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  • Chiedilo al vento. Un libro sugli ebrei durante il fascismo, passeggiando per Reggio Emilia.
    di Marco Cecalupo

    Un'uscita didattica per leggere un libro, oppure il contrario

    L'autore del libro Chiedilo al vento1 è Andrea Delmonte, il papà di una mia alunna di terza dell'anno scorso (2016/2017), che è stato anche curatore, qualche anno addietro, della toccante testimonianza di Liliana Manfredi, sua zia2 . La scuola è l'IC Leonardo da Vinci di Reggio Emilia, al confine tra il centro storico e il quartiere Stazione.
    Il nuovo libro di Andrea Delmonte racconta proprio di una passeggiata tra due alunni ed un professore di liceo ai giorni nostri, per le strade del centro storico, sulle tracce della presenza ebraica e della persecuzione fascista in città. Due generazioni che l'autore fa dialogare, ciascuna dalla propria prospettiva, per incontrarsi a metà strada, non solo in senso letterale. Il testo è dunque già di per sé un percorso, e ci è parso naturale, quindi, leggerlo ripercorrendone le tappe.

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    La copertina del libro-passeggiata, un percorso di lettura nella città

     

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     La mappa di Chiedilo al vento nel centro storico di Reggio Emilia.

     

    Ciascuno degli attori coinvolti nella sperimentazione ha avuto una diversa motivazione, per fare insieme questa passeggiata. Così si esprime l'autore del libro: “Ho accompagnato la classe 3D in un piccolo viaggio nel tempo. Sono stati sufficienti un libro e un paio di ore strappate alle normali lezioni. Il libro si intitola 'Chiedilo al vento' e l'ho scritto io: è la storia di due amici e un professore che si ritrovano a fare una passeggiata nei luoghi reggiani della Shoah. Per pura coincidenza, quei luoghi sono posizionati in un'area di un chilometro circa all'interno del centro storico della città, setting perfetto per un'attività didattica di una scuola che sta anch'essa dentro le mura urbane”.

    Per l'insegnante di matematica e scienze che ci ha accopagnato, Patrizia Bottazzi, la motivazione è legata alla memoria personale: “Questo percorso didattico di riflessione è nato sull’onda emotiva del ricordo del prof. Lazzaro Padoa, che è stato il mio insegnante di greco e latino negli anni, ormai lontani, del liceo. Un insegnante di quei tempi, serio ed esigente, poco incline a concedere sconti o ad accettare scuse per lavori non svolti o approssimativi; non indulgeva mai in racconti personali delle proprie esperienze di vita, perciò non ho i suoi racconti della Shoah a Reggio Emilia3 , ma ho conservato e fatto mio il messaggio che mi ha trasmesso con il suo modo pacato, ma inarrestabile, di procedere nelle attività”.

    Per me, docente di Lettere, è la continuazione di una sperimentazione della didattica dei luoghi e del paesaggio iniziata ai tempi dell'Università con Antonio Brusa4 e continuata negli anni di insegnamento a scuola5.

    Dal punto di vista degli studenti, infine, per Italiano è l'occasione per misurarsi con la relazione, una tipologia testuale poco praticata ma tra quelle previste all'esame; in Storia, si perseguono gli obiettivi trasversali legati alla conoscenza della storia locale e alla valorizzazione del patrimonio.

    Il racconto della passeggiata: il ghetto ebraico

    Affido la narrazione della nostra camminata, svolta una mattina di fine marzo di quest'anno, alle parole estratte dalla relazione di Francesca, un'ottima alunna della nostra classe:

    Il nostro prof di italiano ha organizzato questa uscita didattica insieme all'autore del libro 'Chiedilo al vento' Andrea Delmonte, nonché autore anche del libro di Liliana Manfredi, che noi conosciamo molto bene [per averla incontrata a scuola. N.d.a.]. Possiamo dire che ci sono vari motivi per cui è stata organizzata: il primo è per farci conoscere la storia locale, cioè la storia più vicina a noi per tempo e spazio; per aiutarci a studiare il mondo del totalitarismo e dello sterminio degli Ebrei, che è l'argomento di cui ci stiamo occupando in questo periodo; e infine perché una delle nostre docenti ha avuto a che fare in maniera molto stretta con uno degli uomini nominati nel libro [Lazzaro Padoa. N.d.a.].

