didattica della memoria

  • di Daniele Boschi

    Statua di Jefferson Davis1. La statua di Jefferson Davis, presidente degli Stati Confederati d’America, a Richmond (Virginia). È una delle tante statue buttate giù dai manifestanti nello scorso mese di giugno sull’onda del Black Live Matters. (Fonte)

    1. IL DIBATTITO ITALIANO

    Il passato non si cancella, si studia

    I principali organi di stampa italiani hanno pubblicato articoli che esprimevano critiche alquanto aspre, o almeno forti perplessità, sulla furia iconoclasta scatenatasi negli Usa e in altri paesi dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis lo scorso 25 maggio. “Abbattono le statue e non i propri cervelli. Gli anti-razzisti cancellano la storia”, titolava ad esempio il quotidiano “Libero” lo scorso 12 giugno, introducendo un lungo articolo in cui Renato Farina deplorava “l’onda della purificazione politically correct” che, non trovando argini o dighe, rischierebbe di travolgere gran parte della tradizione e del patrimonio culturale dell’Occidente. Gli faceva eco quel giorno stesso sul “Corriere della Sera” Pierluigi Battista, deprecando l’ossessione di rendere puro il passato, che – a suo dire - spinge non soltanto ad abbattere o ad imbrattare statue come quelle di Cristoforo Colombo e di Winston Churchill, ma anche a mettere sotto accusa un film come Via col vento e a censurare Dante, Shakespeare e Bizet in quanto autori politicamente scorretti. Pochi giorni dopo, sul “Messaggero” del 20 giugno, Carlo Nordio, prendendo spunto dagli attacchi alle targhe di via dell’Amba Aradam e al busto del generale Baldissera a Roma, arrivava all’agghiacciante conclusione che “l’intero Occidente rischia di perdersi nella sua smania di autodissoluzione”.

    Più moderate e riflessive, ma comunque critiche, erano le opinioni espresse sul quotidiano “La Repubblica” da Marco Belpoliti (l’11 giugno 2020) e da Benedetta Tobagi (il successivo 13 giugno). Il primo affermava che “l'opera di cancellazione della storia è sempre un pericolo” e che “la storia del passato si studia e s'insegna, mentre nel presente è solo la lotta politica che serve a cambiare lo stato delle cose”. La seconda sosteneva che “è possibile scansare gli eccessi del politicamente corretto e incanalare l'ardore demolitorio, salvando le capre della storia e i cavoli della sacrosanta protesta, creando, per di più, luoghi di memoria ‘dinamici’ nelle nostre città”. In che modo? Per esempio, accogliendo il suggerimento di Banksy di rimettere al suo posto la statua dello schiavista Edward Colston, integrandola con il gesto del suo abbattimento.

    Bozzetto di Bansky2. Il bozzetto con il quale Banksy ha illustrato la sua proposta di rimettere in piedi la statua di Edward Colston (abbattuta a Bristol lo scorso 7 giugno), collocando attorno ad essa alcune statue di manifestanti raffigurati nell’atto di tirar giù lo schiavista inglese con delle corde. (Fonte)

    Gli attacchi alle statue spingono l’Occidente a fare i conti con il proprio passato

    Per trovare commenti che manifestano aperta simpatia e condivisione per gli attacchi alle statue bisogna allontanarsi dagli organi di stampa mainstream.

    Per esempio, sull’ “Internazionale” la scrittrice Silvia Ballestra ha spiegato (il 16 giugno 2020) le ragioni per cui, a suo avviso, Indro Montanelli non merita la statua che gli è stata dedicata a Milano (e che era stata imbrattata qualche giorno prima), mentre il giorno seguente la sociologa Francesca Coin ha sottolineato con forza che “la lotta iconoclasta sta costringendo la società occidentale a fare i conti con il razzismo strutturale della sua storia”.

