riforma

  • Autore: Antonio Brusa

     

    Introduzione

    Per una volta tanto, la scuola c’era arrivata prima, in questo mondo di Alice, dove sbocciano le “non-qualche cosa”, non-statuti o non-partiti che siano, con l’invenzione della non-materia. Cittadinanza e Costituzione. Insegnanti e dirigenti sono indaffarati, da qualche anno, per combinarne orari, incastrare unità didattiche, spalmare qua e là competenze di Cittadinanza, progettare curricoli. Certamente, insegnare Educazione Civile (come mi piace chiamare questa disciplina insieme a Alessandro Cavalli) è difficile, oltre che doveroso e anche entusiasmante (quando riesce). Ma farlo nel nostro paese è molto complicato. Dobbiamo renderci conto che di questa difficoltà c’è un perché tutto nostro. Deriva dalle cause e dal modo con il quale questo insegnamento è stato introdotto in Italia. Spero che la cronistoria che leggerete lo possa mostrare con chiarezza.

     

    Indice

    1. 1 agosto 2008. L’Annunciazione
    2. Botta e risposta
    3. Il progetto politico
    4. Il ritorno al passato, ricetta per il futuro
    5. L’uso pubblico della didattica
    6. Giorgio Gaber, nuovo pedagogista gelminiano
    7. Il tempo delle lodi
    8. Il parto, o quasi
    9. Le Linee Guida di una materia che non c’era
    10. Le feste prima del parto
    11. La condanna
    12. La pietra tombale
    13. Il parto revocato
    14. L’eredità


    1. 1 agosto 2008. L’Annunciazione

    “Novità vecchie e nuove per la scuola”, scriveva il giorno dopo il Consiglio dei Ministri del I agosto 2008  il “Corriere della sera”, elencando, fra le novità più importanti, introdotte nel disegno di legge proposto dal Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, gli esami di ammissione a settembre, la bocciatura con il 7 in condotta, Cittadinanza e Costituzione, oltre a sconti per i trasporti pubblici, biglietti del cinema ridotti e ingressi gratuiti alle aree archeologiche per gli studenti delle superiori. C’era anche il grembiulino, a proposito del quale il Ministro informava che “vi è la disponibilità di alcune case di moda a cimentarsi con la divisa scolastica”, mentre Berlusconi stesso indicava il senso politico dell’iniziativa: “si tratta di una risposta ai recenti episodi di bullismo”.


    2.  Botta e risposta

    Le scuole erano chiuse. Gli insegnanti e gli allievi in vacanza. Forse anche i giornalisti e gli storici, avrà pensato il Ministro, quando lesse, dopo appena venti giorni, la vigorosa requisitoria contro la scuola che Ernesto Galli della Loggia pubblicò, sempre sul “Corriere”. Lo storico se la prendeva con Tremonti, che tagliava a più non posso i fondi per la scuola, e giustificava la naturalezza con la quale questi tagli venivano fatti con il motivo che l’utilità della scuola non era più percepita dalla gente. La scuola, argomentava, è una “macchina gigantesca ma senz’anima, che non sa perché esiste, né a che cosa serva, e proprio per questo si dibatte da decenni in una crisi senza fine”.

    Il Ministro rispose a stretto giro.

    Quella dello storico, scrisse, era un’analisi “giusta, ma ingenerosa”. Giusta, perché individuava il morbo della scuola italiana. E’ vero, ammetteva il Ministro, che la scuola non serviva, ma questo dipendeva dal fatto che era ammalata di pedagogia di sinistra e infettata dai virus egualitari del ’68. Ma era una condanna ingenerosa, continuava, perché non rendeva merito all’azione del governo, che stava approntando proprio le medicine adatte a questa malattia. Eccole:

    “Voto di condotta, divisa scolastica, insegnamento dell' educazione civica, ritorno al maestro unico, rilancio degli istituti tecnici e della formazione professionale. Autorevolezza, autorità, gerarchia, insegnamento, studio, fatica, merito. Sono queste le parole chiave della scuola che vogliamo ricostruire, smantellando quella costruzione ideologica fatta di vuoto pedagogismo che dal 1968 ha infettato come un virus la scuola italiana”.

