Napoleone

  • di Antonio Brusa

    La nascita del mito

    Lo abbiamo sentito tante volte, e forse anche studiato, che gli artiglieri di Napoleone adoperarono la Sfinge come tiro al bersaglio, rovinandole la faccia e il naso. Una favola che circola ancora, nonostante le numerose smentite.

    Tom Holmberg, collaboratore di Napoleon Series, un sito americano specializzato nella storia dell’imperatore francese, ha messo in rete il documento più chiaro e completo in proposito. Vi leggiamo che la storia del “naso della sfinge rotto da Napoleone”, è una favola, nata al principio del XX secolo, giusto al tempo della Prima guerra mondiale, quando alcuni viaggiatori occidentali riferirono di quel naso sfigurato, e lanciarono l’ipotesi che il danno fosse stato causato da esplosivi (e che quindi che si trattasse di una vandalizzazione recente), e uno di loro aggiunse la storia che risultò vincente, quella che incolpava Napoleone. Una storia che gli era stata raccontata sul posto, dalle guide arabe.

    Jean-Léon Gérôme, Bonaparte davanti alla Sfinge

    I veri vandali

    Al solito, prosegue Holmberg, le fonti ci aprono altri scenari: in particolare, quelli del fanatismo musulmano. Puntano il dito contro il predicatore sufi Mohammed Sa'im al-Dahr, che nel 1378 si dette da fare per sfregiare quel simbolo di una religione pagana. E, dopo di lui, contro altri suoi correligionari, autori di una vandalizzazione continuata, anche con la polvere da sparo, fino a tutto il 1700. E’ quindi curiosamente paradossale questa invenzione, che mette sotto accusa proprio Napoleone, che, come tutti sappiamo, è all’origine degli studi scientifici sull’Egitto, e quindi del recupero della sua memoria.

    Quando il gioco si fa duro

    Questa smentita non è affatto nuova. È riportata da diversi decenni in alcune grandi enciclopedie, ed è al centro di alcune ricerche sul pensiero musulmano, pubblicate a partire dagli anni ’80 del secolo scorso (debitamente citate da Holmberg).

    Nonostante ciò, come è privilegio dei miti, la favola viaggia per i fatti suoi, del tutto insensibile ai rimbrotti della ricerca storica. In America costituisce un argomento ricorrente della polemica interrazziale. È il racconto di un oltraggio che fa parte dell’antologia (anche universitaria) del pensiero afrocentrico. Per esempio, secondo Louis Farrakhan, il leader radicale afro-americano, rivela il disprezzo che, fin da epoche storiche, il suprematismo bianco nutre verso la cultura africana. Per combattere questa credenza, è intervenuta anche Mary Lefkowitz, la grande studiosa del mondo classico, dedicando un articolo all’uso scriteriato che il predicatore americano fa della storia greca e antica in genere (Louis Farrakhan Challenge, in «Chronicle of Higher Education», dic. 1995).

    Nella mischia non poteva mancare il richiamo ai sionisti. E I sionisti che distruggono il naso della sfinge è il titolo di un video che potete trovare qui. Per chiudere questa breve rassegna, a ulteriore prova che questo naso rotto è diventato una questione spinosa interrazziale, arriva la contestazione acidissima, quanto documentata, di un blog antiislamico, intitolato (La fantasia della rete è inesauribile) alla costante di Plank.

    Un mito non vincente?

    Tuttavia, se usciamo dai circuiti dell’utilizzazione politico-religiosa di questa storia, forse la situazione di internet non dovrebbe essere giudicata sconfortante. Holmberg, infatti, scrive che solo il 21% delle occorrenze incolpa Napoleone. Non mi pare un risultato così disastroso – l’80% che racconta la versione corretta – soprattutto se lo confronto con i dati, sui miti medievali, molto meno incoraggianti, come appaiono dalle mie ricerche nella “regione italiana” dell’internet (Internet e la Rete degli stereotipi sul medioevo, in V. Rivera Magos e F. Violante (a cura di), Apprendere ciò che vive. Studi offerti a Raffaele Licinio, Edipuglia 2017, pp. 85-118).

    Ma ho voluto verificare anche questa storia. Clicco “naso e sfinge” e un po’ di varianti, e mi metto a leggere. La situazione sembra promettente. Più rosea, anche, di quella americana: la quasi totalità dei siti denuncia la bufala. Sembra una scoperta collettiva, quella che non fu Napoleone il responsabile dell’oltraggio al naso divino. Un caso notevole di revisione accettata dalla rete. Forse, una delle ragioni di questo successo deriva da un influencer molto potente, «Focus», che appare citato da molti, a volte alla lettera. A ben vedere, «Focus» presenta la vicenda in un modo che, nel contesto ribollente delle contese attorno all’Islam, susciterebbe molte obiezioni. Infatti, attribuisce il misfatto agli “islamici”, in genere. Non so quanto siano statisticamente significative, ma, alla domanda diretta – se i musulmani desiderano conservare i resti del passato egizio – le risposte raccolte da Quora, vedono utenti, egiziani ma anche sauditi, schierarsi compatti contro i fanatici che vogliono distruggere i resti di una storia antica che, lo scrivono con orgoglio, è da considerarsi patrimonio nazionale dell’Egitto.

