programmazione di storia

  • Autore: Antonio Brusa

    Una premessa, a mo’ di dichiarazione di principi:

    a.    A scuola sembra aver vinto un concetto di cittadinanza da “educazione alla cittadinanza”. Ahimè, la storia è alquanto impietosa, nei suoi confronti.
    b.    Per chi conosce la storia, il concetto di “cittadinanza” non nasce in un libro, sacro o laico che sia. Nasce all’interno di determinate società e conserva dentro di sé le tracce di una elaborazione lunga e contraddittoria. Queste tracce si fanno sentire, ogni volta che poniamo un “problema di cittadinanza”.
    c.    L’educazione alla cittadinanza, dal punto di vista storico, svolge un ruolo decostruttivo, di individuazione e presa di distanza da stereotipi (“buonisti” o “cattivisti” che siano)
    d.    Un’educazione storica alla cittadinanza non assolve mai i cittadini e i decisori dalle scelte che questi prenderanno (“la storia ci insegna …”)
    e.    Il messaggio formativo, dunque, che la storia può consegnare a noi e alle giovani generazioni, è che le situazioni relative ai temi della cittadinanza sono talmente contraddittorie, che occorre saperle analizzare efficacemente e saper confrontare le proprie posizioni.

    Come inserire il discorso sulla cittadinanza nella programmazione di storia

    Gli obiettivi di lungo periodo:

    1.    Saperle leggere attentamente la situazione attuale, anche in prospettiva temporale (e quindi conoscere gli aspetti essenziali della storia del concetto di cittadinanza), altrimenti non se ne capisce nulla
    2.    Sapere che bisogna assumersi le proprie responsabilità, come cittadini
    3.    Saper diffidare di chi propone facili soluzioni (di destra o di sinistra)
    (Se poi, volete chiamare questi obiettivi “competenze di cittadinanza”, farete delle programmazioniche potranno passare al vaglio del dirigente, per quanto non propriamente a norma di pedagogia ministeriale).

    Ed ecco alcuni argomenti di storia, all’interno dei quali si potrebbe discutere di questo tema:

    1.    Senza città, non c’è cittadinanza
    2.    La cittadinanza romana
    3.    Un ’48 che conta, ma che non si studia molto
    4.    La cittadinanza identitaria (e un altro ’48)
    5.    La cittadinanza sociale

    Un fatto di cronaca, per introdurre la discussione fra docenti
    Il 16 marzo 2016, “Il Giornale” intervista lo storico Luciano Canfora sul concetto di cittadinanza nell’antica Roma. Canfora è un noto storico di sinistra. Nonostante ciò, il quotidiano, notoriamente di destra, lo contatta, perché sa (Matteo Sacchi, l’intervistatore è esperto di questioni storiche) che Canfora presenterà un concetto di cittadinanza “a scalare”. Roma, infatti, “diluiva” il diritto (o meglio i diritti) di cittadinanza, in modo da permettere a chi non li aveva di acquistarli gradualmente. Un concetto che molti, oggi, chiamano di “cittadinanza a punti”, che potrebbe evocare alcune realtà attuali, come quella australiana. Un concetto fortemente osteggiato da quegli ambienti progressisti che non ammettono che esistano cittadini di seria A, B, C. Quindi un’operazione politica intelligente, dal punto di vista di Matteo Sacchi e del suo giornale. L’articolo è molto bello e, come tutti gli scritti di Canfora, si legge con piacere e imparando molto (ne riparleremo subito, a proposito di Roma).

     
    Fig. 1. “La cittadinanza non si regala"

    L’intervista è introdotta da questa foto, che mostra come a “Il Giornale”, in realtà, non fossero poi così interessati a cosa succedeva nell’antica Roma. Infatti, dopo aver letto l’articolo, date una scorsa agli interventi dei lettori. Eccone uno specimen, che riporto alla lettera:

    “Blah, blah, blah...” (Blue Rabbit)
    “Il caro Professore, da buon comunista a 24 carati, la prende molto alla lontana” (Rossini)
    “I ROMANI HANNO FATTO LA STORIA, GLI AGI, I VIZZI LA STANNO DISTRUGGENDO, MENTRE L`OMOFOBIA, LA PEDOFILIA E LE ADOZZIONI GAY, LA STANNO DISINTEGRANDO!!!”  (Azo)
    “quelli (gli islamici) ti sgozzano come si fa coi maiali la vogliamo acapire o no? E dategli pure la cittadinaza pecore italiote!!” (Lucas 1963)

