storia di genere

  • Biografie al femminile in rete

    di Antonio Prampolini

    Le biografie in rete

    Con la parola “biografie” Google elenca siti assai eterogenei per contenuti e scopi: siti che propongono liste di persone che hanno svolto (o svolgono tutt’ora) specifiche professioni/attività, che sono state nel passato, recente o lontano, figure di rilievo nei diversi campi della vita sociale, che si sono distinte o sono state vittime nel corso di eventi storici straordinari (come le guerre e i genocidi); siti che si limitano a fornire semplici profili anagrafici ed altri che raccontano in modo dettagliato la vita delle persone; siti che pubblicano biografie con finalità professionali, culturali, memorialistiche, ed altri che se ne servono strumentalmente, come attrattiva, per indirizzare messaggi commerciali agli utenti della rete.

    Tra le fonti di informazioni biografiche online, la lista generata da Google (con la parola “biografie”) segnala il Portale della Treccani, Wikipedia(edizione in lingua italiana) e l’Enciclopedia delle donne.

    Dizionario biografico degli italianiDizionario biografico degli italiani

    Il Portale della Treccani permette di accedere alle voci (redazionali o autoriali) dedicate a personalità che, in Italia e nel mondo, si sono distinte per le loro attività e/o per il loro pensiero, contenute nella Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti (come pure nelle altre opere enciclopediche pubblicate a cura dell’omonimo Istituto: Enciclopedia Biografica Universale, Dizionario di storia, Dizionario di filosofia, Dizionario delle Scienze Fisiche) e nel Dizionario Biografico degli Italiani. Il Dizionario Biografico, in particolare, riunisce le biografie di coloro che, dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente ai giorni nostri, hanno «lasciato un segno nella storia artistica, culturale, politica, religiosa, scientifica e sociale dell’Italia». Il dizionario (DBI), ideato nel 1925 sotto la direzione di Giovanni Gentile e pubblicato a partire dal 1960 (a tutt’oggi non ancora completato: l’ultimo volume – 94 – è relativo alle voci: Stampa-Tarantelli), è diretto da un comitato scientifico che nel corso degli anni ha scelto gli “italiani illustri” da inserire nell’opera assegnando le loro biografie a studiosi affermati. È consultabile online dal 2011 sul portale della Treccani dove, attualmente, è possibile accedere ad oltre 30.000 biografie.

    Nel 2015, Angiolina Arru ha analizzato la “presenza/assenza” delle donne nel Dizionario Biografico degli Italiani (volumi 1-81), riscontrando come le biografie a loro dedicate rappresentano una percentuale assai modesta del totale delle voci (3%). Dato, questo, che accomuna il repertorio italiano alle analoghe pubblicazioni europee come la Neue Deutsche Biographie (5%, percentuale calcolata sul volume 25, anno 2013) e il Oxford Dictionary of National Biography (8%, percentuale calcolata sul volume 55, anno 2000), rivelando la grande difficoltà (refrattarietà) di queste monumentali opere istituzionali nel recepire, nelle loro scelte biografiche, la “rivoluzione” dei ruoli femminili nelle società europee della seconda metà del Novecento, come pure i contributi di ricerca degli women's/gender studies 1. Biografie al femminile - Wikipedia logo

    In Wikipedia, edizione in lingua italiana(così come nelle altre principali edizioni linguistiche), le voci biografiche rappresentano una parte consistente dell’enciclopedia “open access” (su 1.499.637 voci enciclopediche, alla data del 31/01/2019, quelle biografiche sono 364.108, il 24% del totale)2. L’importanza che Wikipedia attribuisce alle biografie è documentata dall’esistenza di uno specifico progetto (Progetto Biografie) e di un portale dedicato (Portale Biografie). Il Progetto Biografie contiene le linee guida che i contributori volontari dovrebbero seguire nella scrittura collettiva e collaborativa delle voci biografiche (che come è noto non sono sottoposte, diversamente da quanto avviene nelle altre enciclopedie, ad alcun controllo/verifica/revisione redazionale). Scopo del progetto è quello di promuovere l’applicazione da parte dei contributori di regole comuni che consentano una migliore individuazione delle personalità da biografare e qualità delle biografie, e che facilitino l’elaborazione automatica delle informazioni. Il Portale Biografie indirizza i lettori/visitatori dell’enciclopedia sia verso le “voci in vetrina” (ossia quelle che, in seguito a segnalazione e giudizio della comunità dei wikipediani, sono state considerate di particolare qualità), che verso “indici biografici”, dove le persone sono raggruppate per: nazionalità, attività, secolo di vita, città collegate, anno di nascita e di morte.