    La rete come uno “scriptorium”

    A dare man forte a «Focus», c’è anche Wikipedia, che alla voce dedicata fa esplicito riferimento alle idee correnti che vanno smentite. Con queste fonti, chi posta qualcosa sull’argomento non ha molte chance per indugiare sul mito. Nonostante ciò, la tendenza all’invenzione, come vedremo subito, è inarrestabile. L’immagine che ne ricavo è abbastanza familiare, per un medievista. La rete, almeno in questo caso, mi appare come un gigantesco scriptorium, nel quale c’è qualcuno che detta, e tanti che, curvi sulle loro tastiere, scrivono, prendendosi, come pure facevano gli antichi monaci, qualche libertà. Eccone una breve silloge.

    Stefania Brichese, su notizie.it, è precipitata nel dubbio. Racconta che, in realtà, nessuno sa il perché di quel naso. Certo, aggiunge, c’è una leggenda, quella di Napoleone che «è la preferita dagli storici» (sic!), ma probabilmente la causa di quel danno è costituita dalla inclemenza del tempo. E poi chiude col botto, avvertendo i lettori che lo sfregio è recente, perché i viaggiatori del 1700 vedevano la sfinge col suo bel nasino. Ora, se c’è una foto che circola, e che probabilmente ha contribuito a scoraggiare molti a raccontare questa favola (ma non tutti come constatiamo), è proprio un disegno di Frederick Lewis Norden, del 1737, che mostra come doveva essere la situazione ai suoi tempi: la sfinge vi è raffigurata semiinterrata (come d’altra parte erano le piramidi) e col naso rovinato, come appare oggi.

    Sfinge senza naso

    Quindi, assodato che la colpa non fu degli artiglieri di Napoleone, i responsabili si perdono nelle nebbie e gli autori di internet azzardano: il cattivo fu un guerriero musulmano; no, furono musulmani, ottomani e francesi insieme. Si trattò di un fatto medievale, dell’alto o del basso medioevo non si sa; no, fu un misfatto di età moderna.

    Smitizzare conviene

    Insomma: nemmeno quando la fonte è accettata da tutti, disponibile, e basterebbe copiare, si è capaci di farlo con semplicità. Sotto trovate gli indirizzi dei siti con gli abstract. Qui riferisco solo di Miti e misteri, un sito che affronta la questione col giusto piglio demistificatorio, e se la prende con gli «imbecilli di ogni religione, musulmani e francesi», tutti colpevoli a suo dire di aver attentato al sacro naso. Lo cito perché, in questa battaglia, si avvale del sostegno di Alla ricerca dei Libri di Thot, opera non propriamente accademica, scritta da Daniela Bortoluzzi: una scelta che ci lascia intuire il vero problema e ci suggerisce la domanda cattiva finale. Vuoi vedere che molti hanno lasciato perdere il mito del naso rotto, perché ne hanno un altro più entusiasmante, di cui parlare, quello dell’archeologia alternativa, che si oppone all’archeologia “ufficiale”, e ti racconta di alieni che costruirono il manufatto 10 mila anni fa, di biblioteche sapienziali nascoste nel ventre della Sfinge e di tante altre scoperte, che basterebbe scavare un po’, per metterle a disposizione di tutti, se non fosse per quegli storici così ottusi? Insomma: sbrighiamoci con queste storie del naso, e parliamo di cose serie.

    O, peggio ancora, vuoi vedere che la decostruzione del mito viene usata per accreditarsi come seri difensori della verità scientifica, prima di lanciarsi nelle invenzioni alternative?

    Da questo punto di vista, Wikipedia ha qualche responsabilità. Infatti, dopo aver avvisato il lettore sulle favole da evitare, presenta un testo nel quale sono messi, uno contro l’altro, i risultati della ricerca scientifica e le visioni alternative, quelle prodotte dai ricercatori “indipendenti” e dagli ingegneri della Nasa, che evidentemente a corto di lavoro nell’universo, si stanno dedicando con sempre più passione allo svelamento di enigmi terrestri, che spaziano dalla Sindone alle piramidi. L’idea che ne ricava il lettore comune è quella di un dibattito fra pari, all’interno del quale è un suo diritto, di utente libero, quello di scegliere.

