novecento

  • Autore: Antonio Brusa
     

    Fig. 1. Il populismofenomeno mondiale,  secondo un disegnatore olandese

     

    Una parola carica di storia
    Il dizionario la mette giù semplice: “Populismo è qualsiasi movimento politico diretto all'esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari”. Tuttavia,basta passare alla definizione, per quanto stringatissima,dell’Enciclopedia Treccani, o a quella un po’ più articolata delDizionario di Storiografia della Bruno Mondadori, per mettere in luce il problema che ne complica la spiegazione: come tutti i concetti storici, infatti, anche “populismo” ha un significato che cambia nel tempo, e con questo si arricchisce di sfumature e varianti.

    Dalle sue origini, nella Germania  antisemita dell’Ottocento (come ci racconta Francesco Violi), “populismo” è passato, nello stesso secolo, a designare sia un movimento russo, dai caratteri un po’ anarcoidi e molto rivoluzionari, che opponeva il popolo oppresso alla nobiltà e al clero, sia un partito americano, il Populist Party, avversario acerrimo dei Democratici. Una volta entrato nel Novecento, il concetto ha preso a viaggiare. E’ entrato nelle democrazie occidentali, scrive Marco D’Eramo, spiegandoci che Roosevelt era “populista”, quando si batteva contro le oligarchie economiche del suo paese. Si è acclimatato nell’America latina, il “paradiso del populismo”, secondo Loris Zanatta, dove J.D. Perón, il dittatore argentino, ne ha creato una variante di successo, legando all’idea di popolo quella di un leader carismatico, che ne interpreta la volontà. E, finalmente, è giunto nell’Italia repubblicana, con le tante versioni di populismo, da Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque, fino ai più recenti Berlusconi, Di Pietro, Bossi/Salvini,  Grillo e Renzi. L’Italia, scrive Lucio Caracciolo, pensando anche al sottofondo populista del Fascismo, sembra la culla dei populismi europei. Quello che è certo, è che l’Europa di oggi appare invasa da populismi, un po’ come l’Europa degli anni ’30 fu caratterizzata dal proliferare dei fascismi.  

    Fig. 2 Questa vignetta del 1896 mostra il populistaWilliam Jennings Bryan nelle vesti di un serpente che ingoia l’asinello Democratico.

     

    Movimento di destra o di sinistra?
    Molti movimenti populisti odierni hanno nomi e leaderaccomunati da una chiara ideologia di destra: da Marine Le Pen del Fronte Nazionale in Francia, al Partito per le Libertà di Geert Wilders in Olanda, al Fidesz di Viktor Orbán in Ungheria, allo UKIP di Nigel Farage in Inghilterra, al polacco Giustizia e Libertà degli (ex) gemelli Kaczinsky, e poi i Perussuolamalaiset, ovverossia “I Veri Finlandesi” di Timo Soini, i Democratici Svedesi, il Partito del Progresso Norvegese (e tanti altri). Ne dobbiamo concludere che il populismo è unaideologia politica di destra? (Sul questo si veda l’intervista di Piotr Zygulski a Luca Andriola)   

    Lasituazione spagnola istilla qualche dubbio. Qui, infatti, la partita politica sembra giocarsi fra due movimenti, entrambi inequivocabilmente populisti: Podemos, di sinistra, e l’emergente Ciudadanos, di destra. E, elemento accessorio quanto significativo in quest’epoca di simboli, i loro colori–  rispettivamente il viola e l’arancione - sono emersi nel panorama politico europeo come “colori politici” solo alla fine del secolo passato, avvertendoci che anche “destra e sinistra”, con le loro divise tradizionali, sono realtà soggette a cambiamento.

    Nicolò Talenti, sul “Fatto quotidiano”, discute la definizione che abbiamo visto sopra. La accoglie per il suo richiamo al socialismo ottocentesco, ma la critica per il riferimento alla “demagogia”.E’ una sottolineatura spregiativa ingiusta, argomenta, perché il populismo, proprio perché fa “ricorso al popolo”, rivela una sostanza democratica che va apprezzata positivamente. Dello stesso parere é Nicoletta Tiliacos, dalle pagine del “Foglio”, che, recensendo il libro di Marco Tarchi (L’Italia populista: dal qualunquismo ai Girotondi, Il Mulino, Bologna 2003) afferma come sia soprattutto la sinistra a nutrire un’opinione negativa sul populismo, per quanto ne mostri ampie contaminazioni.

    Fig. 3. Sul fenomeno del populismo, e sulle diverse interpretazioni, si veda il ricco, quanto agile, dossier della Fondazione Feltrinelli, con interventi di Urbinati, Zilioli, Müller e altri

     

    Christian Raimo, su “Internazionale”, ne illustra dapprima il carattere reazionario:“Se c’è una cosa che hanno mostrato la politica italiana ed europea negli ultimi trent’anni, è che ovunque si è affermato un populismo di destra. Antidemocratico, nazionalista, reazionario, sostanzialmente xenofobo, ma non solo: multiforme, mimetico, interclassista, trasversale. La crisi delle ideologie del Novecento si è portata dietro i partiti, i sindacati, ma anche lo stesso impianto dei diritti sociali”. Poi, ne lascia intravvedere le valenze di sinistra, citando Ernesto Laclau (On Populist Reason, London-N.Y, 2005) e, attraverso lui, ricorrendo a Gramsci: “il populismo fino a oggi non è solo stato degradato, è stato proprio denigrato, è stato condannato moralmente. Questo ha significato essenzialmente screditare le masse”.  Come si può, conclude, escludere che sia di sinistra un movimento che considera così centrale l’idea di popolo?

     

    Il concetto di popolo
    Ecco il termine cruciale. “Popolo”. Che cosa intendiamo con questa parola, sulla cui variabilità lo storico ha molto da dire? Popolo aveva un significato ad Atene, come sa qualsiasi insegnante di storia, e un altro a Roma. Nel Medioevo assunse accezioni molto distanti (all’epoca dei regni romano-germanici, per esempio, quando era l’insieme di quelli che potevano combattere; o al tempo delle città comunali, dove spesso fu una consorteria di ceti); nell’Età moderna si definì prima come la totalità dei sudditi, poi come gli abitanti soggetti alle leggi vigenti in un territorio. Dalla fine del Settecento entrò in un rapporto, non sempre lineare, col termine “cittadino”.Oggi è una parola solo apparentemente condivisa e chiara. Infatti, alla domanda “che cos’è il popolo italiano?” ci divideremmo subito. Per alcuni sarebbe l’insieme degli abitanti della penisola; per altri l’insieme dei cittadini italiani; per altri ancora l’insieme dei nati in Italia e dei loro discendenti, per qualcuno anche se viventi all’estero.

    Il “popolo di populismo” è qualcosa di ulteriormente diverso. E’ una sorta di costrutto chimerico, per metà malleabile e per metà solido come la pietra. Da una parte, infatti, esso si riferisce a realtà che vengono rielaborate a seconda delle situazioni. Ma, una volta che questa realtà è stata formata, questa diventa astorica e assoluta.

    Così lo spiega Mario Tarchi (citato da Christian Raimo). Nell’idea populista, il popolo è  una “una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili”.  Esso ha “naturali qualità etiche” in base alle quali contrappone il suo “realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali”.  Esso, quindi, per quanto artificiosamente costruito, rivendica il suo primato contro ogni forma di rappresentanza e mediazione, loro sì, bollate come “politiche”e dunque “artificiose”.Per spiegare la sua natura particolare, Claudio Rise, fa ricorso al concetto di “primordialismo”. Si tratta, scrive, di un “criterio cognitivo, di orientamento a valenza identitaria, in base al quale: a) gli individui classificano sé e gli altri, e b) su queste classificazioni formano poi gruppi, appartenenze che influenzano il comportamento dei membri".

     

    Un popolo compatto, maa geometria variabile
    Il “popolo” dei populisti, dunque, è costruito a partire da una qualche classificazione. E’ il gruppo dei “noialtri”, opposto ai “loro altri”. Ma chi sono i nostri? Dipende. Possono essere quelli d’accordo con il fatto che gli “altri” vadano rottamati; oppure che gli “altri” debbano essere travolti dalla ruspa, o, in alternativa, mandati a quel paese. “Rottamazione”, “ruspa” e “vaffa” sono parole d’ordine che scombinano le classificazioni politiche e sociali abituali, e le ricombinano in nuove appartenenze (è ancora Christian Raimo a parlare). Per questo è difficile identificare un populista con i sistemi che fino al recente passato sono serviti a distinguere la destra dalla sinistra. E per questo, ancora, un populista ha buon gioco nello sfuggire alle etichettature. “Noi, dirà, siamo il popolo. E il popolo non ha colore politico”.