    “La Cittadinanza,deve essere una Conquista,non un regalo!! Innanzittutto bisogha conoscere la Lingua di chi ti accoglie, altrimenti non ci si capirà mai!!! Poi bisogna conoscerne Usi e Costumi ed adeguarsi!!! E non dimentichiamo l'Educazione Civica!!! Corsi Avanzati e Frequenti per i Barbari Invasori!!! Comunque sia, l'importante è:L'ITALIA AI VERI ITALIANI E L'EUROPA AGLI EUROPEI!!!! Tutti gli altri a Casa Loro!!!!” (Linoalo1)

    Da questa lettura istruttiva, capiamo che i lettori de “Il Giornale”, sostenitori come pare di un’interpretazione chiusa della cittadinanza, nonostante gli errori di grammatica hanno colto magnificamente un aspetto centrale della cittadinanza romana: è vero che essa era a scalare (cosa che non piace a sinistra), ma era anche inclusiva. E questo, ai cultori della cittadinanza esclusiva, non piace affatto.
    Conclusione di questa introduzione: la cittadinanza è un concetto che apre delle contraddizioni, quando la si osserva con le lenti della storia: sia in chi la desidera aperta, sia in chi la vuole rigidamente bloccata.

    Senza città, non c’è cittadinanza. La fondazione del concetto
    Tutte le parole, che ruotano intorno a “cittadinanza”, fanno capo a “città”: “civile, civiltà, cittadino, urbano, urbanità, politica”. Non indicano, perciò, una delle tante forme di convivenza sperimentate dall’umanità, ma si riferiscono a quella specifica, del vivere in città.  Hanno una data e un luogo di nascita, il VI millennio a.C.  in Mesopotamia, e un territoriodove si esercitano: lo spazio urbano. Creano, per reazione,degli spazi e dei tempi dove non si applicano o dove esistono “all’incontrario”. Quando, agli albori del processo di urbanizzazione, Gilgamesh incontra Enkidu, questi puzza, si comporta male e non sa parlare. E’ un rozzo pastore, che vive negli spazi sconfinati oltre le mura cittadine. E i due, da subito, vengono alle mani. L’idea e l’ideologia della cittadinanza si costruiscono nei lunghi millenni che intercorrono fra il racconto di quella zuffa e le Storie di Ammiano Marcellino, lo storico romano che conia il termine “civile”:
    “Alla fine del IV secolo d.C., Ammiano Marcellino derivò da "civis" - qualifica apportatrice di ambìti diritti giuridici - l'aggettivo civilis, che significa appunto l'individuo disciplinato, consapevole dei propri diritti e dei propri doveri; l'opposto di ferinus, selvaggio, feroce” (Lidia Storoni,… Poi l’uomo creò la città, ora consultabile qui).

    Attorno a “incivile”, si è addensata col tempo una nutrita schiera di sinonimi, altrettanto spregiativi: “nomade, bifolco, pecoraio, primitivo e troglodita,selvaggio e silvano, buzzurro e montanaro, villano, villanzone e villico, pagano, rustico, burino, cafone, zappaterra e terrone”. Per riassumerli tutti: “barbaro”, e, non di rado, “straniero”.

    La cittadinanza origina una divisione asimmetrica del mondo. Prescrive che ciò che vale sia dentro la città, perché fuori le mura c’è il caos, il mondo disordinato, pericoloso e privo di valore. Per indicare “la schiava”, i sumeri univano i simboli della donna e del monte: l’altro assoluto, che essi vedevano all’orizzonte della pianura coltivata e civile (mi permetterete, su questo punto, il rimando al mio manuale Alfabeto della Storia, Palumbo editore).