    3. Il progetto politico

    Quell’articolo è un documento di chiarezza esemplare. In esso, Gelmini sottoscrive in pieno i tagli di Tremonti, spiegando che sono proprio questi che permettono di snellire l’immensa macchina burocratica, utile solo a pagare gli stipendi dei prof. Poi si fa un vanto del fatto che un terzo dei risparmi sarebbe stato reinvestito “in qualità” (quindi due terzi erano tagli puliti). Infine descrive il suo ideale pedagogico: tornare ad una scuola educatrice della nazione, in cui si legge Manzoni, dove si introduce la quarta “I” (vi ricordate le altre tre? “Impresa, Inglese, Informatica”?). La quarta “I” sarebbe stata italiano. Non diceva, però, che i tagli previsti avrebbero colpito soprattutto la cattedra di italiano, geografia e storia: due ore in meno, nella Media; né lasciava sospettare che il rilancio dei tecnici e dei professionali sarebbe stato alquanto aleatorio. (A distanza di qualche anno, il dubbio che quei tagli abbiano prodotto l’effetto promesso ci viene, dal momento che l’attuale Ministro Carrozza, si propone di cambiare la riforma Gelmini, proprio perché eccessivamente ingolfata di burocrazia).

     

    4. Il ritorno al passato, ricetta per il futuro

    L’educazione civica fu dunque annunciata in questa atmosfera di “ritorno al passato”. Gelmini ne parlò con Paola Mastrocola, in un intervista pubblicata dalla “Stampa”, quasi un mese dopo. “Una ragazza al ministero”, esordiva la scrittrice, descrivendo gli occhiali della ministra, la sua figura flessuosa e giovanile, così contrastante con quella dei suoi predecessori, quasi tutti sussiegosi e barbuti, ritratti nella stanza del ministero. Poi la Mastrocola comincia a picchiare duro, sul ritorno al passato, alle certezze di una volta, ai compiti in classe e i programmi prescrittivi. Al punto che la ministra è costretta a schermirsi:

    "Ma sa, mi stanno già accusando di voler tornare al passato... Non aggiungiamo altra carne al fuoco. Anche se, quello che io propongo non è un ritorno al passato secondo me, è che ci sono valori senza tempo, sempre attuali, come l’impegno, la fatica, lo studio..."

    Entrambe, però, erano accomunate nell’individuare nel ’68 il momento di svolta, il peccato originale della degenerazione scolastica. Era quindi un passato specifico, quello che le due immaginavano come modello per il futuro. La scuola degli anni ‘50/’60. Quella che don Milani combatté e che Rodari cercò di rivitalizzare con la sua colta ironia (non a caso due bersagli della polemica di Mastrocola). Che una scrittrice sogni di recuperare il passato, fa parte del gioco. Un po’ meno, forse, che lo faccia un ministro, uno che per mestiere dovrebbe guidare un’istituzione. Si guida guardando avanti, mi pare. Altrimenti si va come quegli indovini di Dante dal corpo stravolto e la testa girata all’indietro. Infatti, Gelmini sostiene che del passato le interessano i valori, quelli eterni. Tanto è vero, che fra i suoi recuperi propone quello più eterno di tutti, se si può dire questo della Bibbia.