    Biografie al femminile. Progetto Wiki DonneBiografie al femminile. Progetto Wiki Donne

    Sul totale di voci biografiche presenti in Wikipedia, edizione in lingua italiana, solo poco più del 15% sono dedicate a figure femminili. Il dato, pur essendo nettamente superiore a quello riscontrato nel Dizionario Biografico degli Italiani, sottolinea l’esistenza anche nell’enciclopedia open access di un evidente gender gap, le cui cause vanno ricercate, da un lato, nell’esigua partecipazione delle donne alla scrittura delle voci enciclopediche, e, dall’altro, nella scarsa considerazione del loro ruolo sociale e nell’inadeguato (o mancato) riconoscimento del loro apporto alla storia della civiltà da parte dei contributori di sesso maschile, che costituiscono la grande maggioranza dei wikipediani (stimati intorno all’85% del totale)3.

    Nel 2016, alcune donne, che abitualmente collaborano all’edizione italiana di Wikipedia, hanno formato un user group denominato WikiDonne, con lo scopo sia di colmare il forte divario di genere nelle biografie che di estendere e migliorare le voci attinenti il mondo femminile, incentivando una maggiore partecipazione delle donne al progetto enciclopedico. Aggregazioni analoghe per formazione e scopi, collegate dalla comune consapevolezza dell’esistenza di un gender gap non più tollerabile e dalla volontà di porvi rimedio, si sono costituite anche nelle altre principali edizioni linguistiche di Wikipedia4. Nell’edizione inglese dell’enciclopedia open access è attivo dal 2015 un progetto denominato Women in Red (WiR) (dal colore delle voci in attesa di contributori disposti a scriverle), che ha ottenuto un risultato significativo incrementando la percentuale di biografie di donne sul totale di voci biografiche dal 15% (novembre 2014) al 18% circa (gennaio 2019), anche se in valore assoluto il numero delle biografie al femminile (281.486 su 1.578.915) segnala che la strada da percorrere per un’effettiva parità di genere è ancora molto lunga e impegnativa.

    L’Enciclopedia delle donne

    Dall'8 marzo del 2010 è consultabile in rete, su un sito dedicato, l’Enciclopedia delle donne, un progetto culturale nato da un’idea di Rossana Di Fazio e Margherita Marcheselli, due instancabili redattrici, con una lunga e consolidata esperienza professionale nel mondo dell’editoria, che si sono assunte anche l’onere di curarne la realizzazione. Scopo del progetto, basato su un lavoro collettivo e volontario, è quello di «mantenere in rete la memoria delle donne» in una sorta di «lotta contro l’oblio», raccogliendo e pubblicando non solo biografie di donne illustri o di donne un tempo famose e oggi dimenticate, ma anche biografie di donne comuni, in quanto rappresentative, in tempi e luoghi diversi, di una più generale condizione femminile5.

    La scelta del nome “enciclopedia delle donne” per una raccolta di biografie al femminile è certamente impegnativa. Il nome, il cui utilizzo potrebbe richiamare passate esperienze editoriali caratterizzate da finalità opposte a quelle delle ideatrici del progetto6, vuole indicare (rifacendosi, probabilmente, al significato originario del termine enciclopedia quale “cerchio della conoscenza” e “percorso formativo”) come il vero obiettivo sia quello di contribuire, attraverso il racconto di “storie di vita”, ad una conoscenza globale del mondo femminile in tutte le sue sfaccettature e ad una maggiore consapevolezza da parte delle donne (e non solo) dell’importanza del loro ruolo nelle società del passato e, soprattutto, del presente.

    In accordo con questo obiettivo programmatico sono stati creati i "Nuclei operativi dell'Enciclopedia delle donne" (NOE), vale a dire poli di aggregazione coordinati da insegnanti o autogestiti da studentesse e studenti, presso scuole e università (a partire dalla realtà milanese), per sensibilizzare i giovani alle tematiche di genere e stimolarli alla scrittura di voci da editare sul sito web dell’enciclopedia, e sono state avviate tutta una serie di attività collaterali, quali la pubblicazione di libri (saggi e romanzi), in formato cartaceo ed elettronico, dedicati alla storia delle donne e con donne come autrici, l’organizzazione di mostre (La signorina Kores e le altre e Donne e lavoro a Milano,1950-1970), l’informazione mediante una Newsletter periodica sulle novità dell’enciclopedia e un blog (“Specchio delle dame”) sulle iniziative/attività culturali attinenti il mondo femminile (e non solo).

