di Pino Bruno

Immagine1 La manipolazione dell'informazione non è una degenerazione esclusiva del nostro tempo, né dei conflitti degli ultimi anni, mesi, settimane, giorni. È un elemento intrinseco alla natura umana e alle dinamiche di potere. Quando Ottaviano orchestrò una campagna di slogan denigratori incisi sulle monete per screditare Marco Antonio, stava già combattendo una guerra cognitiva ante litteram. Negli anni Trenta, l'apparato staliniano faceva letteralmente sparire dalle fotografie ufficiali i dirigenti del partito caduti in disgrazia. Un decennio più tardi, la propaganda fascista rimuoveva lo stalliere dalla celebre foto di Mussolini a cavallo, restituendo l'immagine artefatta di un condottiero eroico e solitario. Falsificazioni artigianali, certo, ma già pienamente efficaci nel loro intento: riscrivere il presente per controllare il futuro.

Oggi, tuttavia, non ci troviamo più di fronte a semplici alterazioni analogiche. La convergenza tra conflitti armati, reti sociali e Intelligenza Artificiale Generativa ci ha proiettato in un'era inedita: l'epoca della guerra cognitiva. Una forma di conflitto ibrido che mira a frammentare le società, polarizzare le comunità e logorare le menti, operando non sui campi di battaglia tradizionali ma nei circuiti neurali e algoritmici delle masse. L'UNESCO ha definito questa crisi globale "disordine dell'informazione", distinguendo tra misinformazione (diffusione involontaria di falsità), disinformazione (menzogna diffusa con dolo) e malinformazione (uso strumentale di dati reali per recare danno). In scenari come l'Ucraina, Gaza e il recente conflitto in Iran, questo disordine non è accidentale: è un'arma sapientemente manovrata da apparati statali.

 

Immagine2 La propaganda generativa e i nuovi paradigmi del conflitto

Con l'invasione russa dell'Ucraina si è assottigliata la linea di demarcazione tra guerra "tipica", combattuta da eserciti su territori definiti, e guerra "atipica", come la War on Terror post-11 settembre. L'algoritmo è diventato a tutti gli effetti un decisore tecnologico. Mentre nella caccia al terrorismo la tecnologia aveva finalità prevalentemente operative (droni, uccisioni mirate, sorveglianza di massa), nei conflitti contemporanei in Europa e in Medio Oriente l'IA ha assunto un ruolo prettamente cognitivo e informativo.

Siamo entrati nell'era della "propaganda generativa": attori statali, campagne politiche, gruppi di hacker come NoName057(16) e vere e proprie fabbriche di contenuti utilizzano l'IA per persuadere e distorcere la realtà su scala industriale. La tassonomia è complessa e in espansione. Non esistono solo i deepfake, contenuti falsi con origini occulte.

Immagine3 Ci sono i soft fake, immagini ritoccate per promuovere un leader; gli auth fake, video manipolati e autorizzati dagli stessi candidati per superare barriere linguistiche; i deep roast, satira generata dall'IA per ridicolizzare l'avversario. A questi si aggiunge il cosiddetto AIPasta: l'uso dell'intelligenza artificiale per generare infinite variazioni testuali di una stessa menzogna, eludendo i filtri dei fact-checker e inondando i social media con l'illusione di un falso consenso popolare. Il vero vantaggio per gli apparati statali non è il fotorealismo perfetto, ma il guadagno di efficienza: abbattimento dei costi, scalabilità, capacità di operare in lingue straniere, saturazione dello spazio pubblico.

 

Immagine4 Il caso Nord Stream: l'infrastruttura nell'ombra del sabotaggio

L'apice della convergenza tra guerra fisica e guerra dell'informazione si materializza nel caso dei gasdotti Nord Stream 1 e 2, sabotati il 26 settembre 2022 nel Mar Baltico. L'evento, il più grave attacco alle infrastrutture critiche europee dalla Seconda guerra mondiale, dimostra come la nebbia della guerra sia oggi amplificata dalla disinformazione. In quel giorno di settembre i sismografi registrarono eventi inequivocabili: esplosioni sottomarine in grado di squarciare acciaio e cemento, generando crateri di venti metri cubi. Le stime indicano cariche pari a 500-750 chilogrammi di tritolo, fatte brillare a oltre settanta metri di profondità. L'impatto ambientale fu devastante: il rilascio di metano equivalse a un terzo delle emissioni annuali dell'intera Danimarca.

