Meme

  • di Antonio Brusa

    Un professore americano chiede sui social di inviargli i meme su Colombo. Dice che gli servono per insegnare storia ai suoi ragazzi. Ho provato a raccoglierne un po’, per vedere che cosa ci raccontano e che cosa ci possiamo apprendere.

     

    L'errore geografico

    Dato il loro numero, non pretendo di riprodurli tutti. Li divido per categorie, magari del tutto personali. E metto prima quelli che mi hanno fatto sorridere (un meme dovrebbe essere anche ironico, no?). Questi, per me, meriterebbero l’oscar. Eccone due varianti che chiamano in causa rispettivamente Microsoft e Apple

     

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    Ma irrompe subito Trump con una delle sue massime: “Se Colombo avesse usato il GPS non saremmo in questo pasticcio”

     

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    Gli immigrati illegali

    Da Trump alla politica il passo è naturale e coinvolge il tema caldissimo della migrazione. Lo stesso evento viene visto da prospettive opposte: la destra repubblicana e i liberali di sinistra.

     

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    Abbattiamo Colombo

    Uno dei temi caldi è quello dell’abbattimento dei monumenti. Buttare giù quelli di Colombo sembra diventato uno sport nazionale americano. Qualche volta si cerca di non urtare la sensibilità delle comunità italiane. Ecco, allora, le proposte di sostituzione. Da quelle più serie (mettiamoci un monumento a Leonardo) a quelle irridenti (sostituiamolo con una statua di Giovanni Baccalà). Questa è carina, dai.

     

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    Chi fu il primo?

    Ma Colombo fu il primo? Ovviamente no, lo sappiamo tutti. Gli scandinavi ne hanno fatto da sempre una malattia, per un Leif Erikson Day che non si fila nessuno. Le contestazioni a Colombo riaccendono le loro speranze. Magari, forzando alquanto la storia: non è affatto vero che i Vikinghi si comportarono pacificamente con le popolazioni indigene.

     

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    Colombo e gli indigeni

    Gli indigeni, dunque. Molte città e stati stanno sostituendo il Columbus Day con l’Indigenous Day. Molti meme spingono questa sostituzione con una delle figure retoriche più abusate nel discorso pubblico, la reductio ad hitlerum.

     

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    Il genocidio e altri crimini

    Il paragone è sollecitato dal genocidio. È una delle accuse che più alimenta la furia iconoclastica. I meme su questo tema non si contano. Stupri, assassini, schiavismo e ruberie sono solo un contorno dell'accusa principale. Eccone un paio di esempi che sfruttano una delle immagini più conosciute del genovese. Solo due, perché la maggior parte dei meme insiste proprio sul fatto che Colombo. come afferma una blogger, raccoglitrice anch'essa di meme colombiani, fu "uno dei peggiori assassini di massa della storia"

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    Difficile conservare un tono ironico (come vorrebbe il genere meme) quando si parla di crimini così gravi. Quelli che seguono sembrano provarci. Il primo fa riferimento alle code che spesso sopportiamo nei lunghi viaggi e che ci fanno andare fuori di testa. Il secondo dice che se concediamo a Liam Neeson di sparare a vista su tutto ciò che si muove, non è che possiamo tollerarlo anche per Colombo. Se non vi fanno sorridere, lo farà certamente quello di Gru (il “cattivissimo me”), che mette insieme il tema dell’errore di Colombo e quello degli indigeni.

     

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    Violenza senza ironia

    E ci sono i meme violenti, come l’oggetto che vogliono rappresentare. Eccone due. Uno chiaramente della destra americana, pensato – più che come difesa di Colombo – come accusa alle popolazioni native; l’altro che accomuna Colombo a uno dei più angosciosi assassini americani, quello Stephen Paddock che nel 2017 uccise una sessantina di persone e ne ferì quasi settecento. I veri americani vengono dall’Asia, vi si dice, non possono essere come Colombo e Paddock.

     

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    E, per finire, non poteva mancare il virus. “L’orrore di un virus mortale, portato in America da oltreoceano, mi ricorda di augurarti un Felice Columbus Day”. Velenoso.

     

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    I meme, una nuova fonte digitale?

    Che cosa potranno imparare domani, in quella classe americana, studiando e discutendo questi meme? Poco, se li prenderanno alla lettera. In fondo non fanno che ripetere (e confermare) l’immagine negativa di Colombo, ormai mainstream nel discorso pubblico americano. Meglio studiare un libro serio – direi a quel professore - se il suo scopo fosse quello di approfondire la figura di Colombo.

