Palatucci

  • di Antonio Brusa

    1. Il canale di Fiume

    Non esiste alcuna evidenza, documentaria e storiografica, del “canale di Fiume”, quel sistema di soccorso degli ebrei che avrebbe permesso a Giovanni Palatucci, capo dell’Ufficio-Stranieri della questura di Fiume, di salvare cinquemila vite umane, nel corso della seconda guerra mondiale. Questa è la conclusione del lavoro paziente di verifica, che Michele Sarfatti ha condotto, partendo dall’articolo che sostanziò di credibilità storica la saga dello “Schindler italiano”: quel saggio di Antonio Luksic Jamin, apparso sulla rivista del Movimento di Liberazione (oggi «Italia Contemporanea») nel 1955, nel quale si descriveva l’operazione di salvataggio di massa, attuata da Palatucci a rischio della sua vita. Un episodio del quale erano circolate fino ad allora notizie sporadiche, ma dietro il quale si celava un’amara verità. Giovanni Palatucci era un funzionario dello stato realmente a rischio: tanto che venne accusato di tradimento per collusione con il nemico e internato a Dachau, dove morì all’età di 36 anni.

    Fotomontaggio di francobollo commemorativo1 – Francobollo commemorativo del 2009, in un fotomontaggio del «Giornale della Numismatica», intitolato a un Giusto da non dimenticare

    Quell’articolo restò negli archivi per oltre venti anni. Verso la fine degli anni ’70 del secolo scorso, fu ripreso da storici amatoriali, ripubblicato e ampliato. La sua vicenda acquistò notorietà col passare del tempo. Nel 1990 Palatucci fu proclamato “Giusto tra le nazioni” dallo Yad Vashem. E, nei rivolgimenti della politica italiana al principio di questo secolo, la sua storia non mancò di eccitare gli animi. Ne nacquero controversie pubbliche fra i sostenitori di un eroe italiano che poteva affiancarsi al più noto Giorgio Perlasca, e quelli che, al contrario, cominciavano a dubitare della credibilità della vicenda.

    Il racconto, nel frattempo, prendeva la strada dei media. “Chi l’ha visto?”, la popolare trasmissione dedicata ai fatti di cronaca più inquietanti, inaugurava gli interventi ospitando un documentario di Giuseppe Rinaldi, "Il questore di Fiume". Il documentario era stato presentato ufficialmente alla Scuola Superiore di Polizia di Roma, alla presenza del presidente della Rai e del rabbino capo di Roma Elio Toaff, che non mancarono di far cenno alle astuzie e ai mezzi semileciti, utilizzati da Palatucci per realizzare i suoi propositi. La Rai intervenne più volte, sempre esaltando la figura del martire. Gli dedicò un documentario all’interno della serie “La Storia siamo noi”, diretto da Maurizio Malabruzzi, nel quale Gianni Minoli intervista dei “testimoni oculari” della vicenda, denuncia il “lungo e delittuoso silenzio” che l’ha occultata, ma – come viene notato dagli interventi nella chat, alcuni dei quali ricordano la rimozione, che nel frattempo era avvenuta, di Palatucci dall’elenco dei Giusti tra le nazioni – non ne presenta alcun documento.

    Il promo del film Senza Confini2 – Il promo del film Senza Confini sull’ “eroe italiano che salvò migliaia di vite”, messo in onda da Rai1 in occasione del Giorno della Memoria del 2013

    Per chiudere, Rai1 produce “Senza confini”, film diretto da Fabrizio Costa. «Molti, specialmente i più giovani, non sanno ancora chi è Palatucci, peraltro assente da qualsiasi libro di storia», si spiega nella presentazione del film, nella quale Chiara Caselli, che interpreta il ruolo della protagonista femminile, mette in evidenza il rapporto speciale che quest’opera vuole avere con la storia: «Recitare un ruolo ispirato ad un personaggio reale – dichiara – è per me un piacere istintivo».