    Questi molti “popoli-populisti” condividono una sorta di narrazione originaria: “Gli altri ci opprimono, ci tolgono diritti e ricchezze. Sono corrotti. Quindi li dobbiamo combattere e eliminare”. E’ un racconto assai simile a quello che le genti europee del diciannovesimo secolo hanno appreso dalla predicazione nazionalistica: che dovevano riscattarsi dal loro lungo servaggio e risorgere. Con una differenza da sottolineare con cura. In fondo, per quanto “inventate”, le nazioni europee si basavano su elementi territoriali, linguistici, storici che venivano ricomposti e riutilizzati alla bisogna. Nei populismi, invece, la libertà nella scelta degli elementi discriminatori è straordinariamente più ampia: si va dal nazionalismo ipertradizionale, all’antieuropeismo, all’egoismo sociale, all’esaltazione parossistica dell’onestà, all’antimeridionalismo, alla xenofobia, al razzismo, alla modernizzazione efficientistica, alla condanna dell’evasione fiscale o alla sua esaltazione, alla ripulsa di ebrei, arabi, zingari (ecc.).

    A onta di questa variabilità, il “popolo-populista” esibisce una compattezza formidabile. E’ la tesi sostenuta da Yves Mény e Yves Surel. La valorizzazione del popolo, scrivono, porta ad una idealizzazione tale della “comunità immaginata”, che questa viene presentata unita, forte e risoluta nel reagire contro chi attenta alla sua identità: esattamente come le nazioni che, due secoli fa, combatterono per acquisire l’indipendenzae il diritto al riconoscimento internazionale (Populismo e democrazia, Bologna, il Mulino 2001. Vedine qui la recensione).

    Fig. 4 Nel disegno di Plantu, populisti di destra e di sinistra sono accomunati nella denuncia del marciume generale. 

    François parla della crescita di una maggioranza popolare antiprogressista in Francia

     

    Perché il populismo
    Si ritiene solitamente che il populismo sia l’antitesi della politica. Gli stessi rappresentanti dei movimenti (o partiti) populisti amano mostrarsi come i suoi nemici. Giovanni Orsina guarda il fenomeno da un punto di vista diverso. Ipotizza che la suadiffusione dipenda da una sorta di ritardo psicologico delle masse. In pratica, secondo lui, è successo questo. Col finire del secolo passato, siamo entrati in una fase storica così diversa, da obbligarci a cercare e costruire nuovi modi di interpretare il mondo. Tuttavia, molte persone pensano di vivere ancora nel XX secolo, “nel secolo delle ideologie e della politica che faceva promesse ambiziose”.  Vivono in un mondo nuovo con gli schemi mentali di un passato, nel quale i partiti costruivano progetti politici di ampio respiro.

    La politica, al posto di “insegnare” che il mondo è cambiato, e di “svegliare la gente dal sogno del Novecento”, prende la strada più facile: insegue i desideri della gente e promette ciò che questa si attende. Impegni che si rivelano, inevitabilmente, irrealizzabili. Di qui la frustrazione e il disprezzo per dei partiti incapaci. Il populismo odierno, quindi, secondo Orsina, nasce da un forte bisogno di politica: solo che chiede una politica d’altri tempi. La sua diffusione esprime uno dei tanti paradossi della nostra epoca, nella quale i partiti sono considerati dei ruderi inefficienti e dannosi, ma, al tempo stesso, se ne rimpiange la capacità di direzione e gli orizzonti verso i quali riuscivano, in un passato che resta ancora fresco nella memoria, a indirizzare masse imponenti di cittadini.

     

    Problemi didattici
    La tesi di Orsina, anche perché espressa con la sinteticità dell’editoriale, va discussa e sfumata. In questa sede – tuttavia - può avere il merito di aprire un dibattito didattico interessante  su due punti. Il primo è che sollecita il docente a collocare il fenomeno “populismo” nelle grandi trasformazioni dei nostri tempi. Per capire questo fenomeno, e la sua spettacolare avanzata in Europa, non basta conoscere la sua definizione (per questo, come per altri concetti analoghi). Occorre ricostruire il contesto, in questo caso dell’età “molto contemporanea”, e, per far questo, l’insegnante deve ritagliare un tempo sufficiente, all’interno della programmazione dell’ultimo anno.

    Il secondo nasce dall’analisi del quadro cognitivo diffuso, che (sempre a giudizio di Orsina) favorirebbe l’avanzata del populismo.  Ecco gli elementi di questo quadro.

    -    Una perdita del senso della realtà, che fa ritenere plausibili operazioni per quanto del tutto improponibili
    -    Un’ostinata ricerca di un capro espiatorio, che porta alla soluzione facile di ogni problema: basta punire un colpevole per risolverlo
    -    La diffusione del “complottismo”: cioè la convinzione che ci sia sempre un soggetto preciso, dietro i problemi che viviamo
    -    L’indignazione cosmica, scatenata dall’osservazione che nessuno adotta soluzioni che appaiono semplici e a portata di mano
    -    L’idea che siamo giunti ad un punto così basso, che peggio di così non si può andare. Tanto peggio, tanto meglio

    Per adoperare categorie cognitive più familiari agli insegnanti di storia, possiamo dire che Orsina allude a quella incapacità di maneggiare situazioni complesse e astratte, che obbliga il soggetto-cittadino a operareipersemplificazioni della realtà e a personalizzare processi storici. E’ il quadro clinico che Anna Emilia Berti delinea nelle pagine di “Mundus”, parlando degli ostacoli alla corretta comprensione della storia. Non è nuovo, e non è per nulla specifico di uno dei tanti “mali” della società che viviamo. Negli anni ’60 del secolo scorso, von Friedberg e Hubner ne scoprivano le tracce nella concezione storica degli adolescenti deltempo. Ecco che come la descrivevano:

    “Gli eventi storici e i loro nessi vengono rappresentati per mezzo di categorie dell’esperienza quotidiana ingigantite, quando non siano semplicemente ridotti (come avviene nei ragazzi fino all’età di circa 13 anni) alle categorie normali della cosiddetta esperienza concreta“immediata”. [...] Tutti gli avvenimenti storici e le situazioni sociali vengono visti sempre come il risultato dello sforzo di singole persone. Le motivazioni e le caratteristiche ad esse attribuite “spiegano” i nessi di condizionamento relativi alla struttura sociale e la continuità della storia” (von Friedeburg, Hubner, Immagine della storia e socializzazione politica (1964), trad. it. in Barbagli (a cura di), Scuola, potere, ideologia, Il Mulino, Bologna, 1972, p. 271, cit. da Berti).

    Il quadro cognitivo tracciato da Giovanni Orsina, dunque, fa pensare ad una mancata formazione storica generalizzata, piuttosto che a un trauma conoscitivo tipico dei nostri contemporanei.  La diffusione del populismo, dunque, sarebbe una spia di un fatto sociale più vasto, non necessariamente limitato né ai nostri tempi, né al successo di questo o quel partito.

    Infatti, l’individuazione di questo deficit risale a diversi decenni fa ed è caratteristico non solo dell’Italia, (come ci autorizza a dire la ricerca tedesca citata sopra). Esso testimonia la difficoltà di avviare i giovani verso una comprensione adulta dei processi storico-sociali. Più che un bisogno di politica (o forse “oltre al bisogno di politica”), questa diagnosi rivelerebbe un drammatico bisogno di storia. Drammatico, perché il “deficit storiografico” inibisce l’intelligenza di strategie complesse per risolvere i problemi sociali; impedisce a larghi strati sociali di comprenderne la natura e, perciò, li spinge a cercare soluzioni elementari e personalizzate; favorisce la cultura politica dello slogan facile e della personalità risolutrice.

    E’ una specie di semialfabetismo storiografico, forse paragonabile a quell’analfabetismo funzionale sul quale ci ha bene informato Tullio De Mauro (La cultura degli Italiani, Bari, Laterza 2010). Dovrebbe preoccupare, e molto, la società e la politica; dovrebbe metterle in guardia sul pericolo che una società democratica corre, quando si disinveste sulla formazione storica e umanistica in generale.  La soluzione che viene adottata – in Italia come all’estero – è quella di una forte spinta all’ Educazione alla cittadinanza. Questa, tuttavia, in mancanza di quegli strumenti fondamentali di analisi sociale, la cui disponibilità non può che essere il frutto di un lungo e sofisticato lavoro scolastico (e quindi di investimenti), rischia di ridursi a un elenco consolatorio di competenze.