    Il naso rotto e altri miti

    La vicenda della campagna d’Egitto è alla base di molti miti. Alcuni sopravvivono, come quello del naso, appunto. Di altri non abbiamo grandi notizie. È il caso del “Fantasma rosso”, che l’imperatore avrebbe visto nella piramide di Cheope, o della sua scalata sulla piramide o della visita che egli fece compunto alle tombe faraoniche. In tutte queste occasioni, Napoleone preferì che fossero altri a arrampicarsi sui massi e a sudare sotto il sole egizio. E la famosa frase “dall’alto di queste piramidi”, con quel che segue, lui la pronunciò comodamente seduto a qualche chilometro di distanza da Giza. Ma se volete qualche informazione in più su queste altre storie, condite dalla solita ricchezza di documenti, approfittate del lavoro di Shannon Selin.

    Forse converrete con me che si tratta di miti che stanno scolorendo. Purtroppo, cedono il passo all’avanzare dei nuovi miti misterici – mito scaccia mito – non alle armi della storiografia. Ermete Trismegisto, mi pare, ha tutta l’aria di prendersi la sua rivincita su Champollion.

    Per chi voglia approfondire, ecco un regesto dei siti

    Tanti sono poi i racconti sul naso della Sfinge, secondo i quali la sua distruzione avvenne per un colpo sparato da un Mamelucco, o da un Ottomano o da un Francese; in realtà andò perso prima del XV secolo (Meteoweb). E la distinzione fra “archeologia ufficiale” e ricerca indipendente è una credenza. In realtà si tratta di “uno sparo di un soldato napoleonico” (Girandolina).

    Sono tanti i racconti sul naso della Sfinge di Giza, secondo le quali la sua distruzione avvenne o per un colpo sparato da un mamelucco, un ottomano o un francese. In realtà andò perso prima del XV secolo (Egittopercaso). Uguale a meteoweb, di sopra? Certo: il problema è vedere chi ha copiato chi (ai filologi futuri l’arduo compito di riconoscere il manoscritto capostipite).

    Era un vandalo del XIV secolo (Mitiemisteri). Ma l’imbecillità accomunò mamelucchi e francese, perché entrambi si divertirono a mutilare la sfinge: si rifà a di Daniela Bortoluzzi, Alla ricerca dei Libri di Thot, col suo corteggio di archeologi indipendenti e ingegneri della Nasa.

    Studenti.it Il portale della Mondadori saccheggia «Focus», per elencare 10 falsi (i re di roma, Einstein, la mela e, appunto il naso della sfinge).

    Answers.yahoo Qualcuno sa perché la sfinge ha il naso rotto? Risposta: un guerriero mamelucco.

    Pilloledistoria Molti studiosi ritengono che lo sfregio risalga addirittura al Medioevo, più o meno ad un periodo compreso fra l’VIII e il X secolo, quando i musulmani, irritati dall’idolo blasfemo che la Sfinge rappresentava ai loro occhi, le mozzarono il naso.

    Nonenciclopedia Da Mosé per fare un dispetto al Faraone e riderci sopra.

    Quora1 No, ne siamo fieri, rispondono in coro. Non abbiamo mai sentito di musulmani che distruggevano antichi templi (6 risposte, dall’Egitto all’Arabia saudita).

    Quora2 Lunga risposta di Etan Aynes, studente di archeologia, che però si limita a citare i reimpieghi (comuni all’occidente) e non parla delle vandalizzazioni a scopo religioso (anche queste peraltro, comuni nell’Occidente medievale).

  • Tratto da Shannon Selin*

    (traduzione di Valentina Arcidiacono e Raffaele Guazzone; adattamento e note didattiche di Antonio Brusa)


    Svegliarsi dopo la battaglia

    L’8 gennaio1807, al termine della sanguinosa battaglia di Eylau, nell’attuale regione russa di Kaliningrad, il soldato francese Jean Baptiste de Marbot si risveglia, dopo aver trascorso alcune ore in stato di incoscienza: è coperto di sangue e si trova su un carro, circondato da cadaveri. E’ completamente nudo, indossa solo il cappello perché, dandolo per morto, gli hanno portato via tutti i vestiti e gli oggetti personali.

    È lui stesso a raccontarci questa sgradevole esperienza.

    Abbandonato nella neve in mezzo a cumuli di morti e moribondi, incapace di muovermi in alcun modo, persi conoscenza pian piano, senza soffrire [...] Credo che il mio deliquio sia durato quattro ore. Quando ripresi i sensi mi ritrovai in una situazione orrenda. Ero completamente nudo, con addosso null’altro che il mio cappello e lo stivale destro. Uno dei barellieri, credendomi morto, mi aveva spogliato e, nel tentativo di portarsi via lo stivale rimasto, mi stava tirando per una gamba tenendomi un piede sul corpo. Senza dubbio era stato il suo strattone a farmi riprendere i sensi. Riuscii a mettermi seduto e a sputare i grumi di sangue che avevo in gola. L’impatto del proiettile da cui ero stato colpito aveva causato un’emorragia tale che avevo il volto, le spalle e il torace completamente neri, mentre il resto del corpo era chiazzato dal rosso del sangue che sgorgava dalla ferita. Cappello e capelli erano incrostati di neve sporca di sangue, avevo gli occhi scavati, dovevo essere orribile a vedersi. Ad ogni modo, il barelliere guardò dall’altra parte e se ne andò con le mie cose, ed io, per lo sfinimento totale, non riuscii nemmeno ad aprire bocca.