    Gilgamesh e Enkidusi guardano in cagnesco, dunque. Poi una dea si prende cura di Enkidu. Lo lava, gli dà un bel boccale di birra e se lo porta a letto.Enkidusi trasforma, così, in un cittadino e, d’ora in poi, sarà l’amico fraterno di Gilgamesh. Ecco come il mito fondatore più antico del fenomeno urbano, proprio mentre presenta l’antitesi fra il “cittadino” e “chi sta fuori la città”, spiega anche che c’è un modo per infrangere la barriera e legittimare l’intruso. Non è detto che le porte delle città debbano essere sempre sbarrate. Ci sono dei riti di iniziazione, delle procedure di ammissione, diversi a seconda delle società, per quanto non sempre così gradevoli come toccò a Enkidu. Ci sono delle società totalmente esclusive, come quella egizia, i cui “cittadini” si ritenevano una razza eletta, e si lavavano le mani, quando toccavano uno straniero; e società variamente inclusive, come gli assiri che avevano delle “città doppie”, come Kanish, per metà abitate da assiri, e per metà da stranieri; o come i persiani e gli indiani di Ashoka, celebrati nei tempi successivi per la loro apertura ai diversi.

    In realtà, ogni comunità è dotata di sistemi di riconoscimento e di convivenza e, al tempo stesso, di pratiche che permettono l’inclusione di estranei. In che cosa, allora, la città differisce dagli altri tipi di comunità? Mario Liverani ce lo ha spiegato, quando, raccontando l’origine della città, ci ha mostrato una sua differenza fondamentale con le altre forme di insediamento. In un villaggio o in una banda di cacciatori – dice - è relativamente facile stabilire una graduatoria di merito. Se tutti cacciano, si vede subito quello con la mira infallibile; se tutti coltivano, si capisce inequivocabilmente chi è il migliore. Ma come si fa a stabilire una gerarchia se il gruppo è composto da gente che pratica mestieri diversi? Tra un vasaio, un fornaio, un soldato, un contadino e un prete, chi è più importante? Nel primo caso, quando sorge un problema – di comando, di distribuzione di un bene o di una qualche precedenza – il criterio per risolverlo è condiviso da tutti. Il rispetto, anche conflittuale, di questo criterio sarà la garanzia della convivenza pacifica nel gruppo. In città, invece, ciascuno legittimamente sosterrà la sua importanza (e in effetti tutti potrebbero dimostrare la propria insostituibilità). Quindi, sarà molto complicato stabilire regole di precedenza, di comando e di rispetto. Quelle che verranno decise saranno particolari e complesse, perché non esiste un criterio univoco (solitamente, perciò, si ricorre al giudizio divino). In ogni caso, la scala di valori sarà realizzata in base a criteri non sempre condivisi, magari imposti. E cittadino sarà colui che saprà rispettare questo codice di regole. Chi non le conosce è un barbaro, quale che sia la raffinatezza della sua “cultura” (parola che, a questo punto, capiamo essere molto diversa da “civiltà”).

    (Purtroppo i libri di Liverani ai quali faccio riferimento sono piuttosto vecchiotti: L’Origine della città, (Ed. Riuniti, del 1986) e Uruk, la prima città (Laterza, del 1998). Fortunatamente, su Scribd si trovano le pagine scannerizzate del capitolo sui meccanismi decisionali all’interno della città, che qui ci interessano. La buona notizia per chi vuole approfondire l’argomento, è che troverà online il suo monumentale Antico Oriente: Storia. Società.Economia.

    Il racconto della sua accettazione in una banda di boscimani, che Alberto Salza ha inserito in un impareggiabile Atlante delle popolazioni(Utet, 1997, p. 22), diventa un apologo chiarissimo dei procedimenti di inclusione nelle società non-urbane. Gli lascio la parola:
    "Vivevo con i boscimani da un anno quando chiesi all'uomo più vecchio del gruppo di avere anch'io un ruolo nella comunità. Volevo cacciare, come facevano gli uomini, ma il vecchio rispose di no: Tu puzzi e fai un sacco di chiasso con le scarpe, gli animali scappano. Allora proposi di partecipare alla raccolta di vegetali spontanei con le donne. Altro rifiuto del vecchio: qui è pieno di piante velenose, le conosci tutte? Avrei almeno potuto avere lo status e i compiti del bambino? Nemmeno: non ero abile nel catturare le lucertole e i bruchi che integravano la dieta. Il vecchio rilanciò: potresti fare la bambina. Le bambine preparavano gli ornamenti per le cerimonie: fui ammesso a fare le perline". (Daniela Pasti, Un antropologo assunto fra i boscimani)