    Un modo di fare lezione un po' diverso: 'fare scuola fuori dalla scuola', lo chiama il nostro prof. La città è un ambiente d'apprendimento interdisciplinare, utile per il nostro prossimo esame ed è importante che noi tutti impariamo a saper leggere i suoi segni”.

    Francesca prosegue poi con la descrizione dettagliata dell'attività: “L'uscita consisteva in una passeggiata per la città fermandosi su sei tappe scelte precedentemente dal prof dopo la lettura del libro del signor Andrea. Per analizzare meglio questi luoghi, e scoprire cosa vogliono dirci, abbiamo avuto in allegato tre PDF con alcuni link, che potevamo aprire durante il giro6.

    Il pdf delle prime due tappe, nel quadrilatero del ghetto
      Il pdf delle prime due tappe, nel quadrilatero del ghetto

     

    La prima tappa che abbiamo visitato è stata Via della Volta, chiamata così a causa della volta che ha al suo inizio. Questa, un tempo, era una delle 4 strade che chiudeva il ghetto di Reggio Emilia. La volta ospitava il portone che faceva da entrata per questa “città dentro la città”, perché il ghetto era una vera e propria piccola città per gli ebrei: aveva un ospedale, un cimitero, piccoli hotel, bar, forni, una sinagoga, ristoranti e anche una scuola. Fu creato a partire dal 1671 con decreto della Duchessa Laura Martinozzi d'Este, sorgeva nell'area circoscritta dalle vie Monzermone, Dell'Aquila, Della Volta e Caggiati. Ormai sono rimasti pochi degli edifici dell'epoca, poiché alcuni sono stati abbattuti e ricostruiti, ma la forma del ghetto è ancora ben visibile.

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     Via della Volta. In fondo, l'arco all'ingresso del ghetto ebraico di Reggio Emilia

     

    La seconda tappa è la Sinagoga, che si trova in via Dell'Aquila. Questo edificio era il luogo dove avvenivano le assemblee religiose (knesset) da parte degli ebrei rinchiusi nel ghetto. Ora non è più un luogo di culto, ma una sede espositiva, però al suo interno riusciamo ancora a vedere il luogo dove veniva appoggiata la Torah (prima parte della Bibbia) e le panche che in precedenza aveva attorno. Si vede anche il soppalco dove dovevano stare le donne durante il rito religioso. All'esterno sono esposte due targhe: una con su scritta una dedica agli ebrei reggiani deportati nei campi di concentramento, l'altra con i loro nomi, tra i quali figuravano quelli dei coniugi Melli”.

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    L'ingresso della Sinagoga, in via dell'Aquila a Reggio Emilia

     

    Il racconto della passeggiata: la persecuzione contro gli ebrei

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    Il percorso da casa Melli, sulla via Emilia, all'ex carcere di San Tommaso

     

    E' ancora la relazione di Francesca il racconto che ricostruisce la giornata: “Dopo siamo ritornati in via Emilia e siamo arrivati alla casa dei Melli. Benedetto Melli e Lina Iacchia erano una coppia di coniugi che abitava a Reggio Emilia e che sono stati deportati prima nel carcere di San Tommaso, poi al campo di smistamento di Fossoli, ed infine nel triste campo di concentramento di Auschwitz, dove hanno trovato la morte insieme a molte altre persone. Qualche anno fa, davanti alla loro casa sono state posizionate, da un gruppo di ragazzi di cui alcuni ora sono nella nostra classe, tre pietre d'inciampo che dovrebbero far ricadere lo sguardo delle persone quando passano lì davanti. Quel gruppo di ragazzi aveva preparato anche dei fascicoli redatti studiando i giornali dell'epoca, archivi con fonti scritte, facendo ricerche online e intervistando alcuni dei nonni7.

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    Via Emilia San Pietro, 22. Le stolpersteine di Benedetto, Lina e del figlio Giorgio

     

    Ci siamo poi spostati lì vicino per andare all'ex carcere di San Tommaso. Prima di essere un luogo di detenzione per gli oppositori politici e per le persone destinate ai campi di concentramento, era un convento. Oggi è stato trasformato in un Archivio di Stato, all'esterno vediamo una piccola targa che ricorda il suo tragico passato.