Eppure, lo spazio cognitivo fu immediatamente inondato da speculazioni, depistaggi e accuse incrociate. Gli USA puntavano il dito contro Mosca; la Russia accusava Washington e Londra; Seymour Hersh, premio Pulitzer per il giornalismo, costruiva un'inchiesta, fortemente contestata, che incolpava la CIA. Svezia e Danimarca chiusero le loro indagini nel febbraio 2024 senza indicare un colpevole. A diradare in parte la cortina fumogena è stata la magistratura tedesca, che ha puntato il dito contro sabotatori legati all'Ucraina, i quali avrebbero utilizzato il panfilo Andromeda, affittato a Rostock, per piazzare gli esplosivi. Nell'agosto 2025 è stato arrestato in Italia il cittadino ucraino Serhii K., ex membro delle forze speciali di Kiev, su mandato europeo di Berlino. Pochi mesi dopo, un secondo sospettato è stato fermato in Polonia. Il caso Nord Stream è l'emblema di come, senza giornalismo rigoroso, un atto di guerra fisica rischi di essere fagocitato dal relativismo e dalla propaganda di Stato.

 

Immagine5 L'illusione dell'onniscienza: la tragedia dell'Iran e l'AI slop

Se il Nord Stream ha dimostrato la vulnerabilità delle infrastrutture sottomarine, il conflitto scoppiato nel marzo 2026 contro l'Iran ha evidenziato un pericolo più oscuro: l'IA generativa che non solo crea falsi, ma nega la realtà. Il web è stato sommerso dalla cosiddetta AI slop, spazzatura generata artificialmente: dalle finte immagini satellitari diffuse dal Tehran Times, che mostravano presunti radar statunitensi distrutti in Qatar, fino a un caso che rappresenta un macabro punto di non ritorno storiografico. Un'immagine atroce e veritiera, raffigurante dozzine di fosse comuni appena scavate nel cimitero di Minab, destinate alle studentesse vittime di un bombardamento, è diventata virale. Interpellati per verificarne l'autenticità, i moderni oracoli dell'IA - Grok di X e Gemini di Google - hanno categoricamente dichiarato che la foto fosse falsa, attribuendole un finto contesto: le fosse comuni del Covid in Indonesia nel 2021, il terremoto in Turchia. Con toni suadenti e perentori, i chatbot hanno ingannato milioni di utenti.

Immagine6 L'IA non "capisce" la verità, ma calcola probabilità: nel caso di Minab, ha scambiato le fosse comuni reali per vecchi archivi del Covid o di terremoti passati. Invece di verificare i fatti, l'algoritmo ha "allucinato" una smentita basata su statistiche errate, trasformando una tragedia documentata in un falso storico. Questo segna un punto di non ritorno macabro. Affidarsi ciecamente alle chatbot significa rischiare di cancellare le prove dei crimini di guerra e la memoria stessa delle vittime. È il paradosso della propaganda generativa, dove la realtà affoga sotto una montagna di spazzatura digitale. Oggi la sfida della Storia è tutta qui. Imparare a distinguere i fatti nudi dai calcoli probabilistici di una macchina.

 

Immagine7 La guerra in modalità incognito: censura e controllo narrativo nel Golfo

Se l'IA nega la realtà per difetto di progettazione, i governi del Golfo Persico la negano per decreto. Dall'inizio dei bombardamenti iraniani di rappresaglia, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein e il Kuwait hanno attivato un apparato di censura capillare, invitando cittadini, residenti e organi di informazione a minimizzare gli effetti degli attacchi. Negli Emirati, il Procuratore Generale ha vietato la pubblicazione di immagini, video o informazioni relative ai siti colpiti dai missili. La legge sui cybercrimini prevede un minimo di due anni di carcere e multe fino a 200.000 dirham (circa 54.000 dollari) per chi diffonde contenuti ritenuti lesivi della sicurezza pubblica. Alla data del 13 marzo 2026, almeno 66 persone risultavano incriminate nei soli Emirati: 21 a Dubai, 45 ad Abu Dhabi. Tra loro un turista britannico sessantenne, arrestato per aver filmato un missile in transito sopra Dubai e incriminato nonostante avesse cancellato il video su richiesta della polizia; uno studente indiano dell'Università di Dubai; una collaboratrice domestica filippina fermata vicino al Burj Al Arab per aver scattato una foto. In Qatar, oltre 300 persone sono state fermate per aver condiviso immagini degli attacchi.