    Enciclopedia delle donne. LogoEnciclopedia delle donne. Logo

    L’Enciclopedia delle donne è un’opera di reference in formato digitale aperta al contributo volontario di tutte le persone che sono interessate a collaborare sia nell’individuazione dei nominativi da biografare che nella scrittura delle voci. Le biografie, dedicate alle donne di qualsiasi epoca e parte del mondo, sono firmate dalle autrici/autori e sottoposte ad una verifica redazionale prima della loro pubblicazione. L’Enciclopedia delle donne, gestita da un’associazione senza scopo di lucro, è un work in progress che si differenzia, perciò, sia dal Dizionario Biografico degli Italiani, dove i nominativi da biografare sono scelti da un comitato scientifico e affidati a studiosi di chiara fama, che da Wikipedia, dove le voci enciclopediche non sono firmate e non esiste una redazione che ne controlla la qualità.

    Le autrici e gli autori dell’Enciclopedia delle donne sono invitati a rispettare alcune regole fondamentali nella stesura delle biografie: innanzitutto la «essenzialità sostanziale» del testo, evitando di cadere in inutili ripetizioni (la voce non deve essere «too long to read», massimo 8000 battute); dare evidenza alle relazioni familiari, sociali, professionali delle donne biografate («l’insieme delle relazioni restituisce il paesaggio in cui la persona si muove e disegna il proprio percorso»); non scrivere «agiografie e santini»; per le donne che si sono distinte nel mondo dell’arte, della letteratura, della scienza, è necessario entrare nel merito delle loro attività per descrivere (e comprendere) i loro contributi nei diversi campi professionali in cui hanno operato; quando è possibile, ridare la “voce” alle persone biografate attraverso le loro parole.

    Alla data del 31 gennaio 2019, le donne biografate sono 969 e 254 i nominativi segnalati come voci in corso di preparazione o in attesa di persone disposte a scrivere le relative biografie7. Le voci, dedicate alle più diverse figure femminili, coprono un arco temporale molto ampio che va dal VII-VI secolo avanti Cristo ai giorni nostri: dalla biografia di Saffo, poetessa dell’amore femminile, a quella di Simba Shani Kamaria Russeau (nata nel 1975), fotoreporter e attivista per i diritti umani di origini afro-caraibiche. Considerando i secoli in cui le donne biografate hanno vissuto la maggior parte della loro vita, prevalgono nettamente le voci relative al secolo XX (612, il 63% del totale), mentre quelle relative al secolo XIX sono 153 (il 16%); a seguire, notevolmente distanziati per numero di biografie, tutti gli altri secoli.

    Le autrici delle voci pubblicate, sempre alla data del 31 gennaio 2019, sono 345 (84% del totale dei contributori: 410, esclusi 5 NOE) mentre gli autori sono 65 (16%). Dalle autopresentazioni dei contributori (donne e uomini) è possibile rilevare come nel progetto enciclopedico sono coinvolte professionalità e competenze indubbiamente qualificate. Gli insegnanti e i docenti universitari (in servizio o in pensione) costituiscono circa il 30% del totale dei contributori; le ricercatrici/ricercatori (professionisti o amatoriali) nelle discipline storiche e scientifiche, circa il 20%; le scrittrici/scrittori, le traduttrici/traduttori, le giornaliste/giornalisti, insieme, rappresentano circa il 16% del totale; le persone impegnate in politica, nelle amministrazioni locali e nel volontariato il 4% circa. Il rimanente 30% è composto da contributori appartenenti alle più diverse categorie professionali e anche da giovani laureandi o che frequentano corsi di specializzazione post laurea, ma tutti animati da un forte interesse e passione per la storia delle donne e per il mondo femminile nei suoi molteplici aspetti.

    L’Enciclopedia delle donne è presente in rete con un sito web essenziale, ma allo stesso tempo completo e accattivante, in cui è agevole la navigazione. Dalla homepage è possibile accedere all’indice alfabetico delle voci biografiche (le ricerche possono essere effettuate anche utilizzando un motore di ricerca interno), all’elenco autrici-autori(anch’esso in ordine alfabetico), ai cataloghi libri ed ebook (che comprendono diverse pubblicazioni di taglio saggistico e narrativo), al blog (con il relativo archivio), e a tutte le informazioni riguardanti il progetto enciclopedico e l’associazione culturale senza scopo di lucro che lo gestisce.

    I contenuti dell’Enciclopedia delle donne sono pubblicati sotto la licenza Creative Commons 4.0 International (Attribution-NonCommercial-ShareAlike): possono cioè essere redistribuiti con una licenza identica a quella originale e soltanto se vengono indicati gli autori e il progetto enciclopedico, e a condizione che non siano utilizzati a scopo commerciale.

    La qualità dei contenuti, le attività collaterali, la particolare organizzazione editoriale basata sul volontariato, e, non ultima, la facilità di consultazione del sito web contraddistinguono, nell’attuale panorama dei repertori biografici online, l’Enciclopedia delle donne; un’opera di reference che offre un contributo importante alla conoscenza della “storia delle donne” come parte irrinunciabile della “storia di tutti”: «Ogni nome e cognome fa una storia, e ogni storia singola va in un paesaggio pieno di storie, e tutto diventa la Storia. Ma senza la storia delle donne – di tutte le donne – non si fa una [vera] Storia».

