Mantegna

  • di Vincenzo Medde

    Gli antichi dei vivono ancora nei musei, nei palazzi, nelle chiese, nell'arte e nella grande letteratura, classica e moderna. Nelle scuole sopravvivono a stento. Qui si racconta perché la loro memoria si è tramandata per oltre venti secoli e si ricordano alcune ragioni per conservarla anche nella scuola.

    Zeus, Artemide, Ermes, Afrodite, Ares e moltissime altre divinità ed eroi nacquero in Grecia tra il IX e l'VIII secolo a.C. I Romani li chiamavano con altri nomi, ma sostenevano che erano gli stessi: Giove, Diana, Mercurio, Venere, Marte. Nel Medioevo e nel Rinascimento il mondo dei Greci e dei Romani era finito da secoli, eppure continuarono ad essere conosciuti, onorati, citati nelle opere di poeti e storici e rappresentati nelle opere di pittori e scultori che erano senza alcun dubbio sinceri cristiani. Come mai quegli antichi dei non scomparvero con i popoli che li avevano creati? Come mai sopravvissero presso popoli che oramai avevano adottato un'altra religione, il cristianesimo? Perché, ancora dopo più di duemila anni, erano conosciuti, onorati, rappresentati? Ecco alcune risposte a queste domande.

    1. Gli dei come personaggi storici

    Nel Medioevo, quando gli dei antichi non erano più considerati tali, si pensava che fossero effettivamente esistiti in un tempo lontanissimo e che fossero stati, però, re, fondatori di città, eroi, grandi inventori che per la loro grandezza i Greci avevano appunto divinizzato. Gli uomini del Medioevo e del Rinascimento consideravano infatti Minerva la prima donna che aveva lavorato la lana; Chirone (un centauro, per i Greci) l'inventore della medicina; Mercurio il primo musicista e l'inventore dell'alfabeto; Prometeo aveva donato il fuoco; Atlante aveva rivelato la scienza dell'astrologia; Bacco aveva insegnato a produrre il vino.

    Gli dei e gli eroi della mitologia greca furono inoltre considerati come capostipiti di popoli e nazioni: i Franchi avrebbero avuto origine dall'eroe troiano Franco; i Tedeschi e Francesi da Ettore. Nel Rinascimento anche alcune grandi famiglie nobili pretendevano di avere come capostipite un dio o un eroe dell'antichità: i duchi di Borgogna, ad esempio, vantavano Ercole come fondatore della loro dinastia.

    Così considerati, gli antichi dei potevano ancora essere onorati, rappresentati e citati, addirittura, insieme con i personaggi della storia religiosa biblica Adamo, Abele, Mosè. Sulla facciata della Cappella Colleoni a Bergamo scene tratte dalla Bibbia sono mischiate alle fatiche di Ercole e lo zoccolo della Certosa di Pavia è ornato con medaglioni che raffigurano insieme profeti, imperatori, dei.

    2. Gli dei diventano astri e gli astri diventano dei

    Perseo in un manoscritto arabo

    Gli antichi dei ed eroi poterono dunque sopravvivere al prezzo di scendere dal cielo e diventare personaggi storici; certo eccezionali, ma pur sempre esseri terreni ed umani. Poterono di nuovo tornare in cielo quando furono identificati con gli astri o quando, il che è lo stesso, gli astri diventarono delle divinità. E questo accadeva già a partire dal V sec. a.C. quando ai pianeti, alle singole stelle e alle costellazioni vennero associati dei ed eroi della mitologia: Saturno, Mercurio, Giove diventarono degli astri dotati di poteri immensi.

    Agli astri, dunque, con le caratteristiche divine, fu anche assegnato il potere di influire sui destini e sulle vicende umane, individuali e collettive. Si diffuse allora in Europa l’antica disciplina dell'astrologia, che interpreta le influenze delle stelle sul carattere e sul comportamento dell'uomo. E l'astrologia ebbe una grande importanza nella cultura, nell'arte, nella politica, nella vita quotidiana degli uomini del Medioevo e del Rinascimento.