    Jean Baptiste de Marbot, The Memoirs of Baron de Marbot, tradotte da Arthur John Butler, Vol. 1, Londra, 1903, p. 216.

     

    Chi ripulisce, dopo la battaglia?

    Questa è proprio una di quelle questioni che i libri di storia non sono soliti raccontare perché normalmente si soffermano sulla vittoria o la sconfitta degli eserciti e sulle conseguenze politiche di tali avvenimenti. Pochi si chiedono: dopo una battaglia, che ne è delle migliaia di corpi, abbandonati per i campi?

    Ecco, ad esempio, come il generale inglese Robert Wilson descrive la scena dopo la battaglia di Heilsberg, del 10 giugno 1807, che i francesi combatterono contro i russi:

    Il terreno tra il bosco e le batterie russe, circa un quarto di miglio, era una distesa di corpi umani nudi, che amici e nemici avevano spogliato nottetempo, per quanto il numero dei cadaveri ricordasse loro costantemente la tragedia nella quale si trovavano. Una scena orribile a vedersi, ma da cui non si poteva distogliere lo sguardo.

    Robert Wilson, Brief Remarks on the Caracter and Composition of the Russian Army and Sketch of the Campaigns in Poland in the Years 1806 and 1807, Londra, 1810, p. 147.

    Si calcola che tra il 1803 e il 1815 le guerre napoleoniche si portarono via tra i 3,5 e i 6 milioni di persone, alcune a causa di azioni belliche (da 500.000 a 2 milioni) e il resto a causa di malattie.

    Che cosa ne fu di questi corpi? Chi si incaricò di ripulire quegli scenari raccapriccianti?

    Come in una curiosa imitazione dei processi naturali, in cui si alternano animali necrofagi, larve e batteri, notiamo l’azione di diversi soggetti che, uno dopo l’altro, sgombravano il terreno di battaglia.

    I primi erano proprio i soldati vincitori che raccoglievano armi e attrezzature del nemico, come scarpe, indumenti, oggetti personali di valore (orologi, bottigliette per liquori, medaglie, portasigari ecc.) in modo da integrare la loro esigua paga.

    In un secondo momento, giungevano le donne e dopo, se lo scontro era avvenuto nelle vicinanze di un villaggio, si univano a loro anche gli abitanti delle località vicine in cerca di qualcosa da portar via.

     

    A caccia di denti

    Successivamente arrivavano i saccheggiatori, i quali, poiché non trovavano quasi più nulla da rubare, si accanivano sui corpi: armati di pinze, si affannavano a estrarre i denti dei morti. Non soltanto i denti d’oro (naturalmente più rari e appartenenti solo agli ufficiali per il loro costo elevato), ma anche i denti normali, molto ricercati per fabbricare le dentiere.

    Nel 1814, in Spagna, il nipote del chirurgo inglese Astley Cooper ricevette la visita di un cacciatore di denti inviato dallo zio.
    Dopo aver chiesto a questo Butler, che si presentava in condizione di grande povertà, quale fosse lo scopo della sua visita, egli rispose che si trattava dei denti [...] ma quando lo interrogai sui mezzi che avrebbe impiegato per ottenerli, disse: “Oh, signore, lasci solo che scoppi una bella battaglia e non ci sarà più penuria di denti. Li strapperò al volo, non appena cominceranno a cadere i soldati” [...]
    Butler non era il primo [...]. Crouch e Harnett, due esumatori ben noti, lo avevano battuto sul tempo rifornendo le classi agiate di Londra con denti di simile provenienza.

    Bransby Blake Cooper, The Life of Sir Astley Cooper, Vol. 1 (Londra, 1843), pp. 401-402.
     

    Fig.1 Dentiere fabbricate con denti di Waterloo

     

    Si sa che, dopo la battaglia di Waterloo, il mercato delle dentiere conobbe un momento prospero poiché il numero di vittime procurò materiale in abbondanza e anche di notevole qualità data la giovane età dei soldati che persero la vita in quell’occasione. Questo era un dettaglio che si specificava negli annunci pubblicitari, tanto che le protesi di quell’epoca iniziarono ad essere chiamate “I denti di Waterloo”, sottolineandone appunto la garanzia di ottima qualità.

     

    Cremazioni, sepolture. E animali carnivori.

    Normalmente il vincitore destinava una quota del bottino, ricavato dalle spoliazioni dei cadaveri, per pagare la loro sepoltura, spesso in una fossa comune, con poche badilate di terra. Oppure si procedeva all’incinerazione dei cadaveri, per prevenire epidemie.

