il falso e la storia

  • di Antonio Brusa

    Nella varia mitologia cresciuta intorno alla figura di Cristoforo Colombo, troviamo esempi che illustrano significato e differenze di tre “deformazioni” del sapere storico: il falso, lo stereotipo e l’invenzione. Il primo è il famoso “uovo di Colombo”. Tutti conoscono questa storiella, falsa per quanto di nobili origini.

    Probabilmente l’aveva inventata Giorgio Vasari, applicandola a Brunelleschi; poi Girolamo Bulzoni l’attribuì a Colombo. L’aneddoto esaltava la genialità dei due uomini del Rinascimento, di fronte a chi sminuiva la portata delle loro innovazioni, vuoi la famosa cupola, vuoi il viaggio verso occidente. La storiella dell’uovo diceva: tutti possono varcare l’oceano Atlantico, ma solo dopo che qualcuno l’ha fatto la prima volta dimostrando che si può tornare indietro. Inoltre, metteva in evidenza gli ostacoli che tanti, e in particolare i dotti di Salamanca, avevano opposto ai progetti del genovese, e l’astuzia con la quale questi li aveva messi in scacco. Questo falso diventò col tempo una storiella popolare, buona per essere raccontata anche nelle scuole, ma facilmente oggetto di ironie. La più conosciuta è di Cesare Pascarella, che, nel primo sonetto della sua Scoperta dell’America (1894), raccontò che Colombo se ne servì per convincere la gente che “ar monno c’era pure er monno novo”. Ma è divertente anche quella di Fred Buscaglione, secondo il quale Colombo persuase i dotti di Salamanca, più che con l’uovo, con la promessa (la canzone è del 1957) che sarebbe tornato dall’America portando con sé Marylin Monroe.

    01Fig. 1 Fred Buscaglione, Voglio scoprir l’America (1957) Fonte  Buscaglione cantava che “Colombo sospettava che la terra fosse rotonda”. Alludeva a una seconda diceria: che i saggi fossero convinti che la terra fosse piatta, mentre lui, il genio innovatore, aveva intuito che era rotonda. Ecco il secondo esempio: la gente, nel medioevo, era terrapiattista. E questo è uno stereotipo bello e buono, che troviamo anche in qualche manuale, e che, come tutti gli stereotipi, quando uno ci crede è difficile convincerlo del contrario. Anche questa falsa conoscenza ha sangue nobile nelle vene. La creò Washington Irving nella sua “biografia romantica” (come venne definita) di Colombo, nella quale mise in evidenza, lui anticlericale, il clima oppressivo della Chiesa cattolica. Il libro, pubblicato nel 1828, ebbe subito più di cento edizioni. Andò a rafforzare il mito di un medioevo soffocato dalla superstizione religiosa e, perciò, inesorabilmente terrapiattista. Le smentite di questa credenza sono innumerevoli e ben documentate. Nel medioevo si sapeva bene che la terra fosse rotonda. Certo, le convinzioni della gente comune non ci sono note. Ma quei colti che, cedendo alle fantastiche storie raccontate da Cosma Indicopleuste – il mercante greco-romano che nel 520 d.C si avventurò nell’Oceano indiano - pensavano che la terra fosse una sorta di fazzoletto piatto, con tutta probabilità erano di meno di quelli che ne sono convinti oggi.

     

    02Fig. 2: Washington Irving passò molto tempo in Spagna, paese al quale dedicò non solo il libro su Colombo, ma anche le Cronache della conquista di Granada, città dove è celebrato con una statua. Fonte  E le invenzioni?

    Queste non si contano. Ma non su Colombo, quanto a causa di Colombo. Prima di lui nessuno aveva mai raccontato di essere andato in America. È dopo che cominciò ad essere celebrato come scopritore, eroe e benefattore dell’umanità, che i concorrenti invasero la scena. Avevano iniziato gli scandinavi, già al tempo delle prime celebrazioni nel corso del 1800. Le loro pretese furono confermate dalle fonti (non dalla mappa di Vinland, un falso acquistato a suon di milioni dall’università di Yale), quanto piuttosto da cronache medievali e, soprattutto, dalle evidenze archeologiche. Forse galvanizzati da questo successo, ecco presentarsi i paraguayani, che sostengono di essere derivati anche loro dagli antichi vichinghi; gli afro-americani, che giurano che i loro antenati sbarcarono in America con le loro canoe ben prima delle navi negriere; i polinesiani, ai quali l’impresa del Kon-Tiki – la zattera con la quale Thor Heyerdahl attraversò il Pacifico nel 1947 - sembra la dimostrazione evidente delle loro pretese; i cinesi, che sventolano una carta che sarebbe stata disegnata nel 1414, prova indiscussa del fatto che conoscevano l’America decenni prima di Colombo; fino ad arrivare ai turchi, che, al dire di Recep Erdogan, avevano battuto il navigatore genovese di molti anni (l’elenco completo è molto più lungo).