    Intanto, e in attesa di tempi scolasticamente migliori, perché non dirsi, almeno, che sarebbe utile sapere di cosa si tratta in realtà, quando si dice “populismo”?

  • Autore: Cesare Grazioli

     

    Indice:

    A. Il processo di trasformazione della mondializzazione in globalizzazione
    B. Il processo di formazione della società di massa e la sua diffusione nel mondo

     

    Introduzione

     

    Che il Novecento contenga una quantità di fatti, notizie e problemi che è difficile gestire, è un dato che, anno dopo anno, appare sempre più vistoso. Inoltre, la tendenza dei docenti è in genere quella di cominciare la spiegazione con i fatti dell’Ottocento e procedere cronologicamente. In questo modo, non si arriva mai a trovare il tempo per studiare il mondo attuale. Per ovviare a questo problema, occorrerebbe individuare i processi fondamentali, quelli che attraversano il secolo e giungono fino ad oggi. Vanno colti osservando il secolo “da lontano”, come se lo guardassimo dalla Luna, per riprendere un’espressione di Leften Stavros Stavrianos, lo storico greco-canadese che promosse lo studio della Storia Mondiale (1913-2004). La proposta che segue, dunque, individua due processi fondamentali - la nascita della globalizzazione e la formazione della società di massa – e li articola in tre periodi. E’ la proposta di un programma essenziale, di base, che il docente potrà arricchire con approfondimenti e laboratori.

    (versione corretta il 17 marzo 2013)


    A. Il processo di trasformazione della mondializzazione in globalizzazione


    Se vogliamo individuare il periodo storico in cui si può parlare di un mondo non ancora globalizzato, ma già organizzato come un unico “sistema-mondo”, esso iniziò certamente a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento. Quel sistema-mondo era organizzato secondo un rapporto di subordinazione centro-periferia: era dominato dall’Europa ed orchestrato dalla Gran Bretagna, che avevano sottomesso Asia e Africa ed “europeizzato” le Americhe e l’Australia. Era realmente un sistema integrato, caratterizzato da una larga circolazione di merci, capitali, notizie, persone (basti pensare all’emigrazione transoceanica). Da questo momento iniziale può partire un racconto in tre fasi.

     

    La regina Vittoria redarguisce il nipotino, il Kaiser Guglielmo


    Primo periodo: da inizio Novecento al 1945. La distruzione del sistema-mondo basato sul primato britannico

     

    La prima parte del Novecento, soprattutto il trentennio 1914-1945, ci appare come il periodo in cui quel “sistema-mondo” relativamente unitario d’inizio secolo si distrusse, frantumandosi in diversi “mondi”, ovvero sistemi economici e politici separati e contrapposti. Non cambiarono le relazioni tra centro e periferia (la dipendenza coloniale di Asia e Africa), bensì quelle all’interno del “centro”, ove venne meno il primato britannico coi meccanismi che nell’Ottocento gli avevano garantito il dominio del mondo (il gold standard, il primato della sterlina e della potenza marittima inglese).

     

    Mussolini, Hitler e Hiroito in una caricatura americana, durante la seconda guerra mondiale

     

    Questo crollo avvenne nel fuoco delle due guerre mondiali e della devastante crisi economica degli anni ’30. Alla metà degli anni ’30, non esisteva più un unico sistema-mondo, ma un disordine sistemico, che portò alla seconda guerra mondiale. I sistemi economici e politici, separati e vicendevolmente contrapposti, erano:

     

    • gli Usa, chiusi nel loro isolazionismo;
    • Gran Bretagna e Francia, che puntavano sugli scambi privilegiati all’interno dei rispettivi imperi coloniali;
    • l’Urss dei piani quinquennali, isolata dal mercato mondiale;
    • la Germania nazista, col suo sistema di scambi bilaterali con i paesi satelliti;
    • l’Italia dell’autarchia;
    • il Giappone col suo progetto della “sfera di co-prosperità dell’Asia orientale”. Il tragico esito di questo disordine sistemico, fu la II Guerra mondiale.

     

    Secondo periodo: dal 1945 ai primi anni settanta. Il nuovo ordine, basato sul primato americano e sul “bipolarismo asimmetrico”, e “l’età dell’oro” dell’Occidente.

     

    Dalla  II guerra mondiale uscì un unico vincitore sul piano economico-finanziario, gli Usa, ma due vincitori sul piano militare (e ideologico): Usa e Urss. Il loro comune interesse a liquidare il colonialismo europeo favorì l’impetuoso processo di decolonizzazione che si diffuse dai due giganti asiatici, India e Cina, al resto dell’Asia (fino alla metà dei ’50) e nel decennio successivo in Africa. La decolonizzazione fu la prima causa del profondo cambiamento nel rapporto centro-periferia.

     

    Ma anche al “centro” del sistema, ovvero nel “nord del mondo”, si creò un nuovo scenario. Qui il “bipolarismo asimmetrico” fra Usa e Urss divenne presto una “guerra fredda”: una forma di conflitto funzionale agli interessi di entrambe le superpotenze. All’Urss, che solo con la paura del nemico imperialista poteva cementare i paesi del “socialismo reale” entro i rigidi schemi dell’economia pianificata staliniana; agli Usa, che senza la paura del comunismo non avrebbe potuto alimentare quel complesso industrial-militare che fu un indispensabile volano economico (il warfare state, come è stato definito) nell’America dei ‘50.

     

    Probabilmente il momento iniziale di questo nuovo ordine mondiale, è costituito dalla Conferenza di Bretton Woods, che tra il ’44 e il ’45 pose le basi dell’”età dell’oro” dell’Occidente. In quell’occasione furono stabiliti:

     

    • la centralità del dollaro e la sua convertibilità in oro,
    • il sistema di cambi fissi fra dollaro e le restanti monete,
    • la nascita di organismi come la Banca mondiale e il Fmi, che dovevano favorire la liberalizzazione degli scambi in un sistema di economia di mercato aperta, sotto l’egemonia del gigante americano.

     

    A ciò si aggiunse la lungimirante scelta di esportare il fordismo, inteso come sistema di produzione e di consumo di beni durevoli, che (oltre al già citato riarmo) assicurò all’Occidente un periodo di crescita economica eccezionale per intensità e durata, durante il quale si produssero trasformazioni socio-culturali senza precedenti nella storia del pianeta.

     

    Breznev e Nixon si incontrano nel 1972


    Terzo periodo: dall’inizio degli anni ’70 alla fine degli anni ’80. Prende forma il mondo attuale, globalizzato

     

    La svolta è segnata da un complesso di fenomeni, apparentemente non collegati, distribuiti tra l’inizio dei ’70 e la fine degli ’80:

     

    • nel 1971, la scelta di Nixon di svalutare il dollaro, abbandonando la sua convertibilità in oro e con esso il sistema dei cambi fissi di Bretton Woods;
    • l’impennata dei prezzi del petrolio della metà degli anni ’70;
    • la stagnazione economica che colpì il mondo industrializzato;
    • le “quattro modernizzazioni” avviate in Cina da Deng Xiaoping nel ’78, che proiettarono la Cina verso una crescita economica senza pari per intensità e durata;
    • la rivoluzione tecnologica avviata nella Silicon Valley nella seconda metà dei ’70, che impose i quattro nuovi settori strategici del presente: elettronica, informatica, telecomunicazioni, biotecnologie;
    • la “rivoluzione conservatrice” di Reagan (dei primi anni ’80, ma iniziata in Gran Bretagna dalla Thatcher), all’insegna del “mercatismo” (“meno Stato, più mercato”), della “deregulation” sia del lavoro (la flessibilità, quasi sempre tradotta in precarietà del lavoro), sia – soprattutto – della finanza, con un impressionante finanziarizzazione dell’economia globale.

     

    Un dato dice più di mille commenti: la circolazione di capitali sul mercato mondiale centuplicò in poco più di un ventennio, passando da 15 miliardi di dollari al giorno del 1975 a 1500 nel 1997. La rivoluzione reaganiana ebbe i suoi capisaldi nel rafforzamento del dollaro, nel riarmo e nella nuova guerra fredda che, nonostante gli sforzi di Gorbaciov di autoriformare il sistema sovietico, portarono alla caduta del muro di Berlino, alla dissoluzione del blocco socialista e, nel ’91, all’autodissoluzione della stessa URSS e del “comunismo reale”.

