Autore: Sergio Chiaffarata

Due studi di caso su ebrei e seconda guerra mondiale


Indice
1.    Via Garruba, 63, o la memoria transitoria
2.    Torre Tresca e i distruttori di storia

 

 

 1. Via Garruba, 63, o la memoria transitoria.

Il luogo: Palazzo De Risi

Chi cammina nel quartiere murattiano di Bari, e incrocia l’angolo di via Quintino Sella con Via Garruba, spesso non presta attenzione a questo edificio di fine ottocento - inizi novecento, in stile neoclassico (tardo rinascimento).
Si fermano solo i passanti che attendono al semaforo, si spostano fra gli uffici o fanno acquisti nelle attività commerciali della zona. Raramente si tratta di un osservatore curioso ed attento, perché quest’angolo è un luogo di traffico e di rapido passaggio, per chi vuole lasciare il “centro” di Bari.

Sia che siate frettolosi passanti, sia che siate osservatori curiosi, se vi è successo di passare da quelle parti, soffermatevi sull’imponenza di questo palazzo.
Essa è dovuta al bugnato del piano terra e, levato lo sguardo verso l’alto, dalla trabeazione aggettante del terzo piano. Ma uno sguardo più attento rivela dettagli, come le paraste che affiancano le porta-finestre con capitelli corinzi, e poi, le decorazioni a rilievo, come le maschere di leone dalla cui bocca scendono festoni con foglie e fiori.
Infine, se lo sguardo è quello dell’architetto o dello storico dell’arte, ci rivela anche la particolarità del prospetto del lato di via Garruba, che non è a tre o cinque luci, come nella norma, ma a quattro luci.

Prospetto del palazzo, disegnato da Caterina Jannelli

 

L’edificio si chiama Palazzo De Risi.
Oggi, è composto da due immobili diversi, uno con accesso esterno da via Garruba, n.63 e l’altro da via Quintino Sella n. 181, forse precedentemente comunicanti all’interno.
Un palazzo tutto sommato anonimo? Oggi lo è, indubbiamente. Qui non vedrete nessuna lapide. Ma domani, il passante che leggerà le note che seguono, cambierà idea. Palazzo De Risi, infatti, è un luogo di memoria. Lo sappiamo dai documenti, relativi al periodo bellico della seconda guerra mondiale e quello successivo del dopoguerra, che ci restituiscono la storia di un luogo legato alle vicende della città e alla storia della Shoah.
 

Via M. Garruba angolo via De Rossi

 

Testata del Corriere della Sera, Milano, 11 novembre 1938


Il soggetto: la famiglia Levi.
Nel 1938, vennero promulgate le leggi razziali fasciste in Italia, un insieme di norme e provvedimenti legislativi contro gli ebrei. «Il censimento degli ebrei - spiega Vito Antonio Leuzzi - conta, nel 1938, a Bari e provincia, 35 famiglie per un totale di 95 persone: 64 italiani e 31 stranieri».
Dopo la loro adozione, quasi tutti i residenti ebrei di Bari, per lo più individui o ristretti nuclei familiari, lasciarono la città. Molti ritornarono nelle loro città di origine, del Centro e del Nord Italia.
L’unica famiglia che restò a Bari, fu quella dei Levi, composta dal padre Alberto, dalla madre e da due figlie (Anna Maria e Vera).
Alberto Levi era troppo importante per il lavoro della ditta presso la quale era assunto, ed anche quando venne espulso dal Sindacato fascista di categoria, non fu licenziato. Nonostante le leggi razziali e la situazione critica, la famiglia Levi cercò di condurre una vita normale.