     

    03Fig. 3. La carta di Mo Yi Tong, a sinistra, vorrebbe dimostrare che nel 1414 i cinesi conoscevano perfettamente non solo il continente americano, ma anche l’intero planisfero. Sulla sua base, Gavin Menzies ha scritto 1421. La Cina scopre l’America (Carocci 2003). A destra, la carta di Vinland, la cui falsità è stata definitivamente dimostrata nel 2018 da J. P. Floyd. Fonte1 Fonte2  Basate su carte falsificate professionalmente (come nel caso della mappa di Vinland) o su bufale indigeribili (come la carta disegnata dagli alieni che giustifica le pretese di Erdogan), queste sono alcune delle “invenzioni” con le quali tanti avanzano la loro pretesa di essere i fondatori della modernità: ecco, infatti, che cosa vuol dire oggi “essere gli scopritori dell’America”.

     

    Perché inventare la storia?

    Al principio degli anni ’80, due storici inglesi, Eric Hobsbawm e Terence Ranger, chiamarono a raccolta un buon numero di colleghi da tutto il mondo per rispondere a una domanda: “quanto sono antiche le tradizioni popolari”? Questa domanda aveva un risvolto politico dirompente. Infatti, in quel periodo cominciavano a pullulare movimenti indipendentisti e identitari, che sostenevano di interpretare la genuina essenza dei popoli, repressa dalle politiche dominanti. La risposta degli storici era netta: la maggior parte di queste tradizioni era inventata. A volte era falsa del tutto; a volte costruita a partire da un qualche nucleo storico. Non si salvava nulla: dal tartan e dalla cornamusa scozzesi, al sumo giapponese, alle tradizioni sioniste, agli eroi e tradizioni bretoni, provenzali, francesi e italiani, fino al limoncello e alla torta caprese. L’intera collezione di feste, simboli, racconti, abbigliamenti e alimenti che ogni nazione, e ogni località, esibiva come emblema e prova della propria identità, non affondava le radici in un’antichità ancestrale, ma era stata letteralmente costruita nell’Ottocento proprio da quella politica, che quei movimenti si proponevano di combattere, e a volte anche dopo (L’invenzione della tradizione, Einaudi 1983).

     

    04Fig. 4. Il tartan, tipo di tessuto inventato nel XIX secolo, diventato in Scozia simbolo dell’antichità delle sue tradizioni. Il limoncello e la torta caprese, presentati come tradizioni genuine della celebre isola, in realtà sono frutto dell’ingegno di albergatori e pasticcieri degli anni ’70-’80 del secolo passato. Fonte1 Fonte2 Non ci sono limiti all’invenzione. Forse il caso più incredibile è quello di Anatolij Timofeevič Fomenko, del quale ci parla Marina Gazzini. Si tratta di un fisico russo che, supportato da calcoli matematici e astronomici, afferma che il Medioevo non esiste. Fu inventato da un complotto di teologi italiani che volevano occultare la potenza della nuova Roma, Mosca. Quindi, interpolarono dei secoli fra la caduta dell’Impero romano e il sorgere del principato di Kiev, antesignano appunto della santa madre Russia. E’ la “nuova cronologia”, una sorta di “nuova storia” che attrae tantissimi, disposti a credere che il Colosseo era un monumento di Costantinopoli, ricostruito a Roma dopo la sua caduta ad opera dei turchi, e più volte distrutto e ricostruito fino al 1907, data della sua versione attuale; che Pompei sarebbe stata distrutta dall’eruzione del 1631 e non del 69 d C; che Platone sarebbe vissuto nel Rinascimento, più o meno quando Poggio Bracciolini scriveva gli Annali di Tacito e che Venezia, infine, non fu fondata da gente italica, ma venne costruita dagli slavi.

     

    Disposti a credere: perché?

    Si inventano storie e si costruiscono falsi per molti motivi, scrive Marina Gazzini. La signora Casali pensa di vendere meglio il limoncello che appena inventato (al quale non sapeva nemmeno lei che nome dare), presentandolo come un liquore di antica tradizione; Gradara e Carcassonne sono convinte che, se la gente non sa che sono dei falsi clamorosi, accorrerà in massa ad ammirare il loro medioevo posticcio; Costantino Simonidis produsse il falso papiro di Eliodoro per soldi, come ha dimostrato Luciano Canfora.

