formazione doce

  • Alessandria 9 dicembre


    Rubo a Norberto Bottani il titolo del suo contributo al dossier sulla scuola, che potete leggere nel numero in corso de “il Mulino” (6, 2014). Sì, risponderebbero tutti, dal giornalista alla cassiera, compresa la maggior parte dei colleghi universitari e moltissimi insegnanti, soprattutto quelli della mia età. Non si può dire, ribatte Bottani. La scuola di oggi è così diversa da quelle del passato, che un confronto è improponibile. E questo anche quando, come nel caso della Svizzera o di paesi anglosassoni, si è cercato di fare esperimenti eroici di comparazione (esempio limite: riproporre a ragazzi di oggi prove date cinquant’anni fa, e tentare il confronto). Figuriamoci se, come è invece il caso dell’Italia, non esiste nessuna ricerca che permetta di azzardare un paragone degno di questo nome.

    Quello che puoi fare, continua Bottani, è confrontare la situazione italiana con quella di altri paesi. Fino a un certo punto, però. Il test Pisa, ad esempio, ci dice che è un rompicapo paragonare i risultati dei ragazzi italiani con quelli stranieri, perché la fascia scolare alla quale il test si rivolge (i quindicenni), da noi è governata da regole fumose (“il diritto-dovere”, “l’obbligo formativo”), che non esistono altrove, e che perciò la rendono largamente incomparabile. Al di là, tuttavia, delle conclusioni sull’apprendimento dei ragazzi (non molto incoraggianti, comunque), il test rivela una situazione forse unica al mondo: è come se in Italia convivessero i sistemi scolastici di 14 paesi diversi, dall’Olanda alla Turchia. Dalle eccellenze (escluso la matematica) fino alla pressoché completa inefficienza. Dal punto di vista dell’istituzione è un disastro.

    Una strada, però, ci sarebbe. E’ l’indagine Piaac. Si tratta dell’analisi delle conoscenze degli adulti, dai 16 ai 65 anni. Questi ultimi, ad esempio, sono fonte ideale per capire il funzionamento della scuola di cinquant’anni fa. Sì. La scuola pre-riforme e pre-sessantotto (quella che piaceva così tanto alla Gelmini, da farle sognare – e con lei una bella schiera di nostri intellettuali – un bel viaggio all’indietro). Ora, dal momento che i nostri sessantacinquenni si piazzano buoni ultimi nelle classifiche internazionali, la conclusione da trarre è che quella scuola non fosse così seria ed efficace, come i nostri laudatores temporis acti sbandierano ad ogni piè sospinto. Ché, se proprio un confronto lo dobbiamo azzardare, la competenza linguistica dei quindicenni italiani è largamente superiore a quella dei loro compatrioti 65enni (come da tempo va dicendo Tullio De Mauro, la metà degli italiani adulti non capisce la lingua italiana), dimostrando che – nonostante tutto il male che se ne può dire – la scuola odierna qualcosina in più del passato la fa.

    Quella dei tempi andati “era una scuola bella per pochi e tremenda per molti”, ricorda Bottani. Una scuola ingiusta e senza equità. Incapace di colmare le differenze socio economiche di partenza e di curare una lacerazione che, man mano che ci si avvicina al mondo odierno, tende ad aumentare. Leggo queste parole e ricordo l’esordio supponente di tanti colleghi che, quindici anni fa boicottarono il tentativo di riforma De Mauro: “la scuola italiana ha colmato le differenze fra i ragazzi, ora basta con la socializzazione, pensiamo alle eccellenze”. E giù – tantissimi erano di sinistra -  contro l’innalzamento della scuola di base fino al biennio delle superiori (per la cronaca, l’Italia sembra riuscire nell’impresa di lasciare inalterate le distanze, senza coltivare le eccellenze).

    Quali sono le ragioni di questa arretratezza?

    I diversi contributi mettono in campo varie ipotesi. “Manca la maieutica”, esclama Enrico Vallauri, che si sofferma sul fatto che gli insegnanti non sanno insegnare il “senso della realtà”; “Gli insegnanti non sono attivatori di sapere”, ma sono tutti presi dall’Invalsi (i cui test “fanno piangere i bambini”: sic!), lamenta Mariangela Caprara. Sono fra le ipotesi che fanno appello alle manchevolezze dei docenti. Se ne volete un capostipite autorevole, ricordate quando Jacques Le Goff attribuì la colpa della cattiva scuola alla “sciatteria degli insegnanti”.

    Per dare una valutazione di queste accuse, è bene tenere presenti le ricerche sul campo. L’ultima, di Cavalli e Argentin (2010) rivela un quadro sorprendente. Una parte molto minoritariadel corpo docente – appena il 13% - si attiene saldamente al “metodo tradizionale”. La larga maggioranza, il 46%, ne dà un’interpretazione soft. Quindi, circa il 60% dei docenti viaggia nel solco della tradizione antica. Per contro, il 22% cerca qualche innovazione e ben il 19% si attesta su pratiche scientemente e coraggiosamente innovative. Sono percentuali eccezionali (al di là della valutazione che si può dare dell’innovazione didattica) perché testimoniano che una massa minoritaria, ma corposissima, si è data da fare personalmente per informarsi e studiare, senza alcun aiuto da parte delle Università o dai centri di formazione in servizio, visto anche l’abbattimento degli investimenti in questo campo, dai 40 milioni di inizio secolo ai 2 milioni scarsi dei nostri anni.

    Non sono in grado di produrre numeri e ricerche su questo punto. Ho qualche esperienza delle realtà francesi, spagnole e svizzere, dove l’insegnante è assistito da una ricerca didattica (disciplinare) solida e da strutture formative professionali di livello universitario. Questo 40% di insegnantici dice che nella scuola italiana c’è un sacco di gente che ci tiene al proprio lavoro. Lo farà per tanti motivi: orgoglio professionale, spirito di servizio, passione e piacere, un’idea missionaria della scuola. Non lo so. Sono sempre più convinto che se la baracca “istruzione pubblica” continua a tirare avanti, pur in presenza di una politica di disinvestimento che negli ultimi quindici anni è diventata feroce, lo si deve in buona misura a loro.

    La lettura degli altri contributi di questo dossier ci permette di completare le ipotesi sul cattivo funzionamento della macchina formativa italiana. Secondo alcuni, uno dei problemi è la confusione fra valutazione e punizione, che punisce invece di correggere (Cechi) e attiva un “sistema selettivo che diventa progressivamente ostile” (Piras). Secondo altri, va considerato il danno di un dispositivo amministrativo spaventosamente complesso e ridondante, che incanala gli allievi in troppe scuole, troppo diverse tra di loro, alle quali si accede troppo precocemente, non per merito o per vocazione, ma per pressione familiare. Secondo Cavalli e Argentin, certo, ci sono degli insegnanti pessimi, che essi valutano tra il 10 e il 20% del totale. Non li vorremmo vedere dietro la cattedra: ma non sono così tanti da farci dire che sono loro ill’ostacolo insormontabile per la costruzione di “una buona scuola”.

    So di avere una visione parziale del sistema scuola, essendo la mia competenza limitata alla questione dell’insegnamento della storia. Quindi, non mi aggiungerò ai molti che conoscono le ricette della buona scuola. Vorrei solo che, qualche volta, leggessero le ricerche che la riguardano.

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