    “La lettura della Bibbia nelle nostre scuole è un’iniziativa a cui sono favorevole come ministro, come credente e come cittadina italiana”

     

    Il ministro Gelmini legge la Bibbia

     

    5. L’uso pubblico della didattica

    “Verosimilmente nulla di concreto seguirà a queste dichiarazioni, come accade con il 95 % delle dichiarazioni-bomba da parte di esponenti del PdL e della Lega”. Questo era il commento dell’anonimo articolista del “Giornale di Lettere e Filosofia”, la rivista online della Sapienza, dalla quale ho tratto la notizia della proposta di leggere la Bibbia in classe. Quella proposta era stata fatta in occasione del lancio di un’edizione economica del testo sacro da parte della Sei. Come tante altre, aveva un valore “performativo”. Valeva per l’occasione. Serviva ad essere presenti sui media. Uso pubblico della didattica, diremo allora, estendendo a questo ambito un termine che gli storici hanno introdotto da tempo, per indicare quell’abitudine, sempre più diffusa, di utilizzare i fatti del passato per affermare qualche idea politica del presente.

     

    6. Giorgio Gaber, nuovo pedagogista gelminiano

    L’annuncio dell’educazione civica faceva dunque parte di un’azione mediatica, inseguita per occupare le prime pagine dei giornali, con idee facili e suggestive (la divisa scolastica e il voto in condotta, appunto, ma anche l’educazione stradale come antidoto alle “stragi del sabato sera”, la lotta al bullismo e tante altre cose di buon senso), che hanno una forte presa sia nel pubblico più vasto, sia in un’ampia cerchia di commentatori pubblici. In questa attività mediatica occorre prontezza di spirito e capacità di cogliere le occasioni. Un esempio è la vicenda che portò Giorgio Gaber ad essere promosso a pedagogista civico. Nacque dalla battuta di un comico, Enzo Iacchetti.

    "Milano, 3 marzo 2009 - Tutto è nato da una battuta di Enzo Iacchetti ("Gaber andrebbe studiato nelle scuole") che non è sfuggita al ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini. Giro di telefonate, collaborazioni avviate ed ecco il signor G. pronto a varcare i cancelli degli Istituti italiani secondari superiori e paritari.
    Il ministro, che pure ha assicurato “ampia autonomia” per gli Istituti che accoglieranno il progetto, ha precisato di vedere bene l’introduzione all’opera di Gaber nelle ore di educazione alla Cittadinanza e Costituzione."

    A Daniele Bellasio del “Foglio” la proposta non piacque. Avrebbe significato, secondo lui, “scolasticizzare” il simpatico ribelle. Ma a “Libero”, che rilanciò la notizia, evidentemente sì . Invece a “Red” e a molti di sinistra questa annessione non andava giù, come scrisse Claudio Caprara (30 marzo 2009).  E’ utile, oggi, capire chi aveva ragione? Certamente sì (e personalmente sono contento che si parli di Gaber e se ne studino i testi). Ma a questa cronistoria interessa notare che, in quel momento, l’idea di Gaber contribuì a ciò che voleva Gelmini: fare dibattito.

     

     

    7. Il tempo delle lodi

    L’adesione della destra (e di molta stampa indipendente) fu vasta. Aveva anticipato tutti, ancora prima dei fatali annunci, Giorgio Israel, studioso di matematica e coordinatore della Commissione ministeriale per la riforma della scuola di Specializzazione all’Insegnamento. “Avanti così”, recitava un suo intervento del 2 agosto 2008, nel quale annunciava che la nuova educazione civica italiana sarebbe stata molto diversa da quella proposta dal governo spagnolo, di sinistra, che tanto stava inquietando la Chiesa. Aveva scritto Israel:

    “viene seccamente evitato il rischio di pensare l’educazione civica come una “educazione alla cittadinanza” di stile zapaterista, ispirata all’idea di affidare allo stato la formazione etica e morale del cittadino – un’idea che contiene una miscela di laicismo (una religione di stato che somministra i principi morali prendendo il posto della religione) e di pedagogismo (l’educazione alla cittadinanza impartita da “specialisti” della convivenza civile)” .