     

    I tre protagonisti della scena mondiale degli anni ‘80


    Oggi, il presente

     

    Con gli occhi di chi, nel ‘900, visse con sbalordimento questi eventi, il crollo del comunismo sovietico e la fine della guerra fredda, sembrò la svolta epocale, la fine del Secolo breve, come scrisse lo storico inglese J.E.Hosbawm. Guardando quegli eventi dall’osservatorio attuale, invece, ci appaiono ben più rilevanti questi fenomeni:

     

    • la finanziarizzazione dell’economia avviata da Reagan,
    • il conseguente susseguirsi di bolle speculative sempre più frequenti e più deflagranti,
    • la delocalizzazione dell’economia globale e lo spostamento del suo baricentro verso l’Asia e verso altri paesi di nuova industrializzazione (come il Brasile e la Turchia).

     

    Questi sommovimenti sono stati tanto importanti, da cambiare radicalmente le gerarchie e le relazioni internazionali. Che anche nel nostro piccolo orizzonte nazionale il presente sia iniziato negli anni ’80, ce lo dice il “macro-problema”, il fardello che il l’Italia si trascina sulle spalle da quel decennio ad oggi: il rapporto tra debito pubblico e pil al 120%. Un debito che raggiunse questo livello nel corso degli anni ‘80. Ce lo dice anche il ruolo sempre più marginale che l’Italia assume, nel nuovo quadro mondiale, politico ed economico.

     

    B. Il processo di formazione della società di massa e della sua diffusione nel mondo

     

    Nascita e trasformazioni della società di massa.

     

    Se osserviamo il Novecento non dall’ “alto” delle relazioni e dei rapporti di forza tra le grandi aree del mondo, ma “dal basso”, cioè dall’interno delle società e dei gruppi umani, il fenomeno di gran lunga più rilevante (anche per i molteplici aspetti che include: politici, economici, di cultura e mentalità collettiva) ci appare la formazione della società di massa. Le tracce di questo inizio si trovano nella seconda metà dell’Ottocento. Fino ad allora la grande maggioranza della popolazione (in Europa e nel mondo) - ovvero le masse contadine, il proletariato urbano  -  subiva una triplice, drastica esclusione:

     

    • politica (anche in Europa, dove il suffragio era ristretto ai più ricchi);
    • economica, dal momento che era relegata alla pura sussistenza, con un accesso marginale all’economia di scambio;
    • culturale, a causa del diffuso analfabetismo.

     

    A questa esclusione popolare si deve aggiungere quella di genere, che impediva alle donne sia la partecipazione alla vita politica, sia l’accesso a professioni qualificanti e rendeva loro difficile l’accesso all’istruzione superiore.

     

     

    Fino a quel tempo, inoltre, l’individuo  – e questo valeva non solo per le masse subalterne, ma per quasi tutti i gruppi sociali – tendeva a concepirsi non come “persona”, portatrice di diritti individuali, ma come membro di un gruppo, di una comunità ristretta. Era il componente di una “piccola patria” che ovviamente cambiava secondo i contesti sociali: la casata nobiliare o il lignaggio; la corporazione o il gruppo dei “pari”; la comunità di villaggio, la parrocchia o il rione urbano. Questo avveniva anche in Europa, nonostante l’enfasi sull’individuo che la cultura europea aveva posto già dai tempi della Riforma protestante, dell’Illuminismo, della Rivoluzione francese, del liberalismo.

    La distruzione delle piccole patrie e la nascita della società di massa hanno causato, a loro volta:

     

    • la progressiva inclusione delle masse subalterne;
    • la “nazionalizzazione delle masse” fino alla seconda guerra mondiale e, successivamente, la tendenza alla loro sempre più accentuata atomizzazione. Una tendenza per tutte: la diffusione delle famiglie “monoindividuali” .

     

    Gli agenti della trasformazione sociale: lo Stato, la politica, le ideologie

     

    L’espressione “nazionalizzazione delle masse” è da tempo condivisa dagli storici per descrivere i complessi processi attraverso cui gli Stati, tra secondo Ottocento e inizio Novecento, ruppero le “piccole patrie” e fecero sentire lo Stato nazionale come “comunità di destino”. Gli strumenti di questa trasformazione furono, in genere: la scuola, la leva militare obbligatoria, l’“invenzione di tradizioni nazionali”, vere e proprie liturgie collettive laiche, ecc. Ad essi vanno aggiunte alcune riforme fondamentali: l’estensione del suffragio, la legislazione sociale, ecc. Questi processi accomunano i paesi dell’Occidente, per quanto con cronologie diverse.

    Al nazionalismo liberale, democratico e progressista d’inizio Ottocento si sovrappose tra fine Ottocento e inizio Novecento quello aggressivo e imperialista, intriso di razzismo e spesso di antisemitismo, che in nome del “sacro egoismo” scatenò l’immane carneficina della Grande Guerra. A quel tempo, un’altra ideologia, di segno opposto, il socialismo internazionalista e pacifista, ebbe un grande ruolo nel mobilitare le masse operaie e nel conferire loro una forte identità collettiva.

    Se intendiamo le ideologie come grandi visioni dei rapporti tra individui, società e stato, i decenni dal 1919 al 1945 ci appaiono come quelli in cui le ideologie seppero mobilitare le masse nelle forme più estreme, in un coacervo di esperimenti e soluzioni diverse e tragiche. Durò poco l’illusione che ad imporsi fosse l’ideologia dei vincitori, il liberalismo, per quanto fosse stato corretto in senso liberaldemocratico, con il suffragio universale e la diffusione dei grandi partiti di massa. Prima si affermò la rivoluzione bolscevica in Russia, e con essa il mito del “fare come in Russia”. Poi irruppero sulla scena del dopoguerra i partiti-milizia, che in Italia,in Germania e poi in molti paesi europei, si trasformarono in regimi di massa, dimostrando che era possibile un’inclusione e una mobilitazione delle masse non democratica ma in forme totalitarie e populiste, imperniate sul rapporto diretto tra le masse e un capo carismatico, e su un ancora più esasperato nazionalismo.

    Negli Stati Uniti tra le due guerre, l’inclusione delle masse avvenne secondo due ricette diverse. Negli anni ’20, la rivoluzione fordista, ovvero la creazione della società dei consumi di massa di beni durevoli (auto, radio, elettrodomestici); e dopo la brusca frenata dovuta alla crisi del ’29, il New Deal, applicazione delle teorie di Keynes, ovvero l’idea che lo Stato dovesse intervenire per alimentare la domanda, che il mercato lasciato a sé stesso non era in grado di riattivare. Anche il fordismo e il New Deal, si noti, vanno considerate due potenti forme di organizzazione dei rapporti tra individui, società, Stato: ideologie, insomma (se si abbandona l’accezione spregiativa con cui la parola viene spesso intesa).

     


    Due film di Chaplin sono emblematici di questo periodo: Tempi moderni (1936)  e Il grande dittatore (1940)

     

    La II Guerra mondiale non rappresentò una cesura, all’interno di questo processo. Infatti, sconfitto il comune nemico, il nazi-fascismo, la contrapposizione tra il modello sovietico e il capitalismo liberal-democratico disegnò non solo i confini tra i blocchi, ma plasmò le economie e le società di tutto il mondo. Durante il  trentennio che va dal 1943 al 1973, il modello occidentale fuse fordismo e keynesismo, e creò – in Europa ben più che negli Usa – la più grande autoriforma del capitalismo: il welfare state. Secondo questa nuova politica, lo Stato assunse il ruolo di redistributore dei redditi, e promosse una nuova generazione di diritti (dopo quelli civili e politici): i diritti sociali. In quei decenni, emersero anche nuovi soggetti, in primo luogo le donne e i giovani, con la nascita delle culture giovanili.

     

    Ideologie, mercato, media: fine delle ideologie o nuove/vecchie ideologie?

