visual journalism

  • di Antonio Brusa

     

     

    Attorno a Olivier Duhamel ruotava la “Familia Grande”, una tribù gaudente composta da osannati intellettuali e politici francesi, strenua praticante della libertà sessuale. Duhamel si è dimesso perché la figliastra lo ha accusato di aver abusato del suo fratello gemello, venti anni fa, quando questi aveva 14 anni. Si sono dimessi un po’ di suoi amici. Alain Finkielkraut, che aveva posto alcune domande – per capire non per difenderlo, ha cercato di spiegare –, è stato licenziato dalla TV. Si è dimesso anche Xavier Gorce, disegnatore di “Le Monde”, che aveva pubblicato una vignetta nella quale si prendeva gioco di quel groviglio di rapporti intrecciati che caratterizzava la “Familia Grande”.

    Nella vignetta dialogano due pinguini, dall’identità impossibile da definire. Il piccolo dice al grande “Se sono stata abusata dal fratellastro adottivo della compagna di mio padre, un trans che è diventato mia madre, questo è un incesto?”.  A seguito dello shit storm scatenato nei commenti, “Le Monde” si è scusato, scrivendo che la vignetta “relativizzava l’incesto ed era transfobica”.

    Non se ne parla in Italia, mi sembra, come non si è parlato della decisione del “New York Times” di eliminare gli “editoriali disegnati” dall’edizione internazionale, a causa di un altro shit storm, provocato da una vignetta nella quale si prendevano in giro Trump e Netanyahu. Una vignetta antisemita fu l’accusa, dal momento che il primo ministro israeliano è disegnato come un bassotto con la stella di Davide al collo, che guida un Trump non vedente. Non si tratta di un caso singolo. Steve Benson, Nick Anderson e Bob Rogers, vignettisti politici pluripremiati, sono stati licenziati anch’essi dai rispettivi giornali.

     

     

    01Fig.1: Disegno di Antonio Moreira Antunes. Netanyiahu è il cane-guida di un Trump cieco. Vignetta apparsa sul NYT il 25 aprile 2019.Fonte

     

     

    Insomma: il visual-journalism sta diventando un mestiere a rischio? Si può ancora sfottere qualcuno? (lo dico anche pensando al gioco sui meme, appena pubblicato su HL da Raffaele Guazzone).

    Scrive Natacha Polony, dalle colonne di “Marianne”, che “Le Monde” ha preso in giro, anche in modo violento, i Gilets Jaunes e non ha mai chiesto scusa. È che, oggi, possiamo sfottere impunemente ministri, capi di stato, amministratori delegati, papi. Basta che siano potenti. Perché, in questo caso, lo sfottò è catalogato come un’opinione politica, e le nostre società professano la libertà di pensiero. Ma se sfotti una “vittima”, una persona o un gruppo di persone che potrebbero essere addolorate da questa ironia, questa protezione non esiste più. Diventi un malvagio da interdire.

    E così, man mano che aumentano le vittime riconosciute, o che si fanno riconoscere come tali, “si moltiplicano pericolosamente gli interdetti”, dice Polony. Il progressismo diventa direttamente proporzionale al numero degli interdetti.

    Certo, infierire, offendere, fare male è un crimine. Ma sfottere, ironizzare, prendere in giro, significa trasportare il fatto su un piano nel quale si sorride. È il piano dell’empatia, nel quale possono ridere tutti, la vittima e gli altri. Non è detto, prosegue Natacha Polony, che solo le vittime possano prendersi gioco di sé stesse.

    A meno che la protesta contro le vignette non sia l’espressione di un nuovo bigottismo, secondo il quale ci sono dei cattivi da distruggere e da seppellire sotto una montagna di fango, e la mia protesta non sia altro che la messa in bella mostra della mia virtù. Sfotti chi vuoi, ma non me.

     

    02Fig.2: Patrick Chappatte/Cagle Cartoons (Patrick Chappatte). Fonte

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