intervista impossibile

  • L’intervista impossibile a Ramesse II

    di Marco Mengoli

     

    1Figura 1: il logo del Gruppo Archeologico Bolognese disegnato dal fumettista Giuseppe Camuncoli ispirandosi alla decorazione della cosiddetta “Situla della Certosa”.Le interviste impossibili

    Le Interviste impossibili uscirono come programma radiofonico su Radio 2 in due stagioni, nel 1974 e nel 1975, e raccolsero 84 interviste a personaggi storici scritte da alcuni dei più importanti autori dell’epoca, come Giorgio Manganelli, Umberto Eco, Andrea Camilleri, Guido Ceronetti, Edoardo Sanguineti e Italo Calvino, che fungevano spesso anche da intervistatori, a personaggi interpretati da attori del calibro di Carmelo Bene, Adriana Asti, Milena Vukotic, Romolo Valli e Paolo Poli.

    La prima puntata, l’Attila di Guido Ceronetti interpretato da Carmelo Bene, andò in onda il 1 luglio 1974; per tutta l’estate si susseguirono interviste quotidiane durante i giorni feriali fino al Montezuma di Italo Calvino (anch’esso interpretato da Carmelo Bene) del 6 settembre: L’anno successivo, la seconda stagione iniziò il 1 marzo 1975 con lo Stesicoro di Andrea Camilleri interpretato da Pino Caruso per poi proseguire, con tre puntate alla settimana, fino a maggio 1975. L’intervista a Maria Sofia di Napoli scritta da Leonardo Sciascia venne preparata ma non registrata e venne incisa soltanto 24 anni dopo con Andrea Camilleri come intervistatore e Adriana Asti come ultima Regina del Regno delle Due Sicilie.

    2Figura 2: il termine dell’Intervista impossibile a Vel Kaikna andata in scena al Museo Archeologico di Marzabotto (BO) il 26 aprile 2015.L’editore Bompiani ne fece uscire due raccolte negli anni successivi mentre le puntate vengono ancora oggi replicate e possono essere recuperate attraverso il sito o l’app RaiPlaySound, mentre alcune delle più famose e importanti si possono trovare anche su YouTube.

    Nel 2010 Giuseppe Mantovani, dirigente del Gruppo Archeologico Bolognese, associazione per il volontariato culturale affiliato ai Gruppi Archeologici d’Italia, pensò di recuperare quei testi per trasformarli in uno spettacolo di lettura teatrale che è andato in scena presso musei archeologici come il Civico di Bologna, il Nazionale Etrusco Pompeo Aria di Marzabotto, il Luigi Donini di San Lazzaro di Savena o l’Archeologico di Chianciano Terme, o in manifestazioni ed eventi culturali in Emilia-Romagna. Il successo ottenuto fu tale che vennero prodotte opere originali scritte da Giuseppe Mantovani stesso, come l’intervista a Vel Kaikna, il proprietario della stele funeraria etrusca del Museo di Bologna che presenta l’immagine di una grande nave da guerra, e quella ad Howard Carter, lo scopritore della tomba di Tutankhamon.

    All’interno di questo percorso provai a mia volta a scriverne una anch’io, dedicata a Ramesse II, che è stata messa in scena soltanto una volta, il 27 febbraio 2016 presso il Museo Archeologico di Chianciano Terme. Al suo interno ho inserito alcuni eventi storici del protagonista, come la notissima battaglia di Qadesh o il trasferimento della mummia a Parigi nel 1976 per curarla da un’infezione fungina; il tentativo di rispondere ai principali errori/orrori relativi alla cultura egizia presenti ancora oggi in alcuni testi scolastici e un parallelismo con un importante politico allora in auge. Spero che vi piaccia, vengono da un tempo in cui le Interviste impossibili non erano ancora fatte con le IA (che vanno comunque allenate e preparate adeguatamente per evitare l’effetto “Gladiatore di Ridley Scott”) ma solo con tanta passione, studio e un pizzico di follia.

    Alcune delle messe in scena curate dal Gruppo Archeologico Bolognese possono essere recuperate dal canale YouTube.

    Per un esempio di intervista impossibile prodotta con l’IA.

     

    3Figura 3: il profilo della mummia di Ramesse II fotografato nel 1889, poco dopo la sua scoperta.L’intervista impossibile a Ramesse II

    RAMESSE: Buonasera, state pure comodi, non occorre che vi prostriate. Non ancora... Mi hanno detto di essere qui puntuale, ed eccomi... solo che non vedo quello che dovrebbe intervistarmi.
    Come dite? Chi sono? È possibile che qualcuno non sappia chi sono? Ah, volete sapere bene come chiamarmi... ah, ecco, per venirvi incontro ho tradotto il mio nome nella vostra lingua – anche se suona molto peggio che nella mia, ma cosa volete, sono un sovrano attento al suo popolo, non voglio farvi tagliare naso e orecchie per un errore di pronuncia...
    Dunque, per voi sono “Toro possente amato da Maat; Colui che protegge l'Egitto e sottomette i paesi stranieri; Ricco di anni grande di vittorie; Re del Sud e del Nord Usermaatra, Potente è la Maat del Sole; Setepenra, Scelto dal Sole, Ramses.”Bene, tutto chiaro?
    Proviamo: “Salute a te, o potente...” (gioca col pubblico, cerca di fare loro dire tutto, anche mimando) “Toro possente amato...”

    INTERVISTATORE: (arriva trafelato) Eccomi, eccomi... (ansima). Scusate il ritardo, signor Ram...

    R: “Toro possente amato da Maat; Colui che protegge l'Egitt...”

    I: (sempre ansimando) Posso chiamarla solo Ramses?

    R: La troverei una mancanza di rispetto, in fondo non ho nemmeno preteso che aggiungesse “Amato da Amon, Ramessu”.

    I: (che si sta ricomponendo) Ecco, lo prenderò per un sì. Dunque, Faraone, è pronto per l'intervista?

    R: Ma naturalmente mio suddito, non sarei qui altrimenti.

    I: Veramente io non sono un suo suddito, sono italiano!

    R: (ride) Ma caro suddito, noi Dei non siamo interessati a queste quisquilie su luoghi di nascita o stati e staterelli. Essendo infiniti e infallibili tutti sono nostri sudditi.

    I: E poi cos'è questa storia del “suddito”? La mia nazione ha votato per l'abolizione della monarchia più di settant'anni or sono!

    R: Con risultati straordinari a quanto mi dicono...

    I: E poi cosa vuole saperne lei? Ha vissuto soltanto in Egitto e nei paesi vicini!

    R: Non proprio, mio irrispettoso suddito. Giusto una cinquantina di anni or sono venni invitato, con tutti gli onori, per essere curato a Parigi. Mi fecero un apposito passaporto, mi trasportarono con tutti i comfort su un aereo privato militare e, all'arrivo, la Francia mi onorò come sa onorare tutti i sovrani stranieri in visita: parate militari e schiera di ministri. Fortunatamente non mi onorò come figlio degli dei. A quanto mi dicono, sono un popolo abituato a mozzare il capo a quel tipo di persone.

    I: I francesi vi accolsero in quel modo perché eravate una mummia. I loro princìpi sono libertà, uguaglianza, fraternità. Non accetterebbero più un potere assoluto come quello di cui godeva ai suoi tempi. Posso farvi una domanda?

    R: Tornare dai morti per sentirmi dare dell' “antico” non è proprio rispettoso nei miei confronti; comunque, dimmi pure mio suddito, sono un faraone operaio e posso sopportare le tue mancanze di rispetto.