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    Uno dei documenti d'archivio studiati dalla classe di Primaria nel 2013

     

    Il racconto della passeggiata: la conservazione della memoria

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    Le ultime tappe della passeggiata. In verde, la scuola IC Leonardo da Vinci

     

    La quinta tappa è stata la ex sede del giornale Il Solco fascista. In questo giornale troviamo il manifesto fascista della razza ariana ritenuta razza superiore, che diceva che non potevano esserci contatti tra le razze inferiori e quella superiore. Questa doveva rimanere “pulita” e libera dai “parassiti” che la minacciavano (omosessuali, ebrei). Ora tutte le copie di questo giornale sono conservate nella biblioteca digitale della Panizzi, e sono consultabili online.

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    Il Solco fascista del 3 settembre 1938, consultabile nella Biblioteca Digitale Reggiana


    Infine, l'ultimo luogo visitato è stata la sede di Istoreco, Istituto per la storia della resistenza e contemporanea di Reggio Emilia. Questo è un archivio di fonti scritte ufficiali e private dell'epoca. Dato che sono tutte principalmente fatte di carta, è molto importante la loro perfetta conservazione: il nemico più grande della carta è l'umidità, quindi all'interno di questo edificio anche i sistemi d'antincendio non hanno acqua, ma bensì gas, che sottrae ossigeno, così da essere sicuri che non si perda nulla delle fonti custodite.

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    Il chiostro di San Domenico, dove ha sede Istoreco


    Finite le sei tappe, siamo tornati in classe e abbiamo fatto una piccola tabella riassuntiva per fissare la memoria visiva e uditiva.

    Ciascuna tappa del percorso è associata dunque alla lettura per strada di un paio di pagine del libro, che si interrompe di fronte ad una domanda, un problema, una questione aperta8. Gli studenti hanno a disposizione i segni della città e i siti web consigliati, per cercare risposte. Poi, dopo una breve discussione, si cammina verso la nuova tappa.

    Le valutazioni dei docenti

    Nelle settimane successive, ho richiamato i protagonisti a riflettere sul significato di questa esperienza, ed ecco le impressioni che ho raccolto. L'insegnante di matematica e scienze commenta così: “Portare la classe nel quartiere del ghetto, nella sinagoga, nella ex sede del Solco fascista, tra le pietre d’inciampo sparse nelle vie del centro significa tenere vivo il ricordo e alta l’attenzione, ma soprattutto avere l’occasione di ricordare ai ragazzi che si può sempre fare la propria parte e fare la differenza, anche nei momenti più bui della storia dell’umanità, singole personalità motivate e forti delle proprie ragioni hanno saputo fare la differenza e salvare la dignità dei popoli”.
    Per Andrea Delmonte, “come autore, è stato emozionante far riemergere a beneficio degli studenti le tragiche storie degli ebrei reggiani, prima costretti dentro il ghetto, poi liberati da Napoleone e infine catturati e deportati dalla follia nazifascista. Ed è stato interessante vedere gli occhi dei ragazzi che osservavano la loro città in modo diverso. Per tanti ragazzi di oggi la Storia con la S maiuscola è solo quella accaduta sui libri e in tempo lontano. E invece grazie all'attività di storia 'on the road' gli studenti hanno capito che quella tremenda pagina di Storia si è svolta nelle stesse case e sulle stesse strade in cui oggi mangiano un gelato, giocano a pallone o girano in bicicletta. Come genitore, ho apprezzato molto la preparazione escogitata dal professore. Ogni tappa era associata ad alcune domande e le risposte potevano e dovevano essere trovate in alcuni link condivisi sulla chat di classe. Non era quindi una lezione dall'alto verso il basso; piuttosto una scoperta fatta tutti insieme, una narrazione collettiva. Una bella esperienza, un aggancio virtuoso fra lo studio teorico e la storia locale. La storia 'on the road' porta lontano”.

    Le valutazioni degli studenti

    Gli studenti, qualche settimana dopo, sono stati invitati ad esprimere la propria opinione sui contenuti di questa lezione e sulla sua modalità didattica. Francesca scrive: “Penso che sia stata davvero un'uscita interessante e i contenuti non sono stati difficilmente comprensibili. Sono felice che tutti gli obbiettivi che ci eravamo imposti siano stati raggiunti e il messaggio che ci ha trasmesso penso sia molto importante: la città è come un'aula, ma non sempre è facile capire quello che ci vuole insegnare. Non parla e non racconta il suo passato, a meno che non siano i suoi abitanti a farle delle domande. Noi non notiamo tutti i segni che stanno intorno a noi, siano essi espliciti (come le pietre d'inciampo o le targhe) o nascosti (la volta). Ma oltre a questo, penso che ci sia anche servito per capire che la guerra e il genocidio degli ebrei non sono eventi lontani da noi, non sono fatti da altri e che non ci riguardano, ma sono accaduti anche vicino a noi, anche nella nostra città. Un'ottima uscita e occasione per vedere più in là delle strade che attraversiamo tutti i giorni senza conoscere nulla del loro passato”.