     

    La patria, la razza, il partito, la classe, il mercato, il genere, la generazione furono le parole-chiave delle grandi ideologie che fino agli anni ’70-’80 hanno contribuito all’inclusione delle masse nella vita collettiva, e hanno costruito identità collettive diverse, più ampie e inclusive delle “piccole patrie” tradizionali. Queste masse, una volta politicizzate, non hanno cessato di trasformarsi. La tendenza di fondo del passato più recente, infatti, può essere espressa con la formula del “passaggio dal noi all’ io”. Ovvero l’atomizzazione dell’individuo. Di questo processo sono espressione due fenomeni che caratterizzano il mondo attuale:

     

    • l’ “ideologia della fine delle ideologie”, o se si preferisce l’emergere del cosiddetto “pensiero unico”, mercatista e ultraliberista, che dagli anni ’70 ha ribaltato le priorità del keynesismo e dell’economia sociale di mercato nella quale confluivano la tradizione liberal e quella socialdemocratica; 
    • l’evoluzione del capitalismo dal fordismo al post-fordismo, ovvero dalla centralità dei beni standardizzati per i consumi durevoli della famiglia (auto, elettrodomestici, ecc), a quella di beni personalizzati, spesso usa-e-getta, rivolti al consumo individuale; la trasformazione sempre più serrata della società di massa in società dell’informazione: aspetto, questo,  che rimanda alle trasformazioni antropologiche associate ai media.

     


    Obama visto dalla destra americana

     

    I media, è superfluo ricordarlo, hanno scandito tutta la storia degli ultimi cent’anni: la radio e il cinema sonoro dagli anni ’20; la televisione dai ’50, con la sua crescente pervasività e le sue trasformazioni dai ’70; internet e i social network dagli ’80 al presente. E’ appena il caso di osservare quanto le direzioni di questi fenomeni possano essere diverse e opposte, se si osservano, da una parte, il movimento No global e l’uso della rete nelle campagne elettorali del democratico Barach Obama negli Usa; dall’altra, i rischi di un nuova deriva populista, generata dall’adesione fideistica delle folle a un capo, già sperimentata in Italia con la “telecrazia” berlusconiana; e come può profilarsi, in una versione del tutto nuova, basata sulla “rete” (come le vicende italiane di questi mesi potrebbero mostrare).

  •  Autore: Antonio Brusa

     

     

     

    Ricavo dal libro di Francesca Romana Recchia Luciani quelle che mi sembrano “le conoscenze storiche essenziali per la giornata della memoria”, un momento che molti (della scuola come dell’Università) vorrebbero smettesse i panni della celebrazione e della commemorazione per acquistare quelli dello studio.

    Per realizzare questo obbiettivo occorre costruire la profondità temporale della Shoah. Questa si articola su tre livelli. I tempi lunghissimi dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo, che accompagnano l’intera storia del cristianesimo e delle società che a questa religione si rifanno. I tempi intermedi della scientifizzazione del concetto di razza (e quindi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento). Il tempo breve, infine, quello dei dodici anni dell’esperienza nazista.

    Zoomando su quest’ultimo periodo, si osserva il percorso che conduce alla “Soluzione finale”, e quindi a Auschwitz. Anche questo è un percorso niente affatto lineare. Le sue prime mosse sono quelle della violenza diffusa che culmina con le rapine, le botte e le uccisioni della Notte dei Cristalli. Poi si cambia registro. Basta violenza nelle città, i nazisti provano a utilizzare le strutture dello stato: leggi e burocrazia. Gli ebrei vengono censiti, segregati, spogliati progressivamente, messi ai margini della società, costretti a emigrare. L’entrata in guerra – infine -  mette i nazisti di fronte agli ebrei dell’Europa orientale. Fino ad allora se l’erano vista con gli appena 500 mila ebrei interni, ora devono vedersela con i milioni di ebrei slavi, ungheresi,  baltici.

    Ci si avvia alla fase finale. Anche questa segue un percorso tortuoso. Fermo dal punto di vista ideologico, si avvale di soluzioni empiriche, messe a punto qua e là: la logistica, sperimentata da Eichmann in Austria; le uccisioni di malati e di portatori di handicap; gli omicidi di massa degli ebrei, ai quali si danno sia gli Einsatzgruppen, sia le popolazioni civili; l’uso dei gas di scarico dei camion; il complesso dei campi di concentramento che, fin da subito, il regime ha cominciato a costruire.

    Sulle sponde del Wannsee, nel gennaio del 1942, si tirano le somme di queste pratiche dell’orrore. Tutte insieme concedono ai nazisti il potere di sterminare un popolo. In questa impresa, essi profondono ricchezze, uomini, strutture, industrie, capacità organizzative collettive e individuali. Costruiscono una macchina così possente e funzionale che continua a produrre morte anche quando le loro armate si ritirano sconfitte. Un’impresa ciclopica che li mette in grado di “dimostrare -  sono parole di Goebbels  - che tutto è possibile”.

    Messa a punto la contestualizzazione,  si entra nell’universo concentrazionario, un termine - ormai passato nell’uso storiografico - con il quale si sottolinea il fatto che esso era costituito da una rete fitta di campi, che innervava sia la Germania, sia molti dei territori conquistati, dall’Italia fino alla Polonia. Campi di diverso genere, da quelli destinati alla raccolta e al transito, alla detenzione, al lavoro, fino a quelli specializzati nello sterminio, con un gradiente di violenze – tuttavia - che faceva sì che l’omicidio e la morte per fame o per stenti fossero di casa ovunque.

    Questo universo ha uno scopo che persegue con determinazione. Non si tratta, soltanto, di uccidere. Occorre produrre un essere meritevole di essere ucciso. Occorre “dimostrare” che l’ebreo è un subumano. Questo universo, dunque, lo “produce”.  Lo fa creando un clima di sofferenze, di privazioni, di perdita di identità, di routine della violenza che conducono l’individuo a perdere tutto ciò che lo rende umano. Facendogli percorrere l’ultimo tratto della sua vita in una terra che ricrea l’inferno, con la sua logica capovolta: premiare i cattivi, punire i buoni. Il “mussulmano”, parola che Primo Levi ci ha fatto conoscere, è l’abitante di questo inferno.

    Attraversarlo per intero  in classe è impossibile. Bisogna scegliere e focalizzare la propria attenzione. Francesca Romana indica tre luoghi -  Teresienstadt, Varsavia, Auschwitz – quali esempi di “studi di caso” capaci di illustrare la varietà delle situazioni storiche;  e due personaggi, Primo Levi e Hanna Arendt, perché non solo ci parlano dell’orrore, ma pongono le basi per tematizzare il nostro rapporto con quei fatti. Quello che ci conduce alla giornata del 27 gennaio, momento nel quale si affronta la questione, vitale per la formazione storica dei cittadini, dell’educazione della memoria.

     

    Francesca R. Recchia Luciani, La Shoah spiegata ai ragazzi,il melangolo, Genova 2014

  • di Antonio Prampolini

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  • Autore: Massimiliano Lepratti

     

    Indice

    Prologo: Come funziona (e non funziona) l’Economia

    La crisi del 1929
    Una crisi da sottoconsumo
    Il contagio negli USA (la crisi diventa profonda)
    Il contagio all'estero (la crisi diventa ampia)

    Conclusione: la crisi diventa lunga


    Prologo: come funziona (e non funziona) l'economia

    Uno Stato non è una famiglia

    Per capire come funziona l'economia contemporanea e per capire come mai ogni tanto va in crisi profonda (1929, anni '70, oggi...) occorre prima di tutto dimenticarsi una tesi tanto accattivante  quanto errata: l'idea che per capire come funzioni  uno Stato basti fare il paragone con i conti di una famiglia. Questa idea poteva avere un maggior grado di approssimazione fino all'avvento del capitalismo, ma oggi non ha più senso per almeno due ragioni collegate: 1) all'interno di uno Stato esistono quattro soggetti, ciascuno dei quali agisce economicamente in modo molto differente dagli altri tre:  le banche, le imprese, le famiglie, le istituzioni pubbliche; 2) la famiglia è l'unico tra questi quattro soggetti che prima guadagna e poi spende, mentre tutti gli altri tendono a fare il contrario.

     

    I tre mercati dell'economia contemporanea

    Per capire come il punto 2) qui sopra non sia un paradosso, si proverà ad analizzare il funzionamento dell'impresa, ossia del soggetto chiave nell'economia contemporanea; lo si farà attraverso un viaggio lungo i tre mercati in cui si suddivide il mondo economico. Nel corso di questo breve viaggio, svolto negli USA alla vigilia della crisi del 1929, l'impresa incontrerà le banche e le famiglie (le istituzioni pubbliche per ora non verranno trattate), ciascuna nel proprio mercato.