    La scelta dipendeva dall’urgenza, dato che, spesso, la guerra richiedeva di riprendere la marcia senza arrestarsi ulteriormente. In questo caso, era la natura a occuparsi della faccenda: avvoltoi, corvi, lupi, volpi. Tutti questi carnivori trovavano molto materiale a propria disposizione.

    Il capitano Jean-Roche Coignet così scrisse dopo la battaglia di Marengo, del 14 giugno 1800, combattuta tra francesi e austriaci:


    Davanti a noi il campo di battaglia brulicava di soldati austriaci e francesi che raccoglievano i morti e li accatastavano, trascinandoli con la cinghia del moschetto. Uomini e cavalli giacevano alla rinfusa, nel medesimo cumulo, e venivano dati alle fiamme per preservarci da un’epidemia. Sui cadaveri sparsi invece solo un po’ di terra, giusto per coprirli.
    Jean-Roch Coignet, The Note-Books of Captain Coignet, Soldier of the Empire, a cura di Jean Fortescue (New York, 1929), p. 81.

     
    Fig. 2 Adolfe E. G. Rohen, Battaglia di Marengo


    Il 2 marzo del 1807, tre settimane e mezzo dopo la difficile vittoria di Napoleone a Eylau, il 64° Bollettino della Grande Armata riportava un’immagine da brivido:

    È richiesto un lavoro enorme per sotterrare i morti… Si immaginino nello spazio di una lega quadrata nove/dieci mila cadaveri, quattro o cinque mila cavalli morti, rottami di moschetti e sciabole, il suolo ricoperto di palle di cannone; bossoli di obice e munizioni; ventiquattro pezzi di artiglieria, vicino ai quali giacciono i corpi dei loro equipaggi, caduti nel tentativo di portarseli via durante la ritirata. Tutto questo era ciò che più risaltava su un terreno coperto di neve.

    Jacques Peuchet, Campaigns of the Armies of France, in Prussia, Saxony, and Poland, tradotto da Samuel MacKay, Vol. 4 (Boston, 1808), p. 201.

     

    Dopo la battaglia di Borodino

    Anche il generale francese Philippe de Ségur diede una descrizione a forti tinte del campo di battaglia di Borodino (7 settembre1812), combattuta dai francesi nel corso della campagna di Russia, quando vi ritornò due mesi dopo la ritirata delle truppe napoleoniche:

    Proseguivamo la marcia assorti nei nostri pensieri, quando uno dei nostri, alzando lo sguardo, lanciò un grido d’orrore. Ci guardammo subito intorno: giaceva innanzi a noi una piana oppressa, brulla, devastata, tutti gli alberi tagliati a due piedi dal suolo, e poco oltre delle colline scoscese, la più alta delle quali sembrava deforme, pareva vagamente la cima di un vulcano spento. Il terreno accanto a noi era coperto ovunque da frammenti di elmetti e corazze, tamburi rotti, pezzi di fucile, brandelli di stendardi intrisi di sangue.
    In quell’angolo desolato giacevano quasi trenta mila cadaveri mezzi divorati; una pila di scheletri, in cima a una delle colline, sovrastava l’insieme. Era come se la Morte in persona avesse posto là il suo trono.

    Philippe de Ségur, History of the Expedition to Russia Undertaken by the Emperor Napoleon in the Year 1812, Vol. II (New York, 1872), p. 119.

     
    Fig. 3 Albrecht Adam, La battaglia di Borodino, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo (Il pittore fu testimone oculare di quella battaglia) 

     

    Il colpo di grazia

    Napoleone aveva ordinato all’VIII Corpo dei reggimenti di Westfalia di sotterrare i morti e trasportare i feriti, mentre il resto dell’esercito proseguiva il cammino verso Mosca. Ma una cosa era la teoria e un’altra la pratica. La sanità militare era piuttosto rudimentale. Si limitava all’amputazione per prevenire la cancrena. In più c’era il problema di reperire carri per il trasporto di coloro che non potevano camminare. Per tale ragione, si dovettero adottare misure estreme come quella di dare il colpo di grazia ai feriti gravi. Altri, invece, morirono lentamente e furono ritrovati in seguito, fermi nell’atto di mordere la carne dei loro cavalli.

    Gli uomini della Westfalia rimasero sul campo circondati da cadaveri e moribondi. Erano continuamente obbligati a cambiare posizione, per via della puzza [...] I soldati, dietro richiesta di alcuni feriti al culmine dell’agonia, inferivano il colpo mortale, voltandosi dall’altra parte mentre sparavano [...] Mentre cavalcava attraverso il campo il quinto giorno dopo la battaglia, von Borcke vide dei soldati feriti a terra accanto al cadavere di un cavallo, di cui masticavano la carne. Il 12 settembre gli uomini della Westfalia si spostarono a Mashaisk, che era stata abbandonata dagli abitanti, saccheggiata e ridotta in cenere per metà [...] Corpi bruciati giacevano tra le macerie delle case, i cui ingressi erano barricati dai cadaveri. L’unica chiesa [...] ospitava diverse centinaia di feriti e tanti cadaveri quanto il conto dei giorni [...] Venne ordinato ai soldati, della Westfalia, così come ai prigionieri russi, di rimuovere i corpi dalle case e dalle strade e di dare una ripulita all’intera città, prima che venisse occupata dalle truppe.