     8. Il parto, o quasi

    Ma torniamo all’agenda politica. Una settimana dopo l’articolo sui quarant’anni da smantellare, il governo emanò effettivamente una legge sull’educazione civica, con una rapidità inusuale per la scuola italiana, abituata a gestazioni legislative lente e faticose. In realtà, si trattava di una legge stranamente complicata, nella quale il governo non istituiva la nuova disciplina, ma si obbligava a farlo per l’anno successivo, con un’altra legge, che avrebbe reso obbligatoria una materia dal nome di “Cittadinanza e Costituzione”, con 33 ore di insegnamento annuali (un’ora la settimana) e il voto distinto. Una legge sulle intenzioni, dunque, più che sui fatti. Questi erano praticamente tre:  sollecitare la sensibilizzazione del personale docente; invitare a sperimentare la nuova disciplina; e un ennesimo concorso a premi, per la scuola che avesse proposto il miglior progetto su “Cittadinanza e Costituzione”. Se avete voglia di leggervi quei documenti, li trovate sul sito di edscuola.

     

    9. Le Linee Guida di una materia che non c’era

    Nel marzo del 2009 (la legge promessa non era ancora nata), venivano pubblicate leLinee guida, un corposo documento per spiegare ai docenti la futura disciplina, firmato dal Ministro ma scritto dal pedagogista Luciano Corradini, che fin dal 1995 aveva coordinato una Commissione ministeriale apposita, che sopravvisse a governi e maggioranze di ogni genere, fino appunto a trovare in Gelmini il ministro che ne avrebbe coronato il lavoro. Maurizio Gusso, che fece parte di questo gruppo, ne ha raccolto la documentazione.

    Nelle Linee guida si ripercorre la storia dell’educazione civica in Italia (introdotta nel 1959 dall’allora ministro Aldo Moro); se ne argomentano le ragioni della sua scarsa presa nelle scuole e si propone la traccia di un curricolo verticale in tre fasi: laboratori e situazioni di vita, nelle elementari; studio della Costituzione, nelle medie; progetti e esperienze di “cittadinanza attiva”, nelle superiori. Corradini aveva già pubblicato le sue riflessioni in uno scritto collettivo: Educazione alla convivenza civile. Educare, istruire, formare nella scuola italiana, Armando, Roma 2003.

     

    10. Le feste prima del parto

    Lo stesso Ministro presentava queste Linee in una solenne conferenza stampa, nella quale, dopo aver elogiato Corradini, informava della preparazione di un kit multimediale, necessario per attirare gli studenti, e precisava che il concorso avrebbe distribuito premi per un milione di euro. Come si vede nel video,  il ministro è accompagnata dall’allora procuratore distrettuale antimafia e da una giovane rappresentante di un comitato provinciale per l’insegnamento dell’educazione civica.

    Vennero annunciate diverse azioni mediatiche di supporto, fra le quali una lunga serie di trasmissioni (ben 130 puntate), in orario di grande ascolto su Canale 5, nelle quali l’ex ministro socialista Claudio Martelli avrebbe spiegato agli italiani la Costituzione.  Commentò il Ministro: “La Costituzione non appartiene al passato, ma deve regolare la vita quotidiana di ciascuno di noi. Mi complimento con i fautori di questa iniziativa che porterà i cittadini a conoscenza di quella che Ciampi ha definito la Bibbia laica”.

     

    L’ex ministro Martelli con Fedele Confalonieri

     

    11. La condanna

    Sfortunatamente per il Ministro, leLinee Guida vennero lette da Ernesto Galli della Loggia, nel novembre successivo, e non piacquero. A farne le spese fu Luciano Corradini (“il Ministro non poteva conoscere il contenuto del documento”, disse lo storico per giustificare Gelmini). Corradini, dunque, che pure vantava una lunga militanza cattolica, tradizionalmente ostile al mondo comunista, sottosegretario del governo Dini (1995), che come ricordiamo era di quelli “tecnici”, veniva incolpato di pedagogismo progressista, e ritenuto promotore di una delittuosa pedagogia di stato. Il titolo di questo articolo, apparso sul “Corriere della Sera” (8 novembre 2009), è di quelli che stroncano:Così la democrazia diventa catechismo.