     

    Note

    1. «[…] i dizionari biografici – non solo quello italiano – [sono] indicatori sensibili dei problemi interni ai dibattiti storiografici, segnalatori delle innovazioni nella ricerca storica, ma soprattutto, come in questo caso, delle difficoltà rispetto a nuovi paradigmi interpretativi. E poiché sappiamo che una delle innovazioni fondamentali degli ultimi decenni del Novecento sono stati gli women’s studies, il Dizionario Biografico degli Italiani è evidentemente uno strumento molto chiaro per capire i tempi lunghi delle istituzioni culturali rispetto alla ricerca e alle proposte di una lettura genderizzata del passato». (Angiolina Arru)

    2. Il totale delle voci biografiche comprende anche abbozzi di voci e semplici profili anagrafici.

    3. Sul “gender gap” in Wikipedia: Antonio Prampolini, Le donne nella storia secondo Wikipedia: un viaggio curioso tra le voci dell’edizione italiana dell’enciclopedia.

    4. Sulle iniziative per colmare il gender gap nelle principali edizioni linguistiche di Wikipedia. Silvia S.G. Palandri, Colmare il gender gap su Wikipedia. Voci alle donne.

    5. Cfr. l’intervistaalle ideatrici della Enciclopedia delle donne in occasione del Festival della Comunicazione di Camogli (2016).

    6. «Negli anni '60 esisteva l'Enciclopedia della donna, che raccoglieva i precetti per diventare una perfetta padrona di casa. Il nostro lavoro ha lo scopo opposto. Vogliamo sottolineare che non esiste un modello di donna, ma tante esperienze lontanissime tra loro» (intervista a Rossana Di Fazio e Margherita Marcheselli del quotidiano la Repubblica del 24/07/2010).

    7. Nella statistica sono state conteggiate le donne biografate e non le voci enciclopediche; alcune voci raccontano la vita di più donne, come ad esempio quella dedicata alle “Sorelle Fontana” o al “Trio Lescano”.

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  • CORREVA L’ANNO … CORREVANO LE DONNE. Un gioco per combattere “l’effetto Matilda”

    di Elina Quero

    WhatsApp Image 2026 01 15 at 172219 Il gioco

    L’idea di proporre una versione tematica del gioco “Correva l’anno …” è nata nella 3AL del Liceo “Tito Livio” di Martina Franca, in occasione della “Notte della Scienza”. L’evento organizzato dalla scuola è dedicato alla figura di Ipazia, filosofa e scienziata vissuta nella seconda metà del IV secolo ad Alessandria e brutalmente uccisa da un gruppo di fanatici cristiani. Assieme alle studentesse abbiamo deciso di proporre un gioco: la scelta è caduta su “Correva l’anno …”, proposta didattica che avevo già utilizzato nella versione proposta da Giuseppe Losapio sulla rivista Novecento.org, a cui rimando per la descrizione dettagliata e le regole.

    Il gioco è molto semplice: si dispone di un mazzo di carte ognuna delle quali presenta un evento sul fronte e la data corrispondente sul retro, i giocatori (da due a sei, ma in classe si può giocare anche a squadre) si dispongono attorno a un tavolo. Ciascun giocatore o ciascuna squadra riceve da 4 a 6 carte con la data rigorosamente coperta. Il mazzo si pone al centro del tavolo, mentre una carta viene scoperta per dare inizio al gioco. A turno si posiziona una carta con la data coperta prima o dopo quella scoperta. La carta viene girata: se la posizione è corretta resta sul tavolo, altrimenti viene posta sotto il mazzo e il giocatore che ha sbagliato prende un’altra carta. Man mano che si va avanti il gioco si fa più difficile, le carte scoperte che restano sul tavolo aumentano e i giocatori devono tener conto di tutte le date, inserendo le proprie carte correttamente all’interno della linea del tempo che gradualmente si crea. Vince il giocatore o la squadra che finisce prima le carte.

     

    L’effetto Matilda

    “Correva l’anno …” ci sembrava particolarmente adatto per far conoscere i contributi delle donne in ambito scientifico, con l’intento di contrastare l’effetto Matilda: teorizzato dalla storica della scienza Margaret W. Rossiter in una ricerca del 1993, l’effetto Matilda descrive la tendenza a non riconoscere le scoperte e gli studi delle scienziate, attribuendoli ai colleghi maschi. Questo nome è in onore dell'attivista statunitense per il suffragio femminile Matilda Joslyn Gage: e ad essa è dedicata una delle carte da gioco. L’esigenza iniziale di contrastare il fenomeno in ambito scientifico ha presto lasciato il posto alla consapevolezza che la rimozione del contributo femminile appartenga anche ad altri ambiti disciplinari e, più in generale, a tutta la storia.