    2. Sostenitori e contrari

    Ma la battaglia è già divampata. «Lo Schindler italiano che collaborava con i nazisti», titolava «la Repubblica» nel 2013, riprendendo con tempestività straordinaria l’articolo, apparso il giorno prima sull’«Independent»; subito rintuzzata dall’«Avvenire», che invece metteva l’accento sulla mancanza delle fonti di accusa contro Palatucci. Bufale e controbufale: si getta nella mischia «Il Fatto Quotidiano», che spara ad alzo zero contro chi aveva costruito la «bufala dello Schindler nazista», servendosi del lavoro di Nazareno Giusti, scrittore e fumettista, che «ha ripercorso la storia del funzionario di polizia attraverso le interviste a chi l’ha conosciuto e studiato».

    Gli schieramenti erano compositi e qualificati. Da una parte, troviamo Giovanni Paolo II, per il quale Palatucci era un martire. Con lui, i sostenitori della sua canonizzazione, ma anche istituzioni laiche, fondamentali per la memoria storica italiana, come l’Anpi. Di contro, diversi esponenti della comunità ebraica, che mettevano in luce la responsabilità di Palatucci nella deportazione di centinaia di ebrei. Leggendo le chat del tempo, si notano lo sconcerto e il disorientamento, quelli che, a loro dire, avevano già annusato l’inganno, e (come accade in questi circuiti comunicativi) anche le esecrazioni e le prese di posizione violenta.

    «Inviterei ad una maggiore prudenza prima di esprimere giudizi affrettati. Lasciamo lavorare gli storici». Michele Sarfatti, del Centro di Documentazione Ebraica, che è una della massime autorità della ricerca storica sul campo, parla giustamente della necessità di verificare i dati. Con queste parole, "gbocca" cercava di calmare gli animi, intervenendo nella chat seguita all’articolo su «la Repubblica», ricordato sopra.

    3. La parola agli storici

    A questo accertamento ci si è avvicinati per gradi. Di una «ricerca condotta da studiosi americani» informava storiain.net, che riportava analiticamente i risultati favorevoli, ma elencava anche i dubbi. Quasi contemporaneamente, Natalia Indrimi, direttrice del «Centro Primo Levi» di New York forniva notizie del tutto critiche, provenienti anch’esse da ricerche americane. Spiegava, inoltre, il contesto nel quale questo mito era stato creato: «La vicenda di Palatucci nasce in un momento in cui ovunque si sentiva la necessità di un “dopoguerra conciliatorio” (…) la Chiesa doveva scrollarsi di dosso il sospetto del silenzio, lo Stato italiano era uscito dalla guerra senza fare i conti con il fascismo e avrebbe aspettato 50 anni prima di fare i conti con le leggi razziali; Israele a sua volta, era uno stato giovane, isolato, con il bisogno di crearsi delle alleanze, degli amici… In questo contesto Palatucci, salvatore degli ebrei, era una storia “condivisibile” (e utile) a più livelli».

    Un periodo, il dopoguerra, fortemente bisognoso di eroi. Ce lo descrive Tommaso Caliò, mostrando come la Chiesa tenta di costruire un pantheon di martiri cattolici, da opporre ai martiri della Resistenza comunista, perché, al contrario di questi, santi di pacificazione (I santi della Resistenza. Nascita e sviluppo di una proposta agiografica dal dopoguerra al pontificato wojtiliano, in «Italia Contemporanea», aprile 2017, n. 283, pp. 41 ss). E Palatucci è cattolico, come ricordano costantemente le sue biografie, e nipote di un vescovo che svolge un ruolo sia nella storia del salvataggio degli ebrei, sia nella costruzione della sua memoria.

