storia marittima

  • di Antono Brusa

    Concept di un manuale che non scriverò (Scuola estiva di Arcevia, 22-25 agosto 2017)*

     

    1. Il concept, per non dire “lista di obiettivi”

    Lettera L, La mer des histoires

    Prendo il titolo di questo manuale immaginato da un libro della fine del Medioevo, La mer des histoires, perché mi sembra esprimere bene alcune idee, che elenco di getto.

    1. Il racconto storico deve avere un rapporto intimo con la geografia, con lo spazio. Il suo filo conduttore è una domanda che attraversa il tempo: “come gli uomini organizzano gli spazi”? Quindi, la narrazione, il modo con il quale gli uomini li percorrono, li utilizzano per sopravvivere, li modificano, li dominano.
    2. A differenza della terra, il mare non ha confini. Presenta sempre orizzonti mutevoli. Invita a uscire dalla storia/geografia sclerotizzata nella dimensione delle nazioni e degli stati. I territori della storia, invece, sono mutevoli, e il mare rappresenta bene la sua capricciosità. Ora il focus è sul Mediterraneo, ora sull’Europa, ora abbraccia il mondo intero, ora si concentra su di un golfo, entra in una città, in una corte, in un’alcova.
    3. Il passato si propone come una pluralità magmatica di storie, che però, come le onde del mare, trovano (devono trovare) una loro unità di fondo, si compongono in una narrazione unitaria. Il copia/incolla dei fatti è deludente. Per appassionarsi occorre un narratore abituato a solcare questi mari. Uno storico, quindi, che si assume la responsabilità di raccontare il suo modo di viaggiare nel tempo/spazio.
    4. Il mare richiama ancora un’idea di esplorazione, di scoperta, di avventura, anche di piacere. Il mare non è la terra, ambiente familiare per l’uomo. È, per lui, un ambiente esotico. Avranno, quelli che ascolteranno questa storia, o la leggeranno, il coraggio dell’avventura?
    5. Per attraversare il mare, l’uomo si deve attrezzare. Deve ingegnarsi, inventare. Deve nuotare. È una bella metafora per dire che la storia non si riceve dal prof né si trova pescando in Internet. Senza abilità personali (le competenze), la storia ti affoga di notizie. Le competenze non devono essere il nuovo nome di esercizi in fondo al capitolo, e nemmeno l’elenco vuoto di desideri irraggiungibili, o peggio ancora il cavallo di troia per “dedisciplinarizzare” la formazione dei cittadini, ma (come per la geografia) devono essere le conoscenze incluse e sollecitate nel racconto. Questo, dunque, piacevole come deve essere ogni narrazione, sarà portatore di problemi e di interrogativi. Per restare nella metafora, il suo scorrere sarà continuamente interrotto da tempeste furiose. Impone capacità di guida, di giudizio e volontà di superare gli ostacoli. Perciò è un racconto formativo.
    6. Fatte salve le eccezioni sportive e i record, solitamente non è un uomo solo che attraversa il mare, soprattutto se deve percorrere lunghe distanze. È un equipaggio. L’umanità è stata obbligata a costruire “il lavoro di gruppo”, per dominare il mare. La collaborazione, dunque, come portato essenziale dell’attività di ricerca.
    7. Nonostante le credenze consolidate, la storia non è una scienza chiusa, ma invita a immaginare che cosa ci sarà dopo. Pensare al passato come un luogo dai molti futuri possibili. Un modo di considerare la storia quanto mai necessario, oggi.

    2. Breve divagazione sul titolo, dalla quale si ricavano buone ispirazioni pedagogiche

    Tuttavia, la prima attestazione, che sono riuscito a trovare di questo titolo, non è francese ma italiana. Risale a Giovanni Colonna (1298-1343), un frate predicatore che fece parte dello straordinario circolo di intellettuali che frequentò la corte avignonese, dove divenne amico di Petrarca. Il suo Mare Historiarum è una cronaca universale, che, come è tipico del genere cronachistico, parte con la creazione e termina “ai giorni nostri”. Per Giovanni Colonna, questi si erano chiusi al 1250, l’anno della morte di Federico II, e – come sappiamo – della fine di un credibile progetto imperiale europeo.

    Pagina da “In nomine domini incipit mare historiarum”

    L’immagine che metto in esergo, invece, è la lettera L, che campeggia in apertura dell’incunabolo francese de La Mer des histoires, stampato a Parigi da Pierre le Rouge nel 1488. Un incunabolo: uno dei primi libri a stampa, che però poteva essere riccamente miniato. L’esemplare di lusso, conservato nella BNF, «tende ad innalzare un libro a stampa, volgare per la sua essenza ma multiplo per natura, al rango di un manoscritto miniato unico, degno di un sovrano».