    In una banda di cacciatori e raccoglitori, il complesso delle attività si articola lungo le direttrici del genere (maschi e femmine) e della generazione (adulti e bambini). Quindi, l’inserimento dello straniero avviene attraverso uno dei quadranti:  

     
    Fig. 2 Il diagramma fondamentale delle società di raccoglitori/cacciatori

    Ora proviamo a immaginare una sorta di prosieguo di questa storia, a parti invertite. Ipotizziamo che il capo, o un membro qualsiasi del gruppo, chieda di essere inserito in una società urbana. In quale ruolo verrà collocato? Fra i maschi, fra le donne o fra i bambini della città? Certamente, ma non significherebbe nulla, né rispetto al destino individuale di quell’uomo né rispetto alla città. Lo schema dei cacciatori/raccoglitori qui non funziona (al di là del nostro esempio immaginario, questa è la storia dolorosa dei boscimani attuali, man mano che si sedentarizzano). L’impalcatura sociale urbana è molto più intricata e complessa. Nei manuali, infatti, ci divertiamo a schematizzarla con mappe piene di freccette, quando non con piramidi, non soltanto medievali. Altrettanto complessi saranno i criteri per acquisirne la cittadinanza. E, accadrà sovente, nel corso della storia, che il grado più basso della scala gerarchica urbana sia quello dello schiavo, del paria o del senza nome, del meteco, lo straniero che vive in città, paga tasse e contribuisce al suo mantenimento, ma non ne è cittadino (e non lo sarebbe diventato mai, stando a quello che pensavano di tutta la faccenda gli ateniesi).

    Il concetto di cittadinanza divide il pianeta in un due regioni asimmetriche, dunque, e le collega/separa con un filtro, variamente svantaggioso per lo spazio non-urbano. E’ questo il paradosso “di fondazione”, che la storia mostra a noi moderni, abituati ad associare questo concetto a quelli di eguaglianza e di diritto, e, nel nostro mondo occidentale, di democrazia.

    La cittadinanza nell’antica Roma
    Asimmetrica quando si tratta di definire il rapporto dentro/fuori, la cittadinanza è ingiusta anche all’interno del mondo urbano. Anche questo aspetto è stato spiegato bene da Mario Liverani, quando ha mostrato che, in una città mesopotamica, uno scriba “valeva” molto di più della massa di contadini che la popolavano. Lo è in particolare fra i greci, nelle cui polis solo una parte della popolazione urbana poteva fregiarsi del ruolo di cittadino. Le differenze tra città non mutavano la sostanza. A Sparta gli Spartiati erano novemila su 270 mila abitanti, ma non andava meglio ad Atene, dove i cittadini variavano da 30 mila (con i governi democratici) a 10 mila con quelli aristocratici, su una massa di 300 mila persone. Entrare fra questi privilegiati era un’impresa non da poco. Soprattutto ad Atene, dove inventarono, perfino, il concetto di “autoctono”, “i nati dalla terra”, per congelare per sempre la base della cittadinanza.

    Marcel Detienne ha studiato questa invenzione, le sue conseguenze nefaste nel mondo moderno, e nell’antropologia (i concetti analoghi di “aborigeno”, “nativo”, “naturale” continuano a far danni ovunque), con un particolare sguardo alla Francia, dove si ritrova nel manifesto dell’ultradestra di Jean Marie Lepen. Il suo libro, dunque, va letto perché decostruisce l’accezione “essenzialista” di cittadinanza, intesa frutto di una identità connaturata con un certo luogo o una certa comunità e fondamento, perciò, di ogni nazionalismo moderno.

    (Marisa Tortorelli Ghidini ha scritto una storia rapida di questo concetto, accompagnata da una rassegna accurata degli studi a questo relativi: Identità e miti dell’autoctonia nella Grecia antica. La terra, i figli della terra, in “Reti medievali”:, mentre quitroverete un’ampia recensione del libro di Detienne, Essere autoctoni. Come denazionalizzare le storie nazionali, Sansoni 2004).

    Il caso di Roma fu probabilmente unico nell’antichità mediterranea. In un mondo di “cittadinanze esclusive”, Roma si caratterizzò fin dalle origini per la sua forte inclusività. La sua nascita è segnata dal meticciato di popoli molto diversi tra di loro (etruschi, sabini, latini); il suo percorso vede continuamente aggiungersi popoli e genti, i quali, dopo un certo periodo di tempo e una certa trafila, diventano pienamente “romani”, fino ad assumere cariche, aspirare al senato, al consolato. Addirittura al soglio divino dell’imperatore.