    Potranno imparare molto, invece, se si rifletterà su un tipo di comunicazione che tende a trasformare in slogan problemi di grande complessità. Molto se si osserverà come la violenza politica trasforma facilmente in strumento di offesa quello che potrebbe essere un mezzo ironico, capace di alleggerire le questioni più aspre e permettere, così, di discuterne con calma. Molto se si rifletterà sul fatto che il meme, nato come forma di comunicazione dissacrante e, quindi critica, può mutarsi nel veicolo di nuovi stereotipi.

  • di Raffaele Guazzone

    Il cavallo del principe nero
    ha fatto la cacca sul sentiero,
    e i soldati dell’armata
    tutti quanti l’han pestata.
    Dice un soldato – porca miseria
    la guerra è proprio una roba seria!
    Risponde un altro – miseria porca
    la guerra è proprio una roba sporca…

    Antico adagio popolare

     

    1Fig.1: Bernie Sanders alla cerimonia di insediamento del presidente Biden. Fonte Io me l’immagino lo storico che fra 150 anni cercherà di ricostruire la cerimonia dell’insediamento di Biden, e si arrovellerà cercando di capire il ruolo di Bernie Sanders in quel contesto, e come mai ci siano in rete più informazioni sui suoi buffi guanti che sull’evento in sé: è bastata una foto d’agenzia ripresa da vari utenti di Twitter per scatenare la creatività e l’ironia del web, che hanno piazzato il senatore del Vermont nei più sperduti angoli del globo e della storia.  

      È lui il primo a scherzarci, ma intanto stampa felpe e magliette con la sua effigie per finanziare centinaia di pasti per anziani non autosufficienti attraverso il progetto Meels on the Wheels: al momento in cui sto scrivendo la cifra si aggira attorno ai due milioni di dollari.

     

     

    Se è chiar 2Fig.2: Bernie Sanders in pausa pranzo con gli operai più celebri della storia dell’edilizia. Fonte o che non possiamo fare storia con i meme, ma che dovremmo fare al limite la storia dei meme, a partire dalla questione della loro conservazione in un mondo come quello della rete, dove l’obsolescenza è dietro l’angolo, è evidente però che queste immagini dicono tanto sul nostro tempo, come spiega ad esempio Antonio Brusa analizzando il caso dei meme sul povero Colombo, che negli USA riesce a farsi strumentalizzare dall’alt-right come dai liberal.

     

    Roba da museo

    Dobbiamo insomma lasciarci alle spalle l’idea che un meme sia solo un’immagine virale con una battuta di spirito, una specie di vignetta 2.0 della Settimana enigmistica, magari imparando dal mondo anglosassone, dove l’attenzione all’oggetto invece è completamente diversa: inglesi, americani ed australiani li analizzano come autentici prodotti culturali, e c’è anche chi, come il ricercatore Arran Rees, si pone il problema della loro conservazione e suggerisce di approntare un museo). Io già me li vedo gli studenti del futuro, annoiati dalla gita al museo di storia del XXI secolo, che si ringalluzziscono nella sala dei meme e si danno le gomitate come abbia fatto qualunque alunno che abbia visitato il lupanare di Pompei. Però la questione è tutt’altro che banale; chiunque abbia iniziato a pubblicare contenuti sul web prima dei social sa bene a quante piattaforme abbiamo dato l’addio causa rapida obsolescenza: GeoCities in un decennio è passato da terzo sito più visitato in rete alla chiusura, e con lui se ne sono andate pagine e pagine di materiali creati dagli utenti. Spero di sbagliarmi, ma l’ottimismo con cui archiviamo dati nei nostri cloud assomiglia un po’ troppo alla fiducia con cui molti audiofili hanno soppiantato la propria collezione di vinili con i compact-disc.

     

    Fare didattica coi meme

    3Fig.3: Alessandro Lolli, La guerra dei meme. Fonte  A chiunque volesse approfondire la questione dal punto di vista storico e sociologico, non posso che consigliare la lettura del saggio di Alessandro Lolli, La guerra dei meme.

    Una cosa che posso dire per certo però, dal mio punto di vista di insegnante, è che con i meme possiamo fare didattica della storia. Parlo per esperienza personale: a cavallo delle vacanze di Natale, anche per vincere l’entropia della didattica a distanza, ho proposto un laboratorio sul tema ai miei ragazzi di terza superiore, i cui esiti potete leggere qui.

    Analizzando più a freddo la questione, anche alla luce degli esiti del lavoro in classe, ci sono un paio di punti su cui mi pare sensato riflettere. Tutti i miei ragazzi sanno cos’è un meme, ma solo il 10% di loro ne produce con qualche creatività. Il più delle volte per loro si tratta semplicemente di scrivere su un’immagine usando Instagram. Vero, esistono diverse applicazioni intuitive che permettono di svolgere in maniera rapida le operazioni principali: io consiglio il software libero imgflip, il popolarissimo Meme Generator oppure giphy per produrre gif animate. Resta il fatto che non tutti i ragazzi hanno competenze di fotoritocco necessarie per produrre artefatti più elaborati, e soprattutto non tutti sono in grado di produrre una battuta che sia sintetica, precisa, divertente e originale. D’altronde la ripetitività schematica del meme ha la sua forza nella variazione, più che nella creazione originale.

