di Amedeo Feniello
Giuseppe Sergi, "Stiamo tornando al medioevo", Laterza, Bari, 2026, 15.20 €, ebook 10,99 €.C’è una frase, più di ogni altra, che segnala la povertà del nostro lessico civile: “stiamo tornando al Medioevo”. Giuseppe Sergi parte da qui, da questa formula pigra e aggressiva insieme, da questa scorciatoia ideologica che usa il Medioevo come una discarica simbolica in cui gettare tutto ciò che appare oscuro, arretrato, violento, irrazionale, per cominciare il suo libro della collana Laterza Fact checking dal titolo Stiamo tornando al Medioevo. Il merito di questo volume è chiaro fin dalle prime pagine: non difendere il Medioevo per spirito di corporazione, né limitarsi a denunciare l’ignoranza diffusa; ma Sergi fa qualcosa di più serio e più utile, cioè ricostruisce i meccanismi con cui si è formato un “medioevo immaginario”, molto più resistente di quello reale, e mostra come tale immaginario sia servito per decenni a semplificare la storia, a piegarla a usi politici, a rassicurare la modernità sulla propria presunta superiorità. La formula, insomma, non è neutra, né innocente ma fortemente ideologica.
La funzione degli stereotipi
Sergi individua con precisione il bersaglio. Da un lato c’è l’uso intenzionale dello stereotipo: il Medioevo evocato per fabbricare radici, identità etniche, miti nazionali, ascendenze nobili e autoassoluzioni del presente. Dall’altro, forse più insidiosa, c’è l’eredità di una divulgazione vecchia, spesso scolastica, che ha continuato a ripetere stereotipi ormai smentiti dalla ricerca, come la piramide feudale, la curtis chiusa e autosufficiente, il mondo immobile del baratto, le sterminate schiere di servi della gleba, la città come luogo automatico del progresso e la campagna come deposito dell’arretratezza. Il libro procede allora con un paziente lavoro di sgombero: toglie di mezzo detriti, immagini facili, cliché consolidati per tentare di restituire al Medioevo non la sua vera natura, cosa va da sé impossibile, ma qualcosa di più suggestivo e stringente, ossia il profilo di una società mobile, contraddittoria, stratificata, percorsa da conflitti, adattamenti, metamorfosi, processi innovativi. E soprattutto mostra che molti dei cosiddetti “residui medievali” non sono affatto medievali, ma prodotti più tardi, moderni o addirittura contemporanei.
Fig.1: Stereotipi duri a morire: “Nel 2004 il quotidiano “la Repubblica” mise in distribuzione una riedizione di "La storia", pubblicata dalla UTET negli anni Ottanta del Novecento; i nuovi curatori aggiunsero l’immagine della piramide feudale [questa, ndr.] a fianco di mie pagine in cui se ne negava l’esistenza” (Sergi, p. XII, nota 11).Baratto o mercato?
Ma il punto forse più interessante del libro, certamente quello più fecondo, è che la demolizione degli stereotipi passa in gran parte attraverso l’economia. Sergi sa bene che nessuna falsa immagine del Medioevo ha avuto più fortuna di quella di un mondo chiuso, senza mercato, senza moneta, senza scambi, dominato da grandi aziende autosufficienti e da contadini inchiodati alla terra. E invece proprio il capitolo decisivo, significativamente intitolato Baratto o mercato?, ribalta con nettezza questa costruzione: la moneta non scompare, i mercati settimanali esistono, la piccola proprietà non è affatto cancellata, le città sopravvivono, la rete delle comunicazioni, pur ridotta rispetto all’età romana, continua a funzionare. Non siamo dentro una natura economica muta e compatta, ma in un sistema assai più fluido, dove canoni in natura, versamenti in denaro, corvées, rapporti contrattuali e possibilità di scambio convivono variamente, senza obbedire allo schema scolastico di un passaggio lineare dal “naturale” al “monetario”. Qui Sergi tocca un nervo essenziale: l’economia medievale non è l’infanzia rozza dell’economia moderna, ma una costellazione variamente complessa di pratiche, opportunità, adattamenti locali.
Per finirla coi servi della gleba
Lo stesso accade sul terreno del lavoro rurale. Anche qui il libro spezza un’immagine sedimentata: quella dei servi della gleba come massa indistinta e compatta, tutta egualmente oppressa e giuridicamente inchiodata al suolo. Sergi mostra invece una realtà molto più articolata, in cui la distinzione fra dominicum e massaricium, fra manodopera servile e libera, non produce mai un quadro rigido, ma una gamma mobile di condizioni, contratti, dipendenze, margini di autonomia. Persino il contadino medievale, troppo spesso ridotto a figura senza volto, riacquista in queste pagine un suo profilo, una sua capacità di iniziativa economica, talvolta persino di piccolo vantaggio, di espansione abusiva del coltivo, di negoziazione materiale con i limiti del sistema. Non è un dettaglio. Significa che il Medioevo economico non è affatto il regno dell’immobilità, ma uno spazio in cui poteri signorili, famiglie contadine, forme della rendita e circuiti di mercato si ridefiniscono continuamente. Anche per questo l’idea stessa di “servi della gleba”, osserva Sergi, è in larga misura una categoria storiografica ottocentesca, più utile a semplificare che a capire.
I Comuni non sono il trionfo della borghesia
Persino i Comuni, troppo spesso narrati come il trionfo limpido e borghese del progresso sulla campagna feudale, vengono restituiti alla loro verità più concreta. Le città non sono solo il laboratorio del mercante e del banchiere; sono anche sedi vescovili, centri di corti, luoghi in cui si rielaborano materiali politici e sociali provenienti dal mondo signorile e rurale. Il comune stesso, lungi dall’essere una pura emancipazione civica, diventa spesso signore collettivo del contado. In altre parole, Sergi ci obbliga a comprendere che la storia economica e politica del Medioevo non procede mai per sostituzioni nette, ma per sovrapposizioni, ibridazioni, riusi. È questo, in fondo, il cuore del suo libro: la critica dello stereotipo non nasce da una difesa sentimentale del Medioevo, ma dalla restituzione della sua densità storica. E questa densità, più che in altri luoghi, emerge proprio nei rapporti economici: nella moneta che circola, nei mercati che resistono, nelle forme del lavoro che si differenziano, nelle città che assorbono e rilanciano la ricchezza, nelle campagne che non sono mai un deserto sociale.
Per questo Stiamo tornando al Medioevo è un libro utile, persino necessario. Non solo perché corregge errori antichi, ma perché ci ricorda una verità elementare che oggi si fatica ad accettare: quando la storia viene semplificata, quasi sempre viene anche maldestramente adoperata. E il Medioevo, più di ogni altra età, continua a essere usato contro sé stesso. Sergi lo sottrae a questa caricatura. E, così facendo, non salva solo un’epoca: salva il metodo storico.