    Ci è sembrato infatti che alcuni luoghi comuni, come quello secondo il quale la storia è “fatta dagli uomini”, potessero far ipotizzare una sorta di effetto Matilda anche nella storia. Ancora più insidiosa è la goffa correzione a questa visione, condensata nell’affermazione secondo la quale “dietro grandi uomini ci sono grandi donne”, umiliante per entrambi i generi, che relega le donne ad un ruolo ancillare e dipinge gli uomini come privi di autonomia di pensiero. Luoghi comuni, certo, ma, proprio in quanto tali, pericolosi: il presente viene concepito come determinato dal passato e, dunque, come difficilmente modificabile. La “Grande Storia” fatta da “grandi uomini” è spesso usata come strumento ideologico, come patente di legittimità a supporto di visioni conservatrici, identitarie e patriarcali.

     

    Giocare la storia per costruire una coscienza critica

    Riconoscere che ogni narrazione storica, inclusa quella insegnata a scuola, non è neutrale, costituisce il primo passo per la costruzione di un pensiero realmente critico. Non si possono non citare, a tal proposito, i numerosi studi in cui Antonio Brusa ha ampiamente mostrato quanto illegittimo sia l’uso della storia come disciplina che “trasmette valori”, quanto siano pericolosi e fuorvianti stereotipi e semplificazioni e quanto, al contrario, possa essere utile “giocare” con le numerose competenze che la metodologia e l’impianto epistemologico della disciplina contribuiscono a rafforzare, offrendo alle studentesse e agli studenti gli strumenti per poter costruire criticamente la propria visione del mondo.

    In quest’ottica, l’attività ludica e laboratoriale rappresenta un ottimo strumento: mette in moto operazioni cognitive complesse, favorisce lo sviluppo di competenze disciplinari e trasversali e, contemporaneamente, diverte e coinvolge.
    Naturalmente non tutti i giochi hanno efficacia didattica. Per chi volesse approfondire quali siano le caratteristiche che le attività ludiche devono avere per essere utilmente inserite nella programmazione, si rimanda all’articolo di Marco Cecalupo e Giuseppe Losapio, Gli ingredienti per un gioco didattico di storia.

    Si veda anche l’interessante rassegna di giochi da proporre in classe presentata nel testo di Marco Cecalupo, E Cesare disse: si lanci il dado!, in Chiara Asti (a c. di), Mettere in gioco il passato, Unicopli, 2019. Senza dimenticare un classico per chiunque voglia occuparsi di didattica ludica: il libro di Antonio Brusa, Giochi per imparare la storia, Carocci Faber, 2023.

     

    WhatsApp Image 2026 01 15 at 172246 Una cronologia al femminile

    Tornando al nostro gioco, queste 56 carte costituiscono una cronologia al femminile: la scelta delle figure e degli eventi non è stata casuale. Alcune carte riportano personaggi ampiamente conosciuti (Cleopatra, Giovanna d’Arco, Elisabetta I, la regina Vittoria, ecc.) in modo da dare la possibilità alle giocatrici e ai giocatori di orientarsi e di piazzare le carte correttamente, evitando la frustrazione che deriverebbe dal non saperne nulla. Gli eventi noti fungono da punti fermi e danno la possibilità di ragionare, ipotizzando la posizione delle altre carte (questo evento è avvenuto prima o dopo rispetto a…? In quale epoca?), e di superare l’abitudine ad affidare alla sola memoria il compito di ricordare le date. Altre carte sono pensate per suscitare sorpresa o per stimolare la curiosità: “prof. cos’è il matrimonio riparatore e il delitto d’onore?”, “davvero esistevano leggi simili?” e poi lo stupore nello scoprire che certe leggi “sono state abolite solo nel 1981!”; ed ancora: “questa carta la piazziamo nell’Ottocento tra le sorelle Brontë e George Sand”, “No! … Davvero nel 1997 c’erano ancora case editrici che chiedevano alle scrittrici di nascondere il fatto di essere donne?”

     

    Un gioco per l’educazione civica

    Interessante è stata anche la scelta di far costruire il gioco alle studentesse: ciò ha consentito di unire il gioco al laboratorio (ricerca, valutazione dell’attendibilità delle fonti, comparazione e selezione delle informazioni, rielaborazione ed elaborazione grafica, ideazione del titolo, ecc.), L'attività si è così trasformata in un "compito di realtà", un esercizio di educazione civica attiva delle studentesse che trova in questa pubblicazione su Historia Ludens una sua realizzazione.