     

    Il mercato finanziario

    Il primo ambito di incontro viene qui chiamato per semplicità mercato finanziario e vede come protagonisti da una parte un'impresa nascente, al cui titolare assegniamo il nome di Mr. Jones, e dall'altra parte una banca. Nel mercato finanziario in generale si comprano e si vendono pezzi di carta che pur non valendo nulla in sé, per convenzione rappresentano una ricchezza monetaria. Nel nostro esempio supponiamo di trovarci nel 1928 quando Mr Jones si ritrova ad aver bisogno di  1 milione di dollari in prestito monetario (ossia in pezzi di carta comunemente chiamati banconote) allo scopo di aprire una impresa che produca viti e bulloni. Il direttore della banca a cui il nostro uomo si è rivolto, nell'ascoltare la richiesta di Mr Jones si sforzerà di valutare se quel signore è credibile, ossia meritorio di credito, e nel caso in cui la risposta tenda al “sì” gli offrirà un prestito a determinate condizioni (supponiamo che queste siano: un tasso di interesse del 5%, un'ipoteca sulla casa in caso di insolvenza, un tempo di restituzione non superiore a 10 anni). Mr Jones a sua volta intraprenderà una trattativa di mercato, domandando tassi di interesse più bassi, garanzie inferiori, tempi di restituzione più lunghi. Nel caso in cui fra i due si arrivi a un accordo Mr Jones se ne tornerà felicemente a casa con il suo milione, fatto di pezzi di carta stampati forse ad hoc dalla Banca centrale statunitese e convenzionalmente capaci di comprare un sacco di cose.

     

    Il mercato dei beni e dei servizi

    A quel punto il nostro imprenditore dovrà recarsi sul mercato dei beni e dei servizi per iniziare a spendere parte di quel milione (spendendo, prima di aver guadagnato... appunto). Tra i molti mercati di beni e di servizi Mr. Jones sceglierà quelli in cui può trovare quanto gli serve per avviare la sua produzione di viti e bulloni (mercato dei capannoni, mercato dei macchinari che producono viti, mercato dell'acciaio...) e con ciascuno degli offerenti cercherà di spuntare  le condizioni migliori di prezzo, di tempi di consegna, di garanzie in caso di imprevisti (guasti...) etc.

     

    Il mercato del lavoro

    La terza e ultima tipologia di mercato attraverso cui Mr Jones dovrà viaggiare per avviare la sua attività è il mercato del lavoro, dove tratterà con alcune famiglie di statunitensi del 1928 domandando loro tot ore di lavoro giornaliero e offrendo in cambio un certo salario. Anche qui supponiamo che la trattativa con i lavoratori vada a buon fine, che Mr. Jones dopo un mese abbia speso un'altra parte del suo milione nei salari dovuti, e che dopo tre mesi abbia iniziato finalmente a vendere viti e bulloni. Immaginiamoci infine che all'alba dell'ottobre del 1929 Mr. Jones abbia venduto tante e tali viti e bulloni alle imprese automobilistiche statunitensi da aver guadagnato un sacco di soldi (per un totale cioè che superi la somma del milione ricevuto in prestito, degli interessi dovuti e dei soldi destinati  a pagare i lavoratori e le altre spese nei tre mesi successivi).
    A quel punto il bravo imprenditore potrà andare alla banca che gli ha permesso di indebitarsi e di iniziare il ciclo produttivo, per restituire le banconote avute. Così facendo la banca potrà prestare le stesse banconote a Mr. Smith i cui programmi a fine 1929 prevedono l'avvio di una fabbrica di pneumatici...

     

    Due precisazioni

    Prima di proseguire con la storia della crisi che sta abbattendosi su Mr Jones, Mr. Smith e tanti altri, sono opportune due precisazioni:

    1a precisazione: come si può desumere dal viaggio nei tre mercati, il nostro imprenditore ha speso soldi (per acquistare macchinari, lavoro dipendente etc.) prima di averli guadagnati con la vendita di viti e bulloni, ossia indebitandosi; lo stesso ha fatto la banca della sua città che si è fatta prestare dalla Banca centrale USA i soldi e li ha spesi, prestandoli a Mr Jones, ben prima di aver ricevuto da lui  il guadagno relativo agli interessi.

     

    Charles Ponzi era un immigrato italiano che arrivò in America nel 1919 con poche decine di dollari in tasca. Dopo pochi anni, riuscì a farsi accreditare come un mago della finanza. Donald Dunn ne racconta la storia e, insieme, spiega nel suo romanzo, l’atmosfera economica e mentale di quegli anni

     

    2a precisazione:  il mercato finanziario non è composto solo dal mercato creditizio (ossia dalle banche), ma anche dalle borse. Se Mr. Jones o Mr. Smith all'epoca avessero avuto tempo di allargare i loro affari, magari avrebbero pensato di trasformare la loro impresa in una società per azioni quotata in borsa. I vantaggi? La possibilità di sfuggire alle condizioni spesso difficili imposte dalle banche, e di chiedere invece ai risparmiatori (famiglie, investitori professionisti, altre imprese) un prestito, dando in cambio obbligazioni oppure azioni. Mentre le obbligazioni sono solo impegni a restituire prestito e interessi, le azioni fanno diventare gli acquirenti titolari di un pezzetto dell'impresa e se questa va bene danno diritto a una parte degli utili.


    La crisi del 1929

    Una crisi da sottoconsumo

    Una volta chiariti i meccanismi fondamentali entro i quali si muoveva il sistema economico europeo e statunitense dopo la prima guerra mondiale, è finalmente possibile analizzare cosa accadde alla fine del 1929.

     

    IL venerdi nero, il 26 ottobre del 1929, giorno in cui crollò la borsa di N.Y.


    La crisi del 1929 non fu la prima crisi conosciuta dal sistema capitalistico, ma fu la più lunga (storicamente), profonda (economicamente) e ampia (geograficamente) mai conosciuta nel secolo passato. Rispetto alle grandi crisi che la seguirono (quella degli anni '70 e quella iniziata nel 2008) ha avuto inoltre una caratteristica unica: è stata un'enorme crisi da sottoconsumo. La crisi da sottoconsumo è una variante specifica delle crisi da sovrapproduzione e si manifesta quando le persone smettono di acquistare perché non hanno soldi a sufficienza per farlo a causa di salari medi troppo bassi.

     

    L’esempio dell’industria automobilistica

    Il settore dell'industria automobilistica USA permette di rendere concreto questo ragionamento. Negli anni '20 il settore aveva conosciuto un grande slancio e aveva trascinato verso l'alto anche le industrie  collegate (le viti per i cofani di Mr Jones, gli pneumatici di Mr. Smith...). Lo slancio era dovuto a due fattori: a) da una parte  l'adozione del sistema di fabbrica taylorista (quello raccontato da Chaplin in Tempi Moderni) aveva aumentato notevolmente il numero di pezzi realizzati a parità di ore lavorative; b) dall'altra parte l'aumento di produttività e dei relativi profitti nell'industria automobilistica aveva attirato molti investitori, disponibili a prestare i propri risparmi affinché venissero utilizzati per ulteriori allargamenti del settore. Le banche e le borse ampliavano il fenomeno, invitando a convogliare depositi delle famiglie e acquisti di azioni verso l'ampliamento della produzione di automobili.

     

    Le famiglie non possono comprare l’auto

    Ma il problema del sottoconsumo era dietro l'angolo e iniziò a colpire  una volta che tutte le famiglie della borghesia statunitense si erano finalmente comprate a rate o in contanti la tanto agognata e tanto pubblicizzata automobile. A quel punto, sistemato quel numero tutto sommato non altissimo di acquirenti sufficientemente benestanti, a chi vendere le migliaia e migliaia di altri esemplari che le fabbriche scatenate continuavano a produrre? La risposta, qualche decina di anni e qualche grande battaglia sindacale dopo, avrebbe potuto essere: agli operai... ma nel 1929 vi era un problema fondamentale: i salari operai erano fermi, i  lavoratori non ricevevano sufficienti benefici dall'aumento di produttività e le loro disponibilità economiche erano troppo distanti  dal prezzo delle automobili che si moltiplicavano  invendute nei magazzini delle grandi industrie.

     

    Auto in svendita durante la Crisi

     

    Il contagio negli USA (la crisi diventa profonda)

    Ogni sistema economico è interrelato e il sistema capitalistico lo è assai più di quelli che lo avevano preceduto: i bassi salari operai e la conseguente crisi da sottoconsumo in un settore strategico come quello dell'automobile non potevano restare fenomeni senza conseguenze. Il contagio si mosse da subito verso due ambiti: 1) il resto dell'industria statunitense, 2) gli altri due mercati (finanziario e del lavoro).