Quando Alberto fece domanda di iscrizione alla scuola elementare per la figlia Anna Maria, ricevette una lettera di risposta dal Provveditorato agli studi di Bari in data 18 ottobre 1938, firmata dal provveditore reggente, nella quale si diceva: «non posso autorizzare a vostra figliuola Anna Maria, appartenente a razza ebraica, ad iscriversi perché ciò è vietato dalla legge».
Nel 1939, Alberto venne arrestato e rinchiuso in carcere. Liberato, continuò a vivere con la famiglia in un paese della periferia per tutto il periodo della guerra. L’anno dopo alla famiglia Levi furono sequestrate anche la radio e la macchina da cucire.
Una storia tragica, come tante altre in Italia, ma forse meno. Infatti, nell’autunno del 1943, mentre nel resto d’Italia, la guerra, le violenze e le deportazioni proseguirono fino al ‘45, per la famiglia Levi il non aver lasciato la città di Bari, liberata, grazie all’intervento dei soldati italiani agli ordini del generale Bellomo, e, poi, occupata dalle truppe inglesi, rappresentò una piccola fortuna.

 

Il palazzo De Risi, dopo l’8 settembre 1943.
Durante il ventennio fascista, palazzo De Risi era stato la sede di un gruppo fascista. Nell’autunno del 1943, i locali del piano terra, in seguito anche quelli del primo piano, furono destinati ad accogliere i profughi ebrei in fuga dal Nord Italia e da altre nazioni, ma anche dai campi di internamento liberati dall’avanzata alleata.

All’inizio del 1944, Il Consiglio ebraico, composto da Angelo Sullam della comunità di Venezia,
presidente della Comunità di Bari; Isidoro Mandler della Comunità di Trieste,  segretario; Ermanno Rocca della Comunità di Ancona, Aldo Ascarelli della Comunità di Bologna, Davide Ascarelli della Comunità di Roma; e Alberto Levi, l’unico ebreo già abitante con la famiglia in città, decise di fare dell’edificio di via Garruba 63, la sede della neocostituita Comunità ebraica di Bari.
Tra gli iscritti alla Comunità, ci sono diversi nomi importanti dell'ebraismo italiano: Aldo Ascoli, Giovanni Terracina, Guido Luzzatti, Mario Fano, Alfonso Russi, Pietro Foà di Firenze, con suo fratello Arnoldo, giovane attore, che animò i programmi di Radio Bari con il ruolo di speaker nella trasmissione Italia combatte.
Nel 1944, secondo i dati riportati da Mario Toscano e da Klaus Voigt, la Comunità ebraica ospitò 70 italiani, 795 iugoslavi, 104 austriaci, 158 Polacchi, 80 cecoslovacchi, 38 Tedeschi, 4 romeni, 35 apolidi, 2 Francesi, 6 bulgari, 5 Ungheresi, 1 Greco, 11 Russi, 4 lettoni, 3 Inglesi, 2 Estoni.  Circa 1500 persone.

Questa immagine, tratta da un lavoro di Marco Brando, mostra a sinistra l'Italia, ed in particolare Bari, da cui partono gli immigrati ebrei, per recarsi in Palestina.

 

La sede di via Garruba 63 comprendeva una sinagoga, una caffetteria, una mensa, una clinica, una scuola e il Ministero del Welfare.
Il 28 agosto del 1945, la prima imbarcazione di profughi salpò da Bari. Era il peschereccio Sirius, ribattezzato Dàlin, diretto in Palestina.

I rifugiati più abbienti vivevano in città. La maggior parte dei profughi, non solo ebrei, trovavano posto nell’ex-Campo di Prigionia di Torre Tresca, poi, diventato Campo di Transito. Ma erano ricoverati, anche, in altri campi profughi:  S. Chiara, di Positano (ex-convento di S. Francesco alla Scarpa), le Baracche di via Napoli (detto anche Campo Badoglio, sito nei pressi del cimitero comunale, fino al 1947 destinato ai prigionieri tedeschi); il campo di Fesca (nei locali della ex-colonia marina Ferruccio Barletta).
Gli ultimi campi “furono finalmente dismessi nel 1956 - ha scritto Giulio Esposito - i profughi ivi ricoverati furono fatti affluire al Villaggio Trieste, in periferia, tra via G. Verdi e via Mascagni”.  
Fra il 1943 e il 1950, numerosi furono i profughi ebrei in transito dai porti della Puglia per imbacarsi verso la Palestina, altri per il America latina.  
La Comunità ebraica radunò 650 profughi nella zona di Bari. Nel 1949 ne rimasero 99 nel ’49; poi la comunità si dissolse. Della presenza ebraica nel dopoguerra, rimase solamente un area assegnata ai defunti ebrei nel cimitero comunale (descritta nella rivista “Israel” del 4 maggio del 1950), che fu affidata al signor Alberto Levi.