    Anche Giada e Josephine sottolineano gli aspetti legati al camminare e al guardare. La prima osserva: “La città ci parla, cerca di comunicarci, di mostrarci le sue ferite e le sue vittorie. Ma noi il più delle volte non ce ne accorgiamo, siamo troppo presi dal nostro telefono e da internet, una vita interamente virtuale”.E Josephine aggiunge: “L'idea di fare scuola fuori dalla scuola, secondo me, è un modo molto originale e divertente di imparare, perché oltre ad ascoltare le spiegazioni hai la possibilità di vedere e toccare monumenti, edifici, statue, ecc... dal vivo”. Ma entrambe queste studentesse hanno ben chiaro che l'obiettivo è posto più lontano, nell'idea di cittadinanza. Per Giada, “grazie a quest'uscita abbiamo potuto abbattere alcune nostre barriere visive e abbiamo colto la storia della nostra città in cui viviamo. Dopo certe uscite la città si guarda diversamente”. Josephine conclude: “Durante questa attività ho avuto modo di vedere la città da un altro punto di vista: accorgendomi di piccoli particolari che non avrei mai notato passeggiando da sola. Il messaggio che questa attività ci vuole lasciare è quello che non esiste solo la scuola per imparare, essa può essere ovunque, ogni luogo ha la sua storia. Il vero modo per imparare è avere curiosità e pazienza”.

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    In Piazza Martiri del 7 luglio sorge il Monumento alla Resistenza Reggiana, del 1958

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    Un'alunna cinese di classe 3^ reinterpreta il monumento nel laboratorio di Italiano L2 di Officina Educativa, 2014

    Quella di Chao Wei è una riflessione più generale: “Si impara con tutto quello che è intorno a te, dalle persone (quelle giuste), dal modo in cui lavorano, dal passato, dai manufatti antichi in giro e da monumenti importanti. La città è una parte della storia, perché è lì che le cose accadono, quindi se la guardi con creatività puoi vedere com'era in passato e confrontarla con oggi”.Poi chiude con una frase che potrebbe suonare retorica, se fosse pronunciata da un adulto, ma esprime a pieno il punto di vista di uno studente che non distingue la sua esperienza scolastica dalla sua esperienza di vita tout court: “Ogni momento, ogni azione, ogni posto, ogni errore, sono tutti modi per imparare a connettersi con il mondo9”.
    Gli fa eco Francesca, attenta piuttosto agli aspetti metacognitivi dell'esperienza: “Fuori dalla scuola si studia in un modo molto diverso da quello che si usa in classe. Si potrebbe pensare che come cambiamento ci sia solo il luogo, ma questo influenza altamente la concentrazione e l'interesse degli alunni. Una materia fatta in classe, luogo dove (stereotipo) ci si annoia, diventa molto meno interessante che fatta in un luogo più motivante, come la città dove si vive. […] Poi la memoria visiva è quella che si fissa meglio, e vedere, oltre che sentire, aiuta a ricordare”.
    Nell'esperienza di Kevin, l'uscita è stata un “piano B”. Egli spiega: “Imparare, a volte, può sembrare noioso, magari dal modo in cui spiega un professore o dal rapporto che hai con lui. Fidatevi non è così, basta farlo nel modo giusto, come abbiamo fatto noi. A volte stare seduti sui banchi per sei ore al giorno 5 giorni su 7 è un po' stancante psicologicamente, perciò abbiamo cambiato, abbiamo fatto un'uscita didattica per visitare la nostra città”.E' chiaro che la sua attenzione è rivolta soprattutto al versante delle relazioni: “Una lezione all'aperto era quello che ci serviva, eravamo tutti attivi e partecipi. Non era la prima volta che camminavamo in città, ma quella volta è stato diverso, sembrava più un'uscita tra amici”.