    4Fig.4: Mr. Burns che cerca nuovi amici fra gli studenti. Fonte Come spiega bene il saggio di Lolli (pagg. 83-97), gli internet meme nascono in contesti molto chiusi, caratterizzati dall’anonimato e da comunità con un’identità forte, i cui utenti si scambiano 

    immagini su forum o bacheche evidentemente riservate ad adulti, sia per i contenuti che per i temi; solo in un secondo tempo, grazie anche al ruolo dei social network, il gioco viene allargato ad una platea molto più ampia, a tal punto che i meme si avviano a soppiantare le emoticons come strumento di reazione ad una conversazione online.

     In sintesi, il creatore-tipo di meme appartiene alla generazione dei Millennials, è cioè a cavallo tra i 30 e i 40 anni: senza dubbio non l’età media del corpo docente italiano, in ogni caso più vicina agli insegnanti che agli studenti. Portare i meme a scuola quindi non è “parlare giovanilese”, cercare di accalappiare l’attenzione dei ragazzi con qualcosa che appartiene al loro mondo per far filtrare i contenuti del programma. Semmai, è utilizzare uno strumento contemporaneo e condiviso da entrambi per riorganizzare le conoscenze in una dinamica di laboratorio. 

     

    Qualche esperienza in rete

    Per capire lo stato delle cose nel nostro paese basta fare un piccolo esperimento: se si inseriscono le parole meme e didattica in Google, troviamo decine e decine di pagine che raccolgono immagini dove si scherza sulla scuola. Anzi, il suggeritore del motore di ricerca ti sussurra all’orecchio: “stavi forse cercando meme didattica a distanza?”. Clicco, e scorro gli stessi meme che girano da quasi un anno su qualsiasi gruppo WhatsApp popolato da insegnanti, evidentemente creati da colleghi o da genitori frustrati dalla DaD, alcuni divertenti, altri meno.

    5Fig.5: Lo stress da DaD. Fonte  Bisogna giocare per un po’ con la rotella del mouse per incrociare il lavoro di alcuni colleghi che, seguendo la stessa intuizione che ho avuto io, hanno creato situazioni laboratoriali che prevedessero un meme come artefatto finale.

    La collega Maria Pellegrino, che lavora all’ IS “A. Venturi” di Modena (un liceo artistico che include anche un percorso professionale di grafica), ha chiesto ai ragazzi di esprimere le proprie emozioni contrastanti derivate dalla didattica a distanza e dal confinamento a cui siamo stati sottoposti tra marzo e aprile dell’anno scorso usando proprio i meme come strumento per raccontarsi: il progetto si chiama Un meme per il Coronavirus e ha coinvolto classi del primo e secondo anno; i ragazzi hanno sfruttato noti loghi pubblicitari per creare slogan che giocando con le parole e con i marchi utilizzati invitassero a rimanere a casa, e più in generale ad adottare comportamenti socialmente corretti. In un colpo solo, lavoro sull’immagine, sulla lingua, sulle competenze di cittadinanza, sulle competenze digitali. E alcuni dei risultati sono decisamente efficaci, basta spulciare le cartelle di Google Drive che la docente ha condiviso in rete.

    Pure gli allievi dell’indirizzo linguistico del Liceo Poerio di Foggia si sono dati da fare: la collega Clotilde Moro, approfittando della distanza, ha svolto alcune lezioni di Fisica in inglese secondo la metodologia CLIL, ha illustrato la tecnica di base per concepire e realizzare un meme e poi ha dato carta bianca ai ragazzi. I risultati, immagini dove si ironizza su questioni scientifiche, sono stati raccolti dagli alunni su una bacheca padlet che si può visualizzare qui; ai ragazzi infine è stato chiesto di argomentare – sempre in lingua inglese – spiegando e contestualizzando i contenuti del loro lavoro.

    Anche se rimangono anonime, sono sicuro che ci sono centinaia di altre esperienze positive; purtroppo però ai docenti italiani manca un po’ la capacità di documentare e condividere il lavoro svolto, facendo rete. So per certo che molti colleghi hanno cercato di interpretare con creatività la contingenza – per lo meno quelli che hanno capito che didattica a distanza e didattica in presenza non sono intercambiabili, ma sono due cose diverse, e che se per il secondo approccio abbiamo strumenti rodati, per il primo c’è ancora tanto da inventare. Questo bisogno di sperimentare probabilmente è l’unico aspetto positivo dei tempi terribili che stiamo vivendo: dovremmo aggrapparci alla nostra fantasia come a un salvagente, trasformare la frustrazione in creatività.

