Monumenti

  • di Antonio Brusa  ImmagineStatua di Costantino il Grande eretta a York. https://www.dailymail.co.uk/news/article-8473885/York-Minsters-statue-Roman-emperor-torn-complaints-supported-slavery.html

    Il fatto

    Il 29 giugno del 2020, Costantino il Grande è stato “attenzionato con cura” dai responsabili della Cattedrale di York, perché, hanno dichiarato, sono giunte alle loro orecchie lamentele sui rapporti fra Costantino e lo schiavismo, al dire dei ricorrenti del tutto deplorevoli. Infatti – ecco l’accusa - l’imperatore non abolì la schiavitù, ma si limitò ad attenuarne leggermente la durezza, ad esempio annullando il diritto dei proprietari di uccidere i loro schiavi.

    Per questo, una commissione apposita ora sta esaminando il suo dossier e valuterà se quella statua ha il diritto di stare lì, sotto gli occhi dell’inflessibile pubblico moderno, o debba essere trasferita in un qualche repositorio più modesto.

     

     

     Tra fake news, anacronismi

    Nell’ondata mondiale di iconoclastia, l’abbattimento del Costantino di York non dovrebbe fare eccessivo scalpore. Ci stiamo abituando: pian piano, tutti i grandi per una ragione o per un’altra, stanno scendendo dal piedistallo (su HL ne pubblicheremo a breve il catalogo completo). Il caso di Costantino, però, è interessante per l’incrocio di fake news e di anacronismi, uniti a qualche paradosso, che lo contraddistingue.

    Tale, infatti – un anacronismo - è accusare un sovrano del passato di non aver abolito la schiavitù. Bisognerebbe essere molto fortunati per trovarne uno – europeo, asiatico, americano o africano – che lo abbia fatto prima che Giorgio II, re dell’Inghilterra ahimè imperialista, abolisse la Tratta nel 1807 e prima che il Congresso di Vienna dichiarasse la schiavitù una pratica inumana. A ragione molti storici, intervenendo su questo fenomeno, mettono in luce la necessità di contestualizzare personaggi e eventi del passato, prima di lanciarsi in un qualche giudizio.

    Le fake news, invece, sono due. La prima è la notizia che Costantino abolì le persecuzioni. Una fake che troviamo in quasi tutti i libri di testo, quando si parla del cosiddetto Editto di Costantino, e che fu propagandata a perdifiato nel bimillenario celebrato nel 2013 (come potrete leggere su HL). Comprensibilmente questa credenza gode di fama particolare proprio a York, la romana Eburacum, perché qui Costantino fu acclamato imperatore nel 306. Purtroppo per quei devoti cittadini, chi abolì le persecuzioni, e quindi fu il vero autore dell’Editto di Tolleranza, fu Galerio, un paio di anni prima che Costantino e Licinio si vedessero a Milano per spartirsi l’impero e, fra le tante varie ed eventuali, riconfermare un editto non loro. Purtroppo per lui, su Galerio agisce – da duemila anni - un’efficacissima damnatio memoriae, ordita dagli scrittori cristiani che non gli perdonarono il suo rigore nell’applicare le leggi persecutorie che Diocleziano aveva emanato al principio del secolo.

    Qualcuno leggerà nei fatti odierni una sorta di legge di contrappasso: Costantino che usurpa la fama di Galerio e ne cancella la memoria, oggi viene ripagato di egual moneta.

    La seconda fake è una conseguenza della prima, ed è direttamente legata alle rimostranze attuali. È quella che vuole che il Cristianesimo abolì la schiavitù: cosa del tutto falsa, dal momento che questa dovette attendere la Rivoluzione Francese e i reazionari sovrani europei del XIX secolo per essere messa fuorilegge. Ma: potete immaginare la sorpresa e l’indignazione del devoto cittadino di York quando viene a sapere che l’imperatore che da gloria alla sua città, quello che “avrebbe dovuto abolire la schiavitù” in quanto cristiano, si è limitato a qualche pannicello caldo?