    “Si compie così un nuovo, decisivo, passo avanti lungo quella china micidiale che sta portando la scuola italiana al disastro: cioè la sua trasformazione dal luogo di apprendimento che era un tempo a una sorta di insignificante agenzia alla socializzazione”.

    Devo notare, però, che - oltre la polemica antipedagogica e il continuo richiamo a una scuola che non c’è più - questo intervento conteneva una notazione di indiscutibile buon senso didattico. Se, infatti, si fosse reso esecutivo il progetto di una disciplina di 33 ore l’anno, si sarebbero avute 429 ore di Educazione alla Costituzione, lungo tutto il curricolo dalle elementari alle superiori. Un tempo esagerato anche per un corso universitario di Diritto Costituzionale.

     

     

    12. La pietra tombale

    Inutilmente Corradini obiettò che nel suo documento non si faceva altro che riprendere le indicazioni di Lisbona. Fu zittito da Giorgio Israel, che, ricredendosi del suo precedente entusiasmo, riconosceva nel documento ministeriale il pericoloso marchio zapaterista, e lo attribuiva al fatto che

    “in trent’anni si è consolidato un blocco di potere difficile da scalfire e il riaffacciarsi della figura del "pedagogista di Stato", che si sperava definitivamente scomparsa, non è un buon segno”.

    Questo articolo, apparso sull’ “L’Occidentale”, veniva ripreso da “Il Giornale”, a testimoniare del mutamento del giudizio politico su tutta la vicenda (10 novembre 2009).

    Contemporaneamente, a far calare una pietra tombale sulla materia, provvide Gaetano Quagliariello, storico e esponente di rilievo della destra. Argomentò che una materia intitolata alla Costituzione era del tutto inutile, dal momento che il Parlamento si apprestava a modificare la Carta Costituzionale, essendo questa un “documento empirico e approssimativo”.  E proclamò che “non serve portare in classe la Costituzione, per fare dei buoni cittadini” (“L’Occidentale”, 9 novembre 2009).

     

    13. Il parto revocato

    Prontamente il Ministro fece marcia indietro. Dichiarò che, nella scuola di base, Cittadinanza e Costituzione non sarebbe stata una materia distinta, non avrebbe avuto un orario e un voto separati e si sarebbe insegnata all’interno della storia; mentre nella scuola superiore sarebbe stata introdotta come materia separata, ma solo a titolo sperimentale. Una “non-materia”, appunto. Lo si legge ancora in un lancio di agenzia del 24 novembre, insieme con qualche commento di stupore, di fronte al ministro che smentiva se stessa e la sua politica, tanto faticosamente costruita e cercata per oltre un anno. Le scuole, evidentemente, avevano “capito male”, perché già da un anno, fin dal primo annuncio, si erano mosse e legioni di insegnanti erano state impegnate nella progettazione di curricoli della nuova disciplina.

     

    14. L’eredità

    Senza nessun clamore venne quindi approvata la legge attualmente in vigore, quella con la quale oggi tutti devono fare i conti quotidianamente. In questa il Ministro cercò di conciliare la nuova situazione (Cittadinanza e Costituzione non tirava più) con l’impegno di introdurla, senza dimenticare che, in ossequio ai tagli che avrebbero modernizzato la scuola così efficacemente, il tutto non doveva costare un euro.