La macchina del consenso non si limita alla repressione. Decine di influencer residenti a Dubai - legati al programma governativo "Creators HQ" che offre visti agevolati ai creatori di contenuti - hanno simultaneamente pubblicato post rassicuranti, con messaggi quasi identici: "Vivi a Dubai, hai paura? No, perché so chi ci protegge". Die Welt ha riportato che alcuni di loro avrebbero ricevuto indicazioni dirette dalle autorità su cosa non pubblicare. L'imprenditore emiratino Khalaf Al Habtoor, tra le pochissime voci critiche, ha rimosso un post su Facebook in cui contestava il coinvolgimento del Golfo nella guerra. Reporters Sans Frontières ha denunciato il fenomeno come un "modello regionale coordinato": dai media office dei singoli emirati (Dubai, Abu Dhabi, Sharjah, Ajman, Ras al-Khaimah, Fujairah) fino alle compagnie aeree nazionali, tutti i canali ufficiali hanno diffuso una narrazione calibrata per proteggere l'immagine di hub sicuro e attrattivo. Il risultato è un cortocircuito storiografico: mentre l'Iran bombarda e i detriti cadono sulle aree residenziali, la cronaca viene sequestrata dallo Stato, i testimoni oculari sono criminalizzati e l'unica versione disponibile è quella istituzionale.

 

Non solo Trump

Sarebbe miope - e intellettualmente disonesto - ridurre la fabbrica della disinformazione a un solo attore. Donald Trump ha certamente elevato la menzogna a metodo di governo, dalla negazione sistematica dei fatti alla delegittimazione della stampa come "nemico del popolo". Ma il panorama dei manipolatori è vasto e trasversale a ogni schieramento.

Vladimir Putin ha perfezionato in due decenni un apparato di guerra informativa che va dalla Internet Research Agency di San Pietroburgo alle campagne di interferenza elettorale documentate dall'indagine Mueller e dal rapporto EU DisinfoLab su Doppelganger, fino all'uso dei media statali Russia Today e Sputnik come strumenti di proiezione narrativa nei Paesi non allineati, dove conservano ampia diffusione.

Benjamin Netanyahu ha costruito una narrazione bellica fondata sulla saturazione mediatica, sul controllo dell'accesso giornalistico a Gaza - dove il Committee to Protect Journalists ha documentato il più alto numero di reporter uccisi in un singolo conflitto - e sulla minimizzazione sistematica delle vittime civili palestinesi. Le cifre dei morti a Gaza diffuse dalle autorità israeliane sono state costantemente inferiori a quelle riportate dal Ministero della Salute palestinese, dall'OMS e dalle agenzie ONU sul campo, mentre la violenza dei coloni e le operazioni militari in Cisgiordania sono state relegate a margine della comunicazione ufficiale, presentate come azioni di sicurezza circoscritte anche quando i dati di OCHA documentavano un'escalation senza precedenti di demolizioni, sfollamenti forzati e uccisioni di civili.

Volodymyr Zelensky, leader di un Paese aggredito e figura di indubbia resistenza, non è immune dalla propaganda di guerra. La comunicazione ucraina ha fatto ricorso a immagini fuori contesto, cifre gonfiate e narrazioni semplificate funzionali alla mobilitazione internazionale. Ma ci sono casi più gravi della semplificazione retorica. Al sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, come ricostruito in queste pagine, si aggiungono gli attacchi della marina ucraina contro petroliere della flotta ombra russa in acque internazionali. Operazioni rivendicate come atti di legittima difesa economica contro l'elusione delle sanzioni, ma che sul piano della comunicazione sono state sistematicamente minimizzate o presentate in modo selettivo, omettendo i rischi ambientali e le implicazioni per il diritto marittimo internazionale.