    Sul “Manifesto” (12/06/2020), Alessandro Portelli ha messo in evidenza che una statua, un obelisco, il nome di una strada o di una piazza non servono a ricordare che una persona è esistita, ma a celebrarla; le ragioni per cui negli USA si vogliono rimuovere le statue dei Confederati sono le stesse per le quali noi non dovremmo tollerare l’obelisco che proclama “Mussolini Dux” ai Fori Imperiali. La memoria storica non è in pericolo: in Germania non ci sono statue di Hitler, ma tutti se lo ricordano benissimo.

    Infine, sull’ “Avvenire” (11/06/2020) Franco Cardini ha auspicato che gli attacchi alle statue di Leopoldo II in Belgio e di Winston Churchill nel Regno Unito spingano finalmente a ricordare i molti crimini commessi dall’Occidente colonialista e schiavista: “troppo comodo sarebbe, anche nelle scuole, continuar a condannare genericamente il colonialismo senza conoscerlo e senza studiarlo, fingendo di non sapere che esso fu parte della marcia verso il 'progresso' e l’arricchimento dell’Europa liberista”. E ha aggiunto: “attenzione, non è 'revisionismo'. È puramente e semplicemente revisione alla luce di criteri di approfondimento e di lucidità. Perché se la storia non è revisione – vale a dire esame e verifica continua del passato alla luce del presente e in funzione del futuro –, allora non è nulla”.

    2. LA “GUERRA DELLE STATUE” NEGLI USA

    Come molti commentatori hanno sottolineato, gli attacchi alle statue e ad altri simboli del retaggio colonialista e schiavista dell’Occidente non sono un fatto nuovo, né lo sono, per conseguenza, le discussioni, le riflessioni e le polemiche attorno a questo fenomeno.

    Non essendo possibile in questo articolo ricostruire l’intero dibattito avvenuto su scala globale negli ultimi anni, circoscriverò la mia analisi agli Stati Uniti d’America, che sono il paese occidentale nel quale la recente ondata iconoclasta ha assunto le dimensioni più ampie. Ritengo comunque che, sebbene ogni nazione abbia un rapporto diverso col proprio passato, il dibattito statunitense sulla “guerra delle statue” sia, sotto vari aspetti, paradigmatico, in quanto molte delle opinioni e delle problematiche che in esso sono emerse trovano ampio riscontro, fatte le debite differenze, anche in Europa e in altre nazioni dell’Occidente.

    Alcuni fatti: la battaglia contro i simboli dei Confederati

    È opportuno anzitutto rievocare alcuni fatti accaduti negli Stati Uniti negli ultimi anni (Ringrazio Steven C. Hughes, professore emerito di Storia moderna al Loyola College nel Maryland, per avermi aiutato a comprendere il dibattito in corso tra gli storici statunitensi).

    Secondo la ricostruzione fatta dal “Southern Poverty Law Centre” (SPLC) la battaglia per rimuovere bandiere, statue e altri simboli degli Stati Confederati d’America ha preso piede negli USA dopo il massacro di nove afro-americani avvenuto a Charleston il 17 giugno del 2015. Infatti, quando sui media cominciarono ad apparire le foto in cui l’assassino, il suprematista bianco Dylann Roof, faceva bella mostra della bandiera della Confederazione, si sviluppò un movimento che mirava ad ottenere la rimozione di quella bandiera dagli spazi pubblici.

    Subito dopo l’attenzione si rivolse anche ad altri simboli della Confederazione, a cominciare dalle statue e dai monumenti dedicati a generali e soldati che militarono contro l’Unione nella guerra civile degli anni 1861-65. Divenne presto evidente che il territorio degli Stati Uniti, soprattutto nel Sud, era costellato di centinaia di simboli della Confederazione: non soltanto bandiere e monumenti, ma anche nomi di strade, parchi, scuole, città e contee, basi militari.

    La campagna contro i simboli dei Confederati riscosse subito alcuni successi, ma generò al tempo stesso una forte reazione da parte di gruppi di estrema destra e altri nostalgici, che organizzarono per protesta centinaia di rallies, tra i quali quello tristemente famoso di Charlottesville nell’agosto del 2017, nel corso del quale un suprematista bianco, James Alex Fields Jr., lanciò la sua auto contro una folla radunatasi per una contromanifestazione, uccidendo una donna e ferendo altre diciannove persone.