     

    Cosa si dice oltre oceano

    C’è anche da dire che il lavoro meritorio dei colleghi citati, spesso è frutto di intuizione e di una buona dose di improvvisazione: gli insegnanti hanno pochi strumenti a disposizione per organizzare questo genere di attività, poco tempo per progettare il lavoro, una formazione inadeguata e una resistenza al cambiamento quasi genetica. Anche così si spiega quell’entropia che attira pure il migliore di noi verso la sedia della cattedra, verso la formula magica “aprite il libro, io leggo e voi sottolineate” con cui la maggior parte di quelli che sono stati i nostri insegnanti (specie i peggiori di loro) risolvevano ogni questione didattica.

    Torniamo però all’esperimento di partenza, chiediamo a Google cosa dice il mondo anglosassone a proposito dello stesso tema. Quello che colpisce subito digitando meme e education, è che – tolte un paio di raccolte di immagini - gli altri articoli sono suggerimenti su come usare i meme a scuola: E, fatto da sottolineare, tutti gli interventi non sono generati come nel nostro caso dalla contingenza della didattica a distanza, ma fanno parte di una riflessione organica e ben radicata.

    Sharon Serano, un’insegnante di matematica della Washington Townhall High School, ha introdotto da anni nella sua scuola i meme come strumento per promuovere una comunicazione fra studenti e docenti all’insegna della chiarezza e del senso dell’umorismo: nel suo blog riflette su questioni importanti, ad esempio sull’appropriatezza dell’uso di certe immagini piuttosto che altre, sulla scelta dello strumento per realizzare e condividere il lavoro. La collega americana intuisce che ci siano mille applicazioni didattiche per questo genere di attività, anche non strettamente connesse a una disciplina: creare regole per la classe, arricchire il vocabolario, sintetizzare passaggi cruciali di un’opera letteraria, o mettere in evidenza fatti storici significativi.

    6Fig.6: Come spoilerare il finale della saga di Harry Potter con un meme. Fonte  Mentre noi siamo ancora qui a chiederci se la storia vada spiegata sui manuali e basta, o se vale la pena di tentare un approccio diverso ed inserire qualche strumento giocoso nella nostra cassetta degli attrezzi, Joshua D. Brown, che insegna all’Università della Florida, si chiede come mai nei corsi del dipartimento di Farmacia non venga chiesto agli studenti di lavorare coi meme: in fondo chi partecipa al suo corso (Pharmacoepidemiology and Drug Safety) deve acquisire la competenza fondamentale di saper comunicare in maniera immediata contenuti complessi a chi non ha particolari conoscenze scientifiche in materia di farmaci, come la media dei pazienti che si rivolgono ad un operatore sanitario. Pertanto propone di integrare il tradizionale saggio di fine corso con almeno due meme che sostengano le argomentazioni del candidato.

      

    Strumenti e risorse

    Se permanesse qualche ulteriore dubbio, basta andare a scorrere le pagine che la Library of Congress dedica ai meme: c’è un’intera sezione del più importante istituto dedicato alla conservazione del patrimonio culturale americano dedicata alla “web culture”, dove si spiega esplicitamente che raccogliere sistematicamente e conservare le creazioni collettive che si trovano in rete è doveroso, perché le forme e pratiche di produzione culturale contemporanee vanno documentate alla stessa stregua delle tradizioni dei nativi, o dell’impatto dei migranti europei nelle metropoli d’inizio ‘900. In una parola: i meme sono (saranno) storia.

    La cosa più simile ad un museo dei meme, come evocato all’inizio dell’articolo, è il sito Knowyourmeme, forse il più grande catalogo online di immagini virali. È uno strumento prezioso per varie ragioni: funzionando come un archivio, è possibile risalire alla prima versione di un meme, e ricostruire l’albero genealogico delle sue filiazioni. Per ciascuna immagine gli utenti segnalano la provenienza, la storia, le varianti. Nessun criterio filologico, si badi bene, ma sono comunque informazioni piuttosto utili anche per analizzare con gli studenti il contesto in cui nasce uno scatto virale e le modalità della sua propagazione. La questione non è banale, perché risalire alla fonte primaria di queste immagini è un’attività complicatissima.

    7Fig.7: Saccheggiatore ready made. Fonte Un altro aspetto, di particolare interesse per chi voglia far cimentare i ragazzi con un’attività di laboratorio, è che su Knowyourmeme c’è una mole impressionante di materiali già pronti per essere riutilizzati: sfondi, templates, gif animate modificabili rapidamente. Cerchi Sanders imbacuccato sulla seggiola? C’è. Ti serve invece un saccheggiatore del Campidoglio? Eccolo qui, già pronto per essere appiccicato sul tuo sfondo preferito, in attesa di una battuta folgorante.