    Quest’opera non ha molto a che vedere con quella di Colonna. Infatti è la traduzione e l’adattamento al pubblico dei sudditi di Carlo VIII di un libro a stampa tedesco, pubblicato a Lubecca pochissimo tempo prima, nel 1475 (e dunque a soli vent’anni dalla pubblicazione della Bibbia di Gutenberg). Il suo editore fu Lucas Brandis. Il titolo: Rudimentum Novitiorum sive chronicarum historiarum novitiorum. Il racconto della storia universale, ma per “principianti”. Una sorta di manuale. Nelle intenzioni di Lucas Brandis, doveva permettere a tutti coloro che «non potevano possedere molti libri», di avere le informazioni necessarie sul mondo. E questi “tutti”, per il nostro editore, erano sia i chierici poveri, sia i laici di non eccelsa condizione sociale come gli studenti, sia i membri della buona borghesia, come i mercanti. Ad essi l’editore destinò un libro che non si limitava a veicolare l’enciclopedia essenziale del mondo, ma ne diffondeva anche una visione ideale, dal momento che faceva riferimento alle idee universalistiche di Raimondo Lullo.

    Il Mediterraneo orientale

    La letteratura, ovviamente, non poteva mancare ad un appuntamento così attraente. Ecco Salman Rushdie, con la sua prosa fantastica: Harun e il mar delle storie (Einaudi, 1990). E “mare di storia” è sintagma ancora sfruttatissimo dalle agenzie turistiche (in particolare quelle che hanno come obiettivo il Mediterraneo) e da svariati enti culturali, pubblici e privati. Il mio riferimento finale è, però, Un mare di Storia. Materiali e strumenti per una geostoria dell’Adriatico, a cura di M.C. Sampaolesi, P. Coppari, A. Chiusaroli e P. Scorcella (Edizioni ae, Ancona 2017): perché è un esempio di collaborazione meritoria fra ricercatori e insegnanti, che scelgono come focus del loro lavoro la geostoria di un mare, l’Adriatico. Una ricerca didattica, promossa da una rete di sei istituti comprensivi marchigiani, che ha portato alla pubblicazione di uno strumento utilizzabile da tutti gli insegnanti della costa adriatica.

    Questa rapida, e certamente incompleta, rassegna mostra alcune qualità che ritengo desiderabili in un testo didattico. Ahimè, qualità contraddittorie; e forse mi intrigano per questo. Infatti, sono legate alla tradizione (le cronache, per esempio), ma , al tempo stesso, sono pienamente inserite nella modernità dei loro tempi (considerate ad esempio la rapidità dei passaggi da Gutenberg a Pierre le Rouge). Hanno uno sguardo per vari aspetti internazionale, dalla corte di Avignone alle ispirazioni lullesche del Rudimentum, fino al “mondo ritrovato in un mare solo” del lavoro didattico marchigiano. Della Mer des histoires, mi piacciono la natura ancipite – metà industriale (la stampa coi caratteri mobili) e metà artigianale (per le miniature si ricorse ai migliori del tempo) – e la sua elasticità pubblica: era diretta sia al re, sia al popolo. Un prodotto di lusso per la cultura diffusa. Apprezzo il suo carattere composito, che riesce a far convivere racconto, mito, mappe, glossario, antologia. Trovo che quella L, a stampa ma adornata come nelle miniature più preziose, sia un simbolo straordinariamente efficace di quello che dovrebbe essere l’insegnamento moderno: capace di far ricorso ad ogni risorsa tradizionale e, al tempo stesso, lanciato verso scoperte ineludibili, in un mondo così nuovo come il nostro.

    Nessuno di questi prodotti è un manuale, come oggi lo intendiamo. Ma tutti hanno qualcosa che, a mio modo di vedere, dovrebbe caratterizzare la struttura – pedagogica e editoriale – di un manuale del XXI secolo.

    3. Una storiografia nuova

    Ancora oggi per moltissimi, il “mare storico” per eccellenza è il Mediterraneo, e il suo mentore indiscusso è Fernand Braudel. Le immagini, i collegamenti, le relazioni, i racconti del mare sono racchiusi in uno spazio immaginario, delimitato dallo storico francese e dallo scrittore italo-croato, appena scomparso, Predag Matvejevic. Oltre il mare storico-poetico, fino a qualche tempo fa vi era quello erudito, di cabrei e navi, tecniche di navigazione, portolani, e di appassionati raccoglitori di antiquitates marinare.