    Dal 2015 ad oggi oltre un centinaio di simboli dei Confederati sono stati cancellati o rimossi. In particolare oltre ottanta statue sono state tolte di mezzo, delle quali ben 36 nel 2017 e almeno 30 dopo l’uccisione di George Floyd. Ma oltre 700 monumenti e centinaia di altri simboli sono ancora là dov’erano cinque anni fa e la questione, quindi, non è affatto conclusa.

    “You can’t change history”

    I fatti che ho rievocato hanno suscitato, com’è naturale, un ampio dibattito.

    Occorre ricordare che il raduno di Charlottesville dell’11 e 12 agosto del 2017 era stato organizzato da vari gruppi di estrema destra per protestare contro la decisione del consiglio municipale di rimuovere la statua del generale confederato Robert E. Lee da un parco cittadino. Ci furono scontri tra questi gruppi e le persone accorse per una contro-manifestazione e, come ho già ricordato, un suprematista bianco uccise una donna e ferì altre diciannove persone.

    La statua equestre di Robert E. Lee3. La statua equestre di Robert E. Lee a Charlottesville (Virginia). La decisione di rimuoverla fu all’origine del raduno dell’11 e 12 agosto 2017, durante il quale una manifestante venne uccisa. (Fonte)

    Le polemiche che allora scoppiarono furono in gran parte provocate dalle dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale - deprecando i fatti accaduti – condannò l’odio, il fanatismo e la violenza provenienti “da molte parti”, mettendo dunque sullo stesso piano i due opposti gruppi di manifestanti. Questo commento di Trump fu subito oggetto di dure critiche e il Presidente fu costretto a precisarne il significato con una esplicita condanna del Ku Klux Klan, dei neo-nazisti e dei suprematisti bianchi.

    Trump intervenne poi altre volte sulla stessa questione suscitando ulteriori polemiche. In particolare il Presidente criticò la rimozione delle statue dei Confederati, chiedendosi se, dopo l’abbattimento delle statue del generale Robert E. Lee, anche quelle di George Washington e di Thomas Jefferson, entrambi proprietari di schiavi, non avrebbero fatto la stessa fine. Rimuovere queste statue – osservò – significava cambiare o cancellare la storia e la cultura degli Stati Uniti.

    In un tweet poi spesso citato, Trump si espresse con queste parole:

    “… can't change history, but you can learn from it. Robert E. Lee, Stonewall Jackson - who's next, Washington, Jefferson? So foolish!”.

    Il passato non cambia, ma cambia il modo di interpretarlo

    Ma i fatti di Charlottesville segnarono un momento di svolta nel dibattito pubblico non solo per la reazione di Trump, ma anche e soprattutto perché essi sollecitarono un autorevole intervento della American Historical Association (AHA). Prendendo spunto proprio dalle parole del Presidente, nell’agosto del 2017 la AHA prese pubblicamente una posizione molto chiara sulla rimozione dei monumenti dei Confederati, con una dichiarazione (Statement), alla quale poi aderirono molte altre società storiche.

    In questo documento – per molti aspetti paradigmatico – la AHA affermò anzitutto che rimuovere un monumento, o cambiare il nome di una scuola o di una strada, non significa cancellare la storia, ma modificare il modo di interpretarla:

    “Un monumento – si legge nello Statement - non è “la Storia”; un monumento commemora un aspetto della storia e rappresenta un momento del passato in cui, per effetto di una decisione pubblica o privata, si è stabilito chi sarebbe stato celebrato negli spazi pubblici di una comunità” (le traduzioni di questo e degli altri brani sono mie).