 Palazzo De Risi

 

2.Torre Tresca e i distruttori di storia

Torre Tresca: com’era

Campo P.G. n. 075 di Torre Tresca. Numero posta militare P.M. 3450.
Alle dipendenze del Regio Esercito. IX Corpo d'Armata.
Tipo di campo: campo per prigionieri di guerra da maggio 1941.
Tipologia di internati: P.G. per ufficiali, P.G. per sottufficiali e truppa, P.G. inglesi, P.G. australiani, P.G. inglesi/domini, P.G. sudafricani, P.G. neozelandesi, canadesi e altri britannici, P.G. americani, P.G. ciprioti, P.G. mediorientali, P.G. ex jugoslavi, P.G. greci e Civili greci
Descrizione: Campo contumaciale e di smistamento (in parte attendato e in parte baraccato).
Capacità 500 ufficiali e 3626 sottufficiali e truppa, ampliato fino al giugno 1942.

Cronologia
1938 - Promulgazione delle leggi razziali fasciste.
1940 giugno 10 - L'Italia dichiara guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.
1940 settembre  27 - Firma del Patto Tripartito.
1941 maggio - Il campo di prigionia di Torre Tresca a Bari è operativo.
1941 novembre 30 - Fuga dal campo di prigionia di Torre Tresca.
1943 luglio 10 - Operazione Husky : sbarco in Sicilia.
1943 luglio 28 - Strage di Via Niccolò dell’Arca.
1943 settembre 8 - L'armistizio viene reso noto alla popolazione.
1943 dicembre 2 - Bombardamento del porto di Bari da parte dei tedeschi.
1944 - Il campo di prigionia viene trasformato in campo di transito dall’AMGOT.
1944 gennaio 26 -  A Bari si apre il congresso del Comitato di liberazione.
1945 - Fine della guerra
1945 settembre 11 - Fucilazione del Gen. Bellomo.
1945 ottobre  18 -  Inizio il Processo di Norimberga

 

Le carte dal 2006 al 1949
In queste carte è possibile seguire lo sviluppo dell’area del campo di Torre Tresca. Seguirò, si parva licet, il metodo regressivo di Bloch, andando da quella più recente, del 2006, alla più antica del 1949.

             La Città di Bari, oggi: il campo si trova nell'attuale periferia


                          

2006: nell’ingrandimento, in rosso è segnata la zona del campo, una sorta di triangolo attualmente compreso fra la tangenziale a nord, l’asse Nord/Sud a est e il canalone (canale deviatore) a sud

 

IGM, 1970: il triangolo rosso indica la zona del campo, facendo attenzione al centro si vede un puntino nero, che rappresenta il campo

 

 

Carta del comune di Bari, 1963. L'immagine mostra con chiarezza la presenza di costruzioni (in neretto). File di caseggiati. Si nota anche la chiesa. 

 

IGM, 1949. Si vedono le case, ma sono molte di meno di quelle del 1963. Evidentemente il campo è cresciuto nel dopoguerra.

Inoltre, non si vede la chiesa

 

Il protagonista: il Generale Nicola Bellomo
(Bari, 2 febbraio 1881 – Nisida, 11 settembre 1945)
Ufficiale di carriera proveniente dall'Accademia Militare, aveva combattuto durante la Prima guerra mondiale. Nel 1936 lasciò il servizio attivo di Comandante del Distretto Militare di Benevento. Ma rientrò in servizio nel 1941.
Il 9 settembre 1943, dopo l'armistizio, il Generale Bellomo,  comandante del Presidio di Bari del IX corpo d’armata, venne a conoscenza che il comando tedesco aveva inviato truppe di guastatori per distruggere le principali infrastrutture portuali della città. Raccolse sotto il suo comando alcuni soldati italiani, affiancate da civili, ed attaccarono i guastatori tedeschi che avevano già preso posizione nei punti nevralgici della grande struttura.

