Gradara

  • Autore: Charles Heimberg


    Charles Heimberg insegna Didattica della storia e dell’educazione civica a Ginevra ed è coordinatore di «Le cartable de Clio» (consultabile sui siti dell'Università di Ginevra e dell'APRIDH), la rivista che negli ultimi anni si è imposta all’attenzione degli studiosi di didattica e ai professori di storia di lingua francese. Ci fa il regalo, a noi di HL, dell’editoriale dell’ultimo numero, dedicato alla questione del falso. Un tema che ci interessa da vicino. Abbiamo spesso parlato di stereotipi e conoscenze storiche erronee, soprattutto per quanto riguarda il Medioevo, e abbiamo condotto molte battaglie sui falsi costruiti intorno a luoghi e figure, come Federico II e Castel del Monte. In questo testo, a partire dall’analisi di alcuni aspetti della retorica del falso, Charles pone un dilemma che interessa storici e insegnanti: se il nostro compito sia solo quello di svelare gli inganni, oppure anche quello di introdurre i «non storici» nel difficile mondo delle «verità storiche». Difficile perché è un mondo sempre complesso. (HL)

     

     

    Indice

    • Storia e turismo
    • Didattica del falso
    • La storia come deposito di leggende
    • Lo storico e il poliziotto

    La rocca di Gradara. Tutte le immagini, escluso quella delle « sala delle torture » sono tratte dal sito ufficiale

     

    Storia e turismo
    Fra Rimini e Ancona, proprio sul confine settentrionale delle Marche, il borgo fortificato di Gradara si staglia maestoso con le sue mura, dall’alto di una collina. Le guide turistiche gli consacrano molte stelle e foto a tutta pagina.

    Citiamo da una di queste: il castello regala «un intenso tuffo nel passato, grazie al suo ottimo stato di conservazione e all’accurata opera di ricostruzione. Varcata una delle imponenti porte, ci si ritrova così nel Duecento, quando, a seguito di lotte di possesso, i Malatesta, con il capostipite Giovanni, riuscirono a imporsi su una zona così strategica per i loro contrasti con i Montefeltro. Iniziò così la costruzione della Rocca, a partire dalla vecchia torre quadrata, innalzata alla metà del secolo precedente per volontà dei signori locali Pietro e Rodolfo Griffo. Questa divenne l’imponente e robusto mastio con la sua corona merlata, da cui si aprono i quattro lati della costruzione a pianta quadrilatera legati da tre forti torri poligonali. Fu Pandolfo Malatesta a portare a termine la costruzione (1307-1324), con i cammini di ronda coperti, lungo le cortine e le torri d’angolo poligonali»1.

    Un’altra guida, ancora più diffusa, racconta dell’«incanto di un angolo di Medioevo incontaminato», non senza precisare, fra parentesi, che lo si deve anche « ai restauri condotti nel 1923 ». Il testo di questa descrizione è scandito da una successione di date che ne suggeriscono la grande antichità: «In effetti, molto tempo è passato da quando nel 1032 – così riporta un documento ufficiale – si ha testimonianza del primo insediamento su questo colle in riva destra del Tavollo; e, da quando, nel ‘200, si mise mano alla costruzione del fortilizio. Nel secolo successivo si colloca l’erezione della cortina difensiva, per volere dei Malatesta che del centro furono signori sino al 1463; a loro si sostituirono gli Sforza, i Della Rovere e, dopo il 1631, il governo diretto della Chiesa» 2.

    Tuttavia, la realtà di Gradara è moto diversa. In effetti, i luoghi non erano altro che un ammasso di rovine, nel momento della loro ricostruzione integrale, iniziata nel 1923. Certamente, tutto è stato tentato per assicurare una certa verosimiglianza a questa ricostruzione e al suo aspetto medievale. Questo non toglie che si tratti di una ricostruzione, che non ha nulla di autentico.