In Europa, Viktor Orbán ha trasformato l'ecosistema mediatico ungherese in una cassa di risonanza governativa, mentre in Francia, Italia e Regno Unito la retorica populista ha normalizzato l'uso strumentale della disinformazione nel dibattito pubblico. In Cina, l'apparato di censura e propaganda del Partito Comunista opera su scala continentale attraverso il Great Firewall, le campagne coordinate su WeChat e TikTok e l'esportazione di modelli narrativi nei Paesi del Sud globale. In India, il governo Modi ha utilizzato le reti WhatsApp come vettore di disinformazione elettorale di massa. La menzogna organizzata non ha colore politico né confini geografici. È lo strumento di chiunque detenga o ambisca al potere e consideri la verità un ostacolo.

 

Immagine8 Giornalismo etico e fact-checking: l'ultima linea di difesa

Di fronte all'impiego della menzogna come arma da parte degli apparati statali e alla censura sistematica come strumento di governo, la democrazia e la Storia necessitano di difese immunitarie. Se la disinformazione agisce come un virus che distrugge la capacità di giudizio delle masse, la cura non può essere affidata a giornalisti-cittadini improvvisati, né demandata esclusivamente ai giganti del web.
C'è un bisogno vitale di buon giornalismo, di professionisti formati, di etica e metodo. Paradossalmente, la stessa IA può diventare un prezioso alleato: la tecnologia offre strumenti avanzati per la ricerca inversa delle immagini, per l'analisi dei big data e per scovare le manipolazioni sintetiche. I giornalisti e gli storici devono però mantenere il monopolio del giudizio critico, del dubbio sistematico e dell'approfondimento sulle fonti primarie. La trasparenza, come ha osservato il filosofo e saggista statunitense David Weinberger, è la "nuova oggettività". Svelare il metodo, ammettere l'errore, spiegare al lettore come si sa una determinata cosa è l'unico modo per ricostruire la fiducia in un'epoca in cui le emozioni digitali corrodono la ragione.

La Storia del domani dipenderà dalla nostra capacità odierna di separare i fatti dalle allucinazioni algoritmiche. Lo aveva intuito George Bernard Shaw nel 1891: "Il castigo del bugiardo non è quello di non essere creduto, ma il fatto che non può credere a nessun altro". Nell'era della guerra cognitiva, questo castigo rischia di diventare collettivo.

 

Immagine9 Appendice: Smascherare l'allucinazione

Per smascherare le allucinazioni algoritmiche, il giornalista deve analizzare i metadati EXIF e i certificati C2PA tramite software di analisi forense (InVID, Forensically, FotoForensics) e di ricerca inversa (RevEye, Google Lens). Questi strumenti permettono di individuare tracce di generazione sintetica o discrepanze geografiche, ricostruendo la "biografia" digitale di ogni scatto. Tale verifica tecnica, unita al dubbio sistematico sulle fonti primarie, resta l'ultimo baluardo contro il relativismo della propaganda e il rischio di oscurare la verità storica.

 

Fonti e riferimenti bibliografici

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• RSF, «Censored war: the crackdown on journalists is intensifying from the Gulf to Jordan», marzo 2026.
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• CBS News, «Tourists, expats and influencers detained in UAE over digital content showing Iran war impacts», marzo 2026.
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• Al Manassa, «The Gulf war in incognito mode», marzo 2026.
• New Lines Magazine, «Emirati Billionaire Questions Iran War as Dubai Influencers Shape Public Narrative», marzo 2026.
• Janes Defence, «Iran conflict 2026: Ballistic missile attacks on UAE remain steady», 17 marzo 2026.
• Breaking Defense, «UAE fights off outsized share of Iranian attacks, pulls back on sharing interception rates», marzo 2026.

 

Pino Bruno, giornalista e scrittore, è editorialista del Corriere del Mezzogiorno, dorso pugliese del Corriere della Sera. Vive tra Bari e Copenhagen. È stato inviato di guerra per la Rai in Iraq, Somalia e Balcani, ha fatto il cronista per l'Ansa e diretto l'edizione italiana di Tom's Hardware. Ha pubblicato saggi su cultura digitale e innovazione tecnologica per Mondadori Informatica e Sperling & Kupfer.

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