      

    Potrei fare decine di esempi di siti che offrono repertori di immagini e strumenti per costruire meme, oltre a quelli già citati finora, ma c’è da dire che nessuno di essi è stato realizzato con un taglio didattico. Chiudo quindi questa panoramica assegnando un trofeo speciale all’opera meritoria di tre volontari della Biblioteca Nazionale dei Paesi Bassi, che hanno realizzato un tool stupendo: Medieval Memes. Sul sito è presente una collezione considerevole di immagini, che rimanda all’archivio dei codici miniati della biblioteca, attraverso il quale si possono fare ricerche più raffinate. Se invece ci si accontenta della selezione proposta, cliccando su ciascuna illustrazione possiamo accedere direttamente allo strumento per personalizzarla, ma la pagina offre anche altri contenuti, che in maniera semplice inquadrano l’immagine dal punto di vista storico, analizzano i dettagli che la compongono, descrivono la fonte da cui è tratta. Completa il pacchetto una clip video, dove con linguaggio accessibile (per chi conosce l’inglese o il neerlandese, ovviamente) viene ricapitolato tutto ciò che c’è da sapere.

      8Fig.8: Crea il tuo meme. Fonte In pochi passi il meme è pronto per essere condiviso sui social, mentre l’utente ha fatto qualcosa di più che realizzare una barzelletta digitale. Ha fatto vivere un archivio, ha ricostruito un contesto, ha aggiunto il suo contributo ad un dibattito che ha a che fare con l’immaginario pubblico, anche se nella sua mente l’operazione non è molto diversa da quello che fanno i miei ragazzi scarabocchiando le foto del loro libro di storia: alla fine, anche i più svogliati almeno le didascalie le leggono.

    Se potessi immaginare un paese ideale dove le scuole lavorano in sinergia con le biblioteche e con chi progetta software, chiederei alla biblioteca di digitalizzare tutte le immagini che trova, all’ingegnere informatico di inventare un programma per ritoccarle rapidamente, ai miei alunni di scrivere i contenuti per spiegare agli utenti la storia nascosta dietro ogni miniatura. Non sarebbe bellissimo?

      9Fig.9: All you need. Fonte

    Biblio-sitografia

    - Memes should be archived in a museum, 30 marzo 2020 nella pagina delle notizie del sito dell’Università di Leeds, https://ahc.leeds.ac.uk/fine-art/news/article/1516/memes-should-be-archived-in-a-museum.

    - J. D. Brown, What Do You Meme, Professor? An Experiment Using “Memes” in Pharmacy Education, 29 ottobre 2020, in MDPI, https://www.mdpi.com/2226-4787/8/4/202/pdf.

    - A. Brusa, 12 ottobre 2020. Columbus memes, 12 ottobre 2020 su Historia Ludens, http://www.historialudens.it/diario-di-bordo/379-columbusmemes.html.

    - R. Guazzone, MEME-NTO MORI. Ovvero come sfottere papi e imperatori al tempo dei social (e leggere attentamente il manuale), 20 gennaio 2021 su Historia Ludens, http://www.historialudens.it/didattica-della-storia/399-memento-mori-ovvero-come-sfottere-papi-e-imperatori-al-tempo-dei-social-e-leggere-attentamente-il-manuale.html.

    - R. H. Levey, Sanders Camp Turns Meme into Meals (on Wheels), 26 gennaio 2021 su TheNonProfitTimes, https://www.thenonprofittimes.com/news/sanders-camp-turns-meme-into-meals-on-wheels/.

    - A. Lolli, La guerra dei meme – Fenomenologia di uno scherzo infinito, Effequ, Orbetello 2017.

    - C. Moro, La didattica con i meme: Fisica e Clil, presentazione del progetto didattico pubblicata sul sito del Liceo Poerio di Foggia il 30 giugno 2020, https://www.liceopoerio.it/la-didattica-con-i-meme-fisica-e-clil/.

    - M. Pellegrino, Un meme per il coronavirus, presentazione del progetto didattico pubblicata sul sito dell’IS Venturi di Modena, https://www.isarteventuri.edu.it/pvw/app/MOIA0001/pvw_sito.php?sede_codice=MOIA0001&page=2680190.

    - S. Serrano, 5 Ways to Use Memes With Students, 21 gennaio 2021 in International Society for Technology in Education, https://www.iste.org/explore/classroom/5-ways-use-memes-students.

    - A. Rees, Are memes worth preserving?, 17 gennaio 2020 sul sito dell’ACMI, https://www.acmi.net.au/stories-and-ideas/are-memes-worth-preserving/.