    Quel battage pubblicitario fu dunque inutile? Secondo me qualche risultato lo ottenne. Per esempio, ha oscurato la drastica contrazione degli orari, soprattutto nel settore delle discipline storico-sociali. Una riduzione stabilita dal ministro Letizia Moratti, che tolse – fra l’altro - le trenta ore di educazione civica, assegnate da Aldo Moro in terza media, e resa operativa appunto da Gelmini. Per ironia della sorte, proprio nelle Linee guida Luciano Corradini aveva definito “gracile” l’assegnazione oraria stabilita da Moro. Ora, che quelle risorse non esistono più e il comparto delle discipline geo-storico-sociali si è potentemente ridotto, nelle scuole dove si mette in pratica una delle soluzioni orarie proposte dalla ministra, Storia, Geografia e Cittadinanza e Costituzione usufruiscono di appena un’ora la settimana. Praticamente scompaiono. Si potrebbe concludere questa cronistoria, osservando che Mariastella Gelmini, in luogo di introdurre una nuova disciplina, ha contribuito a indebolirne ben tre.

  • Autore: Antonio Brusa

    Strumenti per un docente consapevole

    I giorni che si passano in classe sembrano appartenere ad un presente eterno. Chi spiega storia si affanna per insegnare a trenta adolescenti il senso del tempo storico. Ma lui, il prof, conosce solo il tempo ciclico del calendario scolastico.

    Il prof di storia si preoccupa di studiare quello che deve spiegare in classe, perché, dice, i suoi allievi devono sapersi situare nel tempo. Non è sfiorato dall’idea che gli può interessare ciò che riguarda la sua professione, perché anche lui ha bisogno di situare se stesso e la sua giornata di lavoro.  Lo si vede nel piccolo mondo di Historia Ludens, dove tanti si incuriosiscono su argomenti che riguardano “ciò che si può dire in classe”, pochi leggono gli interventi sulla formazione dei docenti e sulla storia della didattica della storia.

    Un lavoro “senza tempo” rischia pericolosamente di diventare un lavoro “senza senso”. Per questo motivo è importante, per il docente in servizio come per il docente in formazione, capire come si è evoluta la propria professione; quali sono i quadri storico-didattici nei quali opera, e in quale direzione si sono modificati.

    ll numero speciale, dedicato alla didattica  della storia,  di “Ispf. Rivista elettronica di testi, saggi e documenti, edita dall’Istituto per la storia del pensiero scientifico e filosofico moderno, è uno strumento per affrontare questo problema.

    Chi leggerà questo dossier, potrà inquadrare la propria attività entro un quadro cronologico, costruito (come scrive Cajani) fra il 1996 e il 2012. Un periodo convulso e contraddittorio, all’interno del quale si è disegnato il complesso di norme e di strutture oggi vigenti. E’ al principio di questo periodo che il programma di studio comincia a chiudersi  con il Novecento (e a giungere fino ai nostri giorni). Pochi lo ricordano, ma prima del 1996, la maggior parte dei docenti terminava il programma con la Marcia su Roma e, in parte, con la Seconda guerra mondiale. E non mancarono, allora, docenti (e ricercatori universitari) che, ribellandosi all’idea di limitare le ore da dedicare ai secoli precedenti, si rifiutarono ostentatamente di attuare la direttiva ministeriale.

    Durante questo periodo avvengono due importanti cambiamenti. Il primo riguarda il programma in continuità. Proposto dalla Commissione de Mauro nel 2001, metteva insieme elementare, media e biennio, nella prospettiva di una formazione storica base lunga, coerente e efficace. La reazione successiva del ministro Moratti ne snaturò il senso, limitandolo alla connessione fra elementari e medie. Dal 2003/2005, il programma di storia italiano ha assunto la struttura attuale, in due cicli di cinque anni, dalla quarta elementare fino alla quinta superiore.

    La seconda rivoluzione riguarda il contenuto di studio, e – strettamente legato a questo – le finalità dello studio storico. De Mauro propose che nelle scuole italiane si dovesse studiare la storia mondiale. La reazione - in particolare quella di una accademia palesemente ignara di un global turn, che stava rapidamente prendendo piede nella ricerca mondiale - fu veemente. Venne cavalcata con prontezza (come ormai siamo abituati a vedere) dal mondo politico, che – sempre con il ministro Moratti – cancellò quella proposta, sostituendola con un programma di storia etnocentrico e identitario. I governi successivi di centro-sinistra riuscirono a correggere solo in parte questa manovra, restituendo dignità conoscitiva alla storia, ma furono incapaci di riproporre con chiarezza la dimensione mondiale, come il quadro culturale all’interno del quale costruire le prospettive spazio-temporali degli allievi.

