lavoro

  • Quanto è utile studiare il lavoro. Una proposta del “Bollettino di Clio”.

    di Nadia Olivieri

    Cos’è il lavoro? È la domanda che apre il nuovo “Bollettino di Clio”, dedicato alla Storia del lavoro (lo si può scaricare gratuitamente dal sito di Clio ‘92), che si incarica di rispondere con un insieme di contribuiti teorici e didattici di grande interesse, sia per gli studiosi che per gli insegnanti. La prima, forse banale, considerazione che la lettura del “Bollettino” suscita è che a questa domanda solo “apparentemente semplice” è davvero difficile dare una risposta: a mano a mano che si procede di saggio in saggio, la categoria di lavoro appare sempre più complessa, non solo in ragione dei diversi approcci disciplinari dei contributori – ci sono la storia economica, sociale, culturale, politica, antropologica, di genere, fino all’archeologia del contemporaneo - , ma per la poliedricità dell’oggetto stesso dell’indagine.

     

    Immagine1Fig.1: La lavorazione dei metalli e la fabbricazione di mattoni di fango nell’Antico Egitto (Tomba di Rekhmire, necropoli di Sheikh Abd el-Qurna, Tebe) è riportata nella Controcopertina del “Bollettino”.Il lavoro è un nodo concettuale fondativo del curricolo

    L’idea tradizionale di lavoro ereditata dagli studi storico-economici classici viene subito messa in discussione da alcuni dei massimi esponenti della nuova Global Labour History, Jan Lucassen e Marcel van der Linden, nell’intervista e nel saggio che aprono il “Bollettino”. Il lavoro, sostiene Jan Lucassen, è tutto quanto risulta «essenziale per la nostra sopravvivenza come individui e, di conseguenza, come specie» (p. 16), indipendentemente dal fatto che sia retribuito o meno, svolto da uomini o donne, in fabbrica, ufficio, campi o casa, per scelta o per costrizione. Posto in questi termini, il lavoro diviene una categoria che estende la propria portata nel tempo e nello spazio fino a coincidere con la storia stessa dell’umanità. E apre alla possibilità di un curricolo realmente interdisciplinare, basato su questo “nodo concettuale”, il lavoro appunto, inteso, come spiegano Ivo Mattozzi e Tiziano Pera nel saggio che chiude la sezione dei Contributi, come l’“insieme di pratiche, strumenti e processi mentali che trasformano il mondo” (p. 165).

    Fra i due estremi della sezione sta un insieme di saggi (inserire qui l’indice) che offrono quella che Giuseppe Di Tonto chiama, molto opportunamente, una “costellazione di prospettive” ricca e variegata, tutta da scoprire nelle sue varie sfaccettature e in cui può essere interessante rintracciare alcuni “sguardi” sulla storia del lavoro che accomunano diversi autori e che costruiscono “ponti” fra la riflessione più teorica e le Esperienze che costituiscono la seconda sezione del “Bollettino”.

     

    Immagine2Fig.2: Pista Borgo Mezzanone: fasi di sviluppo dell’insediamento informale su base satellitare, 2003-2025 (Paola Palumbo 2025).Fonti energetiche e disuguaglianze sociali

    Un primo sguardo è quello che si colloca nel solco della storia economica classica e che ritroviamo nei saggi di Maurizio Franzini, che indaga l’evoluzione dell’occupazione e la crescita delle disuguaglianze sociali dal secondo dopoguerra in poi, e di Paolo Malanima, che, guardando al periodo di passaggio fra economica preindustriale e industriale, ricostruisce il rapporto fra andamenti demografici, salari e mutamenti tecnologici, con una (nuova) attenzione alle fonti energetiche. Fornendo dati statistici e riflessioni teoriche, entrambi ci aiutano a comprendere il “caso italiano” giungendo fino alla contemporaneità.

    Sull’Italia si concentra anche Maurizio Ambrosini, focalizzandosi però sul lavoro degli immigrati, “necessari ma subalterni” in un paese divenuto “importatore riluttante” di manodopera, cui affida quelli che vengono definiti dall’autore i “lavori delle 5 P”: pesanti, precari, pericolosi, poco pagati e penalizzati socialmente. Lavoratori che spesso non vogliamo vedere, nonostante l’”evidenza produttiva” e persino “morfogenetica” della loro presenza. Ne è un esempio il caso dei lavoratori agricoli del Tavoliere delle Puglie, studiati con gli occhi dell’archeologia del contemporaneo da Giuliano De Felice e Paola Palumbo, ignorati e confinati nell’insediamento cresciuto attorno a Pista di Borgo Mezzanone, che invece evidenzia e rende visibili, se solo vi si presta attenzione, i segni della vita materiale che sostiene e rende possibile il loro lavoro nei campi.