    - M. Wright, Smitten with Bernie!, articolo pubblicato il 20 gennaio 2021 sulle pagine online del Daily Mail, https://www.dailymail.co.uk/news/article-9168813/Bernies-Vermont-dadcore-fashion-steals-inauguration.html#i-177a07672d34d8c9.

     

    Applicazioni e collezioni di immagini

    https://imgflip.com/
    https://memegenerator.net/
    https://giphy.com/
    https://www.reddit.com/
    https://www.4chan.org/
    https://www.loc.gov/collections/web-cultures-web-archive/
    https://knowyourmeme.com/
    https://www.medievalmemes.org/
    https://manuscripts.kb.nl/

  • di Raffaele Guazzone

     

     

    Per un insegnante di storia la cosa più divertente sui social sono i meme sul Medioevo. Sfido qualsiasi collega a provare il contrario. Non sono solo io a dirlo: parlano i dati di accesso di pagine come Feudalesimo e Libertà pseudopartito filomedievale con tanto di merchandising a tema, oppure Alessandro Barbero noi ti siam vassalli, direttamente connesso alla crescente popolarità del docente universitario – il primo a guardare con ironia al suo strano ruolo di pop-star della storia, dimostrando in molti dei suoi interventi che è possibile fare divulgazione corretta e piacevole, anche ridendoci un po’ su.

    Ciò che più colpisce dei meme che circolano in rete, che sono ovviamente prodotto di appassionati e non di professionisti del settore (anche se forse qualche collega ci si trastulla volentieri…) è l’originalità, l’attualità e il lavoro di documentazione che spesso si nasconde dietro a quella che non è una semplice presa in giro, ma una forma di analisi del contemporaneo usando la storia non come pretesto, ma come punto di confronto.

    Piccola storia dei meme

    Il meme è forse la forma più bella e attuale di riappropriazione della cultura permessa dalla rete. È efficace, diretto, divertente, non guarda in faccia a nessuno, è facilissimo da realizzare, può diventare virale in un secondo e ciascuno può ri-manipolarlo a proprio piacimento. Sono quasi disposto a scommettere che fra 30 anni in università attiveranno un corso di Filologia del meme, e mi dispiace di non avere le competenze per aderire al bando di concorso, se mai lo pubblicheranno

     

     

    fig1Fig.1 Vignetta pubblicata nel 1919 dalla rivista satirica dell’Università dell’Iowa Wisconsin Octopus1921: forse il primo meme della storia. Fonte

     

     

    Ecco una rapida rassegna sull’origine del termine.

    Ciò che più mi interessa del meme, come fenomeno di comunicazione di massa, è il suo aspetto satirico e i suoi rapporti con il potere. “Feudalesimo e libertà” parte proprio da questo punto di vista: criticare la situazione politica attuale in chiave di confronto ironico con il passato, sbeffeggiando evidentemente chi questo confronto lo fa coscientemente, senza sapere granché di storia. Trollare chi sostiene che stiamo tornando al medioevo proponendo soluzioni pseudomedievali come agenda politica di radicale alternativa mi sembra geniale al di là della perizia storica delle informazioni su cui si basa la presa in giro e del latino/volgare maccheronico di cui ciascun meme è corredato.

     

     

    fig2Fig. 2 Contro l’abuso del medioevo e infografica di pseudopropaganda, 6 dicembre 2020. Fonte fig3Fig. 3 Contro l’abuso del medioevo e infografica di pseudopropaganda, 4 dicembre 2020. Fonte

    Siamo di fronte a una tecnica nuova per una dinamica vecchia: parole e immagini per prendere in giro chi conta nella società, amplificate dalla velocità della rete e moltiplicate in modo esponenziale grazie alla facilità di manipolare, ricombinare e variare contenuti di partenza. Non sempre l’esito finale è all’altezza delle possibilità dello strumento, ma dobbiamo riconoscere che viviamo nel secolo migliore per prendere in giro il potere. Paradossalmente è proprio da questo punto che anni fa è partito il percorso di Beppe Grillo, oppure la fulminante carriera del neo-presidente ucraino Zelensky e comunque si valutino quelle esperienze, bisogna riconoscerne la novità nel panorama politico.

    Sfottere il potere

    La storia dei meme meriterebbe un bello studio interdisciplinare fra sociologia, arte, storia e comunicazione. Non è questa la sede e non posseggo le competenze per farlo. Nella programmazione di storia però ciascuno di noi dedica ampio spazio all’analisi delle forme del potere nel corso dei secoli, e una buona integrazione con letteratura consente di mettere in evidenza i contrasti fra cultura e potere: poeti, drammaturghi, pamphlettisti e rivoluzionari hanno versato fiumi d’inchiostro per criticare chi governa (non sempre nei limiti della libertà di parola). Le opere che generalmente hanno più successo, sia tra il pubblico dell’epoca che fra i nostri banchi, sono quelle in cui gli autori denunciano l’establishment a suon di battute, parodie e sberleffi.