    Far giocare le studentesse e gli studenti con la storia significa invitarli a smontarne meccanismi, a scoprirne omissioni, a rimettere in discussione certezze ereditate e a non assumere un’unica prospettiva. In un'epoca complessa come la nostra, l'urgenza di adottare queste metodologie diventa palese. Giocare contro lo stereotipo è, in fondo, il primo passo per imparare a costruire un futuro più giusto ed equo.

    In allegato le carte da stampare … e buon divertimento!

    Stampare su cartoncino formato A4 fronte/retro, facendo attenzione ad adattare il file all’area di stampa. Ogni foglio contiene quattro carte da ritagliare.

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  • Quanto è utile studiare il lavoro. Una proposta del “Bollettino di Clio”.

    di Nadia Olivieri

    Cos’è il lavoro? È la domanda che apre il nuovo “Bollettino di Clio”, dedicato alla Storia del lavoro (lo si può scaricare gratuitamente dal sito di Clio ‘92), che si incarica di rispondere con un insieme di contribuiti teorici e didattici di grande interesse, sia per gli studiosi che per gli insegnanti. La prima, forse banale, considerazione che la lettura del “Bollettino” suscita è che a questa domanda solo “apparentemente semplice” è davvero difficile dare una risposta: a mano a mano che si procede di saggio in saggio, la categoria di lavoro appare sempre più complessa, non solo in ragione dei diversi approcci disciplinari dei contributori – ci sono la storia economica, sociale, culturale, politica, antropologica, di genere, fino all’archeologia del contemporaneo - , ma per la poliedricità dell’oggetto stesso dell’indagine.

     

    Immagine1Fig.1: La lavorazione dei metalli e la fabbricazione di mattoni di fango nell’Antico Egitto (Tomba di Rekhmire, necropoli di Sheikh Abd el-Qurna, Tebe) è riportata nella Controcopertina del “Bollettino”.Il lavoro è un nodo concettuale fondativo del curricolo

    L’idea tradizionale di lavoro ereditata dagli studi storico-economici classici viene subito messa in discussione da alcuni dei massimi esponenti della nuova Global Labour History, Jan Lucassen e Marcel van der Linden, nell’intervista e nel saggio che aprono il “Bollettino”. Il lavoro, sostiene Jan Lucassen, è tutto quanto risulta «essenziale per la nostra sopravvivenza come individui e, di conseguenza, come specie» (p. 16), indipendentemente dal fatto che sia retribuito o meno, svolto da uomini o donne, in fabbrica, ufficio, campi o casa, per scelta o per costrizione. Posto in questi termini, il lavoro diviene una categoria che estende la propria portata nel tempo e nello spazio fino a coincidere con la storia stessa dell’umanità. E apre alla possibilità di un curricolo realmente interdisciplinare, basato su questo “nodo concettuale”, il lavoro appunto, inteso, come spiegano Ivo Mattozzi e Tiziano Pera nel saggio che chiude la sezione dei Contributi, come l’“insieme di pratiche, strumenti e processi mentali che trasformano il mondo” (p. 165).

    Fra i due estremi della sezione sta un insieme di saggi (inserire qui l’indice) che offrono quella che Giuseppe Di Tonto chiama, molto opportunamente, una “costellazione di prospettive” ricca e variegata, tutta da scoprire nelle sue varie sfaccettature e in cui può essere interessante rintracciare alcuni “sguardi” sulla storia del lavoro che accomunano diversi autori e che costruiscono “ponti” fra la riflessione più teorica e le Esperienze che costituiscono la seconda sezione del “Bollettino”.

     

    Immagine2Fig.2: Pista Borgo Mezzanone: fasi di sviluppo dell’insediamento informale su base satellitare, 2003-2025 (Paola Palumbo 2025).Fonti energetiche e disuguaglianze sociali

    Un primo sguardo è quello che si colloca nel solco della storia economica classica e che ritroviamo nei saggi di Maurizio Franzini, che indaga l’evoluzione dell’occupazione e la crescita delle disuguaglianze sociali dal secondo dopoguerra in poi, e di Paolo Malanima, che, guardando al periodo di passaggio fra economica preindustriale e industriale, ricostruisce il rapporto fra andamenti demografici, salari e mutamenti tecnologici, con una (nuova) attenzione alle fonti energetiche. Fornendo dati statistici e riflessioni teoriche, entrambi ci aiutano a comprendere il “caso italiano” giungendo fino alla contemporaneità.