    Ma oggi, il panorama storiografico è totalmente diverso. Maria Fusaro, che insegna storia moderna a Exeter, ce ne offre una rassegna esaustiva (Maritime History as Global History? The Methodological Challenges and a Future Research Agenda). Ci spiega che – negli ultimi due decenni – si è formata un’autentica storiografia del mare. È “la storia marittima”, che fa degli oceani il centro del suo interesse. Questi spazi vastissimi sono luoghi di una triplice intersecazione. Dal punto di vista dell’oggetto del racconto storico – la vicenda umana – i mari sono fucina di scambi, di migrazioni e di ogni tipo di interconnessione fra spazi terresti. Costituiscono il punto di osservazione privilegiato per osservare dinamiche demografiche, progressi agricoli e tecnologici, transiti di malattie, costruzione di imperi. Dal punto di vista delle discipline, gli oceani richiedono una collaborazione tenace e profonda tra discipline umanistiche e un grande ventaglio di discipline scientifiche. Infine, dal punto di vista epistemologico, sono lo spazio dove si intrecciano i due paradigmi storici, che negli ultimi decenni hanno vivacizzato – anche polemicamente - il pensiero storiografico. Lo Spatial Turn (la rivoluzione spaziale), secondo il quale i processi umani si comprendono solo se situati nel loro contesto, la terra (e dunque, lo spazio), e il Cultural Turn (la rivoluzione culturale), secondo il quale i processi culturali hanno un peso che rivaleggia e supera quello dell’economia e della società: le strutture che, un tempo, erano considerate la base della vicenda storica.

    Gli oceani sono, perciò, luogo di elezione della Global History, intesa come racconto della complessità spazio-temporale dell’evoluzione umana.

    4. Un nuovo racconto del mondo

    Vista dagli oceani, la storia dell’umanità ha un momento di svolta che non manca di sorprendere il lettore occidentale. È il 1571, data della fondazione di Manila da parte degli spagnoli. L’importanza di questo evento venne segnalata da Dennis O. Flynn e Arturo Giráldez in un articolo del 1995, che nella storiografia mondiale è spesso indicato come “seminale” (Born with a “Silver Spoon”: The Origin of World Trade in 1571). Vale la pena riprendere alcuni tratti del loro ragionamento, per farsi una viva idea di quanto sia diversa la storia che possiamo raccontare in classe, se la guardiamo dal mare.

    Il Galeone di Manila

    Manila non raggiunse mai il rango di una megalopoli, come in età moderna furono Parigi o Londra o le grandi concentrazioni urbane cinesi. Era una città della taglia di Marsiglia o Danzica. Come queste, era un centro commerciale molto attivo, ma non enorme. Per giunta, misurata col metro dell’Occidente, è certamente un sito periferico. Come mai, dunque, viene considerata talmente centrale da costituire lo snodo del cambiamento dei tempi, e dell’avvento della modernità?

    Lascio la parola ai due storici: «L’autentico commercio globale prende inizio con la fondazione della città di Manila nel 1571, che costituì il primo diretto e permanente legame fra America e Asia. Da quella data in poi, i continenti più popolati commerciarono tra di loro direttamente o indirettamente con volumi di scambio sostanziali». (p. 214)

    Questa mondializzazione ha come propellente l’argento, che proviene dalle miniere messicane e, soprattutto, da quelle del Potosì, ma anche (in misura minore, ma comunque consistente) da quelle del Giappone. Questo metallo ha una direzione privilegiata. Va a finire in Cina: direttamente attraverso Manila, o indirettamente attraverso l’Europa. I tre oceani – dunque – sono pienamente coinvolti nella tessitura di questo primo processo di mondializzazione. Al contrario di quello che possono pensare gli europei (continuano Flynn e Giráldez) gli occidentali svolgono, in questa vicenda, unicamente il ruolo di intermediatori. Il soggetto principale è la Cina, e la ragione della sua fame d’argento è tutta interna. Si tratta, infatti, di un gigantesco processo di riconversione monetaria: dalla moneta di carta, inaugurata nell’XI secolo, a quella di argento, che durante la dinastia Ming diventa il mezzo principale di scambio delle decine di milioni di sudditi del Celeste impero (la Spagna ne aveva appena sette).