    Achilles Rose, Napoleon’s Campaign in Russia. 1812, New York, 1913, pp. 32-34.

     

    Tanti morti, che non li si può sotterrare

    Il sergente Adrien Bourgogne completò questa descrizione terribile, raccontando che a Borodino c’erano braccia, gambe e corpi disseminati ovunque. Erano stati sotterrati i soldati francesi e non quelli russi. Ma la fretta aveva obbligato a scavare fosse poco profonde e la pioggia torrenziale aveva rimosso la terra, portando le vittime in superficie.

    Dopo aver attraversato un fiumiciattolo, arrivammo al famoso campo di battaglia [Borodino], completamente coperto da morti e rottami di ogni tipo. Gambe, braccia, teste giacevano sul terreno. Il più dei corpi erano dei russi perché i nostri erano stati sepolti, nei limiti del possibile; ma siccome la cosa era stata fatta in fretta e furia, la pioggia battente aveva scoperto molti dei cadaveri. Era uno spettacolo triste, coi corpi che a malapena conservavano l’aspetto umano. La battaglia era stata combattuta cinquantadue giorni prima.

    Adrien Bourgogne, Memoirs of Sergeant Bourgogne, 1812-1813, a cura di Paul Cottin, New York, 1899, p. 60.

     
    Fig. 4 James Rouse (1816), Contadini che bruciano cadaveri a Hougoumont (Waterloo)

     

    Con i suoi oltre 80 mila morti, la battaglia di Borodino era stata una carneficina che sarebbe stata superata solo da quella della Somme, nel 1916. Uomini e animali. Ricorda Adam Zamoyski (Marcia fatale: 1812, Napoleone in Russia, Utet 2013), che, l’anno successivo, i russi trovarono sul campo 35478 carcasse di cavalli. 

    Il processo di sgombero dei campi era qualcosa la cui durata dipendeva da molte variabili: il fattore climatico, la gravità delle perdite e la disponibilità di soldati e gente del luogo. A Waterloo si ingaggiarono i contadini locali per ripulire il campo di battaglia. Sotto la supervisione del personale medico, procedevano coprendosi il viso con un panno per sopportare il fetore dei cadaveri. I defunti alleati venivano inumati e i francesi arsi. Le pire bruciarono per più di una settimana, alimentate negli ultimi giorni solo dallo stesso grasso umano.

    Le pire bruciarono per otto giorni, le fiamme alimentate esclusivamente dal grasso umano. C’erano cosce, braccia, gambe accatastate in un cumulo e quasi cinquanta operai, con fazzoletti sul naso, attizzavano il fuoco e le ossa con lunghe forche.

    Bernard Cornwell, Waterloo: The True Story of Four Days, Three Armies and Three Battles, New York, 2015, p. 325.

     

    Ossa come fertilizzanti

    Così, ancora dopo un anno, si potevano vedere le ossa dei combattenti. Fu questo il motivo per il quale venne affidato a un’impresa l’incarico di raccoglierle: gli scheletri erano destinati ad essere macinati per essere usati come fertilizzanti (a quanto pare di ottima qualità). Non è un mito, come è stato ben dimostrato da Joe Turne, che riporta, fra l’altro, la testimonianza di giornali del tempo. Un periodico britannico calcolava, nel 1822, che l’anno precedente erano stati importati da quei luoghi un milione di bushel (recipiente da 35 litri) di ossa umane ed equine, che, sbarcate nel porto di Hull in Inghilterra, venivano inviate alle trituratrici a vapore dello Yorkshire. Da lì si mandavano a Doncaster, dove c’era il principale mercato agricolo nazionale, e le si vendevano ai contadini.

    L’articolo si concludeva spiegando al lettore che le perdite al fronte, tutto sommato, avevano un loro risvolto utile.