    Per garantire questo flusso in entrata, Roma deve continuamente modificare il concetto originario di cittadinanza. Lo “aggiusta” progressivamente e lo adatta alle nuove situazioni e ai nuovi richiedenti. Questi erano popoli conquistati, immigrati – barbari, entrati nell’impero pacificamente o no -  o gente “sans papier”, illegali, sradicati dalle campagne che cercavano sopravvivenza nelle città. Peregrini è il termine con il quale venivano designati. Lo potremmo tradurre con extracomunitari. (Su questo punto, Ralph Mathisen ha scritto pagine da tenere presenti. E quic’è l’articolo sui “peregrini” e i problemi della loro integrazione nell’impero).

    Perché i romani elaborano questa idea di cittadinanza aperta e inclusiva? Per vari motivi e, soprattutto, non perché sono “aperti al mondo”. Il primo è che hanno bisogno di soldati (il cittadino è colui che combatte per la patria); e poi di contadini e di pagatori di tasse (privilegio che i cittadini “autoctoni”, per usare l’invenzione ateniese, esercitavano sempre più malvolentieri). Il secondo è perché sono un impero. L’impero ha come confini ideali il mondo, come rendeva chiaro a tutti l’imperatore, reggendo in mano la sfera di calcedonio. E come i romani apprendevano, quando studiavano a memoria Virgilio: “Il tuo compito, o romano, è quello di governare il mondo, perdonare chi si sottomette e sconfiggere i ribelli”.


    Fig. 3 Questa è una delle sfere di calcedonio, che venivano montate sullo scettro usato da Massenzio, nascoste dopo la sua sconfitta ad opera di Costantino, nella battaglia di Ponte Milvio nel 312 d.C.

    E’ un concetto di cittadinanza che molti, oggi, chiamerebbero “costituzionale”. Si è cittadini non perché si professa una religione, si parla una lingua o si è nati in un certo posto. Ma perché si condivide un’idea di futuro, un progetto. Non è un caso che questo concetto (insieme con l’impero romano) sia particolarmente studiato negli Usa. Questo stato, infatti, ha un’idea chiara del suo ruolo nel mondo e coopta chi, quale che sia la sua identità culturale o etnica, vuole dare il suo contributo al suo mantenimento.Trova certamente d’accordo cittadini (o aspiranti tali) romani e statunitensi. Un po’ meno, tutti gli altri.

    Un ’48 dimenticato.
    E’ il 1648, data della Pace di Westfalia. Il momento di chiusura della Guerra dei Trent’anni, a sua volta, piazzata a metà tra guerre di religione e guerre di successione, e che qui prendo a simbolo di un processo molto complesso, che ha indubbiamente altri momenti significativi, a cominciare da quella Pace di Augusta (1555) che stabiliva il principio territoriale, noto come Cuius regio eiusreligio.

     
    Fig. 4 L’Europa dopo la Pace di Westfalia. Si affermò allora un sistema fatto di Stati, destinato a governare il mondo per 360 anni. Così Michael Vaughan

    Si tratta di uno dei capitoli di storia moderna che, almeno in Italia, sembra passare rapidamente in disuso. Perché questa Pace è importante? Solitamentesi dice perché rappresenta un momento della nascita dell’Europa degli Stati e perché segna la data a partire dalla quale si comincia seriamente a pensare che, piuttosto che massacrarsi vicendevolmente per qualche diversità religiosa, è meglio essere tolleranti. Il punto è che è la prima volta che una questione internazionale che riguarda praticamente tutta l’Europa viene regolata da Stati. Si afferma un sistema fatto di Stati, e non più da signori e signorotti. (Ecco il fondamentale saggio di Pierangelo Schiera, La Pace di Westfalia fra due “tempi storici”:alle origini del costituzionalismo moderno.

    Lo Stato è una particolare organizzazione territoriale che nasce in Europa al tramonto del Medioevo. Sono quelli che Bertrand Badie chiama “i territori” (La fine dei territori. Saggio sul disordine internazionale e sulla utilità sociale del rispetto, Asterios 1996: quiMassimiliano Cannata intervista l’autore).  Questi territori sono, appunto, gli Stati moderni, che in estrema sintesi potremmo definire come degli “spazi delimitati da un confine e retti da un potere centralizzato”.