     

    Il contagio

    1. il meccanismo del contagio tra settori industriali è intuitivo: se non si possono produrre altre automobili perché mancano gli acquirenti è evidente che anche chi produce parti di automobili (viti, pneumatici...) è destinato a chiudere.
    2. anche il meccanismo di contagio fra i diversi mercati diviene intuitivo se si segue lo schema con cui all'inizio abbiamo descritto la nascita dell'attività di Mr Jones. Supponiamo che, a differenza di quanto postulato qualche capoverso sopra, il nostro imprenditore sia stato colto dalla crisi dell'industria automobilistica prima di aver potuto restituire il prestito alla banca, e moltiplichiamo il suo caso per “n” volte. La banca in questione, in presenza di così tante “sofferenze” (ossia prestiti non più esigibili) nel corso del 1930 è destinata a fallire, scatenando ulteriori retroazioni: gli impiegati agli sportelli vengono licenziati  (contagio del mercato del lavoro) e la banca non è in grado di fornire nuovi prestiti ad industrie che con  l'ausilio di crediti aggiuntivi sarebbero riuscite a modificare la propria produzione e ad uscire dalla crisi. Anche queste industrie sono quindi destinate al fallimento e a lasciare a casa altri lavoratori, continuando l'effetto contagio (si calcola che tra il 1929 e  il 1932 la produzione industriale USA diminuì quasi del 50%!).

     

    Il domino catastrofico

    Ma il domino catastrofico non si ferma qua e prosegue, rafforzato dal mancato intervento dello Stato e dall'assenza di servizi sociali a tutela dei settori più deboli. Tutti i lavoratori licenziati di cui sopra di fatto sono obbligati a smettere di acquistare buona parte dei beni di consumo anche basilari, che prima potevano permettersi. La crisi di conseguenza si trasmette agli agricoltori che per vendere alimenti a  città rimaste senza  base economica devono abbattere i loro prezzi del 40, 50 o anche 60%, obbligandosi a loro volta a tagliare i propri consumi e a licenziare una parte dei lavoratori stagionali, senza avere più garanzie sufficienti ad ottenere nuovi prestiti bancari (Steinbeck in Furore ne ha parlato...).

     

    John Steinbeck raccontò la Crisi in Furore, romanzo tradotto in film nel 1940 (John Ford) e al cui protagonista, Tom Joad Bruce, Springsteen ha dedicato il suo album The Ghost of Tom Joad (1995)

     

    Dall'altro lato i piccoli e medi risparmiatori, che nelle città avevano investito i propri soldi nella borsa, si trovano dopo il 24 ottobre del 1929 (il famoso giovedì nero di Wall street) quasi senza quattrini risparmiati. A quest'ultimo esito nefasto avevano in gran parte contribuito gli speculatori finanziari, ossia coloro i quali intervenivano in quel settore del mercato finanziario che è la borsa, con atteggiamento rapace. Costoro infatti acquistavano azioni non per tenerle nel cassetto in attesa che l'impresa dividesse gli utili, ma per rivenderle rapidamente a prezzo maggiorato dopo aver deliberatamente messo in giro voci che presagivano futuri splendidi per le imprese rappresentate dalle azioni. Questo processo  speculativo provocò un aumento fittizio del valore dei titoli (non sostenuto da un parallelo aumento dei fatturati d'impresa), a cui nel giovedì nero seguì un brusco e profondo crollo, capace di rovinare buona parte dei piccoli e medi risparmiatori che il 24 ottobre si erano trovati con il cerino acceso in mano.

     

    Il contagio all'estero (la crisi diventa ampia)

    Se negli USA la crisi fu di una profondità mai vista nel '900, anche il resto del mondo ne fu toccato drammaticamente, con la sola eccezione dell'URSS che, costituitasi in sistema economico autonomo, di fatto negli anni '30 non aveva scambi economici con  gli USA. Il resto del mondo invece aveva all'epoca un grado di interconnessione molto alto con gli Stati Uniti sia nel mercato finanziario, sia nel mercato dei beni e dei servizi.

    Da un punto di vista finanziario la grande crisi si propagò a quei Paesi che avevano stretti rapporti di debito con gli Stati Uniti, a partire da quelli europei che si erano affidati all'aiuto economico degli USA dopo la Prima guerra mondiale. In tutti questi Paesi si verificò un vertiginoso aumento dei disoccupati e gli effetti furono particolarmente drammatici in Germania dove 6 milioni di senza lavoro in più, in un Paese già frustrato dalla guerra, diedero un importante aiuto all'ascesa al potere del nazismo.

    Anche per ciò che riguarda i mercati internazionali dei beni la crisi picchiò duro, in particolare verso quei Paesi che rifornivano di materie prime gli Stati Uniti.

     


    Georg Grosz ha ritratto in celebri disegni il contrasto fra ricchi e poveri e l’avvento di un nuovo ceto di sfruttatori nella Germania degli anni ‘20/30

     

    Conclusione: la crisi diventa lunga

    La profondità e l'ampiezza della crisi mondiale erano dei pessimi presupposti relativamente alla sua durata che infatti fu lunga e poté concludersi solo dopo il dramma della Seconda guerra mondiale. Un ingrediente che contribuì senza dubbio non solo ad originare il 1929, ma anche a spiegarne ampiezza e durata fu l'assenza di un intervento statale efficace. Se si eccettuano le politiche di impiego pubblico realizzate da Franklin Delano Roosevelt negli anni '30 (dimostratesi comunque insufficienti rispetto alla portata della crisi), l'atteggiamento degli Stati fu coerente con i principi del liberismo: una sostanziale inazione, giustificata dall'aspettativa che i mercati autonomamente ponessero fine ai problemi.

     

    John Maynard Keynes

     

    Sarà solo dopo la Seconda guerra mondiale che le idee di Lord Keynes, rivoluzioneranno il rapporto tra Stato ed economia. Secondo l'economista inglese lo Stato, al contrario della famiglia può indebitarsi anche parecchio per pagare stipendi ad insegnanti, medici, impiegati pubblici etc. perché costoro a loro volta spenderanno i soldi ricevuti per comprare elettrodomestici, automobili...  e a loro volta i venditori di automobili compreranno  viti,  bulloni, pneumatici, il cerchio si allargherà e tutti gli imprenditori attivati dal ciclo favorevole potranno pagare  una quantità di tasse che alla fine permetterà allo Stato di rientrare dal debito iniziale.

    Si chiama principio del moltiplicatore, ma se ne parlerà più diffusamente nell'introduzione allo scritto sulla crisi degli anni '70.

  • Autore: Mario Spagnoletti

     

    Fatti storici e giuridici

    Con il riassetto politico-diplomatico consegnato nel Trattato di Losanna firmato tra la Turchia e le Potenze dell’Intesa nel luglio del 1923, il conseguente rafforzamento della nuova e indipendente Repubblica di Turchia e l’esaurirsi della vendetta armena contro i principali responsabili del genocidio riparati all’estero, sull’intera vicenda dello sterminio del popolo armeno calò - come è noto- una pesante coltre di silenzio destinata a protrarsi per decenni. Solo con la crescente attenzione germinata nel secondo dopoguerra nei confronti della Endlösung, pianificata dalla Germania nazista contro il popolo ebraico, il caso armeno ritornerà all’attenzione della pubblica opinione e della storiografia, qualificandosi come il primo esempio storico di “genocidio” sulla base dei parametri fattuali e giuridici stabiliti nella Risoluzione delle Nazioni Unite n. 96 del 1946 e nella successiva Convenzione per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1948.

    A leggere, sia pur frettolosamente, l’articolo II di detta Convenzione, che qualifica appunto il genocidio come “crimine di diritto internazionale” e lo identifica con “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale” mediante una serie di condotte tipiche e tipizzate (uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica e mentale di membri del gruppo; sottoposizione deliberata del gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica totale o parziale; misure miranti a impedire le nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di bambini da un gruppo ad un altro), è difficile negare che nel caso dei massacri generalizzati del popolo armeno non ricorrano tutte o quasi tutte le fattispecie incriminatrici sopra elencate. Il lungo silenzio, che ha avvolto una delle tragedie più orribili della storia contemporanea (il numero complessivo delle vittime resta ancora indeterminato, nonostante gli studi succedutisi, e comunque oscilla tra un minimo 800.000 e un massimo di 1.500.000) era il prodotto di una rimozione collettiva che trovava la propria ragion d’essere nella difficile gestione di una tale eredità da parte del governo kemalista impegnato a costruire l’identità della neonata Repubblica.