    Introducendo la storia della letteratura, dedico sempre una lezione al ruolo dei giullari, riscuoto ovazioni leggendo i consigli di Gargantua su come pulirsi il sedere, e ai ragazzi lo scontro fra cattolici e protestanti arriva meglio con i grotteschi manifesti di propaganda di ambo le parti che con le analisi delle tesi di Lutero. Questi, peraltro, collaborò attivamente con Lucas Cranach per raggiungere un pubblico più vasto delle corti.  La storia della collaborazione fra Lucas Cranach e Lutero, corredata dalle immagini si trova qui.

     

     

    fig4Fig. 4. Due fedeli poco propensi a sottomettersi al rito del bacio del piede, mostrano al Papa tutto il loro disappunto. Incisione seicentesca da Lucas Cranach, su un’idea di Lutero stesso. Fonte

    Mi sembra impossibile spiegare il sistema industriale senza far vedere Tempi moderni di Chaplin, che si possano affrontare le trasformazioni dell’Italia dopo il boom economico senza Fantozzi. La lista è provvisoria, ma potrebbe arricchirsi all’infinito. Il punto è che prendere in giro non è mai un’operazione neutra: significa sempre, nella storia della cultura, confrontarsi criticamente con un tema, una figura, una situazione, prendere una posizione, ed esprimere il proprio dissenso con uno strumento differente ma altrettanto efficace del dibattito politico. Fare la storia del potere implica anche fare una storia della contestazione al potere stesso: dal punto di vista dell’efficacia, la satira vale quanto un proclama rivoluzionario.

    L’attività

    Nel corso della programmazione per il terzo anno (la classe è la 3ERR dell’Istituto Cossa di Pavia, lavoro nell’indirizzo alberghiero) ho inserito un’unità dedicata al contrasto fra papato e impero dal 1000 al 1300. Nel percorso emergono figure che purtroppo non si ha mai il tempo di approfondire a tutto tondo, sulle quali spesso ho assegnato ricerche individuali. Quest’anno, complici i tempi diversi della didattica a distanza e la necessità di proporre attività che coinvolgano gli alunni senza obbligarli ad ascoltarmi per ore con le loro precarie connessioni e i loro strumenti, ho modificato la proposta: visto che leggere wiki-relazioni copiate annoia anche me, ho chiesto ai miei alunni di prendere in giro uno dei personaggi che abbiamo incontrato sul manuale. La scelta è caduta su tre imperatori (Ottone I, il Barbarossa e Federico II) e tre papi (Gregorio VII, Urbano II e Bonifacio VIII).

    Ho creato una bacheca con Padlet, scegliendo il layout a colonne (la pagina è pubblicamente consultabile a questo indirizzo). Per ciascun personaggio poi ho aggiunto tre etichette, sotto le quali inserire le informazioni e le deduzioni frutto della ricerca di ciascuno dei gruppi tra cui ho diviso il lavoro: problemi da affrontare, punti di forza e punti deboli.

    Al termine della prima fase, dedicata all’analisi, i ragazzi hanno raccolto delle immagini da cui partire per elaborare l’output finale. Ho incentivato la loro creatività aggiungendo una ultima colonna, con alcuni esempi che man mano incontravo in rete.

    Ho creato poi delle stanze con Google Meet, per consentire a ciascun gruppo di riunirsi, fare un brainstorming, riflettere sul ritratto ideale del personaggio ottenuto durante la ricerca, esprimere e idiosincrasie e intuizioni di ciascuno nella valutazione vizi e virtù del protagonista prescelto, progettare l’immagine e la battuta di commento.

    Molti dei partecipanti erano già capaci di produrre meme in autonomia. Io comunque consiglio l’uso del software libero imgflip, che tra le altre cose permette facilmente di comporre e modificare immagini, testi, oltre che attingere ad un repertorio di immagini virali che i ragazzi ben conoscono e che sono liberi di utilizzare per integrare o sostituire la ricerca iconografica svolta in precedenza.

    I loro capolavori sono poi stati postati sullo stream di classroom. Qui pubblico gli esemplari più rappresentativi.

    L’attività è stata valutata come verifica formativa, usando come indicatori l’output finale, considerato sia per originalità che per coerenza storica, la cooperazione all’interno del gruppo, i materiali preliminari di ricerca pubblicati sulla bacheca di Padlet.