    I territori pongono un problema: chi sono i suoi abitanti legittimi? Il Cinquecento lo affronta col principio dell’omogeneità religiosa. Ne nascono guerre e massacri. Westfalia viene dopo la più sanguinosa di tutte. La Guerra dei Trent’anni, appunto (quiLucio Villari la spiega per bene. E qui, un archivio iconografico di Google che può servire per introdurla in classe).

    Da Westfalia si esce con un nuovo principio: gli abitanti legittimi di un territorio sono quelli che ne seguono le leggi. E’ dentro questo principio che si alimentano le rivoluzioni politiche che tutti facciamo studiare, che portano al nostro concetto di cittadinanza e alla vittoria di una parola: “cittadino”. Questa prima forma di cittadinanza moderna contempla il godimento di diritti quali la libertà individuale, l’inviolabilità del proprio corpo, la libertà di pensiero.

    Tutto bene, dunque? La medaglia ha un risvolto. Questi diritti sono sacri e inalienabili perché garantiti da ciò che di più sacro esiste sul pianeta terra: lo Stato. Sopra lo Stato non c’è nessuno (principio di Sovranità). Né un dio né un imperatore. Lo Stato rivela un potere fino ad allora inaudito sulla terra. E’ il Leviatano, cioè un mostro. Ma è un potere strettamente legato al diritto di cittadinanza. Una contraddizione ai limiti del paradosso: più assoluto è questo potere, più il diritto individuale è garantito.

    E il ’48 che tutti studiamo.
    Questa volta si tratta della data che tutti studiano in Europa: il 1848. Il “Quarantotto” per eccellenza. Quello delle rivolte dei popoli in Italia, a Vienna, a Praga, in Germania e così via. Quarantotto di libertà per i popoli oppressi dai regimi “reazionari”, come leggiamo spesso nei manuali, scaturiti dal Congresso di Vienna. Questo insegniamo e, tutto sommato, questo accadde. Mike Rapport  ne ha scritto una storia scorrevole (1848. L’anno della Rivoluzione, Laterza, 2009), edita in Italia a ridosso della quasi dimenticata Primavera araba (qualcuno ci fece anche un parallelo), e che qui potrete trovare nell’edizione inglese. Qui, invece, Lucio Villari ve la racconta in podcast

     
    Fig. 5 Un argomento certamente molto affrontato è la vastità del fenomeno rivoluzionario in Europa, qui in una cartina di Andrew Wheatcroft, The World Atlas of Revolutions, Book Club Associates, London, 1983, p.48

    Questa data è parte integrante della storia che qui racconto sommariamente.Infatti, nel '48 (che assumo evidentemente come data simbolica) si fornisce una nuova risposta alla domanda: “chi sono gli abitanti legittimi di un territorio?” La nuova risposta è: “tutti quelli che parlano la stessa lingua, hanno la stessa cultura, eccetera”, come leggiamo ampiamente negli scritti dei nostri autori risorgimentali. Questi individui “omogenei” sono i cittadini del nuovo “stato nazionale”. Questa diventa l’unica forma di stato accettabile, per ottenere la quale occorre combattere all’esterno una battaglia reale, e all’interno una battaglia culturale non meno dispendiosa, volta a “formare” il cittadino. Il risvolto di questa vicenda - che in molte nazioni europee si racconta come “epopea dell’indipendenza nazionale” - è la reintroduzione di quel concetto che Westfalia aveva messo ai margini. Il concetto di identità culturale. Da quel momento in poi, il cittadino è il portatore dei tratti identitari che quel dato Stato giudica legittimi. Per l’Italia, si guardino i primi articoli dello Statuto albertino. Sono due: essere sudditi dei Savoia ed essere cattolici. Certo, si tratta di stati tolleranti (l’Italia lo è e garantisce gli ebrei, per esempio). Ma comunità nazionali molto omogenee (ormai le guerre dell’età moderna avevano sistemato le popolazioni ciascuna al loro posto) possono tollerare enclaves di religioni e costumi anche discordanti.