    4Figura 4: schiavi ebrei al lavoro per il faraone Ramesse II, dal film “I dieci comandamenti” di C.B. De Mille (1956).I: Ecco, gli operai, lei è accusato di avere schiavizzato i poveri Ebrei per fare costruire la sua città, Pi-Ramesse, sul ramo nord-orientale del Delta!

    R: Ebrei, Ebrei… A parte che si trattava di “migranti cananei” e poi, ancora con questa storia degli Egizi, che fanno migliaia di schiavi, che ci fanno fare le piramidi, le città, costringono i clandestini illegali, eppur sopportati, cui avevamo dato un lavoro sicuro a spalancare un mare per fuggire e tutto... Dimmi: chi ha costruito le piramidi?

    I: Gli schiavi.

    R: Sicuro?

    I: Ma certo! Me l'hanno insegnato a scuola: la piramide sociale, il primo gradino formato da un mare di schiavi, lo sfruttamento.

    R: E quando hanno fatto queste piramidi?

    I: Anche questo me l'hanno spiegato a scuola: all'inizio del terzo millennio avanti Cristo ma, secondo alcuni, in realtà molto prima!!!!

    R: E come facevano, gli Egizi, a quei tempi, ad avere tanti schiavi?

    I: Ma non so, non ci avevo mai pensato,... vincendo le guerre?

    R: E con chi le avranno fatte queste guerre, benedetto suddito, cinquemila anni fa, isolati su due lati da un deserto infernale, dove tutti quelli che giravano per il Mediterraneo al massimo costeggiavano su chiatte le coste e dove a sud nessuno era in grado di attraversare le giungle tropicali o le vorticose cateratte? Con gli alieni?

    I: Effettivamente, c'è chi dice anche questo, ma io non ci credo, abbiamo la scienza noi, non crediamo a queste favole. E poi lei cosa vuole, a quel che mi risulta, ai suoi tempi, erano già passati più di millecinquecento anni dalla loro costruzione, come fa a sapere queste cose, eh?

    R: (pausa) Io... ragiono, evidentemente un'attività che non vi hanno spiegato, a scuola... Noi, egizi, facemmo le piramidi, una tomba maestosa per il re-dio.

    I: Cambiamo discorso... Voi siete noto per essere stato, come diremmo oggi, un “tombeur de femmes”, con più di ottanta tra grandi spose reali, spose minori e concubine, più di cento figli...

    R: (pausa) Mi duole sapere che... le mie doti amatorie siano state drasticamente ridotte, al livello di un vostro calciatore, quasi...

    I: Ma come?! Di più?

    R: Ma erano – come dite voi? - altri tempi... Ti sentivi triste, andavi nell'harem, e subito la vita ti sorrideva. Erano tutte brave ragazze, sa? Spesso, non ci fossi stato io, sarebbero state condannate a una vita di indigenza. E poi cosa credi? Che passassi la vita a far solo quello? Spesso mi bastava guardarle, sapere che stavano lì, sognarle…

    I: Ma, ha addirittura sposato le sue figlie, avuto figli da loro...

    R: Ma cosa vuoi da me? Avevo così tanti tra figli e figlie che, tra affari di Stato e impegni di rappresentanza era già molto se li vedevo alla festa di Sothis, poi il tempo passava, ti trovavi davanti questi bei bocconcini e non è che stavi a chiedere di chi fosse figlia o quanti anni avesse...

    I: Ma… Ma!

    R: Guarda che le ho amate, tutte: le mie grandi spose reali, Nefertari e Isisneferet, e poi Bintanath, le principesse ittite, Maathor Neferura, Henutmire, tutte quante, anche le concubine che possedetti soltanto in sogno, le ho amate, come solo un Dio può fare. E ho amato i miei figli, Amonherkhepshef, Khaemwaset, Ramesse, Rehirkepeshef, Mentuhirkepeshef, Nebenhurru, Meryamun, Sety, Setepenra, Meryra, Horhirwenemef, Meriatum, Simentu, Setherkhepeshef...

    I: Va bene, Faraone, abbiamo capito.

    R: Cosa hai capito, suddito? Hai capito l'orgoglio nel vederli crescere belli e forti, pronti a sfidare il mondo? Hai capito il pensiero che corre al futuro, al vederli dei, re, generali? Hai capito il dolore, straziante, del padre che sopravvive alla morte del proprio figlio? I miei fratelli divini mi hanno concesso una lunghissima vita, ma me l'hanno fatta pagare con il costo più grande. Soltanto Merenptah, tra tutti i miei figli, mi sopravvisse e poté divenire Faraone, dopo di me. Potei onorare gli altri soltanto con una splendida sepoltura: la più grande, la più bella, della Valle dei Re...

    I: Non volevo intristirla, Toro possente, mi parli delle sue grandi imprese.

    R: Non posso intristirmi, certi sentimenti umani non si addicono a una divinità. Ma, volendo accontentarti, ti parlerò della mia più grande vittoria: Kadesh! Tutto l'esercito mi aveva lasciato solo, con me erano rimasti soltanto i mei due cavalli che tiravano il mio carro: “Vittoria in Tebe” e “Mut è soddisfatta”. Noi soli, e mio padre Amon, contro l'intero esercito ittita, eppure vincemmo, stravincemmo!

    I: Veramente gli Ittiti dicono di avere vinto loro.

    R: Indegni mentitori anatolici, come possono discutere la parola di un Dio?

    I: E, per stare sicuro, lei, quella parola, l'ha scritta in un bel po' di posti: i templi di Abu Simbel, Luxor, Abido, Karnak, il Ramesseum. I nostri storici, grazie a quello che ci ha lasciato, sono riusciti a ricostruirla in buona parte...

    5Figura 5: Ramesse II nella battaglia di Kadesh, dal tempio di Abu Simbel.R: Allora i vostri storici avranno letto e descritto la mia grandezza e il mio coraggio sul campo di battaglia!

    I: Veramente i nostri storici affermano che lei ha rischiato di combinare un disastro, che credere ciecamente a due contadini che affermavano che i nemici erano lontani centinaia di miglia tremolanti come gelatine di fronte alla sua potenza sia stata una mossa incauta e poco lungimirante.

    R: Tu dici? Eppure gli Ittiti gridanti “Aiuto, mamma!” al solo sentire il mio nome mi parevano una descrizione estremamente realistica... Comunque, andata come sia andata, cioé che abbiamo stravinto, quella battaglia è divenuta una delle più note e ammirate della storia.

    I: Infatti, usando termini moderni, potremmo dire che lei ebbe un ottimo Ufficio Stampa, capace di trasformare una quasi disfatta, a essere eufemistici un pareggio stentato, in una grande vittoria che la legittimò al governo dell'Egitto.

    R: IO ero il mio Ufficio Stampa, chi altri avrebbe potuto farlo?

    I: E pensi che il trattato successivo, tra lei e gli Ittiti, è considerato il primo trattato di pace del mondo: una copia si trova a New York, alle Nazioni Unite!

    R: Peccato sia la versione scritta in lingua Ittita, vabbé, non si può avere tutto...

    I: Faraone, la nostra intervista è quasi finita, e io ho un dubbio che non riesco a togliermi...

    R: Io posso tutto, incluso dire la verità.

    I: Ecco, mi sto chiedendo: perché lei è così famoso? Ha commesso atti che i suoi transfughi ebrei non oserebbero definire che “impuri”; ha quasi subito, per superficialità, una sconfitta epocale che avrebbe condannato il suo popolo e lo ha trasformato in una vittoria storica; tutto quello che sembra aver fatto per la sua lunghissima vita è stato lusso e autocompiacimento eppure lei, dopo Tutankhamon...

    R: Quel bambinetto che ha avuto il culo di farsi trovare con tutta la tomba!