    Sull’Italia si concentra anche Maurizio Ambrosini, focalizzandosi però sul lavoro degli immigrati, “necessari ma subalterni” in un paese divenuto “importatore riluttante” di manodopera, cui affida quelli che vengono definiti dall’autore i “lavori delle 5 P”: pesanti, precari, pericolosi, poco pagati e penalizzati socialmente. Lavoratori che spesso non vogliamo vedere, nonostante l’”evidenza produttiva” e persino “morfogenetica” della loro presenza. Ne è un esempio il caso dei lavoratori agricoli del Tavoliere delle Puglie, studiati con gli occhi dell’archeologia del contemporaneo da Giuliano De Felice e Paola Palumbo, ignorati e confinati nell’insediamento cresciuto attorno a Pista di Borgo Mezzanone, che invece evidenzia e rende visibili, se solo vi si presta attenzione, i segni della vita materiale che sostiene e rende possibile il loro lavoro nei campi.

     

    Il lavoro schiavile

    Dallo sguardo sul mondo degli immigrati a quello sul lavoro schiavile il salto può essere breve. “Nel capitalismo il lavoro può diventare merce in diversi modi, cioè non solo attraverso il lavoro salariato ma anche attraverso la schiavitù, la mezzadria o la servitù per debiti” (p. 27) ricorda van der Linden nell’illustrare risultati e sfide della Global Labour History. Guai quindi a ritenere la schiavitù un residuo del passato precapitalistico: il saggio di Giulio Talini sulle grandi piantagioni schiavistiche degli Stati Uniti dimostra come il capitalismo abbia impiegato simultaneamente una pluralità di regimi lavorativi diversi e come la schiavitù sia stata il “motore invisibile” della modernità economica.

    Immagine3Fig.3: Lastra circolare di uno schiavo di un altro schiavo è fra gli oggetti scelti da Santacana Mestre per la sua proposta laboratoriale.Nessuna “superiorità morale” del capitalismo dunque: “Insegnare la storia del lavoro vuol dire insegnare che la modernità economica non coincide automaticamente con la libertà e che, spesso, le sue forme più efficienti si svilupparono proprio dove la libertà veniva sistematicamente negata” (p. 117).

    Le categorie della contemporaneità, va da sé, non possono essere applicate al passato sic et simpliciter. Marcello Bertoli ci ricorda come il rapporto fra lavoro e status sociale in epoca antica fosse strettissimo e che il lavoro nel mondo greco e romano va analizzato come fenomeno culturale e sociale prima ancora che come categoria economica. E quanto complesso potesse essere lo status sociale del lavoro subordinato e schiavile nel mondo antico emerge dall’analisi delle dieci epigrafi del Museo Nazionale delle Terme di Diocleziano che José Santacana Mestre ha scelto come fonti privilegiate per la proposta di laboratorio di “didattica dell’oggetto” illustrata nella sezione Esperienze.

     

    Lavoro e storia di genere

    Un altro, diverso sguardo sul lavoro viene dalla critica femminista e dalla storia di genere. “Il lavoro salariato, centrale nelle società industriali contemporanee, è una forma storica di lavoro, ma non comprende l’intera gamma di attività necessarie a sostenere la vita materiale della comunità. La storia del lavoro non può, pertanto, essere ridotta alla storia dell’occupazione” (p. 61), scrive Mercedes Arbaiza nel suo saggio.

    La categoria stessa di lavoro è una costruzione storica maschilista e patriarcale, modellata sull’esigenza di valorizzare il capitale, rimuovendo il lavoro riproduttivo. La categoria di lavoro dovrebbe invece includere anche le attività necessarie alla “riproduzione” sociale, sia che siano retribuite o non retribuite, svolte fra le pareti domestiche o in altri contesti altruistici. La critica alla visione classica del lavoro come attività professionale salariata diventa radicale: lavora solo chi riceve un salario? Non occorrerebbe invece chiedersi perché alcune delle attività necessarie a produrre, riprodurre e organizzare la vita sociale vengano riconosciute come lavoro ed altre no? Intorno a questi quesiti si sviluppano anche le riflessioni di Sandro Antoniazzi – introdotte da Paola Melchiori – sul lavoro di cura: è proprio a partire dall’etica del lavoro di cura che si può giungere a immaginare una “seconda economia”, capace di valorizzare il lavoro relazionale.

    Si focalizzano sulla partecipazione femminile alle attività produttive in senso più classico i saggi di Giuliana Albini, che ricostruisce l’apporto del lavoro delle donne e dei bambini all’economia familiare e urbana nelle città italiane fra XIII e XV secolo, e di Alessandra Pescarolo, che indaga, a partire dall’”essenziale funzione familiare” che la Costituzione assegna alla donne, il perdurare degli stereotipi di genere che ancora condizionano forme e modi della loro partecipazione al mercato del lavoro. Particolarmente interessante è la lettura che Pescarolo offre del passaggio dall’economia agricola a quella industriale che si è consumato in Italia nel secondo dopoguerra: come hanno vissuto le donne contadine l’approdo ai contesti urbani e alla famiglia nucleare? Come non comprendere l’aspirazione all’intimità coniugale e a divenire “donne di casa” che le ha fatte aderire al modello male-breadwinner che ne ha poi condizionato l’autonomia?