Venne il generale Bellomo e disse:
- Ragazzi difendete le vostre case, difendete il vostro porto!
- E con che cosa lo dobbiamo difendere?
-Tenete una cassa di bombe a mano!
Allora presi una bomba e la gettai contro un’autoblinda.
(Testimonianza orale di Michele Romito, eroico “scugnizzo” della città vecchia).

I tedeschi furono costretti alla resa e obbligati ad abbandonare la città. Anche Bellomo fu ferito.

Tuttavia, nonostante avesse salvato il porto, difeso la città contro i soldati tedeschi e agevolato l’occupazione alleata di Bari del 14 settembre, venne accusato di crimini di guerra, non chiese la grazia e fu fucilato dagli inglesi.
Nel 1951 venne decorato dalla Repubblica Italiana con la Medaglia d'argento al Valor militare.

 

Il Generale Bellomo


I fatti del campo di Prigionia di Torre Tresca
L’episodio all’origine della condanna del Generale Bellomo avvenne nel campo di Torre Trescas. Due ufficiali inglesi, il capitano George Payne e il tenente Roy Roston Cooke, nella notte del 30 novembre 1941, avevano tentato la fuga. Catturati e ricondotti al campo, vennero interrogati da
Bellomo sulle modalità dell’evasione. Il generale volle essere condotto dai due ufficiali inglesi sul luogo esatto da cui erano fuggiti.

Di fronte ai giudici inglesi, il Generale Bellomo ricostruì gli avvenimenti, assumendosi per intero la responsabilità del fatto: “Io ordinai alla scorta di fare fuoco soltanto quando mi accorsi che i due prigionieri si erano fermati per scattare in avanti. Il capitano Plyne avanzò per primo, seguito a breve distanza dal tenente Cooke. Allora ebbi la certezza che volessero tentare la fuga. Io non sparai: non perché non avessi la volontà di farlo, ma perché avevo dimenticato di abbassare la sicura e la pistola non funzionò. Comunque lo ripeto ancora una volta: se ci fossero responsabilità, queste sarebbero solo mie perché io ero generale, tutti gli altri erano miei subordinati, ubbidivano soltanto ai miei ordini”.

 

Torre Tresca anni ‘50

Foto del Campo, 1947

 

 Foto del campo, 1950

 

Da campo di prigionia divenne rifugio per centinaia di famiglie di profughi.
Nelle settimane successive all’ armistizio, i responsabili dell’AMGOT (Allied Military Government of Occupied Territories - Amministrazione Militare Alleata dei Territori Occupati) decisero di trasferire gli ex internati e i profughi di diverse nazionalità nel dismesso campo di prigionia di Torre Tresca a Bari.  
Il campo divenne il Villaggio dei Profughi di Torre Tresca, abitato per tutti gli anni ’50 e i primi anni ’60, fino alla realizzazione del Quartiere San Paolo, dove vennero trasferiti gli ultimi residenti.
Infine, con i lavori per la tangenziale tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 si provvide a dismettere gli ultimi fabbricati.

 

Torre tresca, com’è oggi

Panorama, Chiesa di Torre Tresca


Nel 2007, l’area acquistata dal Corpo Forestale dello Stato, è stata posta sotto sequestro dalla Guardia di Finanza, dopo la realizzazione di una recinzione in muratura che ha contribuito a stravolgere un contesto superficiale, come vedremo, estremamente degradato.