    I: Ecco sì, so che lo avevate anche cancellato dalle liste reali.

    R: Certo, non era un Faraone vero, divino, come il terzo Amenhotep, come me...

    I: Ecco, stavo dicendo, a parte lui, voi siete considerato IL Faraone per eccellenza, al punto che altri nove faraoni, dopo di lei, vollero prendere il suo nome, per essere grandi come lei, per superarla.

    6Figura 6: trattato egizio-ittita conservato al Museo Archeologico di Istanbul, considerato il primo trattato di pace della storia, una sua copia è conservata presso la sede dell’ONU a New York.R: E nessuno ci riuscì!

    I: Ebbene, lei non ha vinto tante battaglie quanto Thotmes III, non ha eretto costruzioni magnifiche e innovative come i vari Amenhotep, si potrebbe quasi dire che lei non ha fatto nulla se non costruirsi da solo la sua immagine di grande faraone-dio. Eppure...

    R: Non ho fatto nulla, dici? Ho gioito, ho amato, ho sofferto, cosa di più umano si può chiedere, a un Dio?

    I: (esitante) Ma, i fatti...

    R: I fatti mi dici? Vediamo i fatti. Tu stesso nominasti quel trattato che composi di persona insieme al re ittita Hattusili e che campeggia nella vostra capitale del mondo. Quel trattato che portava la pace in quel lembo di terra e su quelle città che ai miei tempi erano chiamate Askalon, Gezer, Megiddo, Qadesh, e che oggi si chiamano Gaza, Gerusalemme, Damasco, Sidone, Beirut. Quel trattato, e il mio regno saggio e florido, portarono a oltre cinquant'anni di pace in quell'area, più di tremila e duecento anni fa. Quando più è successo, dopo, nella vostra storia?

    I: Ecco, io... non è successo mai più, Faraone...

    R: I fatti...

    {jcomments off}

  • L’intervista impossibile a Vel Kaikna, di Giuseppe Mantovani

    Le interviste impossibili

    di Marco Mengoli

    Di Giuseppe Mantovani e di come abbia recuperato, per il Gruppo Archeologico Bolognese, l’idea di riproporre come spettacolo teatrale per musei e aree archeologiche le vecchie Interviste Impossibili uscite sulla Radio RAI alla metà degli anni ’70 abbiamo già parlato qui.

    Visto il successo dell’articolo precedente, Giuseppe voleva preparare un articolo dedicato all’intervista impossibile che aveva scritto direttamente lui, dedicata al personaggio storico di Vel Kaikna, “titolare” di una stele funeraria di età felsinea presente presso il Museo Civico Archeologico di Bologna. Giuseppe Mantovani è purtroppo mancato il 22 marzo 2026 e non potrà più scriverlo, e allora mi permetto di proporlo io, consapevole del fatto che lui lo avrebbe sicuramente scritto molto meglio.

     

    SteleFig. 1: La stele custodita di Vel Kaikna, custodita al Museo Civico Archeologico di Bologna.La “stele della nave”

    Il nome Vel Kaikna si trova rappresentato su una stele funeraria felsinea, databile al terzo quarto del V secolo a.C, di dimensioni eccezionali, è infatti alta ben 2,42 m. L’aspetto più particolare del reperto è però rappresentato dalla raffigurazione iconografica presente su di essa. Se dal lato dell’iscrizione, che colloca il defunto all’interno della famiglia etrusca che darà poi origine alla gens Cecina e all’omonimo toponimo toscano, troviamo le usuali decorazioni raffiguranti il morto condotto sul carro nell’aldilà e i giochi funebri svolti in suo onore, dall’altro lato ci troviamo invece di fronte a una rappresentazione di una nave da guerra con timoniere, rematori e guerrieri. Le principali letture del significato iconografico della stele sono in questo momento due: la prima, riscontrabile anche sul sito del Museo Civico Archeologico di Bologna, nella quale si ipotizza che il defunto, membro di una delle più importanti famiglie aristocratiche dell’epoca, sia ricordato attraverso il suo ruolo di comandante di una flotta adriatica legata al porto di Spina, mentre la seconda ipotesi vede sia il carro che la nave stessa come due rappresentazioni differenti del viaggio verso l’oltretomba, in questo caso con riferimento al pericoloso tragitto in mare verso l’isola dei Beati o al mito di Teseo.

    Giuseppe Mantovani, legandosi alla prima ipotesi, ha proposto una bella rilettura della città felsinea del V secolo a.C., dei suoi legami con il porto etrusco di Spina, fiorente già dal secolo precedente, e con il sito archeologico di Marzabotto, che può essere utilizzata dai docenti sia come spunto su come proporre una riflessione “particolare” su un reperto archeologico che come esempio di attività da far svolgere a una classe, magari col supporto di un’IA, come abbiamo già visto qui.

     

    RiproduzioneFig. 2: La riproduzione della stele, di Giuseppe Mantovani, utilizzata come scenografia durante gli spettacoli teatrali.L’intervista impossibile: Giuseppe Mantovani intervista Vel Kaikna

    INTERVISTATORE: Mi trovo nella sala grande del Museo Civico Archeologico di Bologna proprio sotto la famosa stele della nave. E’ una grande stele di arenaria, molto danneggiata nella parte superiore, decorata a rilievo su entrambi i lati. Si data attorno al 450/420 a.C. Su un lato sono rappresentati, in diversi registri, vari personaggi: suonatori di tromba, pugili, gare atletiche, il viaggio nell’al di là su carro trainato da cavalli alati, e un listello che porta il nome del defunto, Vel Kaikna. Sull’altro lato c’è la scena principale: una nave con due soldati armati in piedi e, a poppa e a prua, due personaggi con mantello, uno certamente il timoniere e l’altro una vedetta. S’intravedono le teste dei rematori che spuntano dallo scafo. Il mare sembra piuttosto agitato. Si tratta senza dubbio di una nave da guerra. E’ curioso che sulla stele di un uomo sepolto a Bologna sia rappresentata una nave. I nostri ascoltatori si chiederanno il perché di questa immagine. E’ proprio per questo che siamo qui, per capire dal titolare della stele in persona, come mai ha fatto scolpire una nave sul suo segnacolo funerario. Eccolo che si avvicina.

    Buon giorno signor Kaikna. Innanzi tutto mi dica come la devo chiamare: ammiraglio, capitano, comandante o che altro?

    KAIKNA: Chiamami pure comandante, anche se… be’, nella mia lingua il nome della mia carica aveva un suono migliore.

    I: Lo credo signor… , scusi, comandante Kaikna, ma i nostri ascoltatori non sono abituati al suono della lingua etrusca, con tutte quelle aspirate, tutte quelle consonanti una dietro l’altra, e poi sa, per molti la vostra lingua è ancora un mistero.

    K: Lo so, lo so. In fondo un po’ di mistero su noi Etruschi, in fondo non ci dispiace. Ma vuoi forse parlare della nostra lingua? Tieniti pronto, che facciamo notte!

    I: No comandante, siamo qui per parlare di lei. Molti nostri ascoltatori si chiedono perché lei abbia fatto raffigurare una nave sulla sua stele funeraria. In questo museo ci sono decine di stele, di dimensioni diverse, di epoche diverse, tutte decorate con rappresentazioni dell’ultimo viaggio, di combattimenti, di animali reali o fantastici, ma la sua è l’unica con una nave. Qui il mare non c’è e allora perché una nave?
    K: E’ una storia lunga, che inizia molto tempo prima che io nascessi. Sei sicuro di volerla ascoltare?

    I: Sono qui per questo comandante.