    Le criticità e i limiti

    Poiché il bilancio dell'uscita didattica, pur non avendo raccolto dati empirici, sembra ampiamente positivo, non resta che evidenziarne le difficoltà incontrate. Un primo aspetto è la replicabilità dell'uscita didattica, e la sua eventuale fruizione in altri contesti educativi più o meno formali. In che modo potenziarne la visibilità per altri potenziali soggetti che vogliano essere allo stesso tempo lettori, camminatori e osservatori di questa città? La proposta è quella di integrare il percorso di Chiedilo al vento con quelli già esistenti e relativi allo stesso contesto storico, destinati agli studenti (come la sezione Storia in luogo all’interno dell’offerta didattica e formativa di Istoreco) e al pubblico più vasto (come il progetto Resistenza mAPPe, a cura degli Istituti Storici dell'Emilia Romagna in Rete)10 , nonché di attivare e rendere praticabile la raccolta delle esperienze didattiche delle scuole in forme digitali di libero accesso e riproducibili.
    Altro punto dolente è l'apprendimento dei contenuti. Una passeggiata occupa il tempo di una passeggiata e le strategie utilizzate in fase di debriefing (la tabella post-uscita e la scrittura della relazione), per fissare i contenuti dell'esperienza vissuta, funzionano bene solo con quella parte della classe già in possesso di buone capacità trasversali di letto-scrittura. Per fare un esperimento, ho chiamato alcuni studenti che non hanno redatto la relazione scritta a raccontare oralmente l'uscita in altre classi terze dell'Istituto. E sebbene all'inizio fossero impacciati e linguisticamente a volte inadeguati, hanno dimostrato, senza alcun supporto di scrittura, una ottima memoria visiva e, soprattutto, la comprensione chiara degli obiettivi e dei contenuti.

    Bisogna anche dire che la nostra camminata non ha utilizzato l'elevata funzionalità digitale degli smartphone e di altri dispositivi già in uso tra gli studenti, limitandosi alle minime funzioni di scambio e visualizzazione di files e di ricerca web. Sarebbe auspicabile lo sviluppo di una piattaforma specifica su cui, durante il percorso, in maniera autonoma, individualmente o in gruppo, un utente generico possa: leggere le pagine scelte del libro; visualizzare e costruire una mappa interattiva della città; leggere le domande e navigare in cerca delle risposte; lasciare un feedback ad ogni tappa. Probabilmente, esistono già delle possibilità concrete in questo campo11, ma forse se interdisciplinare non fosse solo la città, ma anche la Scuola, le difficoltà sarebbero più semplici da gestire e le soluzioni più a portata di mano.

    Un'altra questione aperta è il possibile fraintendimento sull'utilità della storia locale e sul suo rapporto con la memoria dei luoghi. La classe che ha partecipato all'uscita ha tante alunne e alunni le cui famiglie non sono originarie della città, ma provengono dalla campagna, da altre città e regioni italiane e in larga misura da altri paesi. Non esiste, in quella micro società, una memoria storica condivisa, e non solo a causa del noto conflitto politico-ideologico post-bellico, ma anche più semplicemente per storie e provenienze diverse di persone che parlano lingue diverse, per la sua pluralità culturale. Il senso di appartenenza ai luoghi in cui si vive non può ammantarsi del passato (glorioso o misero che sia) e strumentalizzarlo per costruire identità chiuse, passatiste o localistiche, ma deve essere vissuto come elemento dinamico di cittadinanza del “qui e ora”, da attori sociali che sono al contempo costruttori di memoria pubblica. Per farlo, la scuola deve utilizzare un linguaggio comprensibile a tutti. E la propria città può diventare il libro e il quaderno degli esercizi di questa sorta di “lingua condivisa”, perché è lo spazio-tempo che tutti condividiamo12.

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    Porta Santa Croce, nel sottopasso la galleria di Aerosol art in memoria di Sylvester Agyemang, morto a 14 anni nel 2014 scendendo dal bus che lo portava a scuola

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    Prospero Gallinari, Linguaggio Universale. Una festa interculturale del quartiere Stazione, Reggio Emilia 2011

    In sintesi, sugli obiettivi da perseguire, in parole più semplici è in grado di spiegersi Carolina, con le sue osservazioni che riporto come conclusione: “Secondo me fare scuola fuori dalla scuola è un buon modo di fare scuola, perché si può scoprire molto di più che stando a testa china sui libri. Con il progetto 'Chiedilo al vento' ho scoperto un nuovo lato di Reggio Emilia che non conoscevo e che mi ha fatto cambiare idea su di essa: prima mi sembrava una città che non aveva un grande passato e non badavo molto alla sua storia. Adesso, invece, quando vado in giro con le amiche e guardo tutti quegli edifici che un tempo non mi sembravano importanti, adesso lo sono e mi viene in mente tutto quello che dicevamo durante l'uscita e li guardo come se avessero un passato”.