    Gente semplice, principi, condottieri, cardinali, papi, poiché credevano nell'influsso astrale, ricorrevano molto spesso agli astrologi sia per interpretare gli avvenimenti passati e presenti, sia per averne ascoltati consigli sui tempi e i modi migliori di condurre un'azione seguendo il corso e la congiunzione di pianeti e costellazioni. Papa Giulio II (1443-1513) fa calcolare dagli astrologi il giorno favorevole alla propria incoronazione; Paolo III (1468-1549), un altro Papa, si fa indicare l'ora dei concistori; Leone X (1475-1521), anche lui un Papa, fonda alla Sapienza, l'università pontificia, una cattedra di astrologia destinata a gareggiare con quelle delle Università di Padova, Bologna e Parigi.

    3. L’astrologia e la fede cristiana

    L'astrologia diventò così il tema dominante di molti affreschi nei palazzi pubblici e in quelli privati e persino nelle dimore degli ecclesiastici e nelle cappelle delle chiese. Certo, l'astrologia era in forte contrasto con il cristianesimo perché la prima sosteneva che il destino dell'uomo era sottomesso agli astri, mentre il secondo insegnava che l'uomo deve confidare solo nella propria volontà e nella grazia di Dio. E gli scrittori della Chiesa dei primi secoli ingaggiarono un'aspra e lunga battaglia contro l'astrologia e i suoi seguaci. Ma, alla fine, anche la Chiesa dovette trovare un compromesso con le credenze astrologiche sulla base di due idee fondamentali:

    1) Le stelle influenzano il carattere e i comportamenti dell'uomo, ma non lo determinano interamente. La volontà umana è infatti libera e non costretta dagli astri.
    2) Le stelle, in ultima analisi, non sono che strumenti nelle mani di Dio; Dio per ordinare il mondo si serve anche delle stelle.

    Un esempio significativo sul piano artistico di questo compromesso lo si può vedere nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma; nella cupola che sormonta la tomba del banchiere Agostino Chigi, sono raffigurati il sole, i sette pianeti e i segni dello zodiaco, al di sopra di ciascuno vi è però un angelo, e in cima, al di sopra di tutti, troneggia Dio Padre onnipotente creatore del cielo e della terra. Il significato è chiaro: il corso del mondo è determinato dai pianeti e dalla loro posizione, ma questi non sono liberi, sono costretti invece a seguire la volontà di Dio. Per Agostino Chigi e il suo pittore i pianeti sono sì dei , cioè esseri viventi e fatali, mezzo demoni e mezzo semidei, ma restano in ogni caso strumenti nella mani di Dio.

    4. Le verità nascoste degli antichi dei

    Molti scrittori cristiani del Medioevo e del Rinascimento fecero anche di più che cercare un compromesso tra mitologia, astrologia e religione. Questi scrittori affermarono che nelle storie degli dei c'erano verità religiose e significati morali nascosti molto vicini o addirittura identici alle verità del cristianesimo. Occorreva allora saper leggere i racconti mitologici, andare oltre il significato letterale e superficiale per cogliere significati più profondi, più importanti, più autentici. Insomma, gli antichi creatori della mitologia, anche senza esserne coscienti, avrebbero anticipato quelle verità e quegli insegnamenti morali che solo il cristianesimo avrebbe poi esplicitamente e chiaramente proclamato e insegnato.

    Ma quali erano questi significati e queste verità? Secondo Fulgenzio, un chierico del XII secolo, le tre dee fra le quali Paride deve scegliere la più bella, Era Afrodite Atena, non sono altro che i simboli della vita attiva, contemplativa e amorosa. Un filosofo, Guglielmo di Conches (1085 circa-dopo 1154), vede nella guerra dei Giganti contro Zeus la ribellione dei nostri corpi fatti di fango contro l'anima. Secondo altri autori, Ganimede è il simbolo dell'anima che desidera raggiungere la fonte della sua gioia, Dio; mentre la punizione di Marsia evoca la punizione dell'ignoranza e dell'orgoglio.

    5. Andrea Mantegna, un esempio

    Questa interpretazione moraleggiante della mitologia venne illustrata molte volte dai pittori del Rinascimento. Valga a questo proposito un solo esempio, Minerva caccia i vizi dal giardino della virtù, opera di Andrea Mantegna (1431-1506) per Isabella d'Este (1474-1539), marchesa di Mantova. Il quadro, proveniente dallo studiolo che Isabella aveva nel Palazzo Ducale, ha per tema la virtù che sgomina i vizi. Si tratta di un'allegoria che utilizza appunto temi e figure della mitologia classica piegandola a fini moraleggianti.