    Si stima che più di un milione di bushel di ossa umane e no siano state trasportate l’anno scorso dall’Europa continentale al porto di Hull. I dintorni di Lipsia, Austerlitz, Waterloo e tutti gli altri luoghi dove, durante la recente sanguinosa guerra, vennero combattute le principali battaglie, sono stati spazzati allo stesso modo delle ossa dell’Eroe e del cavallo che montava. Raccolte da ogni angolo, sono state spedite al porto di Hull, e quindi inoltrate nello Yorkshire dove le società che macinano ossa si sono dotate di motori a vapore e potenti macchinari, con lo scopo di ridurle in piccoli grani. In questo formato vengono inviate principalmente a Doncaster, uno dei più grandi mercati agricoli di quella parte del paese, dove vengono vendute ai contadini per concimare i campi. Le sostanze oleose, decomponendosi gradualmente, insieme con il calcio delle ossa creano un concime più efficace di qualsiasi altra sostanza, e ciò è particolarmente vero per le ossa umane. È ormai provato oltre ogni dubbio, attraverso esperimenti su larga scala, che un soldato morto è un articolo di commercio particolarmente prezioso; al contrario, è giusto far sapere come i bravi agricoltori dello Yorkshire, per il loro pane quotidiano, siano in larga misura in debito con le ossa dei loro stessi figli. È evidente infatti che la Gran Bretagna abbia inviato una moltitudine di soldati a combattere le battaglie del paese sul continente europeo: essa ha quindi il diritto di importare le loro ossa come risorsa economica con cui ingrassare il proprio suolo!

    The New Annual Register, or General Repository of History, Politics, Arts, Sciences and Literature for the Year 1822 , Londra, 1823, p. 132.

    Fig. 5 Sfuggito ai predatori, questo scheletro di un soldato britannico morto a Waterloo è stato trovato e identificato dopo 200 anni

     

    Cacciatori di souvenir

    L’ultimo agente di pulizia è il “cacciatore di ricordi”. Dopo la sconfitta finale di Napoleone, in Inghilterra divenne di moda recarsi a visitare Waterloo, Parigi e gli altri luoghi legati all’Imperatore, come in una sorta di turismo organizzato.

    Passeggiare per i campi di battaglia in cerca di oggetti, senza badare troppo all’odore di morte e carne bruciata che ancora aleggiava nell’ambiente, divenne un autentico hobby: cappelli, lettere, munizioni, libri, corazze (ancor meglio se erano perforate dai proiettili), elmetti, bottoni e a volte qualche osso dimenticato sul campo. Ben presto la richiesta di reliquie alimentò una nuova attività commerciale: il collezionismo.

    Fig. 6 La palla di moschetto che ha ucciso il soldato britannico

     

    Nel 1816 un poeta satirico scrisse:

    Tutti ormai tornano dai viaggi parigizzati o waterlizzati [...] conosco un onesto gentiluomo che si è portato a casa un autentico pollice di Waterloo, con unghia e tutto il resto, e se lo conserva in una bottiglia di gin.

    Eaton Stannard Barrett, The Talents Run Mad; or, Eighteen Hundred and Sixteen: A Satirical Poem , Londra, 1816, pp. 18-19.

    Il giornalista scozzese John Scott, che visitò Waterloo il 9 agosto 1815, sette settimane dopo la battaglia, trovò un proiettile inglese da 12 libbre (5 chili e mezzo), che progettò di portare a casa “con le corazze e le altre spoglie della battaglia che mi sono assicurato”. Scrisse:

    L’amore straordinario per le reliquie mostrato dagli inglesi era causa di non poche soddisfazioni per i contadini che dimoravano vicino al campo, e di burle da parte dei nostri amici militari [...] Il nostro stesso gruppo non passò dal campo senza seguire l’esempio dei nostri compatrioti; ciascuno, credo, raccogliendo la propria piccola collezione di curiosità. Il terreno era completamente disseminato da frammenti di cartucce, pezzi di cuoio, cappelli, lettere, canzoni, diari, ecc., tanto da assomigliare, in buona misura, al sito dove si era tenuta una fiera, e dove diverse carovane di zingari avevano acceso i fuochi, a più riprese, per cucinarsi il vitto. Camminando, abbiamo raccolto molte di quelle cose; tuttora conservo nei miei archivi una lettera, evidentemente slavata dalla pioggia, datata 3 aprile, a giudicare dalla porzione ancora leggibile, inviata dallo Yorkshire; ho anche una pagina di un libro burlesco, intitolato “L’assassino scrupoloso”.
    A Hougoumont ho comprato un proiettile di mitraglia, una di quelli con cui il bosco di fronte doveva essere stato preso d’assalto, almeno a giudicare dai fori ancora visibili su ogni albero.
    Il tempo che era trascorso dalla data dello scontro aveva tolto alla scena quel tanto di orrore che mi era capitato di percepire fino a poco prima; ma il grande numero di tumuli, sparsi in ogni direzione – in alcuni casi montagnole di buone dimensioni – particolarmente vicino alla stradina sopra a La Haye Sainte, e soprattutto l’aspetto desolato di Hougoumont, dove l’odore degli ossari appesta l’aria in maniera morbosa, erano indizi sufficienti della temibile tempesta che aveva spazzato un tempo questo tranquillo distretto rurale.

    John Scott, Journal of a Tour to Waterloo and Paris, in company with Sir Walter Scott in 1815, Londra, 1842, pp. 46-48.