    La AHA ricordò che gran parte dei monumenti dedicati ai Confederati non furono costruiti subito dopo la Guerra civile, ma molto tempo dopo; e che l’erezione di quei monumenti è l’espressione dello spirito di rivalsa degli Stati del Sud, che dapprima – alla fine dell’800 – segregarono i neri impedendo loro di godere appieno dei benefici dell’emancipazione; e poi - negli anni ’50 e ’60 del ‘900 - lottarono contro il movimento per i diritti civili degli afroamericani. Rimuovere i monumenti dei Confederati non significa voler ‘cambiare’ o ‘cancellare’ la storia, ma soltanto decidere che quei personaggi non sono più considerati degni di essere celebrati pubblicamente.

    Infine, secondo la AHA, la decisione di rimuovere le statue dei Confederati non avrebbe aperto necessariamente la strada verso la rimozione dei monumenti dedicati ai fondatori della nazione, agli ex-presidenti o ad altre figure storiche, certamente non esenti da qualsiasi colpa o difetto. “George Washington – si legge ancora nello Statement - era un proprietario di schiavi, ma il monumento a Washington esiste per celebrare il suo contributo alla costruzione di una nazione”. La sua figura, così come quelle di altri padri fondatori, può essere discussa, ma il dibattito pubblico attorno ai monumenti celebrativi non deve essere sviato da false analogie.

    I monumenti sono la storia

    Nel dibattito che si è svolto negli Stati Uniti a partire dal 2015 (per il quale rimando all’ampia bibliografia pubblicata dalla AHA), la maggior parte degli storici si è schierata su posizioni molto vicine a quella ufficiale della American Historical Association. Non sono mancate tuttavia alcune voci di dissenso, tra le quali vi è stata quella di David Lowenthal.

    Assumendo una posizione diametralmente opposta a quella della AHA, Lowenthal affermò (in una lettera pubblicata il 1° novembre 2017) che “i monumenti sono la Storia” e che la loro rimozione facilita un orwelliano travisamento del passato. Inoltre, contestò l’affermazione che i fondatori della nazione americana siano figure imperfette e non prive di difetti. Che diritto hanno gli storici di oggi di giudicare i proprietari di schiavi del XVIII secolo usando criteri etici diversi da quelli allora prevalenti? Anche le ingiustizie del mondo attuale faranno indignare le generazioni future. Secondo Lowenthal noi dobbiamo conservare anche i monumenti che offendono i nostri sentimenti, proprio perché essi offrono una evidente testimonianza dei pregiudizi e della diversa mentalità degli uomini del passato.

    È utile osservare che le argomentazioni proposte da Donald Trump, dalla AHA e da David Lowenthal sono, in qualche misura, paradigmatiche, perché ricorrono anche in altri contesti. Nel dibattito sulla “guerra delle statue” vi sono - non solo negli Stati Uniti - da una parte coloro che ritengono che esse siano soprattutto monumenti celebrativi e che sia naturale e opportuno rimuoverle quando muta il contesto politico e culturale e i personaggi raffigurati non sono più ritenuti degni di ammirazione. Dall’altra parte, vi è invece chi ritiene che sia sbagliato giudicare uomini ed eventi del passato sulla base dei valori etici e politici del nostro tempo e che le statue ed altri monumenti siano parte integrante della memoria storica e dell’eredità culturale di una comunità, che verrebbe quindi indebolita o mutilata dalla loro rimozione.

    Ricontestualizzare i monumenti piuttosto che rimuoverli

    Tra la rimozione e la conservazione dei monumenti dedicati a personaggi storici controversi esiste tuttavia anche una via di mezzo: lasciare le statue contestate là dove sono, aggiungendo targhe, pannelli esplicativi o altri monumenti, che aiutino gli osservatori a reinterpretare quelle opere e a collocarle in una prospettiva storica ed etico-politica diversa da quella originaria.