    Per capire gli sviluppi successivi, occorre tenere presente che questa forma di cittadinanza nasce nell’Ottocento e in Europa. Non è affatto conosciuta nel resto del mondo. Ma lo sarà quando, nel processo di decolonizzazione, le popolazioni del mondo, una volta indipendenti, introietteranno il modello europeo, cercando di adattarlo a territori che vedono spesso coabitazioni di genti di religione, lingua, costumi diversi. Dentro questi sviluppi c’è dunque la storia che vediamo ai nostri giorni in Africa, nel Vicino Oriente, o nei paesi ex-comunisti. E’ lo scenario che porta, fra gli altri, AminMaalouf a parlare di “identità assassine” (quila recensione di Ilaria Guidantoni) e Amartya Sen a collegare strettamente “identità e violenza”(Qui la recensione di Valeria Villa).

    Per quanto riguarda l’insegnamento della storia, l’approccio identitario disegna la trama essenziale dentro la quale si articolano i racconti storici studiati in quasi tutte le scuole del mondo. L’insegnamento della storia, infatti, coincide con la messa in opera del concetto di cittadinanza identitaria. La diffusione di questo insegnamento fa parte del vastissimo programma pedagogico che gli stati ottocenteschi prima (e quelli dell’Europa orientale, africani, asiatici e americani dei nostri giorni) mettono in pratica per convincere i cittadini che essi sono, in primo luogo, “italiani”, “francesi”, “ucraini”, “gabonesi”

    Dopo la Seconda Guerra mondiale. La cittadinanza nel mondo occidentale
    L’ultima tappa della storia di questo concetto si situa nel bel mezzo della seconda guerra mondiale (1942)  quando Lord William Henry Beveridge, studioso di economia e Pari d’Inghilterra, propone e fa accettare il piano con il quale si dà il via al sistema che noi conosciamo come “Welfare State” (qui è ancora Lucio Villari che ce ne scrive e ce ne mostra l’attualità, e qui ce ne parla).

    Con rapidità, le democrazie occidentali aggiornano il proprio concetto di cittadinanza. Il cittadino non deve essere solo libero di pensare, esprimersi, muoversi; e non basta che il suo corpo sia inviolabile. Ha diritto a essere istruito, a essere curato, a un’abitazione. Ha diritto a un lavoro. Non basta vivere. Occorre vivere civilmente. E’ la cittadinanza come la intendiamo oggi, e come viene intesa nella nostra Costituzione, a partire dagli articoli 1 e 3, che mettono insieme il diritto al lavoro, come dato identificativo del cittadino italiano e l’eliminazione dei vincoli identitari (religiosi o di razza) nella definizione di cittadinanza. Questi diritti beneficiano, ancora a metà Novecento, della “sacrosantità” del garante, lo Stato. Sono anch’essi diritti sacrosanti.

    Risvolto della medaglia? Costano. Richiedono che la ricchezza di uno Stato sia in continua crescita (almeno del 5% annuo, dicono alcuni studiosi) e richiedono che la base produttiva sia forte e, possibilmente, in aumento. Quindi, richiedono una crescita demografica. Ora si potrebbe discutere (e magari ironizzare) sul fatto che dietro altissimi principi umanitari e di civiltà ci siano istanze materiali come il Pil, o programmi demografici che richiamano passati infausti e recenti campagne pubblicitarie sgangherate. Il punto da sottolineare, invece, è che si tratta di una forma di cittadinanza elaborata in un momento particolare della storia, in condizioni politiche particolari (non dimentichiamo che Lord Beveridge era un esponente del conservatorismo inglese, e il Welfare aveva uno scopo politico ben preciso, quello di fronteggiare il comunismo). Un concetto di cittadinanza che, ne dobbiamo essere grati, riceviamo come retaggio del periodo di massimo sviluppo mondiale, quello che gli storici chiamano ormai “Età dell’oro”, o “i Trenta Gloriosi”. Un’epoca della storia terminata verso la metà degli anni ’70 del secolo scorso.

    Sintesi e conclusioni
    Storie e cittadinanze di tempi passati. Oggi viviamo una stagione della storia profondamente diversa. In un altro periodo storico. Dobbiamo dare ragione, dunque, ai lettori de “Il Giornale”? No. Perché, come abbiamo visto, le idee e le strutture giuridiche attraversano i tempi. Difatti, le riconosciamo dentro il concetto di cittadinanza che solitamente adoperiamo. La storia ce lo mostra chiaramente.