    Ma c’è un altro elemento, che costituisce la particolarità di questo luogo, questa volta del tutto leggendario. Una tradizione pretende che la celebre tragedia, narrata nel V canto dell’Inferno, si sia svolta a Gradara, in una delle stanze della fortezza: l’assassinio compiuto da Gianciotto Malatesta, marito geloso e podestà di Pesaro verso la fine del XIII secolo, nei confronti di Paolo Malatesta e della cognata, Francesca da Rimini, due amanti in preda ad una passione bruciante.

     

    Didattica del falso
    Qualche anno fa, Antonio Brusa ha coordinato la redazione di un gioco, destinato alle scuole, nel corso del quale, camminando per il borgo, gli allievi scoprivano dei documenti storici che li conducevano a scoprire che stavano visitando una ricostruzione recente3. Questo procedimento ludico-didattico si smarca fortemente dalla messa in scena del falso, ossia dalla «Didattica del Falso», che caratterizza oggi la fortezza di Gradara e le didascalie che si leggono sui pannelli, apposti lungo il percorso di visita.
    Nella corte centrale del castello, su un muro che non è molto visibile da tutti i visitatori, si trova questa targa, affissa dalla municipalità :

     

     

     

    Ecco, in un solo colpo abbiamo una delle principali chiavi interpretative del sito: questo era in rovina e “risorse” nel 1923. Tuttavia, durante il percorso della visita, tutto viene fatto per richiamarla il più discretamente possibile. La lettura attenta del dispositivo narrativo-museale si rivela molto significativa. Prendiamone rapidamente qualche esempio.
    La prima sala è presentata come la Camera della tortura. Un pannello spiega che doveva trattarsi di un magazzino, ma che l’iscrizione Improbatis Antidotum (Rimedio alla Cattiveria), incisa sulla pietra esterna della finestra, significa senza dubbio che fu utilizzata come prigione. Degli strumenti di tortura, molto eloquenti, sono, d’altra parte, inchiodati alle pareti.

     

    Strumenti di tortura, aggiunti alla cosiddetta “sala delle torture” del castello di Gradara

     

    Il pannello esplicativo della Sala di Sigismondo e Isotta è particolarmente rivelatore. In effetti, spiega con precisione il significato dei motivi decorativi, legati alla simbologia araldica dei Malatesta. Ma è solo nell’ultimo paragrafo che si viene informati della data di queste decorazioni: «Nel soffitto di legno, anche questo decorato negli anni venti con dei falsi cassetti, i motivi araldici sopramenzionati riappaiono in miniatura». Piazzata in fondo al pannello, la frase «anche questo decorato negli anni venti» permette così di non occultare la verità, ma senza metterla in evidenza, per riservarla al solo visitatore attento o a colui che conosce già la natura reale del sito.

    Nella Sala del Cardinale, al contrario, si fa subito allusione alla ricostruzione degli anni venti, ma solo per sviluppare dopo una serie di osservazioni sul baldacchino del XVII secolo. Lo stesso procedimento è adottato in altre occasioni: le pitture e gli oggetti antichi, conservati e esposti nelle sale ricostruite, sono oggetto di commenti dettagliati sulla loro epoca e sul loro aspetto, e tutto ciò contribuisce fortemente all’illusione di un luogo autenticamente antico.

     

     

     

    In storia, i miti e le leggende sono spesso presi per autentici, o sono confusi ad arte con il vero, la maggior parte delle volte a sostegno di qualche interesse del presente, che non ha nulla a che vedere con la scienza storica. Ma il falso, parziale o totale, porta qualche volta dei vantaggi economici. L’illusione del contesto medievale di Gradara è ottenuta non solo attraverso la ricostruzione delle strutture, ma anche attraverso una strategia didattica costruita da una parte su oggetti realmente antichi e dall’altra su un racconto che mette in rilievo ogni genere di informazione sul passato, neutralizzando in questo modo l’informazione sulla natura reale del sito. E’ perfettamente visibile nel sito promozionale4 . Ed è certamente, un'efficace valorizzazione della dimensione turistica di Gradara.  