    Specialmente nelle prime fasi del dibattito sui simboli dei Confederati, questa terza via è stata più volte evocata dagli storici. Ad esempio, già nell’agosto del 2015, due mesi dopo la strage di Charleston, Günter Bischof, portando come esempio il Memento Park di Budapest, dove sono state ricollocate quarantadue statue dedicate a figure simbolo del comunismo, si era chiesto se una soluzione analoga non fosse proponibile anche per New Orleans:

    “Perché non raccogliere le statue del generale Lee e del generale Beauregard e ricollocarle in una sorta di parco a tema sugli eroi della Confederazione? Questo ‘Memento Park’ di New Orleans sui Confederati potrebbe essere collocato in un posto speciale all’interno del City Park, o forse, ancora meglio, da qualche parte lungo il lido settentrionale, dove c’è ancora molta nostalgia per i Confederati. Le persone che ammirano questi eroi della Confederazione potrebbero onorarli in questo parco. Ma i loro monumenti non adornerebbero più alcuni dei più importanti spazi pubblici nella città”.

    Qualche mese più tardi, in occasione del meeting annuale della AHA nel gennaio del 2016, si constatò che era più facile trovarsi d’accordo sul fatto che alcuni monumenti dei Confederati dovessero essere tolti di mezzo, che non decidere specificamente quali dovessero scomparire dagli spazi pubblici. In particolare, W. Fitzhugh Brundage, storico dell’Università del North Carolina, osservò che ci sono statue “che dovremmo rimuovere. E poi ci sono quelle che forse vorremmo reinterpretare. E poi ci sono quelle che probabilmente alla fine decideremo di tollerare”. E portò come esempio di queste ultime il bassorilievo di Stone Mountain, un monumento alla supremazia dei bianchi che difficilmente potrebbe essere demolito, o reinterpretato.

    Stone Mountain4. Il gigantesco bassorilievo dello Stone Mountain in Georgia, che raffigura Stonewall Jackson, Robert E. Lee e Jefferson Davis. (Fonte)

    Anche dopo i fatti di Charlottesville, alcuni storici proposero di ricontestualizzare i monumenti ai Confederati, piuttosto che spazzarli via. Per esempio, Gary W. Gallagher, interpellato da “HistoryNet” nell’ottobre del 2017, affermò che abbattere le statue può rappresentare un ostacolo alla comprensione del passato e può rendere più oscuri alcuni temi, periodi o movimenti storici. Sarebbe meglio aggiungere testi o altri monumenti accanto alle statue che vengono contestate. E portò come esempio proprio la statua equestre di Robert E. Lee a Charlottesville:

    “Lascerei la statua al suo posto, aggiungerei dei pannelli che illustrano la sua storia, darei un nuovo nome al parco e ordinerei la costruzione di un monumento in memoria degli oltre 250 uomini nati nella contea di Albemarle che militarono nei reparti delle United States Colored Troops. I visitatori di questo parco rinnovato potrebbero riflettere sul modo in cui diverse generazioni hanno commemorato il passato e sulla natura controversa della memoria storica”.

    Il dibattito si allarga: altre statue, nuove controversie

    Con l’ultima ondata di proteste scatenatasi dopo l’uccisione di George Floyd, la “guerra delle statue” negli USA ha assunto una dimensione più ampia, poiché ha coinvolto anche alcuni monumenti dedicati ai padri fondatori della nazione, Thomas Jefferson e George Washington, a un celeberrimo presidente come Theodore Roosevelt, e persino ai capi dell’Unione che sconfissero i Confederati, Ulysses S. Grant e Abraham Lincoln.

    Naturalmente i sostenitori di Trump affermano ora che il Presidente aveva ragione quando nel 2017 aveva previsto che dopo le statue dei Confederati anche quelle di Jefferson e di Washington sarebbero state presto contestate.

    Si potrebbe replicare che questi ulteriori attacchi sono episodi marginali, inevitabili eccessi di una lotta che ha come principale obiettivo quello di porre fine alle violenze e alle discriminazioni contro gli afro-americani.

    È un fatto però che il dibattito stesso si è molto ampliato: non soltanto esso si è esteso dai Confederati a molti altri personaggi controversi, ma riguarda ormai – assai più di prima - anche questioni di carattere generale, come la funzione dei monumenti nella formazione di una coscienza civica e il rapporto delle presenti e future generazioni con il passato e con la memoria storica.