    K: Ebbene, tutto è cominciato nel sesto secolo avanti la vostra era. Allora l’Etruria era potente, ricca. C’erano grandi città, soprattutto vicino alla costa del mare che oggi si chiama Tirreno: Tarchna, Ceisra, Vatl, Velc, … scusa, dimenticavo la tua scarsa familiarità con le parole etrusche, …dicevo Tarquinia, Cerveteri, Vetulonia, Vulci. Sul mare c’erano i porti e i grandi empori frequentati da genti di tutto il Mediterraneo che si scambiavano merci, tecnologie, idee, storie e miti. Poi santuari grandiosi, strade larghe, botteghe, artigiani che esportavano prodotti in tutti i paesi allora conosciuti. Ma soprattutto queste città, vere metropoli di quel tempo, possedevano una flotta che nessuno, allora, poteva contrastare. I commerci erano nostri, le nostre navi solcavano i mari e portavano merci ovunque e tornavano a loro volta cariche di merci…

    I: Ma si dice che spesso le vostre navi abbordassero le navi da trasporto di altri paesi, e s’impadronissero con la forza del carico…

    K: Sì, sì, voi questo lo chiamate pirateria. Ebbene, facevamo anche questo! Ma lo facevano tutti, soprattutto i Fenici, i Cartaginesi, e anche i Greci. Noi però eravamo i migliori, i più coraggiosi. Avvistavi una nave, immaginavi che fosse carica di prodotti preziosi, che so, rame da Cipro, oppure olio o vino dalla Grecia, la abbordavi, le sottraevi il carico che poi portavi negli empori etruschi. Anche questo, in fondo, è commercio, un po’ particolare, ma sempre commercio.

    I: Comandante, mi permetto di non essere d’accordo, ma torniamo alla sua storia. Diceva che la flotta etrusca era la più forte del Tirreno.

    K: Si, era la più forte. Invincibile! Noi Etruschi avevamo il dominio del Tirreno. Mai sentito parlare di Talassocrazia? Il mare era nostro, tanto è vero che voi quel mare lo avete chiamato Tirreno, proprio come i Greci chiamavano noi, oi Tyrrenòi. E’ vero, c’erano anche i Cartaginesi, ma loro frequentavano la parte a mezzogiorno del Tirreno e non ci creavano problemi. Io credo che in fondo ci temessero, o forse pensavano che fosse meglio non provocarci; una guerra fra le nostre flotte sarebbe stata disastrosa per entrambi. Fra noi c’era una specie di tacito accordo, una reciproca tolleranza. Tutto andava bene fino a quel maledetto giorno, quando…

    I: Quando?

    K: Quando? Quando fummo certi che nel Tirreno si era insinuato un terzo incomodo: i greci di Focea. Qualche avvisaglia l’avevamo già avuta. Un andirivieni piuttosto insolito di navi greche negli ultimi tempi, le notizie della forte pressione persiana sulle città greche d’oriente. Poi le informazioni estorte da prigionieri focesi presi dopo un arrembaggio, e infine una verifica sul posto. Per Tinia! I Focesi stavano occupando una fascia di costa in Corsica proprio di fronte alla nostra isola nel cui ventre c’era tanto ferro da riempire il mondo, Aithalia, la fumosa, per le centinaia di forni fusori sparsi per tutta l’isola! Quella che voi chiamate Elba. Bastardi! Il mare era nostro, non volevamo intrusi! Che cosa volevano fare? Una colonia, un emporio? E la nostra Talassocrazia? I Focesi dovevano andarsene, e subito. Ci accordammo con i Cartaginesi, in fondo anche loro sarebbero stati danneggiati dalla presenza focea. Ci fu una grande battaglia, forse la prima grande battaglia navale della storia, noi e i Cartaginesi contro i Focesi. Avrei voluto essere io a comandare la flotta alleata ma, ahimè, non ero ancora nato. Fu una vittoria strepitosa! Era l’anno, col vostro calendario più o meno il 540 avanti Cristo.

    Battle of Alalia mapFig. 3: L’area della battaglia di Alalia con le sfere di influenza dei popoli che orbitavano sul Tirreno (da Wikipedia).I: Comandante Kaikna, non vorrei contraddirla, ma a noi risulta che non fu una vittoria, ma piuttosto un pareggio; anche voi ne usciste malconci.

    K: E va bene! Va bene. Forse non fu una grande vittoria! Comunque l’obiettivo fu raggiunto. I Focesi si ritirarono e non si fecero più vedere. Poi nulla fu più come prima. La nostra flotta subì gravi perdite e i levantini, sì, dico, i Cartaginesi, che poi in fondo erano Fenici, cominciarono ad avanzare pretese, volevano maggior spazio nel Tirreno per i loro traffici, e noi fummo costretti a cedere. Mentre prima la loro presenza era tollerabile, dopo divennero i nostri maggiori, anzi, gli unici concorrenti. I nostri commerci diminuirono, le rotte dal Mediterraneo orientale verso i porti etruschi sul Tirreno si ridussero drasticamente. La talassocrazia era persa, il periodo di prosperità era finito. Il Tirreno non era più un mare sicuro, troppe navi, troppa concorrenza. Poi le colonie Greche che diventavano sempre più aggressive. Un duro colpo per chi aveva considerato quel mare come proprio, per tanti anni. Ma poi noi, gli Etruschi, non ci piangemmo addosso, andammo avanti.

    I: Fu allora che decideste di spostare le rotte commerciali sull’Adriatico. Una grande operazione che deve essere stata programmata e realizzata in tempi lunghi e con grossi sforzi. Un grande popolo che tira i remi in barca da una parte e li rimette in mare dall’altra. Come andò comandante? Lo spieghi ai nostri ascoltatori.

    K: Ci fu una riorganizzazione di tutta l’Etruria padana. Hai presente Felzna?

    I: Comandante, non ricominci con il suo etrusco, dica Felsina. E poi vuole che non abbia presente Felsina, Bologna? Io a Bologna ci sono nato, ci vivo e, come vede, ci lavoro.

    K: Va bene, non ti scaldare. La chiamerò Felsina, ma non Bologna. Bologna non mi piace, mi ricorda troppo i Boi, quei giganti che venivano dal nord che hanno creato molti problemi agli Etruschi e che hanno occupato Felsina e altre importanti città come Kainua…

    I: Kainua?

    K: Ma insomma basta! Lasciami usare i nomi delle città che usavamo noi. Lo so, voi la chiamate Misa, o Marzabotto, ma si chiamava Kainua!

    I: Comandante, ora non si scaldi lei, era solo per chiarezza. Non tutti i nostri ascoltatori sono informati di queste cose. In fondo, che Marzabotto in antico si chiamasse Kainua lo sappiamo da poco. Ma la prego, continui.

    K: Dunque, Felsina. Era la città più importante di tutta la pianura al di là degli Appennini. Fino a quel momento, in tutta l’area si praticava quasi esclusivamente l’agricoltura. Ma poi, perso il dominio sul mare Tirreno, pensammo di riorganizzare quel territorio dandogli anche una impronta commerciale. Ma occorreva uno sbocco sul mare, e c’era a Spina un territorio proprio vicino al delta del Po che sembrava adatto per insediarvi un centro urbano e un porto. C’era, a sud di Felsina, un villaggio in un magnifico pianoro che poteva essere trasformato in una autentica città, Kainua appunto. C’erano i fiumi della nostra pianura che rappresentavano ottime vie di comunicazione verso occidente e mezzogiorno, e a settentrione c’erano i passi fra le montagne e un grande fiume che conduceva alle genti del nord. E soprattutto c’era Felsina, il punto focale, la cerniera attorno alla quale ruotava tutto questo nuovo sistema. Un piano straordinario!