     

     

    fig5 fig6

     

     

    fig7 fig8 fig9

    fig10

     

     

     

    Usare bene il testo (e il contesto)

    Il testo principale del laboratorio è il manuale, che i ragazzi devono usare in maniera critica. I campi da compilare per ciascun soggetto implicano non una mera ricerca di fatti, ma una riflessione: non basta per esempio sapere che Urbano II lancia la prima crociata, bisogna ricostruire i problemi alla base dell’evento – in particolare, il tentativo di rafforzare ulteriormente la figura del papa nella diatriba con l’imperatore e la nobiltà europea. Bisogna insomma effettuare un’operazione di valutazione rispetto alle nozioni selezionate sul libro di testo. Cosa ci dice l’episodio dello schiaffo di Anagni su Bonifacio VIII? E sul suo successore, l’attuale papa Francesco, animato da una retorica dal tono abitualmente bonario, di cui però diventano spesso virali immagini che intenzionalmente rovesciano l’atteggiamento originario? Emblematica a tal proposito la diffusione della sua reazione alla fedele asiatica che lo strattonava in piazza San Pietro oppure l’intervento sul caso Charlie Hebdo (se uno “dice una parolaccia contro mia mamma, si aspetta un pugno”, dice in un’intervista a Marco Ansaldo pubblicata su Repubblica), al quale viene spesso associato un altro scatto che ha fatto ironicamente il giro del mondo, che però è stato probabilmente estrapolato da un’omelia in piazza San Pietro e decontestualizzato.

     

    fig11Fig. 11: Fonte fig12Fig.12: Fonte  

    Progettare la presa in giro

    La parte finale del lavoro prevede l’elaborazione di un giudizio – anche a partire dalla sensibilità personale – sul malcapitato potente assegnato al gruppo. Per prendere in giro qualcuno, che ci animi la bonomia o la cattiveria, le linee d’azione sono sempre due: ingigantire i difetti o sminuire i pregi. Dinamiche adottate costantemente dagli autori dei meme che circolano in rete, con sfumature che vanno dal rovesciamento carnevalesco, all’iperbole, alla parodia, alla citazione postmoderna, al costante collegamento con la contemporaneità

     

     

    fig13Fig. 13 L’assedio al Campidoglio rivisto da Feudalesimo e libertà in data 10 gennaio 2021. Fonte

    Sfottere però non è un’operazione banale, a meno di non scadere nel triviale: implica consapevolezza, analisi, giudizio critico. La raccolta di informazioni preliminare è identica, come si è visto, a qualsiasi ricerca di approfondimento, quello che cambia è lo scopo: non spiegare, ma irridere, passando attraverso quella che tutto sommato è un’argomentazione di contenuti e di fatti storici, solo restituiti in una prospettiva ribaltata.

    Ricordati che devi morire

    L'idea è di prendere in giro i soggetti per i loro difetti e per le manie di grandezza, o di scherzare sul loro ruolo. Ma per farlo bisogna conoscerli, bisogna analizzare i fatti che li riguardano, le decisioni e le politiche intraprese.

    Non basta: bisogna empatizzare con i personaggi scelti, calarsi nei loro panni, cercare di interpretare il loro carattere alla luce delle fonti e dei fatti storici. E poi ribaltare completamente la prospettiva, per prenderli in giro, contaminando l'iconografia e l'immagine mentale che gli alunni hanno sviluppato nel corso del laboratorio con il quotidiano, con il gioco del meme.

    Insomma, un processo più evoluto che disegnare i baffi al papa o le corna al Barbarossa. Come ci insegna la pop-culture (sempre che questo termine abbia un senso - un senso univoco, intendo), se un graffito non è un semplice scarabocchio sul muro, anche la progettazione e la realizzazione di uno sberleffo come un meme può diventare un laboratorio di storia. E anche forse un processo politico, attraverso il quale lo studente di appropria del contenuto disciplinare trasformandolo con un linguaggio che è decisamente più suo che quello di chi scrive.

    L’ironia del meme insomma, giullarescamente, ci insegna che la storia non è fatta solo di papi e imperatori, e che a concentrarsi solo su quelli si perdono il divenire degli eventi, le trasformazioni di grande periodo ma anche la vita quotidiana degli individui. A scuola parliamo troppo di papi e poco delle pasquinate, troppo di Federico II e poco di chi lo prendeva in giro (siamo ancora qui a interrogarci sull’identità di Cielo/Ciullo d’Alcamo e sulla vera natura dei suoi testi); parliamo troppo del potere e poco, pochissimo del rapporto che la gente comune aveva con esso. Al di là di dei progetti magniloquenti, anche una attività piccola e agile come questa potrebbe rappresentare un passo avanti per consegnare ai nostri alunni una visione della storia che non sia una semplice successione di capitoli del libro di testo. Ma questa sarebbe già una grande revisione del curricolo.

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