    Dentro questi cambiamenti, esplode una sorta di “moto perpetuo di piccole e grandi riforme”(Donato). Resteranno negli annali quelle realizzate dalla “micidiale legislazione Gelmini”, con la riduzione dei fondi e delle ore di insegnamento, la chiusura delle Scuole di formazione professionale e l’introduzione di una “non-materia”, come l’Educazione alla Cittadinanza. Un’occasione persa, quest’ultima, come sottolinea Valleri, perché poteva mettere a fuoco il tema della “cittadinanza asimmetrica” (fra cittadini italiani e stranieri, fra uomini e donne), autentica lacerazione nella società italiana, e si limitò a riproporre  vecchi stilemi della educazione civica. E, accanto a queste, ha imperversato un profluvio di documenti, che riguardano ora le prove di valutazione, ora l’adozione dei manuali, ora le regole, sempre più complesse, per accedere alle risorse online, e tante altre, con il risultato che si è diffuso “lo strisciante convincimento che i programmi,comunque siano strutturati, non siano altro che “parole di carta”. Esiste una sorta di adeguamento connaturato alla realtà scolastica, un “fai da te” che gli insegnanti di storia (ma non soltanto) attuano, frutto di scelte professionali autonome a partire dai modelli di spiegazioni disponibili e molto spesso solo apparentemente ritenuti dominanti nella professione dell’insegnante”.

    Una situazione solo italiana? A leggere le pagine di Charle dobbiamo rispondere di no. La Francia (e con essa molte altre nazioni), sono attraversate da lacerazioni analoghe alle nostre. Anche altrove si discute del senso della storia, dei contenuti da studiare. Si lotta per rompere le barriere (o per difenderle strenuamente) che hanno confinato questo studio alla propria nazione e si cerca in che modo rendere didatticamente efficace una prospettiva geostorica finalmente mondiale. Forse una differenza sulla quale riflettere è nello spegnersi progressivo dell’interesse degli studiosi nostrani per le sorti dell’insegnamento storico. Dopo le vampate del dibattito de Mauro, gli storici sembrano rifluire su se stessi, in una crisi depressiva alla quale Paolo Prodi dette voce al principio di questo millennio. La Sissco, società degli storici contemporaneisti, smette praticamente di occuparsi di didattica a partire dal 2003; la Sismed, società dei medievisti, fa del suo isolamentouna questione di bandiera. Solo la Sisem, la società degli storici modernisti, continua in un’opera di sensibilizzazione e di studio, al momento incapace di trascinare i colleghi.


    L’insegnamento della storia oggi (a cura di Maria Pia Donato)


    Maria Pia Donato, L’INSEGNAMENTO DELLA STORIA, LA RIFORMA PERENNE DELLA SCUOLA E UN PASSATO CHE NON PASSA.
    Luigi Cajani, I RECENTI PROGRAMMI DI STORIA PER LA SCUOLA ITALIANA
    Christophe Charle, STORIA GLOBALE E STORIA NAZIONALE TRA RICERCA E DIDATTICA. LA QUESTIONE VISTA DALLA FRANCIA
    Elvira Valleri, LA STORIA E IL SUO INSEGNAMENTO: ANDATA E RITORNO

Questo sito utilizza cookies tecnici e di terze parti per funzionalità quali la condivisione sui social network e/o la visualizzazione di media. Chiudendo questo banner, cliccando in un'area sottostante o accedendo ad un'altra pagina del sito, acconsenti all’uso dei cookie. Se non acconsenti all'utilizzo dei cookie di terze parti, alcune di queste funzionalità potrebbero essere non disponibili.