    Etruscan civilization italian mapFig. 4: Rappresentazione dell’Etruria, con indicate la città di Felsina (attuale Bologna) e il porto di Spina, sull’Adriatico (da Wikipedia).I: Ma mi dica comandante, gli uomini che realizzarono quest’operazione erano del posto o ci fu anche l’intervento degli Etruschi, diciamo così, tirrenici?

    K: Certo, si spostarono in molti. I mercanti più intraprendenti, le famiglie che avevano fatto fortuna con i commerci nelle città costiere del Tirreno e che volevano continuare ad arricchirsi anche dopo che quel mare era diventato troppo frequentato. Sì, ci fu uno spostamento, ma la trasformazione dell’assetto economico di tutta la valle del Po fu opera nostra, degli Etruschi padani.

    I: In pratica voltaste pagina. Comandante, ha accennato a Spina, mi parli un po’ di questa città.

    K: Eh, Spina … Spina! Bella città, almeno così mi parve all’inizio E’ stata la mia città di adozione, dove ho svolto la mia carriera di navarca, perché io sono nato a Felsina, ma ho lavorato a Spina. Ma andiamo per ordine. Mi hai chiesto di Spina. Dunque, Spina. Prima di tutto non dare ascolto a chi dice che fu fondata dai Pelasgi che provenivano dal santuario di Dodona, o addirittura da Diomede di ritorno dalla guerra di Troia. Tutte fandonie, per l’amor di Tinia! Dicerie inventate per giustificare la presenza di tanti greci. Tanti Greci. Città greca? Lo credo che c’erano tanti Greci. Tra quelli che andavano e venivano dalla Grecia, soprattutto da Atene, per commercio, e quelli che, dopo essersi arricchiti, si fermavano a Spina per aprire una attività o perché a Spina pensavano si vivesse bene, erano quasi più greci che Etruschi. Figurati che Spina aveva un tesoro a Delfi, cosa rarissima per una città non greca! Ma la città fu fondata dagli Etruschi, e la sua fondazione faceva parte di quel piano di riorganizzazione di tutto il territorio di cui ti dicevo prima. E non fu certo impresa da poco!

    Archeologico Hompage 1Fig. 5: Il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, situato nel cinquecentesco Palazzo Costabili, offre un’eccezionale panorama del patrimonio archeologico rinvenuto negli scavi di Spina.I: Lo posso immaginare. Ai suoi tempi in quella zona il mare era molto più arretrato rispetto ad oggi. Poi c’era il Po, il Reno, e lagune, distese di sabbia, isolette una vicina all’altra,...un territorio non facile, soggetto a frequenti inondazioni…

    K: Vero, ma noi superammo tutte le difficoltà. Rinforzammo il terreno con pali di legno, terrapieni di argilla e fascine, costruimmo grandiosi canali per collegare i fiumi al mare attraverso le dune sabbiose, insomma, i nostri esperti di idraulica fecero miracoli. Alla fine ne uscì un complesso portuale e commerciale vasto e complesso di cui Spina era il nucleo centrale, una città con strade ortogonali, capanne e case disposte regolarmente, città che voi avete solo in parte scoperto.

    I: Ma abbiamo scavato le necropoli, più di cinquemila tombe…

    K: Eh già, perché voi di noi Etruschi conoscete solo le necropoli. Cercate il bell’oggetto, i gioielli preziosi, le ambre straordinarie, i piccoli e grandi bronzi, le splendide ceramiche, le tombe monumentali. Saranno stati soddisfatti, gli archeologi dei tuoi tempi, di quello che hanno trovato a Spina

    I: Comandante, lei non immagina nemmeno che cosa abbiamo trovato. Non lontano da Spina, a Ferrara, c’è un museo che raccoglie una grande quantità di reperti, soprattutto vasi attici, con pitture magnifiche, in prevalenza scene del mito greco. Una meraviglia! Però non è vero che scaviamo solo le tombe. Negli ultimi anni gli archeologi hanno rivolto la loro attenzione anche agli insediamenti urbani.

    K: Era ora! Certamente capirete molto di più su noi Etruschi. Tornando ai tesori che avete trovato nelle nostre tombe, vedi, a Spina si commerciava ogni cosa, ma soprattutto beni di lusso, di gran lusso, e fra questi i vasi attici. La maggior parte di questi proseguiva, ma molti si fermavano a Spina, dove c’era gente facoltosa, ricchi mercanti. Ai miei tempi possedere un grande cratere attico dipinto da un famoso pittore era come per voi possedere un, che so, un Picasso; era un segno di grande ricchezza e prestigio.

    I: Addirittura! Eppoi, che ne sa lei di Picasso?

    K: Lasciamo perdere! Mah, si fa così per dire! Era comunque qualcosa che in pochi potevano permettersi.

    I: Scusi comandante, vorrei tornare all’argomento della nostra intervista. Siamo qui sotto la sua stele funeraria, e ai nostri ascoltatori piacerebbe conoscere la sua storia. Non ci ha ancora detto della presenza della nave sulla stele.

    K: Il mare, amico mio, il mare. Sono sempre stato attratto dall’acqua e dalle barche, fin da bambino. A Felsina abitavo poco distante dal torrente che voi chiamate Aposa. Ricordo che spesso andavo sulle sue sponde per mettere nell’acqua le barchette che mi costruivo da solo. Sceglievo un tratto dell’Aposa tranquillo e vi adagiavo quella che mi figuravo una grande nave, poi un soffio … e via, la nave salpava. La seguivo con lo sguardo finché potevo, poi la nave spariva. Bei ricordi! Qualche volta mio padre mi portava a Kainua a vedere il fiume.

    I: Scusi se la interrompo Comandante, ma mi ha parlato poco di Kainua. Noi conosciamo bene la sua struttura urbanistica, anche perché da quando è stata abbandonata, non ci sono state sovrapposizioni. Ma come era la città quando era abitata?

    K: Una città straordinaria! Botteghe, laboratori e belle case. Strade larghe con marciapiedi porticati e un grandioso tempio dedicato a Tinia, proprio dentro la città. Poi in alto l’acropoli, con altri templi e altari. Uno spettacolo! Una città progettata e realizzata con criteri geometrici, alla maniera delle città greche. Per la sua fondazione ci fu una cerimonia sacra durata giorni per definire il tracciato delle strade e il loro orientamento, il centro della città, la posizione delle porte. Insomma, la città doveva essere la proiezione sulla terra della struttura del cielo. Doveva nascere sotto buoni auspici. E fu così, perché Kainua ebbe grande fortuna. Le carovane che trasportavano le merci da Spina all’Etruria tirrenica, si fermavano qui. Una città di transito, ma anche industriale, una città straordinaria, come ho detto. Non durò molto, perchè poi arrivarono “oi Keltoi”, i Celti, e la città fu abbandonata un paio di secoli dopo la sua fondazione. Ma questa è un’altra storia! Tu mi ha interrotto mentre parlavo del fiume di Kainua. Posso continuare?

    I: Certo, la prego. Mi scusi per la digressione.

    K: Avrai capito che per me l’acqua e le navi erano le mie passioni. Poi un giorno mio padre mi portò a Spina. Fu un giorno indimenticabile che segnò la mia vita. Il mare non l’avevo mai visto prima, ne avevo solo sentito parlare. L’acqua dell’Aposa, tutto pozze e fango, era diventato il mare. Il mare, un’infinita distesa di acqua, e sul mare le navi. Il mare, a volte liscio come l’olio, a volte corrucciato con le onde che s’infrangono e col vento ti buttano addosso spruzzi salmastri. E l’aria che ti riempie i polmoni, pura, fresca, profumata. Quel giorno decisi che avrei fatto il marinaio. Quando raggiunsi l’età adulta, andai a Spina e mi arruolai. In quel periodo Felsina esercitava una certa autorità su Spina. Era la città più potente di tutta l’Etruria padana ed era il fulcro attorno a cui ruotavano tutte le attività commerciali della zona. Era naturale che volesse assicurarsi che a Spina tutto fosse sotto controllo. E che cosa doveva essere controllato perché Spina svolgesse il suo ruolo di porto commerciale?