    Tanti motivi: ma la gran parte delle tradizioni raccolte nel volume di Hobsbawm e Ranger venne creata a ridosso della formazione di quel “paradigma classico dell’insegnamento della storia”, del quale abbiamo parlato nelle lezioni precedenti. Ma dobbiamo notare che – proprio mentre i due storici scrivevano il loro libro – si stava attivando un secondo, poderoso, processo di invenzione di tradizione: quello che stiamo ancora vivendo. I due fenomeni si assomigliano per il fatto di situarsi in un momento di passaggio. Nel Sette-Ottocento, si transitava dalla società di ancien régime a quella moderna. Cessavano di funzionare le agenzie sociali formative (la chiesa e la comunità locale), veicoli di tradizioni che risalivano a volte al Medioevo. Uomini e donne erano precipitati di colpo in modelli sociali nuovi e inseriti in una “comunità invisibile”, quale era quella nazionale. Ecco, dunque, gli stati che avviano la loro pedagogia: attraverso la scuola (e le caserme), da una parte; attraverso la storia diffusa dall’altra. Qui si situano le tradizioni inventate. Ai giorni nostri viviamo qualcosa di simile. La nuova società della globalizzazione precipita gli umani in uno spazio e in una comunità inediti, il mondo e l’umanità. Ecco il bisogno di “sapere chi siamo”. Nascono le nuove identità, per supportare le quali è deflagrato un secondo, straordinario momento di invenzione. Se queste sono le analogie, capire le differenze è fondamentale: mentre nell’Ottocento vi era un solo grande inventore, lo Stato, ai giorni nostri gli inventori sono molti e in concorrenza. Mentre nell’Ottocento gli stati producevano storia scolastica e invenzioni, e quindi c’era una forte sintonia fra i due prodotti culturali; i giorni nostri sono caratterizzati dalla pluralità e, spesso, dalla discordanza delle storie circolanti, e quindi delle immagini del passato diffuse nella società. Questi falsi e queste invenzioni non sono affatto un problema marginale, per chi studia e insegna storia, perché sono le spie di mutamenti profondi ed epocali.

    I riflessi in classe di questi mutamenti si vedranno nella prossima lezione, sul manuale di storia.

    I racconti di Colombo, di Vinland, di Fomenko e di tanti altri si trovano in Marina Gazzini (a cura di), Il falso e la storia. Invenzioni, errori, imposture dal medioevo alla società digitale.

  • di Antonio Brusa

    ImmagineFonte  La coincidenza è del tutto casuale, ma non per questo è meno significativa. “L’indice dei libri del mese” di aprile pubblica in primo piano un paginone sui falsi storici, curato da Giuseppe Sergi, mentre Carlo Rovelli ci informa che Sylvie Coyaud è stata citata in giudizio per aver osato denunciare la falsità di un prodotto miracoloso contro non so quale malattia. Sergi, nella sua presentazione - La serietà in tutte le storie - richiama il dovere dello storico di combattere per la verità, una parola che anni di decostruzionismo hanno reso difficile da pronunciare, ma che converrebbe inalberare sui nostri dipartimenti.

    Infatti, sta accadendo che la battaglia tende a precipitare dallo scontro delle idee (sale da sempre del progresso scientifico) allo shitstorm, come quello al quale è stato sottoposto Raoul Pupo, reo di aver fornito una ricostruzione scientifica della tragedia delle foibe. Sta accadendo che, a sostegno delle folle di insultatori da tastiera, vediamo schierarsi giunte regionali, e Pupo oggi rischierebbe un’accusa di negazionismo o di riduzionismo da parte delle giunte friulana e veneta. Scendono in campo anche i giudici, come rivela il caso di Sylvie Coyaud (ma noi, a Bari, abbiamo conosciuto un precedente, quando Raffaele Licinio venne citato in giudizio per aver manifestato la sua disapprovazione per un progetto fantastorico su Federico II).

    Certo, puoi uscirne indenne, come accadde a Licinio e come auguriamo a Coyaud. Ma intanto devi sottoporti al giudizio, agli avvocati, alle montagne di carte, alle udienze in tribunale. Un formidabile deterrente nelle mani dei ciarlatani, avverte Rovelli. Meglio tacere e non mettersi nei guai, dicono in molti, lasciando il campo libero ai mestatori di ogni disciplina.

    Affermare una verità scientifica, smantellare uno stereotipo è un dovere che comincia a costare. Scrive Rovelli che ci ha pensato due volte, prima di scrivere il suo articolo di denuncia. Siamo tutti, strenuamente, per la libertà di pensiero e di parola. Ma qui sta accadendo che qualcuno è più libero di altri, e chi lavora nel campo scientifico è molto meno protetto nel suo diritto di fare il proprio mestiere, di quanto non lo sia un ciarlatano.

    Così, avendo fatto parte del gruppo che Marina Gazzini ha raccolto per pubblicare Il falso e la storia, non so se esserne orgoglioso o se chiedere a chi mi legge di prepararsi a mandarmi le arance rituali.

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