    Per chi volesse leggere passeggiando, o viceversa, a Reggio Emilia, mettiamo a disposizione i materiali dell'uscita in formato PDF.
    PDF Chiedilo al vento: carte 1.2

    PDF Chiedilo al vento: carte 3.4

    PDF Chiedilo al vento: carte 5.6

    PDF Chiedilo al vento: Pagine

    NOTE

    1. Andrea Delmonte, Chiedilo al vento. Il racconto della Shoah a Reggio Emilia, Aliberti, Reggio Emilia 2017.
    2. Andrea Delmonte ha curato Liliana Manfredi, Il nazista e la bambina, Aliberti, Reggio Emilia 2008. La testimonianza racconta, dal punto di vista di una piccola e incredula sopravvissuta, la strage nazifascista della Bettola (frazione di Vezzano sul Crostolo, Reggio Emilia) del 24 giugno 1944. Una precisa ricostruzione storica dell'evento in Matthias Durchfeld, Massimo Storchi, La Bettola. La strage della notte di San Giovanni, Istoreco, Comune di Vezzano sul Crostolo, Reggio Emilia 2014. Sul versante della Public History, la canzone dei Modena City Ramblers, L'unica superstite (1996) e il film di Christian Spaggiari, La rugiada di San Giovanni (2016).
    3. Ci resta il suo contributo di testimonianza: Lazzaro Padoa, La comunità ebraica di Reggio Emilia, Comune di Reggio Emilia, 1986.
    4. L'idea di trasformare le visite guidate in città in attività più motivanti, e didatticamente più efficaci, è nata molti anni fa: Antonio Brusa, Rossella Andreassi, Marco Cecalupo, Come evitare le visite guidate e godersi un bene storico, in La valenza dei beni culturali, atti del convegno 21 maggio 1999, Associazione Ingegneri e Architetti Provincia di Ravenna. Antonio Brusa, Dalla città come aula alla città-archivio. Note per un possibile curricolo verticale sulla città è un'attualizzazione del classico Marshall McLuhan et al., La città come aula. Per capire il linguaggio e i media, Armando Editore, Roma 1984.
    5. Una sistemazione provvisoria delle nostre idee in Marco Cecalupo, Giuseppe Febbraro, Escursioni nel paesaggio, in Gabriella Bonini, Antonio Brusa, Rina Cervi (a c. di), La costruzione del paesaggio agrario nell'età moderna, Quaderno 8 (agosto 2012), atti della Summer School Emilio Sereni, III Edizione, 23-28 agosto 2011. Nel sito di Historia Ludens, si possono leggere dell'autore gli articoli: Il paesaggio, palestra per una cittadinanza attiva; Sulle tracce di un monaco in visita a Lucca; La città è un'avventura a grandezza naturale; vedi anche Marzia Gigli, Maria Laura Marescalchi, Il laboratorio nei luoghi di memoria, in Paolo Bernardi, Francesco Monducci (a c. di), Insegnare storia. Guida alla didattica del laboratorio storico, Utet, Torino 2012 e Cristiano Giorda, Giochi e geografia. Il territorio come gioco di ruolo, in Antonio Brusa, Alessandra Ferraresi (a c. di), Clio si diverte. Il gioco come apprendimento, edizioni lameridiana, Molfetta (Bari) 2010.
    6. Il modello generatore di molti dei giochi-escursione progettati in questi anni dal laboratorio di Didattica della Storia del prof. Antonio Brusa e da Historia Ludens è stato elaborato sullo scavo archeologico di Egnazia (BR), nei primi anni '90. Qualche anno dopo, lo stesso gioco è stato sperimentato in una versione per smartphone in collaborazione con l'Interaction Visualization Usability Lab (IVU) del Dipartimento di Informatica di UNIBA. Vedi Antonio Brusa et al., Sul buon uso del cellulare: giocare nel sito archeologico di Egnazia, in Mundus, n. 1, gennaio-giugno 2008;