    I: Il mare, immagino.

    K: Già, proprio il mare, e tutte le attività portuali. Felsina mandava spesso uomini di sua fiducia per assicurarsi che tutto andasse bene. A volte, superando una certa ritrosia del governatore locale, nominava il comandante di quella che voi potreste chiamare “capitaneria di porto”.

    I: Non doveva essere un compito facile, con tutta l’attività che ci doveva essere al porto. Carico e scarico delle merci, gestione dei magazzini, manutenzione delle navi e delle strutture portuali, i rapporti con i mercanti che prelevavano o portavano merci per la spedizione…

    K: E questo era niente. Con questo non si rischiava la vita. Il rischio erano i pirati! Quelli sì che erano pericolosi

    I: I pirati? Ma non eravate voi i pirati?

    K: Ancora? La solita storia degli Etruschi pirati. Basta! E’ ora di finirla! Quelli di cui ti sto parlando, erano pirati veri, briganti, tagliagole senza scrupoli, i pirati Illiri. Che cosa credi, che di fronte a Spina, al di là dell’Adriatico, ci fossero altri Etruschi? C’erano loro, gli Illiri. Navi veloci, gente armata fino ai denti, assaltavano tutte le navi che capitavano a tiro e s’impadronivano del carico, di qualunque carico. L’equipaggio poi, quello faceva una brutta fine. Se andava bene, finivano schiavi. Era necessaria una azione di polizia del mare, una sorveglianza continua. Gli scontri erano frequenti, spesso sanguinosi, ma noi li tenevamo a bada.

    cratere con l accecamento di polifemo e battaglia navaleFig. 6: Cratere di Aristonothos con scena di battaglia navale tra Etruschi e Greci, secondo quarto del VII sec. a.C., Roma, Musei Capitolini.I: Quindi lei comandante si imbarcò in una di quelle navi!

    K: Per i primi anni sì. Vita dura, quasi sempre in mare. Mi piaceva, era la mia vita, l’avevo scelta io. Mi distinsi in varie operazioni militari contro i pirati. Poi da Felsina decisero di scegliere me come navarca, voi direste “ammiraglio”. Una posizione di grandissima responsabilità. Per molti anni rimasi a Spina, a terra e in mare, dove mi sentivo più a mio agio. Col passare degli anni mi capitava di rimanere più a terra che in mare, e allora Spina cominciò ad apparirmi meno attraente, quasi brutta, con le sue case di legno e le strade di fango, polverose d’estate e impraticabili d’inverno, la nebbia, e tutti quei Greci, e i Veneti, gli Umbri, perfino i Celti, e quelle lingue incomprensibili, quei nuovi ricchi arroganti. Pensavo sempre più spesso alla mia città, Felsina, alla mia casa accanto all’Aposa, agli amici che avevo lasciato tanti anni prima e che rivedevo ogni volta che tornavo per riferire ai magistrati della città. Così, quando gli anni e le fatiche mi tolsero vigore, decisi di ritornare a Felsina e di passare gli ultimi anni della mia vita là dove ero nato. Ma, per Tinia! ero stato un navarca, io, di Felsina, un navarca, capisci? Avevo speso una vita intera per proteggere Spina e garantire la sicurezza dei traffici commerciali, avevo combattuto i pirati, ero stato anche ferito. Guarda qui le cicatrici, sono le spade illiriche! Felsina mi era grata, e io ne ero fiero. Come potevo non ricordare alla gente della mia città e ai posteri, la mia storia e la mia gloria? Era uso antico a Felsina segnare le tombe con una stele. Ne feci realizzare una, grande, monumentale, e la feci decorare da un maestro. Sopra volli che scolpisse una nave. La mia stele doveva stupire! Ed eccola qui, un pezzo unico! Non è straordinaria? Non è straordinaria!!?

    ComacchioFig. 7: La scenografia per lo spettacolo svoltosi al Museo del Delta Antico di Comacchio (FE) del 13 luglio 2019.I: Ehm, certo, sì, è straordinaria, davvero magnifica.

    K: Avevo ragione. Voi dopo tanti secoli avete trovato la mia tomba e la stele, e quella nave vi ha stupito e incuriosito. In tanti si sono interrogati sul significato della nave. Vuoi la verità? Quella nave non è una metafora del mio viaggio nell’aldilà e neppure un’allusione a mitici eroi greci. Quella è una nave vera, reale, costruita con legname dei monti, incatramata con la pece di Volterra, con vele di lino robusto e cordame di tenace canapa, e rematori che battono i flutti con i remi, e soldati, una nave pronta a difendere il mare di Spina contro tutti gli avversari, a rendere sicura la navigazione di tutte le genti che commerciavano con noi Etruschi. Quella è la mia nave, e quello sono io, guarda bene, il soldato in piedi con la macaira, la nostra spada ricurva! Sono io! Ecco, ora conosci la mia storia, ora sai perché c’è una nave sulla stele di una tomba qui a Felsina dove il mare non c’è.

    I: La ringrazio comandante Kaikna. Grazie per averci raccontato la sua storia, una storia avvincente. Ora i bolognesi, ma non solo loro, sanno tutto di lei e sono sicuro che si sentiranno orgogliosi di avere un antenato come lei, un antenato etrusco di cui conoscono il nome e le gesta, un caso unico.

    K: Caro amico, prima di ritornare là da dove sono venuto, io, Vel Kaikna, navarca, vissuto sul mare e per il mare, ti chiedo un favore. Di’ alla tua gente che qui dove io ora trascorro l’esistenza, tutto è cupo e tetro. Non ci sono colori, ogni cosa è grigia, opaca. Siamo ombre in un luogo senza luce. A volte incontriamo i nostri antenati, sempre mesti. Lo sguardo assente e fisso nel vuoto. Qualche parola di rimpianto per il mondo dei vivi, e basta! Qualcuno disse che avrebbe preferito essere l’ultimo nel mondo dei vivi che il primo nel regno dei morti. Credimi, aveva ragione! E poi il tempo che non passa mai, mai. Ma soprattutto mi manca il mare, perché qui (sospiro) il mare non c’è. E allora, vai dove avete trovato la mia tomba, raccogli un po’ di terra e mettila dentro a un vaso. Forse in quella terra c’è rimasta qualche particella del mio corpo. Porta il vaso a Spina e gettalo nel mare, più lontano che puoi. Mi sembrerà così di ritornare nell’elemento che più ho amato nella mia vita!

     

    8Fig. 8: Saluti finali dopo lo spettacolo andato in scena al Museo Archeologico di Marzabotto (BO) il 26 aprile 2015. Giuseppe Mantovani tra Davide Giovannini (a sinistra) – l’Intervistatore e Marco Mengoli – Vel Kaikna e rievocatori storici del gruppo locale.Bibliografia e sitografia essenziale:

    • Pagina del museo di Bologna dedicata alla stele di Vel Kaikna;
    • Giuseppe Sassatelli, Riflessioni sulla «stele della nave» di Bologna, in Etruria e Italia preromana, in Studi in onore di Giovannangelo Camporeale, a cura di S. Bruni, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2009, vol. II, pp. 833-840.
    • Andrea Gaucci, Elisabetta Govi, Giuseppe Sassatelli, Le stele iscritte di Bologna, in «Studi Etruschi», LXXXIII, 2021, pp. 163-207.
    • L’intervista impossibile a Vel Kaikna può essere vista qui.