     

    La storia come deposito di leggende
    Proprio accanto al castello, il borgo fortificato di Gradara, con il suo piccolo museo del Medioevo, degno di Disneyland, i suoi falsi strumenti di tortura e le sue passeggiate pittoresche, incrementa la sensazione, certo superficiale, di un tuffo nei tempi del Medioevo. Osservando i visitatori, e in particolare i bambini, l’idea di fare il guastafeste, svelando il falso e la realtà del luogo, non è del tutto scontata. Da un certo punto di vista, questi sono venuti per vedere qualcosa di medievale, si offre loro ciò che si aspettano, e tutti, perciò, dovrebbero essere contenti …

     

    Gradara: rievocazione di una battaglia tardo-medievale

     

    Gli esempi di volgarizzazione della storia che nascono dalla stessa logica non mancano nello spazio pubblico, e in particolare in quello mediatico. Costituiscono, d’altra parte, un potenziale e potente strumento di propaganda. «E’ nella certezza che il pubblico non ha né il tempo né le capacità critiche, che i maestri dell’inganno si impadroniscono del passato, del racconto del passato, per trasformarlo in un'arma di guerra politica, in un gioco che distrae e orienta, o in un gadget commerciale», afferma lo storico Nicolas Offenstadt5 .
    Ma ci sono delle altre trappole. Nel campo della storia, e nell’intero campo telematico suscettibile di interessare gli insegnanti di storia, le contro-verità abbondano. Alcune, fra le più clamorose, sono molto conosciute. Bruno Grosjean, alias Binjamin Wilkomirski, ha per esempio, fatto credere ai lettori di un libro molto ben scritto6, e validato da specialisti della questione, che fu un bambino ebreo sfuggito ai campi di morte, lui che fu, in realtà, un bambino svizzero abbandonato dalla madre, di Bienne. Enric Marco è stato uno degli ultimi, quanto efficace, presidente dell’Amicale de Mauthausen, per quanto non fosse mai stato internato e avesse in realtà raggiunto la Germania come lavoratore volontario. La sua soperchieria fu denunciata appena in tempo, nel 2005, prima della cerimonia commemorativa della liberazione del campo. Più recentemente, un eroe fabbricato dalla polizia italiana, Giovanni Palatucci, che era stato presentato come salvatore di centinaia di ebrei di Fiume (oggi Rijeka in Croazia), è stato smascherato come zelante poliziotto italiano, in una città contrassegnata da un elevato tasso di deportati ebrei. E, se fu deportato a Dachau, dove morì, ciò avvenne per i suoi contatti con gli Inglesi. Di recente, a seguito dell’inchiesta condotta dal Centro Primo Levi di New York, il suo nome è stato cassato da un’esposizione del Museo dell’Olocausto di Washington e il suo caso è sotto indagine presso lo Yad Washem, dal momento che fu insignito del titolo di «Giusto fra le Nazioni».

    La storia, come costruzione di un’intellegibilità del passato, si sforza di distinguere il vero dal falso, di reinterrogare senza sosta le nostre conoscenze, ivi comprese, a volte, le nostre certezze. Come a Gradara, e in molte altre situazioni, la storia critica e la sua didattica giocano talvolta il ruolo di guastafeste, perché prendono in considerazione gli agenti del «presente del passato» nella pluralità delle loro identità e dei loro atteggiamenti, senza mai rinchiuderli in categorizzazioni riduttive.

     