     

    Il lavoro schiavile

    Dallo sguardo sul mondo degli immigrati a quello sul lavoro schiavile il salto può essere breve. “Nel capitalismo il lavoro può diventare merce in diversi modi, cioè non solo attraverso il lavoro salariato ma anche attraverso la schiavitù, la mezzadria o la servitù per debiti” (p. 27) ricorda van der Linden nell’illustrare risultati e sfide della Global Labour History. Guai quindi a ritenere la schiavitù un residuo del passato precapitalistico: il saggio di Giulio Talini sulle grandi piantagioni schiavistiche degli Stati Uniti dimostra come il capitalismo abbia impiegato simultaneamente una pluralità di regimi lavorativi diversi e come la schiavitù sia stata il “motore invisibile” della modernità economica.

    Immagine3Fig.3: Lastra circolare di uno schiavo di un altro schiavo è fra gli oggetti scelti da Santacana Mestre per la sua proposta laboratoriale.Nessuna “superiorità morale” del capitalismo dunque: “Insegnare la storia del lavoro vuol dire insegnare che la modernità economica non coincide automaticamente con la libertà e che, spesso, le sue forme più efficienti si svilupparono proprio dove la libertà veniva sistematicamente negata” (p. 117).

    Le categorie della contemporaneità, va da sé, non possono essere applicate al passato sic et simpliciter. Marcello Bertoli ci ricorda come il rapporto fra lavoro e status sociale in epoca antica fosse strettissimo e che il lavoro nel mondo greco e romano va analizzato come fenomeno culturale e sociale prima ancora che come categoria economica. E quanto complesso potesse essere lo status sociale del lavoro subordinato e schiavile nel mondo antico emerge dall’analisi delle dieci epigrafi del Museo Nazionale delle Terme di Diocleziano che José Santacana Mestre ha scelto come fonti privilegiate per la proposta di laboratorio di “didattica dell’oggetto” illustrata nella sezione Esperienze.

     

    Lavoro e storia di genere

    Un altro, diverso sguardo sul lavoro viene dalla critica femminista e dalla storia di genere. “Il lavoro salariato, centrale nelle società industriali contemporanee, è una forma storica di lavoro, ma non comprende l’intera gamma di attività necessarie a sostenere la vita materiale della comunità. La storia del lavoro non può, pertanto, essere ridotta alla storia dell’occupazione” (p. 61), scrive Mercedes Arbaiza nel suo saggio.

    La categoria stessa di lavoro è una costruzione storica maschilista e patriarcale, modellata sull’esigenza di valorizzare il capitale, rimuovendo il lavoro riproduttivo. La categoria di lavoro dovrebbe invece includere anche le attività necessarie alla “riproduzione” sociale, sia che siano retribuite o non retribuite, svolte fra le pareti domestiche o in altri contesti altruistici. La critica alla visione classica del lavoro come attività professionale salariata diventa radicale: lavora solo chi riceve un salario? Non occorrerebbe invece chiedersi perché alcune delle attività necessarie a produrre, riprodurre e organizzare la vita sociale vengano riconosciute come lavoro ed altre no? Intorno a questi quesiti si sviluppano anche le riflessioni di Sandro Antoniazzi – introdotte da Paola Melchiori – sul lavoro di cura: è proprio a partire dall’etica del lavoro di cura che si può giungere a immaginare una “seconda economia”, capace di valorizzare il lavoro relazionale.

    Si focalizzano sulla partecipazione femminile alle attività produttive in senso più classico i saggi di Giuliana Albini, che ricostruisce l’apporto del lavoro delle donne e dei bambini all’economia familiare e urbana nelle città italiane fra XIII e XV secolo, e di Alessandra Pescarolo, che indaga, a partire dall’”essenziale funzione familiare” che la Costituzione assegna alla donne, il perdurare degli stereotipi di genere che ancora condizionano forme e modi della loro partecipazione al mercato del lavoro. Particolarmente interessante è la lettura che Pescarolo offre del passaggio dall’economia agricola a quella industriale che si è consumato in Italia nel secondo dopoguerra: come hanno vissuto le donne contadine l’approdo ai contesti urbani e alla famiglia nucleare? Come non comprendere l’aspirazione all’intimità coniugale e a divenire “donne di casa” che le ha fatte aderire al modello male-breadwinner che ne ha poi condizionato l’autonomia?