    La scena, ispirata da Isabella stessa, si svolge in un giardino attraversato da un'arcata che sembra spingere verso lo spettatore i personaggi della rappresentazione. In primo piano una palude d'acqua verdastra, a sinistra incombono alberi e soprattutto uno sperone roccioso che sembra quasi crollare; nuvole dalle forme umane e inquietanti riempiono ancora lo spazio. A sinistra, la figura di donna imprigionata in un albero di alloro allude alla storia di Dafne che preferì prendere le forme di quest'albero piuttosto che cedere alle lusinghe di Apollo.

    Attorno al tronco una lunga striscia con una scritta in latino che dice: "Voi divine compagne delle virtù, agite, cacciate dalle nostre case quei mostri repellenti che sono i vizi". L'appello è rivolto alle tre dee della scena: Minerva, Diana e Aurora o forse Cerere. Minerva, che insegue i vizi, impugna una lancia dalla punta spezzata, indossa l'elmo e una corazza decorata con una testa sormontata da due ali. La precedono Diana che impugna l'arco e Aurora o Cerere con una torcia.

    Le tre dee spingono verso la palude i vizi rappresentati in forme mostruose e ripugnanti. Una faunessa che stringe al seno tre piccoli mentre un terzo, tenuto per mano cerca di starle dietro. Sopra la faunessa cinque putti alati che rappresentano i desideri e i sogni dell'amore carnale, e un po' più in là altri quattro esserini dal volto di gufo che rappresentano l'Eros notturno che annuncia i sogni osceni e la morte. In primo piano sulla destra, l'ozio, senza braccia perché disprezza il lavoro, preceduto dalla pigrizia che lo tiene al laccio. A sinistra di Ozio, su una striscia di terra che emerge dalla palude, c'è una scritta in latino che dice: «Se cederai all'ozio, morirai colpito dall'arco di Cupido».

    Ozio e Pigrizia sono preceduti da un mostruoso ermafrodito dalle forme scimmiesche simbolo dell'invidia che può assumere le sembianze dell'odio, della perfidia, della malizia; da un simile mostro ci si può attendere il male, il peggiore, il pessimo. Sul centauro c'è la Venere volgare che ha affidato il figlio Eros a un satiro. A destra l'Ingratitudine e l'Avarizia portano una donna obesa e stralunata: l'Ignoranza. In alto a destra, incorniciate in una nuvola appaiono le tre virtù cardinali: la Giustizia, con la bilancia e la spada, la Forza, con la mazza e la colonna, la Temperanza, con due boccali che le permettono di temperare il vino con l'acqua.

    6. Gli dei si trasformano.

    Nel corso dei secoli le antiche divinità si trasformarono, spesso in modo molto vistoso, anche dal punto di vista fisico. Giove viene rappresentato da Andrea Pisano (1290-1349) sul campanile di Santa Maria del Fiore a Firenze vestito come un monaco, con un calice nella mano destra e una croce nella sinistra. Un miniaturista vissuto attorno alla metà del XV sec. raffigura Giunone abbigliata come una ricca dama del tempo con l'arcobaleno di Iride che le fa da aureola [inserire qui l’immagine]. Ercole, in un manoscritto del XII sec., viene raffigurato con degli abiti arabi, senza la pelle di leone, con una calotta in testa e una scimitarra al posto della clava. In un manoscritto italo-arabo Perseo viene rappresentato con in mano una testa di demone barbuto invece della testa della Medusa perché l'illustratore arabo ha interpretato i rivoli di sangue come la barba del demone.

    7. Vulcano, Plutone, Bacco, Mercurio

    Vulcano, Plutone, Bacco, Mercurio

    In un manoscritto del 1023 troviamo rappresentati Vulcano, Plutone, Bacco e Mercurio in un modo assai curioso. Plutone tiene in mano un orcio perché l'autore ha confuso tra orca (orcio) e Orcus (il regno dei morti). Mercurio, i cui calzari alati sono diventati un uccello che gli svolazza tra le gambe, uccide un serpente con un lungo bastone, perché l'autore del manoscritto interpreta male la descrizione del caduceo: invece di leggere «Virga, quae serpentes dividit», (un bastone che separa due serpenti), legge «Virga, qua serpentes dividit», (un bastone con il quale taglia in due un serpente) (Panofsky, Saxl, p. 66).