    Due eroi cattolici3 – «I giovani ne sanno poco. La scuola non li aiuta a capire». Due eroi cattolici, Giovanni Palatucci e Sabato Martelli Castaldi, uniti nella commemorazione (1996)

    Nel frattempo Michele Sarfatti ha terminato la sua indagine. Questa viene pubblicata nel medesimo numero di «Italia Contemporanea», nel quale leggiamo il saggio di Caliò Un articolo del 1955 su 5.000 ebrei croati salvatisi per mezzo del “canale di Fiume” diretto da Giovanni Palatucci. Una verifica storiografica e documentaria (pp. 147-181). Il lavoro di Sarfatti ci offre due certezze: la storia del salvataggio di massa, allo stato della documentazione, è da considerarsi inventata; al contrario, la documentazione testimonia di centinaia di ebrei, respinti alla frontiera, quando non catturati dalle forze di polizia italiana e inviati a morire nei campi di sterminio. «La verifica documentaria delle affermazioni di Luksich su “5.000” ebrei entrati a Fiume nella Croazia tramite un “canale” coordinato o “diretto” dal capo dell’Ufficio stranieri della Questura di Fiume Giovanni Palatucci si conclude con un esito negativo: quelle affermazioni non sono suffragate da fonti documentari rintracciabili e sono incompatibili con quanto contenuto nelle fonti documentarie rintracciate» (p. 180).

    Quindi: non esistono testimonianze a supporto di operazioni collettive di salvataggio. Quelle che esistono provano, invece, la partecipazione italiana alle operazioni di sterminio.

    4. Gli stereotipi colti

    Quasi in concomitanza con la pubblicazione dell’articolo di Sarfatti, su «La Stampa» Amedeo Osti Guerrazzi elenca «i miti, le leggende, le grossolane falsificazioni, che vengono riprese periodicamente da storici improvvisati che promettono di rivelare “la vera verità”, o “le verità nascoste” della storiografia “ufficiale”». Il mito di Palatucci sembra rientrare, appunto, in un corposo dossier mitografico, costruito sulle vicende sanguinosissime che caratterizzarono l’immediato dopoguerra (e sulle quali, credo, sia obbligatoria la lettura di K. Lowe, Il continente selvaggio, Laterza 2014). Secondo Osti Guerrazzi, ne fanno parte le storie inventate “accumulatesi sulla strage delle fosse Ardeatine”; il mito dei 300 mila fascisti uccisi dopo la fine della guerra; la leggenda della R.S.I, “voluta da Mussolini per fare da ‘scudo’ agli italiani contro la vendetta tedesca”.

    La responsabilità di queste (e altre storie) è certamente dei mestatori della politica, ma – continua Osti Guerrazzi – anche di numerosi storici (o, come abbiamo visto nel caso di Palatucci, di tanti storici dilettanti) che hanno utilizzato «in maniera totalmente acritica», memorie e documenti di quel periodo. Il risultato è stato che «miti e leggende sul fascismo sono state a volte traghettate nella storiografia scientifica, dando una patente di plausibilità anche alle teorie più strampalate».

    “Stereotipi colti”, ancora una volta. Idee, ricostruzioni del passato, atteggiamenti e giudizi che vengono elaborati sul confine tra storia e società, o che transitano da un campo all’altro. Strutture conoscitive che gli studiosi hanno lungamente sottovalutato, o che hanno considerato marginali, rispetto al loro compito centrale, quello di discutere con i colleghi storici dell’avanzamento delle conoscenze. Oggi, invece, irrompono in massa. Sono le “vere conoscenze” che le voci della rete oppongono alla “conoscenza ufficiale dell’accademia”. Non possono essere più ignorate. Lo storico se ne deve far carico: si sta verificando, per la sua disciplina, esattamente ciò che accade in altri campi, un tempo controllati unicamente da medici, scienziati, filosofi. Queste storie inventate (o “alternative”, come si comincia a dire nella letteratura internazionale) non sono unicamente il frutto di conoscenze approssimative. Errori da bacchettare e bufale, che basta prendere in giro.

    5. Alternativa, ma di successo

    Evitiamo, ancora, di depositare la vicenda di Palatucci nel ripostiglio dell’angusta politica nazionale, concentrata nell’uso meschino della memoria delle vicende post-belliche. Se ci riflettiamo, infatti, essa nasce dentro una rivista e si dovrebbe chiudere, settant’anni dopo, dentro la stessa rivista, con un articolo dal tono definitivo. E tale sarebbe stata la sua parabola, se, come era accaduto nei primi venti anni, il suo spazio di discussione fosse restato quello degli studiosi. Tuttavia, nel corso del tempo, essa ha dato luogo a una storia alternativa, che ha cominciato a marciare con le proprie gambe: pubblicazioni edificanti, trasmissioni televisive, controversie online, e l’apparato della commemorazione, sia nel quadro delle giornate della memoria scolastiche, sia in quello più circoscritto, ma fortemente significativo, della Scuola Superiore di Polizia, dove – ancora nel 2017 – il vice-questore di Fiume veniva ricordato alla presenza del capo della Polizia Franco Gabrielli e del presidente dell’Unione comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni.