     

    Il presente articolo nasce dallo scambio di comunicazioni (e di immagini) avuti con Giuseppe Mantovani durante gli ultimi mesi della sua vita e vuole essere un omaggio al suo straordinario lavoro, che può essere ammirato anche andando sulla pagina YouTube del Gruppo Archeologico Bolognese.

    {jcomments off}

  • L’Intervista impossibile: Ottaviano Augusto. L’intelligenza artificiale come strumento per apprendere la storia antica.

    di Elisabetta Buono

    1 N  Se Ottaviano potesse parlare, cosa ci racconterebbe?
    In un contesto in cui ci si chiede se l’Intelligenza Artificiale sia utile o dannosa per la scuola, se sia da condannare, vietare, bandire, o sia piuttosto da integrare nelle lezioni come utile supporto, insomma, nell’attuale dibattito tra detrattori e sostenitori, puristi della scuola senza tecnologie ed entusiasti delle ultime novità nel campo del machine learning, in due classi del biennio di un Liceo Artistico in provincia di Cagliari – il liceo “Brotzu” di Quartu S. Elena - abbiamo provato a coglierne sia le potenzialità che i limiti: e questo attraverso la trattazione di contenuti disciplinari che ci hanno consentito di raggiungere, anche, obiettivi didattici perfettamente in linea con un curricolo scolastico tradizionale.
    Il nostro istituto è una piccola scuola di studenti a forte rischio di abbandono scolastico e con un elevatissimo numero di studenti con bisogni educativi speciali, più del 50% in ogni classe. Credo che questa nota possa aiutare il lettore a valutare questo percorso di studio dell’antico, fra scoperta delle fonti, interviste impossibili, e mondo reale e virtuale.

     

    La lezione partecipata e ChatGPT

    ChatGPT è un modello di linguaggio naturale basato sull'architettura GPT-3.5, addestrato da OpenAI per generare testo in modo autonomo. È progettato per comprendere e rispondere alle domande e alle richieste degli utenti in modo naturale e coerente, utilizzando una vasta conoscenza del linguaggio naturale e di diversi argomenti. ChatGPT è in grado di svolgere molte funzioni, come la generazione di testo creativo, la traduzione, la correzione grammaticale e molto altro ancora.

    Per chi non l’avesse intuito, questa definizione viene proprio dalla chatbot (simulatore di conversazione umana). Si noti la proprietà di linguaggio (la chat si esprime nella lingua con cui viene formulata la domanda), la chiarezza, la coerenza e la capacità di sintesi.

    Quello dell’AI e delle sue straordinarie potenzialità, è argomento di grande attualità. Ma come la utilizzano i nostri studenti? Sappiamo che i più scaltri sanno come trovare le risposte di un compito, come farsi fare riassunti, temi, ricerche, risolvere problemi. Possiamo provare, come insegnanti, a suggerire ai nostri studenti un diverso utilizzo, magari più costruttivo, di questa straordinaria tecnologia? Questa attività è stata proposta a due classi seconde con l’obiettivo di:

    • conoscere l’argomento “Ottaviano Augusto”;
    • ragionare sulle fonti (e su quelle in rete in particolare);
    • introdurre come argomento trasversale quello dell’Intelligenza Artificiale;
    • utilizzare l’editor grafico Canva1 per realizzare un prodotto multimediale;
    • conoscere come è impaginato e strutturato un quotidiano.
    • E, infine, quello di realizzare un prodotto: “La Gazzetta dell’antica Roma”.

    Nella prima fase, che definiremo di discussione guidata e “innesco”, l'insegnante ha introdotto l’argomento, utilizzando il manuale in dotazione. Questa fase preliminare è durata una decina di minuti durante i quali si è cercato di collocare Augusto nel suo contesto, seguendo i vari paragrafi e linee del tempo, con riferimenti, però, anche alla sua vita privata e alla sua personalità. Lo scopo era quello di incuriosire studentesse e studenti lasciando aperte questioni ed eventuali piste di approfondimento.

     

    Interrogare ChatGPT

    A questo punto è entrata in gioco l’Intelligenza Artificiale attraverso la nota applicazione Chat GPT2. Come detto, è questo un risponditore virtuale (GPT sta per Generative Pre-trained Transformer: Trasformatore Pre-addestrato Generativo). È un chatbot ideato per generare testo automatico ad imitazione di quello umano. Il modello di rete neurale (modello linguistico ampio) è stato addestrato su un enorme database di testo, tanto che può rispondere a qualsiasi domanda, o quasi. La conversazione può essere, per così dire, personalizzata, ed è ciò che è stato fatto. Il prompt, cioè l’istruzione iniziale per generare risposte è stato: “Facciamo un gioco: immagina di essere Ottaviano Augusto e rispondi alla domanda…”.

    L’insegnante, dunque, lancia l’applicazione alla LIM e invita gli studenti a porre le domande a Ottaviano Augusto.

    Inutile dire che gli studenti si sono sbizzarriti, proponendo le più svariate questioni: dalle scelte politiche o culturali dell’Imperatore, alla vita privata; domande insolite, inaspettate (cosa pensi della Sardegna? ami i cavalli? quanto pesi?), il tutto condito da una forte curiosità e da un coinvolgimento attivo, visto che era il grande Ottaviano “in persona” a rispondere.

     

    gpt1

     

    Verificare ChatGPT: la vera figlia di Augusto

    Dopo questa fase, in cui gli alunni, selezionando un certo numero di domande e risposte, confezionano l’intervista, viene rivolta loro la fatidica domanda: Chat GPT dice la verità?

    Insinuato il dubbio, si chiede ai ragazzi e alle ragazze di verificare le risposte, formulando domande più precise e consultando autorevoli fonti in rete. Si scopre che non tutto ciò che è ChatGPT ha dichiarato è vero. In alcuni casi, il risponditore automatico confonde gli imperatori, si contraddice e, quanto più strana, insolita o inconsueta è la domanda, tanto più “inventa”, senza mai ammettere che non sa rispondere.

     

    gpt2

     

    Immagine3

     

    Compito dell’insegnante diventa, quindi, quello di smontare l’oracolo, aiutare gli studenti a individuare fonti certe, testimonianze, prima di tutto in rete, ad avere un atteggiamento critico e accettare l’idea che in alcuni casi rimarranno dei dubbi dal momento che non sempre è possibile rispondere con assoluta certezza oppure vi sono opinioni discordanti tra gli stessi storici. Si citano autorevoli studiosi come Canfora3 e Traina4, si leggono stralci dal Res gestae divi Augusti a cura di Nicola Guarino, leggibile online5. Insomma, approfondiamo in classe l’argomento come piccoli indagatori del passato.

     

    Ma Cagliari fu fondata dai Romani?

    ChatGPT ha affermato che Cagliari è stata fondata da Ottaviano. Sarà proprio così? La risposta ci dà l’occasione per aprire una parentesi sulla storia del capoluogo sardo. Wikipedia riporta che uno scrittore latino del III secolo, Gaio Giulio Solino, nella sua opera De Mirabilibus Mundi, afferma che la città di Caralis venne fondata dall'eroe greco Aristeo, giunto in Sardegna dalla Beozia. Una breve ricerca, e troviamo il documento in latino nel sito: https://www.thelatinlibrary.com/. Qui è riportato il capitolo sulla Sardegna (il quarto): Sardinia. In ea de solifuga, et herba Sardonia. Vi leggiamo: (…) Mox Aristæum regnando his proximum in urbe Caralis…6. Si fa, poi, cenno alla pubblicazione di Sergio Atzeni sulle vicende storiche di Cagliari7 e agli studi di Francesco Cesare Casula8. Si ragiona sul fatto che vi è una differenza sostanziale tra il concetto di “fondare” e quello di “conquistare” o “dominare”.

