la forma di frattali a macchia di leopardo, a imitazione degli slum. Gëzim Hajdari, poeta e dissidente albanese, esule in Italia nel 1992, scrive: «Accetto il mio nomadismo. I confini li perdo e li ritrovo, anzi distruggo i confini; sono distruttore di confini […] abitatore di tende». Oggi l’Europa è un campo nomadi al confine della Storia.

    Questo modello è responsabile delle maggiori trasformazioni comportamentali e sociali nel pianeta umano della miseria e della guerra, per cui la cittadinanza è letale. La mondializzazione del terrorismo costituisce uno stadio di realizzazione della società-mondo. Daesh (o Isis che dir si voglia) non attenta semplicemente alle nostre vite o al modo di essere libertario: la sua potenza finanziaria e la sua forza armata sono transnazionali; dispone di un centro occulto, mobile e nomade; attacca i confini e ridisegna le frontiere; trasgredisce gli Stati e si fa Stato a geometria variabile; ingaggia una guerra a “modello mercurio”, dove la frantumazione è contrastata dalla tensione superficiale degli ideali che, per quanto distorti e cattivi, non .possono essere bombardati.

    Fatto etnografico D

    Nel 2009, a Turalei, località del Sud Sudan, mi sono reso conto che in molte lingue africane non esiste la parola “povero”. Il concetto è semplice: se si povero sei morto. Scavando a fondo, ho avuto una definizione di povero da Ater, un ragazzo dinka cresciuto durante una guerra civile durata trentacinque anni con due milioni di morti: «Povero è colui che non può aiutare e non può più essere aiutato». In sintesi: deprivazione di relazione collaborativa e non carenza di beni materiali.

    Fig. 5 Per i pastori Dinka del Sud Sudan, la ricchezza è vacca, mentre la povertà è vuoto di relazioni

    Il concetto è stato recentemente confermato dall’economista Jeremy Rifkin: «La terza rivoluzione industriale cambia il nostro senso della relazione e la responsabilità verso gli altri esseri umani. […] È una nuova visione del futuro, basata su interesse collaborativo, connettività e interdipendenza». I fisici definiscono il meccanismo Entanglement: intreccio, non-separabilità, compenetrabilità. Se noi riusciamo a leggere gli individui come particelle probabilistiche (comportamento variabile) e gli Stati come molecole deterministiche (cittadinanza come valore immutabile), ci rendiamo conto che, mancando i legami tra le particelle (relazioni), la coerenza e la connettività vengono a mancare, con il collasso della società che, da solida, diventa liquida. De-cittadinanza globale.

    Proposizione 5
    L’universo non è fatto di atomi, ma di storie a grana grossa e a grana fine.

    John Nash, matematico ed economista, ha scritto: «L’equilibrio si raggiunge quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento: per cambiare si deve agire di concerto». In tempi di crisi, la permanenza nel tempo di una comunità, così come la sua ricostruzione dopo una catastrofe – ambientale, culturale, bellica o economica che sia – passa attraverso il cablaggio di quattro filamenti, deboli di per sé, ma resistenti se intrecciati uno con l’altro: condivisione, reciprocità, compatibilità e complementarietà.

    1.    La condivisione delle risorse e delle relazioni è cosa ovvia e auspicata da molti, anche se poco applicata; al contempo si ha un abuso della cosiddetta “condivisione comunicativa” (social network, YouTube, fotografie, video, pettegolezzi-blog, situazioni istantanee mostrate a distanza) senza contatto interpersonale diretto e fisico.
    2.    La reciprocità implica un forte legame orizzontale tra le persone: vale la norma biblica ”occhio per occhio, dente per dente”, ma anche il cristiano “non fare a un altro quel che non vorresti fosse fatto a te”. La reciprocità del dono è in discussione: potrebbe essere in realtà uno scambio sbilanciato in favore del donatore.
    3.    La compatibilità è connessa ai sistemi di informazione, quali il linguaggio, la gestualità, il design, l’arte, la comunicazione (verbale e non verbale); se i sistemi che si incontrano non sono compatibili, allora non scatta l’empatia, il motore dell’avvicinamento sociale in società multietniche.
    4.    La complementarietà è il meccanismo sociale più sottile: implica il “sentire la mancanza” dell’altro, il tentare di raggiungerlo (o di farsi raggiungere) per poter completare un insieme coeso (complementare) che mantiene comunque vive le differenze. Lo scopo è quello di riconoscere il fatto che nessuna comunità o gruppo etnico ha tutti i valori espressi dall’umanità. Siamo tutti mancanti e bisognosi dell’altro.

    Le comunità vivono in sistemi sociali inseriti in un contesto ambientale. Una gestione sostenibile a lungo termine del sistema ecologico-sociale deve tener conto di almeno tre fattori limitanti:

    •    alcuni elementi chiave, quali il clima, il terreno e gli adattamenti tecnologici, mutano in modo non lineare;
    •    l’azione umana di risposta è riflessiva; le persone reagiscono in modo da alterare il futuro e, quindi, le previsioni sull’intero sistema;
    •    il sistema può mutare più rapidamente degli adattamenti di gestione e del ricalibramento delle previsioni, in particolare durante i periodi di crisi.

    In sostanza, la gestione del sistema passa attraverso quello che sanno e ricordano le persone che lo vivono (memoria, storie di vita, conoscenza locale), ma riconosce anche i loro sogni e le aspettative sul domani. Diventa pertanto attuale e terribile la frase che il poeta ceco Rainer Maria Rilke scrisse in una lettera del 1914: «Il passato rimane indietro, il futuro esita, il presente poggia sul nulla».

    Su un muro dell’ospedale Cottolengo di Torino, dove un tempo venivano tenuti nascosti agli occhi della società i mostri genetici, una mano anonima ha sintetizzato la varianza semantica della parola “cittadinanza”: QUANDO LO STATO SI PREPARA A UCCIDERE SI FA CHIAMARE PATRIA. Prendo per mio il verso cantato da Eddie Vedder nel film Into the Wild: «Society, crazy indeed / I hope you’re not lonely without me». Conto davvero sul fatto che la società non si senta sola senza di me.

    Nota: non è acclusa alcuna bibliografia, in quanto sarebbe in ogni caso non esaustiva; inoltre, probabilmente restringerebbe l’orizzonte di sopravvivenza del lettore, che è invitato a trovare sul campo le personali vie di fuga.

    Torino, agosto 2016


    *Analista del terreno umano

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