    In difesa di Ulysses Grant e del Freedman’s memorial

    Alcuni storici sono intervenuti in difesa di singoli monumenti. Ad esempio, Chris Mackowski, in un articolo pubblicato il 23 giugno 2020, ha criticato l’abbattimento del busto di Uysses S. Grant nel Golden Gate Park di San Francisco e ha spiegato le ragioni per le quali esso dovrebbe essere rimesso al suo posto. Mackowski ha ricordato che Grant non fu soltanto il vincitore della guerra civile che pose fine alla schiavitù; fu anche, tra i presidenti degli Stati Uniti, il più convinto assertore dei diritti civili prima di Lyndon Johnson e si impegnò a fondo per la soppressione del Ku Klux Klan. Certamente Grant ebbe anche alcuni difetti, ma occorre riconoscere che le sue idee riguardo ai neri e agli ebrei maturarono nel corso del tempo.

    In un altro importante intervento sul “Washington Post” del 25 giugno 2020, David W. Blight, docente di storia a Yale, ha difeso appassionatamente l’Emancipation memorial, noto anche come Freedman’s memorial. Questo monumento, che si trova in Washington D.C., raffigura Abraham Lincoln nell’atto di liberare uno schiavo seminudo che si trova in ginocchio davanti a lui. Anche di questo memoriale è stata chiesta la rimozione, per il fatto che esso presenta l’emancipazione dei neri come una concessione dei bianchi, oscurando il contributo che gli stessi afro-americani diedero alla lotta per l’abolizione della schiavitù. “Considerate le persone che crearono quel monumento e che cosa esso significò per le loro vite in un secolo che non è il nostro”, ha ammonito Blight. Egli ha ammesso che il Freedman’s memorial propone una immagine razzista. Ma ha ricordato che i ventimila dollari necessari per la costruzione del monumento furono raccolti tra i neri; che gli afro-americani parteciparono in massa alla grandiosa cerimonia di inaugurazione il 14 aprile del 1876; e che in quella occasione Frederick Douglass pronunciò una straordinaria orazione nella quale, pur sottolineando i difetti e i limiti di Lincoln agli occhi dei neri, gli riconosceva il merito di aver contribuito in modo decisivo alla loro liberazione. Piuttosto che rimuovere il monumento, conclude Blight, sarebbe meglio affiancargliene un altro, che rappresenti la storia dell’emancipazione dei neri da una generazione all’altra, o magari una statua di Frederick Douglass nell’atto di pronunciare il suo splendido discorso.

    Freedman’s Memorial5. Emancipation Memorial (o Freedman’s Memorial ) in Washington D.C. (Fonte)

    “Erasing History or Making History?”

    A parte gli interventi relativi a singoli monumenti, gli storici statunitensi hanno affrontato anche questioni di carattere più generale. È quanto è accaduto nel webinar organizzato lo scorso 2 luglio dalla AHA sul tema Erasing History or Making History? Race, Racism, and the American Memorial Landscape. In quella occasione James Grossman, direttore della AHA, ha moderato un lungo e interessante dibattito tra Annette Gordon-Reed e David Blight (lo incontriamo di nuovo, ma non è un caso, perché è uno dei più importanti studiosi della guerra civile americana, è il direttore del “Gilder Lehrman Center for the Study of Slavery, Resistance, and Abolition” a Yale, ed ha recentemente pubblicato una monumentale biografia di Frederick Douglass, con la quale ha vinto il Pulitzer Prize in Storia nel 2019). Oggetto del confronto sono stati non soltanto i monumenti ai Confederati, ma anche quelli ai fondatori degli Stati Uniti, al padre francescano Junípero Serra, e poi di nuovo il Freedman’s memorial e diversi altri monumenti.

    Ma nel webinar sono stati affrontati anche interrogativi di più ampia portata: si possono o no stabilire dei criteri generali in base ai quali decidere se un monumento debba essere conservato o rimosso? a chi spetta prendere decisioni di questo tipo e con quale tipo di procedura? quali monumenti sono più efficaci nel coinvolgere i cittadini in una riflessione collettiva su personaggi ed eventi del passato? non sarebbe meglio, d’ora in avanti, costruire monumenti che celebrano valori comuni, piuttosto che individui nei quali supponiamo che quei valori si siano incarnati?

