Brando

  • Come in economia, la cattiva storia caccerà quella buona? *

    Dopo la lettura del libro di Brando sui cliché storici.

    di Antonio Brusa

    Ci fu un tempo nel quale gli storici accedevano alla conoscenza del passato quasi in solitudine. Ne avevano il monopolio. Tutti gli altri – letterati, politici, artisti, archeologi improvvisati e avventurieri – dipendevano da ciò che usciva dai loro ateliers. Era il tempo – il 1975 - nel quale Moses I. Finley scriveva il suo Usi e abusi della storia (Einaudi 1981), dividendo il campo della conoscenza storica in due parti ben definite: il territorio degli storici e quello di chi ne abusava. A distanza di mezzo secolo quei confini appaiono stravolti. La quota di chi usa la storia al di fuori della comunità degli storici è diventata così esorbitante da occupare il territorio degli storici professionali, che – a malapena – riescono a farsi ascoltare nel frastuono che li circonda. Sono in tale minoranza, che una loro eventuale scomunica (l’abuso di Finley, appunto) non sembra un deterrente di grande efficacia.

    E infatti, appena venti anni dopo Finley, Nicola Gallerano scriveva di “uso pubblico della storia” (Franco Angeli, 1995), sollecitando i colleghi a esplorare quel campo della conoscenza storica extra-accademica che si ingrandiva così vistosamente, mentre in America già fioriva il movimento della Public History, la storia prodotta direttamente al suo interno. La “cultura storica complessiva” – potremmo dire “l’infosfera storica” - delle società del XXI secolo è affollata da miriadi di soggetti, ciascuno dei quali è mosso da scopi peculiari (politici, economici, di intrattenimento e così via) e produce una massa apparentemente infinita di conoscenze, anch’esse di varia natura e di varia apprezzabilità, veicolate da media di ogni genere.

    Nel fortino degli storici non ci si può limitare a stilare lamentele e condanne. Occorrerebbe uscire. Studiare. Capire. Imparare e insegnare a orientarsi.

     

    51L0mlWQeRL. AC UF10001000 QL80 Gli stereotipi: quanti e quali sono

    Gli stereotipi sguazzano in questa massa sconfinata. Alla lettera. Marco Brando li raccoglie e analizza in Non c’è storia. I cliché storici nei media italiani (Salerno 2026). Un libro necessario per due motivi.

    Il primo è l’antologia che occupa la parte centrale del libro. Oltre all’amenità della lettura, che vi porterà dalla fila degli ominidi, in instancabile evoluzione lineare, al Far West, che se la vede con il Medioevo come prototipo di società negativa, ne ricaverete l’impressionante sensazione del loro numero. L’autore, che è un giornalista di lungo corso, si muove a suo agio nel mondo della carta stampata e della comunicazione online, dove pesca le sue perle dalla bocca di politici, giornalisti, artisti o dei tanti divulgatori che cercano fortuna nell’etere.

    Le ordina in cinque gruppi: la preistoria, il medioevo, la caccia alle streghe, l’inquisizione e il Far West, cliché sorprendentemente made in Italy. Già da sola, questa catalogazione ci dà la misura dell’imponenza di un (futuro) dizionario dei luoghi comuni storici, assai più voluminoso del classico di Flaubert, dal momento che mancano all’appello tanti capitoli, dalla storia antica alla contemporanea, contenitori prevedibili di stereotipie e misconoscenze ancora non censite: basti pensare a quante trappole attribuite all’ignaro Tucidide abbiamo ascoltato nei colti commenti sulle guerre attuali, o ai miti e paradossi della storia mondiale, elencati da Paul Bairoch fin dal lontano 1993, che si cominciava appena a parlare di questo approccio storico (Economics and World History. Myths and Paradoxes, Chicago U. Press).

     

    Senza titoloIl negativo e il positivo del medioevo. Il libro di Marco Brando con l’elenco inesauribile degli stereotipi e quello, curato da me e da Sergi, con la storia “come potrebbe essere raccontata” senza quegli stereotipiUn’epistemologia degli stereotipi

    Il secondo motivo è dovuto al fatto che Marco Brando frequenta la storia e gli storici da decenni, da quando cominciò a occuparsi di quell’autentico mitomotore che è Castel del Monte, sotto la guida di Raffaele Licinio, allora docente di storia medievale a Bari.

    Brando, dunque, è ben addentro al laboratorio dello storico, cosa che gli ha permesso di interrogarsi su alcune questioni di fondo: che cosa intendiamo per stereotipi storici? Come si formano? Che ruolo giocano nella nostra società? Come può reagire lo storico? A queste, e ad altre domande che disegnano il contesto epistemologico della questione, sono dedicati i capitoli iniziali e finali del libro.

    Nella famiglia prolifica delle misconoscenze, gli stereotipi si distinguono per la loro capacità di durare. “Incisi nella pietra” - questo il significato che ne escogitò l’inventore della parola, Walter Lippmann (p. 20) -, liberano il possessore dalla fatica della prova. È un buon motivo (non il solo) del loro successo e del fatto che raramente una smentita riesce a bloccarne la circolazione. Si fanno forti della pigrizia e della scarsa voglia generale di impegnarsi nella noiosa verifica di “cose che sanno tutti”.

     

    Gli stereotipi e la scuola

    Ma il rischio è grande. Lo sottolinea, in chiusura del libro, una frase di Marc Bloch: “Se non si fa attenzione, alla fine la storia male intesa potrebbe certamente rischiare di trascinare nello stesso discredito la storia meglio concepita” (p. 174). Gli antidoti sono quelli che conosciamo (un’educazione pubblica migliore, un giornalismo finalmente etico, una regolamentazione del mondo digitale) così come siamo tutti consci della loro problematicità. Su tale aspetto è fondamentale la lezione di Giuseppe Sergi, lo studioso che per primo ha affrontato la questione della decostruzione e della smentita degli stereotipi e conosce la difficoltà di interagire con “la cultura sedimentata nelle menti dei redattori delle case editrici scolastiche (…) fondamentale nella perpetuazione degli errori” (p. 80).

    Una recente indagine, a cura della Società dei Medievisti, ha esaminato i manuali italiani del 2026, ricavandone una diagnosi variegata. Alcune opere hanno felicemente superato lo scoglio di quelle redazioni. Altre no, e sembrano le più diffuse. Un “tracciante” della impermeabilità degli stereotipi è costituita dalle “quattro Repubbliche marinare”. I manuali più aggiornati non ne fanno menzione. Giustamente, poiché erano tutto fuorché delle repubbliche e non erano nemmeno quattro. Altri si attengono alla tradizione. Prevedo un futuro confuso, dal momento che queste ben stereotipate Repubbliche marinare campeggiano nelle Indicazioni per la scuola di base volute da Giuseppe Valditara, ma per fortuna non in quelle delle superiori, grazie a un preciso intervento “dall’esterno” di Francesco Panarelli, presidente della Sismed.

     

    *riprendo e amplio la recensione che ho scritto per “Domani”, 17 agosto 2026.{jcomments off}

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