    Una giornata della memoria4 – Una giornata della memoria

    Questa storia è provvista della carta vincente di essere bella e consolatoria. Lo storytelling di un eroe che non ha paura di tradire i suoi ideali politici, pur di salvare delle vite umane. Ideali che, inoltre, realizza attraverso metodi – gli stratagemmi e le furbizie – particolarmente apprezzati nella aneddotica identitaria italiana (ribaditi, come va notato, anche nella commemorazione ufficiale appena citata).

    All’indomani del processo di beatificazione, il padre gesuita Piersandro Vanzan scrisse: «La figura e l’opera di Giovanni Palatucci – ultimo questore di Fiume italiana, nato a Montella (AV) il 31 maggio 1909 e morto di stenti tra le sevizie a Dachau, il 10 febbraio 1945 – lungi dallo sbiadirsi, ingigantiscono col tempo» (La “Shoah” e Giuseppe Palatucci, in «La Civiltà Cattolica», 2003, quaderno 3662, p. 149).

    6. Miti e formazione storica

    Lo storico non è profeta. Ma gli è consentito non nutrire eccessive speranze sul potere “sbiadente” della ricerca di Michele Sarfatti, e quindi sulla sua capacità di arrestare quel processo di “ingigantimento” che il tempo riserva alle storie, quando queste diventano miti. Ed è facile immaginare, sulla scorta degli innumerevoli esempi che i media ci hanno proposto negli ultimi decenni, un futuro dibattito, nel quale lo storico viene messo in minoranza dalla schiera dei sostenitori della verità alternativa.

    Dovremmo, ancora, evitare di catalogare questo (come le analoghe storie alternative, che imperversano nella nostra società) nel comparto dei meri “errori di erudizione”. Si tratta, invece, di prendere di petto la questione della diffusione sociale di miti che, al contrario di quello che sostiene una certa narratologia pedagogica, hanno discutibili effetti sulla formazione del cittadino.

    The fantastic life of Giovanni Palatucci5 – The fantastic life of Giovanni Palatucci

    I miti, infatti, impediscono di vedere la realtà nel suo complesso. Conseguentemente, rischiano di diventare assolutori per gli individui che ne fanno uso. È vero per Palatucci: «Oggi, a settant’anni di distanza, Palatucci è un mito che ci impedisce persino di porci delle domande fondamentali sul nostro passato», scrive Indrimi. Quelle domande che darebbero risposte dirette all’individuo, capaci di metterlo in discussione, perché fanno uscire dall’ombra «le tante persone guidate da buone intenzioni, dal senso del dovere, ma che comunque obbedirono ad una logica distruttiva».

    I miti trasportano i fatti in un sistema strutturato intorno a concetti che esulano dal ragionamento storico. Colpa, pentimento, assoluzione. Il fenomeno della loro diffusione ha, certamente, qualcosa a che vedere con la proliferazione inarrestabile delle giornate commemorative. Si celebra, ci si commuove, e ciò vale da pentimento e redenzione. Ma, colpevolizzando noi stessi o colpevolizzando gli altri, evitiamo di insegnare la complessità delle cose e la capacità di documentarci attentamente sul loro stato.

    Queste “visioni alternative” odierne fanno leva sulla inabilità sociale nel rielaborare i fatti tragici del passato. La loro fondamentale opposizione con la storia, non nasce solo dall’ignoranza delle cose, ma dalla insofferenza per il percorso di analisi che la disciplina storica impone. La bella storia di Palatucci è frutto, anche, di questa intolleranza di un passato difficile.

     

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