     

    Immagine4Fig.4: Vignetta di Altan riprodotta nel “Bollettino”.Lavori e diritti

    L’ultima prospettiva da cui guardare alla storia del lavoro indaga proprio il rapporto fra lavoro, diritti, libertà, cittadinanza, tanto attraverso lo sguardo ampio di Stefano Musso sul contributo fondamentale dato dal movimento operaio alla nascita delle moderne democrazie, quanto nella puntuale disamina che Filippo Pizzolato fa della nostra Costituzione, che fonda la cittadinanza proprio sul lavoro, anziché, come era stato in precedenza, sulla proprietà. Costituzione che resta, per molti aspetti, inattuata.

    Pregevoli, infine, le biblio-sitografie essenziali poste in calce a ciascun contributo, che permettono di ampliare e approfondire i temi e gli approcci qui forzatamente sintetizzati e che ognuno potrebbe connettere in modi alternativi.

     

    È possibile introdurre questa ricchezza e questa complessità a scuola?

    Il “Bollettino”, nella sezione dedicata alle Esperienze, ci dimostra che sì, di lavoro si può parlare fin dalla scuola dell’infanzia. I contributi di Anna Aiolfi, Adriana Bonazza, Elena Barbazza ed Erika Donà ci suggeriscono come far scoprire i lavori artigianali e industriali del proprio territorio anche a bambini delle prime età scolari.

    Immagine5Fig.5: "Interior of tobacco shed" (“Interno del capannone del tabacco”) è una delle foto di Lewis Hine che trattano il tema del lavoro minorile negli USA di inizi ‘900 e ritrae tre bambine di 8, 9, 10 anni fotografate mentre lavorano il tabacco, in una fabbrica del Connecticut (1917).La chiave sta sempre in una didattica di tipo laboratoriale, basata sulle fonti. A sciogliere i dubbi, ove ci fossero, sulla sua efficacia e praticabilità, basta la lettura della parte iniziale del contributo di José Santacana Mestre – un vero e proprio manifesto della didattica laboratoriale – e del saggio di Ivo Mattozzi e Tiziano Pera su un possibile curricolo di storia del lavoro. Le fonti possono poi essere le più svariate e possono comprendere anche quelle letterarie, utilizzate da Lidia Bellina e Sauro Garzi per ipotizzare un intero percorso per il triennio della scuola secondaria di secondo grado o suggerite da Cristina Cocilovo e Livia Tiazzoldi nel presentare i romanzi di Simona Baldanzi e Hu Anyan.

    Interessanti, per i ragazzi più grandi, le fonti visive proposte da Paola Brunetta, che ci introduce alla cinematografia contemporanea sul mondo del lavoro, e di Antonio Prampolini, che ci fa scoprire la ricchezza dell’archivio fotografico di Lewis Hine – accessibile online – per parlare del lavoro minorile nell’America di inizi ‘900. Monia Colaci dell’Istituto per la storia dell’età contemporanea di Sesto San Giovanni, Silvia Giugno e Stefano Cappelli di Fondazione Dalmine, Giulio Ongaro e Nicoletta Rolla della Società italiana di Storia del lavoro ci illustrano, dal canto loro, la ricchezza degli archivi e degli approcci che le rispettive istituzioni possono offrire alle scuole.

     

    È davvero utile parlare di lavoro a scuola?

    Resta sospesa, a questo punto, solo la domanda di senso che può porsi l’insegnante: è davvero utile parlare di lavoro a scuola? Se accettiamo la definizione “onnicomprensiva” di lavoro proposta dalla Global Labour History la risposta non può che essere positiva. Il lavoro è la lente attraverso cui si può guardare alla storia dell’umanità per comprendere società, diritti, disuguaglianze, trasformazioni, dal passato fino al tempo presente. Oggi che il mondo del lavoro che attende i nostri studenti appare sempre più incerto, frammentato, poco tutelato, studiarne l’evoluzione nel tempo, affinando la capacità di lettura critica della sua stessa definizione, può essere non solo un buon esercizio di “relativizzazione” del presente, ma una possibilità di apertura all’immaginazione di un futuro diverso. Quello in cui, magari, anche Pietro, che vorrebbe fare il “costruttore di sogni”, e Angela, la “sarta delle farfalle” della sezione della scuola dell’infanzia di Anna Aiolfi, avranno il proprio, meritato posto.

     

    Indice del numero

    Pagine da bollettino 25 2026 25giugno protetto unlocked.pdf Pagina 1   Pagine da bollettino 25 2026 25giugno protetto unlocked.pdf Pagina 2  {jcomments off}

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