di Saverio Russo

Meno soldi e meno addetti per i Beni Culturali

L’approvazione della legge di stabilità 2019 non ha portato buone notizie per i beni culturali italiani. Ridotti gli stanziamenti per il Mibac, sono rinviate e di molto ridotte, rispetto agli annunci iniziali, le assunzioni previste: saranno di 1000 unità complessive, per tutte le qualifiche, per il 2020 e 2021 (500 per anno), a fronte di molti più pensionamenti che, sicuramente, cresceranno a causa dell’introduzione della quota 100 e del fatto che l’età media del personale è vicina ai 60 anni, con molte immissioni in ruolo avvenute alla fine degli anni Settanta.

In una situazione già difficile per i Musei e le aree archeologiche statali, come denunciano i giornali e le comunità interessate che assistono a chiusure nei giorni di grande movimento turistico, andrà quindi sicuramente peggio nei prossimi anni. In mancanza di altre misure, non è possibile prevedere che i concorsi, quando saranno indetti, producano risultati in meno di un anno (per i funzionari occorreranno non meno di 18 mesi).

Il caso degli archivi pugliesi è emblematico

Situazione ben più difficile, meno nota ma culturalmente altrettanto grave, è quella degli Archivi di Stato, deputati alla conservazione, al riordino e alla pubblica fruizione della documentazione che ci arriva dal passato e che continuiamo a produrre anche nell’era digitale. Gli uffici pugliesi (la Soprintendenza archivistica interregionale e 5 Archivi di Stato – Bari, Brindisi, Foggia, Lecce e Taranto – da cui dipendono anche tre sezioni di archivio, cioè Trani, Barletta, Lucera) non hanno ottenuto nelle assegnazioni di personale dello scorso anno alcun archivista. La Soprintendenza, a parte la dirigente, non ha più archivisti nella sede di Bari e in uffici un tempo prestigiosi come l’Archivio di Stato di Foggia, che conserva il grande archivio della Dogana della mena delle Pecore, ne restano in servizio, tra le due sedi, solo 3, molto vicini all’età della pensione. Situazione altrettanto difficile si registra a Brindisi, ma non molto migliore, nella prospettiva di due anni e con l’incombere della quota 100, è quella degli altri archivi.

Chiudiamo gli archivi e inventiamo il passato

La questione non interessa solo chi – come me e come altri studiosi di storia – frequenta gli archivi per fare ricerca, ma riguarda anche la vigilanza su tanti altri archivi ancora importanti per l'attività amministrativa e per la vita quotidiana di noi cittadini, come nel caso degli archivi comunali, degli uffici dello stato, delle aziende pubbliche e private, delle famiglie, degli enti ecclesiastici, che rischiano la dispersione e, in qualche caso, la distruzione. C’è il rischio concreto che, dopo secoli di attenta conservazione della documentazione archivistica, si possa spegnere letteralmente la luce in luoghi simbolo dell’Italia migliore, lasciando spazio a chi ritiene che si possa fare storia senza documenti, reinventare il passato o vivere in un eterno presente, senza memoria.

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