     

    Il finto Augusto si attribuisce il Circo Massimo

     

    Immagine4

     

    Ottaviano ha costruito il Circo Massimo? Altra ricerca e altra precisazione: le prime installazioni risalirebbero addirittura all’epoca di Tarquinio Prisco. Giulio Cesare realizzò il circo in muratura. Augusto si limitò a restaurarlo dopo un incendio, facendovi aggiungere l'obelisco flaminio, ora collocato in Piazza del Popolo. In questo caso l’informazione viene presa dal sito della Sovrintendenza Capitolina ai beni culturali9.

     

    ChatGPt colto in flagrante

    Una veloce puntata su un altro risponditore automatico integrato nel motore di ricerca della Microsoft, Bing, ha portato in classe momenti di ilarità. Alla domanda: “che fonti storiche utilizzi per rispondere come fossi Ottaviano Augusto?”, il bot ammette:

     

    Immagine5

     

    L’ilarità con la quale gli studenti accolgono questa dichiarazione è una buona prova del fatto che hanno capito quanto sia importante affidarsi a fonti autorevoli, quando si parla di passato.

     

    Quotidiano romano Frau Eleonora  Il prodotto multimediale Augusto Ottaviano Mazzella Chiara 2A

    Ci si trasferisce nell’aula informatica. Dopo aver esaminato con l’insegnante alcuni modelli di quotidiani e la loro impaginazione, i ragazzi sono invitati a inventare una “gazzetta dell’antica Roma” (per un’analisi dettagliata di questo modello didattico si veda: Cristina Bonelli, Il laboratorio come didattica del prodotto, in Bernardi, Monducci (a cura di), Insegnare storia, Utet 2012). L'insegnante guida gli allievi nelle scelte grafiche, nell’impianto, nella contestualizzazione e nella selezione dei contenuti. A questa fase vengono dedicate due ore, una alla settimana, in due settimane successive, nelle quali studenti e studentesse hanno avuto il tempo di effettuare ricerche individuali e completare il progetto anche in autonomia.

    Anche questa fase ha riservato all’insegnante delle piacevoli sorprese: ragazze e ragazzi si sono documentati, per esempio, sul carattere tipografico da utilizzare. Per quanto il prodotto da realizzare fosse ovviamente un modello di pura fantasia, pure si è cercato di renderlo verosimile, credibile, contestualizzato. Gli studenti scoprono che a Roma esisteva una scrittura corsiva, la capitale corsiva latina, maiuscola e minuscola. Uno studente indaga sul colore da utilizzare e scopre che i romani utilizzavano inchiostro nero, ricavato dalla pece, e rosso, ottenuto da un minerale. Un’altra studentessa, volendo inserire nella sua pagina una pubblicità, va alla ricerca delle bambole utilizzate dai bimbi nell’antica Roma. Gli esempi da riportare sarebbero tanti. Tutti testimoniano la piacevole sensazione della curiosità, della voglia di conoscere e di ampliare le proprie conoscenze andando oltre il manuale, basandosi, stavolta, sulla comparazione di fonti e sulla loro selezione.

    Insomma, un atteggiamento da esploratori che ha reso la storia viva con quel giusto approccio critico e ragionato che era, in definitiva, il principale obiettivo di questa attività.

     

    Valutazione:

    La valutazione è stata sia di processo che di prodotto: gli indicatori (esplicitati e selezionati insieme ai ragazzi prima dell’inizio dell’attività), sono stati:

    • partecipazione attiva;
    • selezione dei contenuti;
    • rielaborazione delle risposte ottenute e verifica della loro veridicità;
    • capacità collaborativa (in classe si sono aiutati);
    • realizzazione del progetto grafico (immagini contestualizzate, libere; aspetto grafico; creatività).

    Questa attività ha consentito a tutti gli studenti coinvolti di raggiungere risultati ben al di sopra della sufficienza. Non ci sono stati progetti superficiali, trascurati o poco curati.

     

    Considerazioni finali

    L’argomento è stato analizzato, approfondito e studenti e studentesse non lo dimenticheranno facilmente.

    Attraverso le domande e le risposte, dagli stessi ragazzi è nata l’esigenza di spaziare, effettuare collegamenti e relazioni con altri personaggi, eventi e vicende della Roma imperiale (difficilmente sarebbe accaduto con una lezione frontale).
    L’uso combinato delle fonti in rete (dalle immagini libere da diritti d'autore, alle fonti ritrovate in rete, all’analisi dell’attendibilità delle risposte di ChatGPT) e della letteratura in cartaceo, ha fatto nascere un atteggiamento consapevole, attento nei confronti delle informazioni ricevute: gli studenti ora sanno che non tutto ciò che si trova sul web, per quanto ammantato di autorevolezza, è vero o corretto.

    Tutti nelle due classi sono stati coinvolti e si sono divertiti, anche coloro che in genere hanno un atteggiamento tiepido nei confronti degli argomenti di Storia che si affrontano del biennio. Inoltre, anche chi era stato assente in alcune fasi del percorso, ha voluto concludere il progetto, segno che i metodi dell’imparare facendo e della scoperta attraverso l’errore sono stati vincenti.
    L’attività di interrogazione della Chatbot ha “rubato” in tutto poco più di 4 ore di lezione. Troppe per un solo imperatore romano? Forse. Ad ogni modo gli obiettivi raggiunti sono stati veramente tanti, da quelli nozionistici relativi a fatti ed eventi storici, alle competenze disciplinari sul pensiero storico, alle competenze trasversali, digitali, metodologiche, di cittadinanza attiva, di ricerca e approccio ragionato ai contenuti di conoscenza.

    Per chiudere, ecco una selezione delle “Gazzette” inventate dagli allievi.

     

     Cliccare sull'immagine per ingrandirla

      gazz1   Gazz2 Immagine19

     

     

      gazz3   gazz4

     

      5   6   7

     

     

      8   9

     

     

    Immagine20   10   11 Immagine21

     

     

      1 N   2 N   12

     

      1 AU   Immagine22.jpg

     

    Gli elaborati sono stati poi messi in mostra nel Metaverso al seguente LINK.


    Note

    1 Canva è un noto editor grafico online, molto utilizzato nelle scuole grazie all’opportunità di avere gratuitamente la versione pro. Si trova all’indirizzo: https://www.canva.com/

    2 https://openai.com/blog/chatgpt

    3 Canfora L., Augusto figlio di Dio, Edizioni Laterza, Roma, 2015.

    4 Traina G., La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani, Edizioni Laterza, Roma 2020.

    5 https://www.antonioguarino.it/wp-content/uploads/2016/08/Res-gestae-divi-augusti-1968.pdf.

    6 https://www.thelatinlibrary.com/solinus1.html.

    7 Atzeni S., Cagliari. Storia di una città millenaria, youcanprint, 2015.

    8 Casula F. C., Breve storia di Sardegna, Carlo Delfino Editore, Sassari, 2017.

    9 https://sovraintendenzaroma.it/i_luoghi/roma_antica/monumenti/circo_massimo.

     

Questo sito utilizza cookies tecnici e di terze parti per funzionalità quali la condivisione sui social network e/o la visualizzazione di media. Chiudendo questo banner, cliccando in un'area sottostante o accedendo ad un'altra pagina del sito, acconsenti all’uso dei cookie. Se non acconsenti all'utilizzo dei cookie di terze parti, alcune di queste funzionalità potrebbero essere non disponibili.