    Senza alcuna pretesa di riassumere l’intero contenuto di questa discussione, trovo indicativo dell’ampiezza ormai raggiunta dalla “guerra delle statue” il fatto che David Blight abbia ipotizzato l’istituzione di una apposita commissione da parte del Congresso degli Stati Uniti per decidere quali monumenti rimuovere e quali lasciare al loro posto negli spazi pubblici; e che James Grossman abbia suggerito che un processo deliberativo di questo tipo si possa ripetere ogni venticinque anni per dare modo ad ogni generazione di ridefinire il proprio rapporto con la storia. In ogni caso – ha osservato Blight - va tenuto presente che, mentre alcuni personaggi storici sono sicuramente indegni di essere celebrati, quasi nessuno è privo di macchie o difetti e non bisogna cedere alla tentazione di voler ‘purificare’ il passato, né lasciare che siano folle di manifestanti a decidere il futuro dei monumenti. Le condizioni ineludibili per decidere se conservare o rimuovere un monumento storico potrebbero essere le seguenti tre: un processo deliberativo; una reale conoscenza dei fatti storici; una buona dose di umiltà nel giudicare gli uomini del passato, sapendo che è nella natura degli uomini essere imperfetti.

    3. LA “GUERRA DELLE STATUE” E LA DIDATTICA DELLA STORIA

    Il dibattito suscitato dalla “guerra delle statue” è interessante anche per le implicazioni e le ricadute che ha, o potrebbe avere, a livello didattico.

    Da un lato, infatti, l’insegnamento della storia non può ignorare i diversi modi in cui il passato viene vissuto e raccontato nel presente; dall’altro lato, le controversie intorno ai monumenti dei grandi personaggi storici rappresentano un’occasione per sviluppare ricerche e dibattiti e per stimolare un approccio critico da parte degli studenti.

    Per quanto riguarda il primo aspetto, la “guerra delle statue” rappresenta un caso esemplare di uso politico della storia, che può essere oggetto di riflessione anche a livello scolastico. Infatti, come ha scritto Luigi Cajani su “Public History Weekly” (03/05/2018), gli usi politici della storia sono ormai diventati, a livello internazionale, “un fenomeno di dimensioni tali che ne rendono ineludibile la conoscenza critica per i futuri cittadini”. Si tratta cioè di un aspetto del complesso rapporto tra passato e presente che non può più essere trascurato da parte dei docenti di storia.

    Più in generale, molti personaggi del passato vengono ricordati non per quello che furono, ma per quello che rappresentano. Analogamente, chi chiede la rimozione delle statue dedicate a personaggi controversi, spesso ha in mente il valore simbolico di quei monumenti, piuttosto che l’effettiva realtà storica. Si apre così un divario tra l’uso pubblico della storia e l’effettiva conoscenza del passato, che può essere oggetto di riflessione e approfondimento anche a livello scolastico.

    Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, è evidente come la “guerra delle statue” possa diventare un un’occasione per rendere più accattivante lo studio di alcuni argomenti che a volte sembrano soltanto ‘scolastici’ e un pretesto per approfondire lo studio di un personaggio o di un evento storico, andando al di là delle informazioni - a volte inevitabilmente generiche - fornite dai libri di testo. Ad esempio, quanti manuali delle scuole medie e superiori italiane presentano in maniera davvero adeguata la storia della schiavitù tra Medioevo ed età moderna? Quanti libri di testo ricostruiscono dettagliatamente le vicende dell’abolizione della tratta degli schiavi e poi della stessa schiavitù a partire dalla fine del ‘700? Quanti, infine, la contestualizzano all’interno del sistema schiavistico mondiale?

    Inoltre, gli attacchi alle statue potrebbero offrire lo spunto per interessanti dibattiti tra gli studenti. Ad esempio, dopo aver approfondito lo studio di un personaggio storico, si potrebbe chiedere agli alunni di una classe di sviluppare e sostenere in pubblico argomentazioni pro e contro la rimozione delle statue che lo raffigurano, utilizzando la metodologia del debate.