    Lo storico e il poliziotto
    Nella «parte teorica» di una Guide pour l’enseignement 1-2 de la Géographie, de l'Histoire et des Sciences de la nature, pubblicata nel 2012 sotto l’egida della Conferenza intercantonale dell’Istruzione pubblica della Svizzera Romanda e del Ticino (la CIIP), si sottolinea che il nuovo Piano di studi Romanzo (PER), valido per tutti i cantoni francofoni «ha fatto la scelta di una storia-problema che cosidera la storia come una procedura d’inchiesta». Una notizia da salutare con favore, se non fosse per il fatto che l’«inchiesta storica » di cui si parla,  viene paragonata a quella che un « ispettore di polizia» esegue dopo un incidente stradale. Ora, Il giudice e lo storico di Carlo Ginzburg ci ha da tempo avvertito della necessità di distinguere il lavoro dello storico da quello del poliziotto o del giudice: l’inchiesta storica, in effetti, non cerca dei colpevoli a tutti i costi, ma vuole ristabilire i fatti nel loro contesto e nella loro complessità. «Uno storico, ci dice Ginzburg, ha il diritto di trovare un problema, laddove un giudice non trova che un non luogo a procedere. Là c’è una divergenza importante, che suppone tuttavia un elemento che può collegare giudici e storici: l’uso della prova7».  A patto, certamente, che sia possibile trovarla.
    Le nozioni di verità e di prova sono in effetti più complesse di quello che sembra. Sappiamo che una diceria, per quanto inesatta, finisce per diventare un fatto storico, per quanto di quella natura particolare che caratterizza le credenze e le rappresentazioni collettive. E’ il caso, fra gli altri, di quella idea erronea, ma ripetuta ossessivamente fino ad oggi, secondo la quale se gli autori dell’attentato di via Rasella si fossero consegnati ai tedeschi, il massacro sanguinoso delle Fosse Ardeatine non sarebbe avvenuto il 24 marzo del 1944. Come è stato dimostrato, fra gli altri da Alessandro Portelli, le esecuzioni avvennero subito dopo l’attentato, e la cittadinanza venne avvisata a fatto compiuto della rappresaglia, ordinata da Hitler, con un manifesto che si concludeva con la celebre affermazione “l’ordine è stato eseguito”8 . Tuttavia, il ristabilimento della verità dei fatti (i manifesti nazisti vennero apposti dopo l’eccidio) non è bastato, nemmeno a distanza di tanto tempo, per neutralizzare l’effetto di una propaganda che ha stigmatizzato i partigiani.
    La questione del vero e del falso, del rapporto fra la storia insegnata e la verità, dunque, non può essere intesa come un semplice, per quanto doveroso, «disvelamento dell’imbroglio», quanto piuttosto come l’invito a integrare la nozione della complessità nelle pratiche scolastiche.

     

    Note:

    1. Marche in tasca. Castelli da scoprire nelle Marche, Fabriano, Claudio Ciabochi Editore, 2013, pp. 5-6.
    2. Quello del Touring Club Italiano per le Marche, di cui la Regione Marche. Assessorato al Turismo é coeditrice.  Milan, Touring Editore, 2001, pp. 71-72.
    3. Il gioco – Gradara Tantastoria - fu disegnato e realizzato da Elena de Feo e Ernesto Cecalupo, allora studenti di Didattica della Storia, presso l’Università di Bari. La prima sperimentazione fu fatta da due classi della scuola media «Michelangelo» di Bari, condotte da Luciana Bresil, durante una manifestazione di «Gradara Ludens», manifestazione organizzata da Bibo Cecchini, che nel corso degli anni ’90 fu il luogo principale di discussioni ludologiche in Italia. Ringrazio Brusa per avermi fatto conoscere il sito di Gradara.
    4. Consultato il 10 ottobre 2013.
    5. Nella sua prefazione a William Blanc, Aurore Chéry et Christophe Naudin, Les historiens de garde. De Lorànt Deutsch à Patrick Buisson, la résurgence du roman national, Paris, Inculte Essai, 2013, p. 7.
    6. Fragments. Une Enfance, 1939-1948, Paris, Calmann-Lévy, 1996.
    7. Carlo Ginzburg, Le juge et l’historien. Considérations en marge du procès Sofri, Lagrasse, Verdier, 1997 (1991), p. 23 (ed. Italiana: Il giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, Feltrinelli, Milano 2006.
    8. E’ una questione affrontata in modo magistrale in una ricerca critica di storia orale nel bellissimo libro di Alessandro Portelli, pubblicato nel 1999 e ripubblicato di recente in edizione tascabile: L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Milano, Feltrinelli, 2012. E’ veramente deplorevole che questo libro non sia stato tradotto in francese.

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