    Quali i motivi di queste talvolta bizzarre trasformazioni in sembianze che comunque non lasciavano dimenticare del tutto l’antica identità?

    8. Perché gli antichi dei hanno cambiato aspetto?

    La tradizione degli antichi dei lungo i secoli e la fruizione dei suoi esiti iconografici sono sempre stati appannaggio di un'élite sociale e culturale che poteva convivere con la pratica diffusa, sostenuta dalla cultura più legata alle ortodossie cristiane, musulmane, bizantine, di accanita distruzione delle immagini e dei simulacri di divinità ritenute false o imparentate col demonio.

    Gli illustratori perciò, non disponendo quasi mai di immagini antiche, si dovettero inventare dei tratti somatici e un abbigliamento sulla base di semplici indicazioni verbali reperibili, nei casi più fortunati, nei testi solo scritti.

    Inoltre, gli illustratori o chi li consigliava potevano leggere male o interpretare male i testi in cui si descrivevano le antiche divinità, con conseguenti esiti di allontanamento dalla iconografia originale.

    Quando invece potevano disporre di immagini, gli illustratori le traevano da manoscritti arabi in cui però i tratti di divinità e costellazioni, rispetto agli originali greci, avevano subito radicali metamorfosi.

    In ogni caso, l'interesse primario degli illustratori era rivolto ad attualizzare e cristianizzare gli antichi dei piuttosto che a renderne con fedeltà i tratti caratteristici.

     

    Bibliografia

    Franz Boll, Carl Bezold, Interpretazione e fede negli astri, Sillabe, Livorno 1999.

    Erwin Panofsky, Fritz Saxl, La mythologie classique dans l'art médiéval, Gérard Monfort Éditeur, Brionne 1990.

    Erwin Panofsky, Iconografia e iconologia. Introduzione allo studio dell'arte del Rinascimento, in Il significato delle arti visive, Einaudi, Torino 1962.

    Fritz Saxl, La fede negli astri, Boringhieri, Torino 1985.

    Jean Seznec, La survivance des dieux antiques, Flammarion, Paris 1993.

    Aby Warburg, La rinascita del paganesimo antico, La Nuova Italia, Firenze 1980.

     


    Aggiungiamo all'articolo alcuni strumenti che possono risultare utili in classe: la visita particolareggiata dei dipinti citati e due serie di esercizi.

    ⦿ Osserva i dettagli della tela di Mantegna

    ⦿ Come gli dei sono cambiati in 25 secoli

    ⦿ Questionario interattivo

    ⦿ Rispondi alle seguenti domande

    1. Nel testo vengono individuate tre ragioni che spiegano la sopravvivenza degli antichi dei. Sintetizza ciascuna di queste ragioni in una frase.
    2. Quale operazione culturale consentiva di rappresentare gli antichi dei insieme con i personaggi della storia religiosa biblica Adamo, Abele, Mosè?
    3. Quali immagini contiene la cupola che sormonta la tomba di Agostino Chigi nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma?
    4. Qual è il significato di tali immagini?
    5. Rintraccia ed esponi le ragioni che hanno determinato la trasformazione, talvolta radicale, delle sembianze degli antichi dei.
    6. Sulla base di quale compromesso la tradizione astrologica poté essere accolta nell’ambito della fede cristiana?
    7. In che cosa consiste l’interpretazione moraleggiante della mitologia greca?
    8. Rivedi e osserva con cura le rappresentazioni delle cinque divinità (Giove, Marte, Mercurio, Venere, Saturno) nel VI secolo a.C. e nel XV secolo. Per ciascuna coppia indica un elemento presente nella prima e nella seconda immagine e un elemento presente nella prima ma non nella seconda.
    9. Rivedi le immagini sulla trasformazione degli dei greci; quale episodio mitologico viene rappresentato nell’immagine di sinistra relativa a Crono? Il personaggio femminile è Rea, sposa di Crono.
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