    Questo genere di discussioni può portare anche ad affrontare questioni di carattere più generale, come quella relativa alla legittimità o utilità di esprimere giudizi morali sugli uomini del passato prendendo come punto di riferimento i nostri valori etici e le nostre leggi, in parte diversi da quelli dell’epoca in cui quegli uomini sono vissuti. Fino a che punto, ad esempio, ha senso processare Thomas Jefferson o George Washington perché possedevano schiavi, posto che la schiavitù era ai loro tempi una istituzione legale? Si potrebbe replicare naturalmente – come è stato fatto – che anche in quell’epoca non tutti approvavano la schiavitù e le violenze che ad essa si accompagnavano. E questo tipo di domande e considerazioni si possono applicare a molti altri personaggi storici controversi.

    A questo proposito, può essere utile provare ad immaginare in che modo le future generazioni potrebbero giudicare gli uomini di oggi, specialmente se vi fosse un generale cambiamento di alcuni valori. Che cosa accadrebbe, ad esempio, se il vegetarianismo, oggi praticato solo da una minoranza della popolazione, diventasse in futuro l’ideologia dominante e fosse imposto a tutti per legge? Avrebbero ragione o no gli storici del futuro di giudicare la maggior parte di noi alla stregua di crudeli assassini per il fatto che abbiamo continuato ad uccidere gli animali, quando per la nostra alimentazione avremmo potuto in buona misura farne a meno?

    È evidente, infine, che il tema della “guerra delle statue” si presta a collegamenti tra la storia ed altre discipline, come la filosofia, per le questioni etiche appena accennate, e la storia dell’arte, per gli aspetti estetici dei monumenti. E naturalmente l’intero argomento potrebbe anche essere trasposto indietro nel tempo, ad esempio affrontando – in un diverso momento del curricolo scolastico - il tema della distruzione delle statue e della damnatio memoriae nel mondo antico1.

    CONCLUSIONE

    Alla fine di agosto, dopo un ennesimo brutale intervento delle forze dell’ordine contro un giovane afro-americano, le strade di alcune città statunitensi si sono nuovamente riempite di folle di manifestanti e ci sono stati nuovi violenti scontri. Come alcuni commentatori avevano avvertito, è più facile abbattere statue che non risolvere i problemi della disuguaglianza e della discriminazione razziale. Avevano scritto, ad esempio, Steven Stegers e Marie-Louise Ryback-Jansen (su HL il 20 giugno 2020):

    “… che cosa si ottiene con la rimozione o la cancellazione di una statua o di un monumento? Questo atto non annulla le rimostranze e i torti alla sua base: e sono questi che dividono la società. Senza un cambiamento strutturale dei sistemi di giustizia, polizia, educazione e del tessuto sociale dello stato, la rimozione di una statua resta una vittoria di Pirro, un atto puramente simbolico”.

    Inoltre, se da un lato gli attacchi alle statue hanno avuto il merito suscitare un ampio dibattito sulla memoria storica e sul retaggio del passato schiavista e colonialista dell’Occidente, dall’altro lato ci si può anche chiedere, come ha fatto Antonio Brusa (su HL il 19 settembre 2020), se la frenesia vendicatrice che anima i movimenti antirazzisti di questi ultimi anni non renda più difficile il rapporto tra memoria pubblica, protesta sociale e conoscenza storica. È auspicabile quindi che la riflessione su questi temi possa proseguire a tutto campo e produrre i suoi frutti anche nell’insegnamento scolastico.

     

    * Della “guerra delle statue” scatenatasi dopo l’uccisione di George Floyd ho già parlato su HL nel mio articolo del 9 luglio 2020.

     

    Note

    1. Sulla distruzione delle statue nella Grecia e nella Roma antica vedi ad esempio: Distruggere le statue: una storia antica e Da Armodio e Aristogitone ad oggi: quando la storia passa per le statue.

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