     

    Un monumento sfortunato

    A rendere ancora più curioso questo episodio è il fatto che York ha atteso ben 1700 anni per celebrare Costantino. La statua, infatti, venne eretta nel 2006. Non è, come la maggior parte dei monumenti che oggi sono oggetto di attacchi iconoclasti, frutto del periodo della “statuomania”, che fra XIX e XX secolo riempì di statue commemorative le nostre città. Nonostante le fattezze ottocentesche, è l’opera modernissima di Phillip Jakson, un celebrato scultore di principi, re e benefattori. Breve vita, ma agitata. Appena posta in situ, fra la cattedrale e i resti del castrum romano, sono cominciati i problemi: un poveraccio le ha rubato lo spadone, che già di suo è uno spettacolare anacronismo (mesopotamico, dice l’autore, che ha scelto quel modello perché ricorda la croce) e l’ha gettato in una fogna; quando è scoppiato il Covid le hanno messo la mascherina sanitaria e ora rischia il declassamento.

     

    Statue del passato e del presente

    Thomas Brittony, un archeologo inglese, ha provato a paragonare questa statua con quelle erette nel tardo impero. Secondo lui i monumenti sono oggetti di storia di per sé stessi, e non soltanto per il personaggio che rappresentano. Sono “cose di storia” che parlano della decisione di erigerli, del lavoro necessario per costruirli e della ricezione del pubblico. Il Costantino di York fornisce l’occasione straordinaria per metterlo in parallelo con un analogo antico. Chi decideva di innalzare una statua? In genere un parente dell’imperatore (quasi mai era lui stesso). Oggi, una commissione di rappresentanti cittadini. C’è la democrazia, a fare da spartiacque. Le tecniche di fusione del bronzo, invece, sono variate di poco. E il pubblico? quello antico vedeva le statue da lontano, erette spesso su piedistalli o colonne altissime. E ciò perché quel monumento era oggetto di un culto, che nel IV secolo venne rapidamente cristianizzato (l’imperatore era il tredicesimo apostolo). Ma oggi ci fa solo sorridere il pensiero che qualcuno si fermi a pregare davanti a Costantino (a meno che non vada in vacanza a Siamaggiore dove lo si venera come un santo). Quel monumento serve piuttosto a marcare identitariamente quel luogo. Conferirgli il lustro imperiale che, a giudizio dei cittadini, merita. Per quanto (commenta con perfidia Brittony, che insegna a Leicester) quell’acclamazione a York fu del tutto casuale.

    Indubbiamente, riflette Brittony, è molto difficile scoprire cosa pensa veramente il pubblico (o cosa pensò in passato). Per sua fortuna, c’è l’autore - Phillip Jakson – che ci può dare una risposta. Questa: mentre nel passato i monumenti servivano per celebrare, oggi servono per “studiare la storia”. “Sono la storia nelle strade”, afferma con una formula che piacerà a tutti i lettori di HL. L’articolo è del 2016. A soli quattro anni di distanza, ne potremmo verificare la validità.

     

    Rifunzionalizzare Costantino

    Zaccaria di Mitilene (465-536) è un testimone degli ultimi anni della Roma imperiale. Ci informa che non perse di colpo la sua bellezza. Ancora ai suoi tempi era adornata da 3785 monumenti. Che fine hanno fatto, si chiede Brittony? L’incuria, la riutilizzazione, la speculazione, i barbari. Certo. Ma soprattutto i cristiani, i nuovi cittadini che cancellarono con accanimento e costanza secolari le tracce del passato pagano. Un’opera di successo: di quelle migliaia di monumenti ne possiamo ammirare pochi. Giusto l’Adriano del Campidoglio o la testa ciclopica, proprio di Costantino. E, poiché fu proprio lui a dare il via al processo di cristianizzazione dell’impero, gli possiamo tranquillamente assegnare anche la paternità di quel movimento iconoclastico radicale, che fece piazza pulita dei monumenti antichi.

    La storia ci fornisce, dunque, una buona occasione di rifunzionalizzazione, da suggerire alla Commissione che in questo momento indaga sulla legittimità del Costantino di Jakson. Che resti lì, dove si decise solo pochi anni fa, ma con una bella targa nella quale si dica più o meno: “Caro abbattitore di monumenti, il primo e più grande dei tuoi simili fu quello che tu vedi. Cerca di trattarlo con cura”.

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