Prospetto frontale

 

Prospetto laterale della chiesa


Del campo di prigionia, del campo di transito e del villaggio dei profughi non resta che la chiesetta su di uno sfondo di palazzi, capannoni e opere pubbliche mai portate a termine. Intorno una distesa di rifiuti e di materiali edili, fra cespugli e vegetazione spontanea, racchiuso tra la tangenziale, il nuovo asse nord-sud (via Tatarella), un breve tratto di strada Torre Tresca o delle Canestrelle, ed il canale deviatore (il Canalone), scavato in epoca fascista, con le sue casematte realizzate durante la seconda guerra mondiale.
Non distante dalla chiesetta, fino al 2006, era possibile ancora scorgere alcuni vani con volte a botte, realizzati sotto il piano di campagna, forse delle cisterne o dei depositi, frequenti in questa zona di ipogei ed insediamenti rupestri.
E’ tutto ciò che è sfuggito ai distruttori di storia, insieme con un rudere, modesto ma di grande significato nella nostra ricostruzione storica, che scorgiamo a circa 200 metri dalla chiesetta. Qui, fra gli ulivi, si eleva ancora un muro isolato, costituito da grossi blocchi squadrati di tufo (calcarenite di Gravina), probabilmente estratti in zona. Si potrebbe trattare del resto del caseggiato che si vede nella carta del 1963, in basso a destra, nell’angolo fra il Canalone e la stradina che da questo porta al corpo principale del Campo. E’ ciò che resta della sua storia. 

Muro esterno, lato est
 

Particolare

Visuale, lato sud

Muro interno, lato ovest


Annotazione finale sulla chiesetta di Torre Tresca
A conclusione di questo secondo studio di caso, mentre scrivevo e osservavo le due foto in bianco e nero del campo di transito, entrambe scattate con la stessa angolazione, ho notato che il campanile della chiesetta è visibile nella foto del 1950, ma è assente in quella del 1947.
Le testimonianze orali che avevo raccolto dalle persone anziane della zona, ma avevano lasciato intendere che la costruzione della chiesa fosse avvenuta ad opera dei prigionieri alleati, in una data compresa fra il 1941 e il 1943. Ma le fotografie smentirebbero questa congettura. La presenza del campanile nella foto degli anni ‘50, sarebbe una buona prova peri datare la costruzione della chiesa in un periodo compreso tra il 1948 e il 1950, opera dei profughi, oramai residenti del villaggio di Torre Tresca.


E quello che penso io, dei “Distruttori di storia”
Che posto straordinario, per mostrare la potenza della storia. - scrive Antonio Brusa - Non gli daresti due centesimi, tanto appare desolato e privo di interesse. La storia te ne rivela la ricchezza nascosta. Prima non vedevi, e dopo vedi”. Continua nel suo Diario di Bordo del 11 gennaio 2013: “Non vediamo solo i segni di chi la storia l'ha costruita. Qui c'è una matassa di gomma bruciata, resto della fusione di fili di rame, rubati chissà dove; lì un motorino, ugualmente rubato; un po' più avanti dei copertoni; in giro spazzatura e plastica a volontà; un insediamento, forse industriale, lasciato a metà, con i tondini di ferro sporgenti; strade e canali che interrompono i complessi ipogei. Sono i segni di chi la storia l'ha distrutta. Senza distinzioni di cultura, censo, professione, italiani e rom, ricchi e poveri, uomini dell'amministrazione e industriali, e i tanto famosi cittadini comuni, questa è la vasta e eterogenea comunità dei distruttori di storia".

Siamo partiti proprio da questa ultima considerazione, quando abbiamo organizzato una visita per il corso “Conoscere, pensare, insegnare la shoah”, coordinato dalla Professoressa Francesca R. Recchia Luciani, che si è tenuto nel Palazzo dell’Ateneo di Bari, il 18/19 ottobre 2013.
Partiti da Via Mitolo, abbiamo percorso i sentieri lungo i fianchi di lama Picone, dove, oggi, nell’uliveto sorge un campo Rom, di fronte alla chiesa rupestre di Santa Candida (IX-XI secolo), poi, abbiamo visto il complesso ipogeo della Caravella, utilizzato per lo smaltimento illecito di rifiuti, connesso al furto del rame.
Dopo aver superato via Camillo Rosalba, siamo scesi nella cava che ha distrutto quasi interamente l’ipogeo di Torre Tresca, da li, passando sotto i ponti dell’asse nord-sud, abbiamo incrociato l’ipogeo Riccardo Mola.
Al di là di un canneto, un sentiero ci ha portato ad un campo ulivi che nasconde parzialmente il muro superstite del campo di Torre Tresca. Ribattezzato da alcuni, scherzosamente ma non troppo, il muro del pianto, dove infilare i bigliettini con le nostre preghiere nella speranza che non si finisca di distruggere definitivamente la storia.
All’ombra della linea ferroviaria sopraelevata, mai portata a termine, il gruppo  di insegnanti e studenti ha percorso la strada, parallela al Canalone, che collega lama Picone con lama Lamasinata. Giunti al muro di recinzione, costruito nel 2007, nel punto più vicino alla chiesa di Torre Tresca, situata all’interno dell’area, oggi, posta sotto sequestro, abbiamo concluso la nostra visita, prima di ritornare sui nostri passi.