     

    Proposte didattiche

    Come è comune fra gli storici di lingua inglese, questo testo ha un andamento scorrevole, che abbiamo cercato di accentuare nella nostra trasposizione didattica: frasi brevi, sintassi controllata, documenti brevi e abbastanza facili da capire alla prima lettura. Per questo, potremmo suggerire una lettura in classe, senza troppe presentazioni, seguita da una discussione. Poiché il testo ha un forte impatto emotivo, se ne può rafforzare la presa con un minimo di “sceneggiatura”: l’insegnante legge le parti narrative, due o tre allievi (adeguatamente preparati in precedenza), leggono a turno i documenti. Alla lim si proiettano le immagini, che, come avrete notato, sono tutte di carattere documentario.

    In questa strategia didattica si fa molto conto, dunque, sugli aspetti emotivi della vicenda e, al tempo stesso, la documentazione viene adoperata più come rinforzo, illustrazione e sottolineatura, che come “strumento per la ricostruzione di un evento”. Se questa strada non appare in linea con la propria programmazione, se ne può tentare un’altra, di carattere più laboratoriale. Suggerirei, in questo caso, di scorporare i documenti (testi e immagini), stamparli in fogli separati e allestire con questi dei piccoli dossier.

    Si procede con la tecnica dell’ “archivio simulato”. Presentazione del problema, consegna del dossier (preferibilmente si lavori in piccoli gruppi). Assegnazione del compito (“siete degli storici che hanno a disposizione dei documenti per capire qualcosa delle campagne militari napoleoniche, che solitamente viene trascurata dai vostri colleghi studiosi”). Gli allievi vengono lasciati liberi di lavorare, se competenti. In caso contrario, si elabora una rapida traccia di lavoro, avendo cura che non sia troppo pedante (come classificare i documenti, come ricavare le notizie utili, come valutare il loro grado di affidabilità). Al termine, gli allievi vengono invitati a scrivere una breve relazione, supportata da frasi ricavate dai documenti, o da riferimenti alle immagini. Suggerirei, alla fine, di utilizzare il testo di questo articolo come termine di confronto, in modo che gli allievi possano rapportare il loro lavoro a quello di un esperto.

    Questa unità di lavoro ha una sua collocazione ovvia, nel curricolo. Tuttavia, potrà essere utile nel caso si affronti il tema della guerra, anche in altri momenti della programmazione. Si sarà notato, inoltre, come permetta una magnifica apertura ad una delle branche più avvincenti dell’archeologia: quella militare. Lo scavo di un campo di battaglia consente di ritrovare le tracce di notizie tratte dalla documentazione scritta e, al tempo stesso, di “fotografarne” gli attimi più drammatici. Ecco alcuni suggerimenti, per iniziare a documentarsi e per discutere:

    Sulla campagna di Russia: https://www.artec3d.com/it/cases/ricerche-archeologiche-sul-campo-di-battaglia-originario-di-borodino; fossa comune in Lituania: http://www.oltremagazine.com/site/index.html?id_articolo=490;
    Su Waterloo: Hougoumont: https://www.rtbf.be/info/regions/brabant-wallon/detail_waterloo-des-fouilles-aux-abords-de-la-ferme-d-hougoumont?id=8968612; Waterloo: http://waterloo.skynetblogs.be/archive/2009/10/16/waterloo-histoire-locale-archeologie.html ; sul ritrovamento del soldato britannico:  http://spw.wallonie.be/dgo4/tinymvc/apps/patrimoine/views/Documents/archeologie/soldat1815/Catalogue-waterloo-web-EN.pdf

    Infine, per affrontare alcune questioni profonde, legate a questo tema: Sara Santoro, Archeologia, identità e guerra
    http://www.rivistailmulino.it/journal/articlefulltext/index/Article/Journal:RWARTICLE:83958

    *Il testo è tratto da: Shannon Selin, How were Napoleonic battlefields cleaned up? , che ringraziamo per averci concesso di pubblicare questo adattamento; è integrato con la sua trasposizione spagnola, di Jorge Alvarez, Cómo se limpiaban los campos de batalla de las guerras napoleónicas e con altre precisazioni che mi sono sembrate utili per il lavoro in classe. Le foto, dove non specificato, sono quelle proposte da Selin, il cui sito, inoltre, è ricchissimo di racconti, materiali e indicazioni di studio, in genere di storia militare.

  • di Antonio Prampolini

    La storia non solo possiamo “leggerla” sui libri, le riviste e i giornali (in formato cartaceo o digitale), “guardarla” al cinema, alla televisione o sui video, che circolano numerosi in Internet, ma possiamo anche “ascoltarla” nelle registrazioni audio.

    Nei podcast, come ha osservato acutamente Enrica Salvatori, sottolineandone le potenzialità, «la narrazione storica viene “recitata”, riportata alla dimensione uditiva, che in quanto tale ha stili, effetti speciali, pause e ritmi suoi propri» funzionali ad una comunicazione più partecipata e coinvolgente dei contenuti.

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