    7. Si tratta della classe 4A della scuola primaria G. Carducci (IC Leonardo da Vinci), con l'insegnante Silvana Incerti. L'intero percorso, culminato nella posa delle stolpersteine nel 2013, è disponibile sul sito di Istoreco, in Benedetto e Lina: Una storia da ricordare. L'Istituto Storico, che ha supervsionato il progetto, ne ha ricavato un modello metodologico didattico per le scuole superiori: Alessandra Fontanesi, Storie d'inciampo: laboratori didattici per la ricostruzione delle biografie dei deportati reggiani ebrei (2015), in www.novecento.org. Per la Public History, leggi Paolo Nori, Le pietre d'incanto. E' curioso come esista solo su Wikipedia.de (in lingua tedesca) la pagina Liste der Stolpersteine in der Emilia-Romagna, con la possibilità di localizzazione su GeoHack e una breve biografia di tutte le vittime commemorate nella Regione.
    8. Durante l'uscita, abbiamo visitato l'interno della ex-Sinagoga, ora sede esepositiva del Palazzo Magnani, e la sede di Istoreco, guidati da Massimo Storchi, che dirige il Polo Archivistico del Comune di Reggio Emilia. Sulla storia della città nei primi decenni del Novecento: Mirco Carrattieri, Alberto Ferraboschi (a c. di), Piccola patria, grande guerra. La prima guerra mondiale a Reggio Emilia, CLUEB, Bologna 2008; Massimo Storchi (a c. di), 20 mesi per la libertà. La guerra di liberazione dal Cusna al Po, Istoreco, Edizioni Bertani&C, Montecchio Emilia (RE) 2005; Nadia Caiti, Romeo Guarnieri (a c. di), La memoria dei "rossi". Fascismo, Resistenza e ricostruzione a Reggio Emilia, Ediesse, Roma 1996.
    9. “Se confrontate con le nostre concezioni ortodosse riguardo alla prima infanzia, siano esse scientifiche o di senso comune, nel resto del mondo le società contrappongono un certo culturalismo al nostro biologismo. Per loro, i bambini sono una umanità-in-divenire, per noi un'animalità-da-sopraffare”, in Marshall Sahlins, Un grosso sbaglio. L'idea occidentale di natura umana, Elèuthera, Milano 2010.
    10. Per il primo, vedi: Alessandra Fontanesi, Una città senza memoria dei luoghi per la Storia. Laboratori en plein air nel centro storico di Reggio Emilia; il secondo è pubblicato sul sito del progetto Resistenza mAPPe.
    11. Oltre al software Power Map di Excel e a Google Maps, esistono altri siti per creare e condividere in rete mappe personalizzate, tra cui: Click2map; Goodbarber; Mapbox; Storymap; CartoDB.
    12. ”La storia è quella di tutti, ma se uno studente studia in classe un aspetto della propria storia, lo fa assieme ai propri compagni e per iscrivere tale aspetto in una doppia globalità, quella dell'insieme delle storie degli studenti della classe e quella del mondo intero”. Charles Heimberg, Per una storia di tutti insegnata, in Antonio Brusa, Luigi Cajani (a c. di), La storia è di tutti, Atti del Convegno di MEMO (Modena, 5-10 settembre 2005), Carocci 2008 (il volume è disponibile gratuitamente sul sito di Carocci, per gli utenti registrati; una ampia sintesi del Convegno si può leggere su storiaefuturo.eu). Sulla necessità di sapere con chi o con che cosa si sentano solidali gli scienziati sociali nelle proprie indagini, Charles Heimberg (che si occupa di Didattica della Storia all'Università di Ginevra) riporta la considerazione del geografo francese Denis Rétaillé, secondo cui esistono di fatto “due modi di abitare il mondo: iscritti in una genealogia o immersi nella compresenza. Si tratta delle due risposte cardinali a una domanda vertiginosa: con chi sono solidale, non nel senso dei moralisti, ma dal punto di vista della vita? Sono solidale con la mia stirpe, coloro che sono morti e coloro che nasceranno, perché il caso biologico della mia nascita mi impone al tempo stesso un debito e la gestione dell'usufrutto? Oppure sono solidale con i miei contemporanei, al di là dei limiti di identità che mi sono stati assegnati dall'altra maniera di essere?”.

     

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