    Eppure, simbolo di questa globalizzazione è una moneta spagnola. È il Real de a ocho, “il pezzo da otto”, la moneta istituita verso la fine del XV secolo dalla monarchia iberica, che fu per più di tre secoli l’autentico “dollaro” del mondo: usata da tutti, non solo nelle transazioni internazionali, ma anche come moneta legale (lo fu per esempio negli Usa fino alla metà del 1800). Una moneta nata per il mare: nel verso rappresentava le colonne d’Ercole col motto “Plus Ultra”. Luigi Cajani ce ne ha ricordato l’importanza come risorsa didattica nel suo intervento al convegno internazionale della World History Association (Boston 2017: qui il programma; una rapida sintesi della questione in Maria Ruiz Trapero). A questo punto, per un docente è imprescindibile la lettura di Carlo M. Cipolla: Conquistadores, pirati, mercatanti, Il mulino 2011.

    Il Real de a ocho

    La Cina funge da gigantesca “pompa aspirante” dell’economia. Non produce argento, ma ne ha un bisogno estremo. È paragonabile, sostengono Flynn e Giráldez, al mondo occidentale del Novecento, che non produce petrolio, ma ne assorbe gran parte della produzione mondiale. Nella sua fase crescente, al pieno del suo sviluppo, dunque, è la Cina che costituisce il volano dell’economia mondiale e della globalizzazione, mentre le navi europee (spagnole, olandesi e portoghesi) svolgono un ruolo, potremmo dire “subalterno”, dipendente dalla direzione politica elaborata dalla dinastia Ming. È, dunque, nel corso della tarda età moderna che gli europei passano dal ruolo della mediazione a quello del dominio.

    Con lo sguardo concentrato sul Mediterraneo (e, dopo la scoperta dell’America, sull’Atlantico), ci avvertono i due storici, non riusciamo a cogliere questo fenomeno gigantesco. Siamo portati a ritenere che le cause della mondializzazione siano tutte interne all’Europa. Per noi il 1571 è Lepanto, simbolo della lacerazione del Mediterraneo e della lotta mortale fra nazioni cristiane e impero turco. Per il mondo, al contrario, quella data è Manila, e l’avvento di un nuovo sistema di vita, nel quale occidente e oriente verranno coinvolti.

    5. Oceani essenziali della storia mondiale

    Tre oceani. Tre quadri storici essenziali con i quali possiamo scandire l’intera storia dell’umanità. Questa si apre, certamente, con l’Oceano Indiano. È il teatro di due processi fondamentali della storia generale. Il primo è quello di ominazione. I monsoni, infatti, sono collegati alla diversificazione ambientale dell’Africa orientale, con il conseguente impulso alle variazioni evolutive, che hanno favorito la proliferazione degli ominidi. Ma, ancora, l’Oceano Indiano è il teatro del processo di colonizzazione del pianeta da parte di Sapiens, iniziato con la prima ondata migratoria di 80 mila anni fa. Quei gruppi di sapiens, infatti, preferivano occupare gli ambienti costieri, ricchi e vari di cibo. Perciò, nello spazio di circa 40 mila anni, colonizzarono le coste del continente asiatico, partendo dalla penisola arabica, per terminare con l’occupazione dell’Australia. Fu solo allora, che si presero ad avventurarsi in Europa e nel resto dell’Asia.

    Il sistema euroasiatico

    Il secondo processo fondamentale è quello che potremmo chiamare della “strutturazione dell’Eurasiafrica”: la formazione delle grandi aree di civilizzazione – le più importanti delle quali sono certamente il Mediterraneo, l’Iran, l’India e la Cina – e la loro interconnessione. A partire dalle prime civiltà attestate (quelle mesopotamiche), l’Oceano Indiano svolge il ruolo di grande autostrada, che favorisce gli scambi di uomini, di cose e di idee. Quando ad esso si aggiunge il sistema connettivo siberiano (la via della seta), il reticolo degli scambi diventa realmente incisivo anche dal punto di vista delle economie globali. È il momento fotografato da Janet Abu-Lughod nel suo celebre libro sulla formazione dell’egemonia mondiale europea (qui Barry Gill ne fa una presentazione critica) . Uno strumento utilissimo dal punto di vista didattico, per quanto in inglese, è questo Macat’s short video.

    Il sistema indiano cede il passo a quello atlantico, nel momento in cui le potenze dell’Estremo Occidente (il Portogallo, l’Olanda e l’Inghilterra) fanno defluire una parte dei quei commerci verso le loro terre e le integrano con quelle circolanti nel “sistema triangolare”: il modello di scambi attraverso il quale si regolano i rapporti fra Europa, Africa e America (peraltro, l’unico momento di questa storia ben presente nelle nostre scuole).