     

    Immagine4Fig.4: Vignetta di Altan riprodotta nel “Bollettino”.Lavori e diritti

    L’ultima prospettiva da cui guardare alla storia del lavoro indaga proprio il rapporto fra lavoro, diritti, libertà, cittadinanza, tanto attraverso lo sguardo ampio di Stefano Musso sul contributo fondamentale dato dal movimento operaio alla nascita delle moderne democrazie, quanto nella puntuale disamina che Filippo Pizzolato fa della nostra Costituzione, che fonda la cittadinanza proprio sul lavoro, anziché, come era stato in precedenza, sulla proprietà. Costituzione che resta, per molti aspetti, inattuata.

    Pregevoli, infine, le biblio-sitografie essenziali poste in calce a ciascun contributo, che permettono di ampliare e approfondire i temi e gli approcci qui forzatamente sintetizzati e che ognuno potrebbe connettere in modi alternativi.

     

    È possibile introdurre questa ricchezza e questa complessità a scuola?

    Il “Bollettino”, nella sezione dedicata alle Esperienze, ci dimostra che sì, di lavoro si può parlare fin dalla scuola dell’infanzia. I contributi di Anna Aiolfi, Adriana Bonazza, Elena Barbazza ed Erika Donà ci suggeriscono come far scoprire i lavori artigianali e industriali del proprio territorio anche a bambini delle prime età scolari.

    Immagine5Fig.5: "Interior of tobacco shed" (“Interno del capannone del tabacco”) è una delle foto di Lewis Hine che trattano il tema del lavoro minorile negli USA di inizi ‘900 e ritrae tre bambine di 8, 9, 10 anni fotografate mentre lavorano il tabacco, in una fabbrica del Connecticut (1917).La chiave sta sempre in una didattica di tipo laboratoriale, basata sulle fonti. A sciogliere i dubbi, ove ci fossero, sulla sua efficacia e praticabilità, basta la lettura della parte iniziale del contributo di José Santacana Mestre – un vero e proprio manifesto della didattica laboratoriale – e del saggio di Ivo Mattozzi e Tiziano Pera su un possibile curricolo di storia del lavoro. Le fonti possono poi essere le più svariate e possono comprendere anche quelle letterarie, utilizzate da Lidia Bellina e Sauro Garzi per ipotizzare un intero percorso per il triennio della scuola secondaria di secondo grado o suggerite da Cristina Cocilovo e Livia Tiazzoldi nel presentare i romanzi di Simona Baldanzi e Hu Anyan.

    Interessanti, per i ragazzi più grandi, le fonti visive proposte da Paola Brunetta, che ci introduce alla cinematografia contemporanea sul mondo del lavoro, e di Antonio Prampolini, che ci fa scoprire la ricchezza dell’archivio fotografico di Lewis Hine – accessibile online – per parlare del lavoro minorile nell’America di inizi ‘900. Monia Colaci dell’Istituto per la storia dell’età contemporanea di Sesto San Giovanni, Silvia Giugno e Stefano Cappelli di Fondazione Dalmine, Giulio Ongaro e Nicoletta Rolla della Società italiana di Storia del lavoro ci illustrano, dal canto loro, la ricchezza degli archivi e degli approcci che le rispettive istituzioni possono offrire alle scuole.

     

    È davvero utile parlare di lavoro a scuola?

    Resta sospesa, a questo punto, solo la domanda di senso che può porsi l’insegnante: è davvero utile parlare di lavoro a scuola? Se accettiamo la definizione “onnicomprensiva” di lavoro proposta dalla Global Labour History la risposta non può che essere positiva. Il lavoro è la lente attraverso cui si può guardare alla storia dell’umanità per comprendere società, diritti, disuguaglianze, trasformazioni, dal passato fino al tempo presente. Oggi che il mondo del lavoro che attende i nostri studenti appare sempre più incerto, frammentato, poco tutelato, studiarne l’evoluzione nel tempo, affinando la capacità di lettura critica della sua stessa definizione, può essere non solo un buon esercizio di “relativizzazione” del presente, ma una possibilità di apertura all’immaginazione di un futuro diverso. Quello in cui, magari, anche Pietro, che vorrebbe fare il “costruttore di sogni”, e Angela, la “sarta delle farfalle” della sezione della scuola dell’infanzia di Anna Aiolfi, avranno il proprio, meritato posto.

     

    Indice del numero

    Pagine da bollettino 25 2026 25giugno protetto unlocked.pdf Pagina 1   Pagine da bollettino 25 2026 25giugno protetto unlocked.pdf Pagina 2  {jcomments off}

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