    La conoscenza di questa evoluzione è già, di per sé, un potentissimo strumento critico, che spazza via le interpretazioni sacralizzanti del concetto, le prese di posizione di principio. Sia quelle chiuse, sia quelle aperte. La storia ti dice chiaramente che questo concetto è stato ripetutamente modificato, secondo le teorie sociali e politiche e le necessità dei tempi. Squaderna sotto i nostri occhi un problema: oggi viviamo un tempo molto diverso da quelli che abbiamo visto sopra. Per riprendere il saggio di Badie, citato sopra, la nostra epoca è caratterizzata proprio dal “liquefarsi” di quei territori che, fino al secolo scorso, hanno permesso e garantito la formazione della cittadinanza, nelle forme che noi ancora adoperiamo. Quindi, è comprensibile che queste forme siano entrate in crisi.

    Ora, immagino, tutti si attenderebbero anche altre risposte: in quale direzione modificare questo concetto? Verso una cittadinanza aperta o chiusa? Verso una cittadinanza identitaria o costituzionale? Verso la preminenza della legge, o delle differenze culturali? Chi ha ragione, infine, dei contendenti che vediamo agitarsi nei talk show e nei servizi di piazza?

    Purtroppo tali attese sono destinate ad essere deluse. Proprio il motivo per il quale occorre rivedere il concetto di cittadinanza (la diversità della situazione attuale), impone che non possiamo “ricopiare” per i nostri giorni approcci di altri tempi. Però, l’analisi del passato ci dice che, pur nella diversità delle situazioni, c’è un aspetto comune: la contraddittorietà del concetto. Questo ha sempre due facce. Da una parte c’è il volto dell’umanità e del diritto. Dall’altra c’è il prezzo, spesso poco piacevole, da pagare. Le riassumo con questo schema.

    Ho messo in rilievo alcune caratteristiche del mondo di oggi che, a mio modo di vedere, sono da tener presenti quando discutiamo di questo argomento. Le prime due sono ben conosciute. L’ultima fa riferimento all’adozione da parte degli Stati attuali (ma anche da parte di altri tipi di comunità) di politiche identitarie che hanno modificato, a volte in profondità, i comportamenti e le attese degli individui. Ne consegue che ognuno di essi è già portatore di una “identità nazionale o culturale” e quindi di un’idea di cittadinanza identitaria, destinata facilmente a confliggere con quelle degli altri e che, in ogni caso, fa riferimento a una situazione passata. Si tratta, quindi, di una situazione inedita, nella quale individui tendenzialmente conflittuali, si muovono entro spazi che sono, rispetto al passato, scarsamente organizzati e controllati.

    Questo schema ci avverte dunque della contraddittorietà “insita” del concetto. La prima, e forse la più difficile da affrontare, è quella che tutti al mondo aspirano ad uno strumento - “la cittadinanza” - che è stato elaborato in Occidente, ma del quale moltissimi vorrebbero negare la storia occidentale, privandosi in questo modo della sola possibilità di farne una corretta revisione critica. E, come accade, sostenendo le proprie ragioni “originarie”, giusto in nome di un concetto identitario di cittadinanza che ha avuto il suo battesimo nell’Europa ottocentesca.

    Quali che siano le nostre preferenze, in ogni caso, esse avranno un costo. Questo, come si vede, non è soltanto economico. In molti casi è politico: non a tutti piace l’idea di essere governati da un Leviatano, per esempio. Quindi, la storia ti assicura di una condizione: non ci sono proposte semplici e definitive (si faccia in questo modo, e tutto si risolve). Le proposte – inclusive o esclusive che siano – richiederanno delle rinunce, e azioni complesse e sul lungo periodo, se vogliono essere serie. Richiederanno, nei cittadini, capacità di analisi raffinata, di valutazione dei costi e dei benefici e, poiché i punti di vista a partire dai quali le si valutano sono molteplici, richiederanno una grandissima capacità di discutere civilmente, se si vuole affrontare il problema all’interno di quegli spazi e con quei metodi che fino ad oggi ci sono stati garantiti dalla cittadinanza della quale attualmente godiamo.

    In fondo, anche questo vuol dire “educazione alla cittadinanza”.

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