Visita del 19 ottobre 2013


Certo è che i distruttori di storia sono ancora la parte maggioritaria. Ma per riscattare le minoranze, questa visita potrebbe essere il primo passo, come scrive Antonio Brusa, per  inventare un laboratorio assai speciale che sia capace di trasformare queste minoranze in maggioranze, di costruttori di memoria.


Bibliografia
Leuzzi Vito Antonio, Esposito Giulio, L'8 settembre 1943 in Puglia e Basilicata. Documenti e testimonianze. Edizione dal Sud, Modugno, Bari, 2003.
Leuzzi Vito Antonio, Esposito Giulio, (a cura di) Terra di frontiera. Profughi ed ex internati in Puglia. Progedit, Bari, 2000.
Leuzzi Vito Antonio, Esposito Giulio, In cammino per la libertà. Luoghi della memoria in Puglia. 1943-1952. Edizioni dal Sud, Modugno, 2008
Leuzzi Vito Antonio, De Rose Maria, (a cura di) Problemi di storia del novecento tre ricerca e didattica. La Puglia terra di frontiera 1943-1948. Quaderno n. 35, IRRSAE, Bari, 1998.
Leuzzi Vito Antonio, De Rose Maria, (a cura di) Problemi di storia del novecento tre ricerca e didattica. Bari e la Puglia negli anni della guerra 1940-1945.Quaderno n .24, IRRSAE, Bari, 1995.
Gobetti Eric, (a cura di) 1943-1945 La lunga liberazione. Franco Angeli, Milano, 2007.

Sitografia
www.campifascisti.it/scheda_campo.php?id_campo=362 (ultima consultazione del sito 17/09/2013)
www.mondimedievali.net/microstorie/shoah.htm (ultima consultazione del sito 17/09/2013)
www.anpi.it/donne-e-uomini/nicola-bellomo/ (ultima consultazione del sito 17/09/2013)
digilander.libero.it/mandler/index.htm (ultima consultazione del sito 17/09/2013)

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Commenti   

+1 # Marco Cecalupo 2013-10-28 21:02
caro sergio,
a metà degli anni '80 frequentavo ogni giorno il sottoscala di via Garruba 63, lì si riunivano gli studenti dei CPS (i collettivi politici studenteschi) e quelli di Lotta Continua per il Comunismo, e non sapevamo nulla della storia di quel palazzo quaranta anni prima; se un giorno qualcuno volesse fare un balzo in avanti e continuare la storia di quel luogo di memoria, conservo ancora tanti documenti (volantini stampati col ciclostile gestetner...) e una buona memoria.
marco cecalupo
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+1 # leonardo 2014-09-06 19:19
buonasera,
sia pure con quasi un anno di ritardo ho avuto modo di leggere l'articolo sulla vicenda del gen. Bellomo. Mio padre, s.ten. Giustino Barassi (genio guastatori) ha partecipato alla liberazione di Bari, con il gen. Bellomo. Questo eroico comandante è stato sempre in famiglia un esempio di senso della responsabilità e del dovere, salvo poi essere trattato come sappiamo. Sono fiero del fatto che mio padre ha potuto contribuire anche alla liberazione degli ebrei in Bari. Grazie.
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