    Alla centralità dell’Atlantico segue ben presto quella del Pacifico. La data della suo definitivo affermarsi è situata nei due decenni finali del secolo scorso, durante i quali il volume di scambi del Pacifico, supera la somma degli scambi effettuati attraverso gli altri due oceani.

    In questa cartina (Fig. 7), pubblicata in un lavoro collettivo, curato da Mostafa Hassani Idrissi (Méditerranée. Une histoire à partager, Bayard 2013) ho cercato di riassumere questa storia.

    Quadri essenziali della storia mondiale

    6. Il Mediterraneo nel mondo

    Nel 2008, in occasione del lancio della rivista «Mundus» (un tentativo di rivista di lusso per la didattica diffusa, non propriamente fortunato), organizzammo a Palermo il convegno Mediterraneo: il Mare in mezzo al Mondo (vedine la discussione di Fabio Fiore e Luigi Tiné sul numero 2 di «Mundus», pp. 222-226). Fin dal titolo, il convegno voleva prendere le distanze dalla definizione tautologica di questo bacino: lo specchio d’acqua, “chiuso fra le terre”. “Nel mondo”, vuol dire “in collegamento con gli altri mari”. Un mare in mezzo agli oceani, quindi, potremmo pensare, per restare nel tema di questo intervento.

    Ho poi sviluppato questo punto di vista in occasione del lavoro che ha portato alla pubblicazione a cura di Mostafa Hassani Idrissi, citata sopra, alla quale Canopé, il portale che il governo francese dedica alla didattica, riserva una pagina speciale. Questo libro (destinato agli insegnanti di storia dei paesi rivieraschi del Mediterraneo, ma attualmente esistente solo nelle versioni francese e araba) permette di individuare alcuni grandi momenti della storia mediterranea, utili per una programmazione di base: per esempio la formazione dell’impero romano, la costruzione dei sistemi di scambio musulmano-cristiani che caratterizzano il medioevo, le fratture dell’età moderna e soprattutto contemporanea, con la vicenda decisiva della prima guerra mondiale, il trauma di una decolonizzazione non sempre pacifica, i cui effetti di lunga durata si trascinano e si mescolano con le nuove dinamiche della nostra età globale.

    Acquistano importanza, in questa visione globale, i sistemi di scambio che già dalla fine del Medioevo inseriscono appieno la regione euro-mediterranea in un contesto intercontinentale, e, con la fine dell’Ottocento (il taglio del canale di Suez e poi il suo raddoppio nel Novecento), ne fanno uno snodo strategico, e caldissimo come vediamo dalle cronache, del contesto globale.

    7. Il manuale che non scriverò. La nota finale

    Chi ha avuto la pazienza di arrivare a questo punto, avrà già capito perché questo manuale non s’ha da fare. Non ha mercato. Semplicemente. Sarà sfogliato dai docenti con interesse, magari fotocopiato nelle pagine che si giudicano stuzzicanti, ma poi il richiamo del programma (quello mentale, inciso nella testa di tutti noi, e non solo dei docenti) la vincerà, nonostante i programmi ufficiali lascino alquanta libertà di scelta, almeno fino alla data del 2017. Vincono – e credo che saranno destinati a vincere fino a quando nella società non si diffonderà l’idea che la storia non è la custode della tradizione identitaria italiana, europea o di una qualche subalternità, ma uno strumento per capire il mondo – i manuali che tengono fede a questo obiettivo. Manuali che avranno (e spesso ce l’hanno già), la scheda sui reales de a ocho e sul commercio dell’argento, o la cartina di Janet Abu-Lughold, o le ultime cinquanta pagine sul mondo globale. Ma appunto: approfondimenti per chi ne vuole sapere di più. Il quadro generale, cioè la narrazione di fondo, oggi accettata come formativa, parte dal Vicino oriente, conduce alla Grecia, a Roma, al Medioevo e poi alla formazione delle nazioni e degli stati, con quel che tutti sapete.

    Ecco perché questo, della storia vista dal mare, resterà un punto di vista buono per i lettori di «Historia Ludens» (felicemente, aggiungo).

     

    Note sulle immagini

    Fig. 1: fonte;   Fig. 2: fonte;  Fig. 3: fonte;   Fig. 4: fonte.

    Fig. 7: Da Antonio Brusa, Chorème, in Méditerranée. Une histoire à partager, Bayard 2013, p. 488.

     

    * Questo è il tema del mio intervento alla Scuola estiva di Arcevia, che Clio92 dedica alla nuova storia generale: Che storia insegnare quest'anno? Una nuova storia generale per renderci cittadini competenti.

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