     

    Il corto circuito fra storia e memoria

    Tra memoria e storia si venne, pertanto, a creare - come acutamente ha sottolineato Marcello Flores - un corto circuito in cui uso pubblico della memoria e uso politico della storia si intrecciarono proprio quando più opportuno sarebbe stato separarle. In questo “tentativo collettivo di dimenticare” da parte del popolo turco, la “rimozione” assume un significato ed uno scopo densi e specifici, che Taner Akcamsi sforza così di precisare: “evitare le conseguenze, emotive o morali causate dai ricordi dei massacri armeni [...] Tuttavia questa storia è anche percepita come oltraggio e umiliazione, dovuti in larga misura alle continua sconfitte militari, perdite di territori. In altre parole il desiderio di dimenticare la storia non deriva unicamente dai sensi di colpa”. Quello degli armeni è dunque un caso altamente emblematico: un popolo ha subito il primo genocidio del XX secolo ad opera del governo dei Giovani Turchi e la Turchia, ancor oggi, continua a proclamare la propria innocenza storica, compiendo un vero e proprio “assassinio della memoria”: “la politica dello Stato turco sul genocidio armeno – argomenta Antonia Arslan - è di negazione, mentre l’atteggiamento della società è di distacco”.

    E’ appena il caso di rammentare, peraltro, che al presente ogni pubblica discussione sulle violenze contro gli armeni è considerata un reato, utilizzando l’ampia fattispecie incriminatrice prevista dal pur solo cosmeticamente novellato Codice Penale Turco (2008), il cui art: 301 recita: “Una persona che insulta pubblicamente la nazione turca, lo Stato della Repubblica di Turchia, la Grande Assemblea nazionale della Turchia, il governo della Repubblica di Turchia o i corpi giudiziari dello Stato, è punita con la reclusione a sei mesi a due anni. Una persona che insulta pubblicamente le organizzazioni militari o di sicurezza dello Stato è condannata alla pena prevista dal primo comma. Le manifestazioni di pensiero a scopo di critica non costituiscono reato.Le indagini per questo reato sono soggette all’autorizzazione del Ministero di giustizia.” Si possono comprendere, in questa prospettiva, gli ingranaggi del negazionismo turco, incernierati su di una triplice argomentazione ben schematizzata da Yves Ternon: il rovesciamento delle responsabilità, con l’accusa agli armeni di essere stati sempre infidi; il rigetto di ogni intenzionalità del progetto e della pianificazione dello sterminio; la falsificazione del numero della popolazione armena residente nell’Impero Ottomano, che risulta significativamente sottocensita.

    I negazionisti hanno lavorato e lavorano trascurando molteplici testimonianze essenziali, mettendo in dubbio le testimonianze dirette perché inficiate dal soggettivismo e costruendo addirittura false fonti. Meraviglia, perciò, che anche uno storico statunitense come Guenter Lewy si lasci fuorviare dalla vulgata ufficiale turca, negando l’autenticità della maggior parte delle fonti storiche (rendiconti diplomatici, testimonianze di politici, racconti dei superstiti, documentazione fotografica) sulla base della ingenua metodologia rankiana dello “es wie eigentlich gewesen” e giungendo a depotenziare il genocidio in una serie di non pianificati “massacri”.

     

    Una storia ancora contemporanea

    La verità è che le tre radici ideologiche alla base di quella vera e propria operazione di pulizia etnica che portò alla scomparsa del popolo armeno sono vive ancor oggi, a cento anni di distanza, intrecciandosi e potenziandosi reciprocamente, sicché a giusta ragione Levi della Torre poteva annotare nel 2003: “Il pensiero unico è un’idea falsa che non si accorda con il concetto di civiltà. [...] Il negazionismo della Turchia è un ritorno al passato tragico che in visione unica tende a riproporsi”. Di qui la necessità “eticamente forte” di una rivisitazione complessiva della cultura, dell’identità e della tragedia del popolo armeno che rappresentano un nodo forte ed inestricabile nella coscienza democratica dell’Europa contemporanea, ancora attraversata da correnti di “pensiero unico” e da intollerabili rigurgiti di etno-centrismo. D’altra parte, in quell’aureo volumetto che raccoglie le Sei lezioni sulla storia, Edward Carr ci aveva lucidamente ammonito a meditare su un fatto incontrovertibile: “Il passato è comprensibile solo alla luce del presente, e possiamo unicamente comprendere il presente alla luce del passato”.

    Risiede proprio qui la perdurante necessità di un’analisi a tutto campo della “questione armena”, delle sue drammatiche scansioni, della sua infinitamente tragica contabilità, dell’annientamento fisico di un popolo ma non della sua identità e cultura, del suo inerire profondamente all’infezione ultra-nazionalista che attraversò l’Europa nel primo Novecento, della sua paradigmaticità anche per gli anni successivi, per l’olocausto del popolo ebraico e per il nostro inquietante presente. Resta permanente valido per la questione armena e per i tanti massacri indifferenziati e le pulizie etniche dei giorni nostri, quel dolente e inquietante interrogativo proposto dal regista Atom Egoyan nel suo film Ararat: “ Ragazzo mio qual è la causa ancor oggi di tutto questo dolore? Non è aver perso delle persone care o la nostra terra... E’ la consapevolezza di poter essere odiati così tanto. Che razza di umanità è che ci odia fino a questo punto e con che coraggio insiste nel negare il suo odio, finendo così per farci ancora più male?”.

     

    Bibliografia

    Marcello FLORES. Il genocidio degli Armeni, Bologna, Il Mulino, 2007

    Taner AKCAM, Nazionalismo turco e genocidio armeno. Dall’Impero Ottomano alla Repubblica, Milano, Guerini e Associati, 2006

    Antonia ARSLAN, Hushèr. Voci italiane di sopravvissuti armeni, Guerini e Associati, Milano, 2001

    Yves TERNON, Dunegationisme. Mémoire et tabou, Paris. Desclée de Brouwer, 1999

    Guenter LEWY, Il massacro degli Armeni. Un genocidio controverso, Torino, Einaudi, 2008

    Eduard CARR, Sei lezioni sulla storia, Torino, Einaudi, 1966

  • Appunti dall’intervista di Ettore Paris a Quinto Antonelli*


    Quinto Antonelli è uno storico, nato a Rovereto. Lavora presso il Museo storico del Trentino. Ha lavorato soprattutto sulle memorie popolari delle guerre del Novecento.  Ettore Paris lo intervista  su "Questo Trentino" e dal dialogo fra i due si ricostruisce una memoria della guerra, che è anche una memoria del Novecento. Ne riassumo i punti fondamentali, quelli che maggiormente possono interessare il docente "non trentino". La combinazione tra il fatto (la guerra) e la sua memoria, ci permette di ripercorrere rapidamente, e da un punto di vista molto interessante, l´intera vicenda del Novecento, fino ai giorni nostri.

    Il primo dopoguerra
    Interpretazione risorgimentale. La Quarta Guerra di indipendenza. Un’ “ubriacatura nazionalista”, denuncia il deputato socialista Silvio Flor, che prosegue: “Sono più i giorni in cui si sventola il tricolore di quelli in cui non sventola: le feste si susseguono alle feste, ed i genitori si domandano se gli scolari siano destinati ai cortei o alla scuola.


    Il fascismo
    La monumentalizzazione della memoria. Scrive Mario Isnenghi: “una marea montante di pietra”. Fra i monumenti e i cimiteri monumentali, spicca il mausoleo a Cesare Battisti, inaugurato a Trento da Vittorio Emanuele nel 1935, nonostante la ferma opposizione della vedova, Ernesta Bittanti.

     

    Trento, monumento a Cesare Battisti


    Il fascismo e il conflitto delle memorie
    In concomitanza, avviene l’occultamento della memoria degli “italiani”, che combatterono sotto le bandiere dell’Impero. Scrive “La Libertà” nel 1922: “I conostri concittadini morti nella divisa del soldato austriaco non sono né vogliono essere oggetto della nostra gratitudine e non potrebbero essere in nessun modo proposti alla venerazione delle generazioni future … Essi meritano compianto e commiserazione”.  In contrasto, si forma una “vulgata austriacante”, secondo la quale i trentini erano sfegatati sostenitori di Francesco Giuseppe, e mai e poi mai, se li avessero lasciati decidere, avrebbero scelto di venire con l’Italia.

    Fronte italiano. Un soldato italiano osserva l´ammasso dei cadaveri austriaci

     

    A queste osservazioni di Quinto Antonelli, aggiungerei un analogo conflitto, che ho riscontrato nella manualistica, e che, quindi, interessa tutta l’Italia. Nei manuali fascisti, infatti, la prima guerra è celebrata come l’utero che gestì la formazione del fascismo. Quindi non cessa mai l’esaltazione degli eroi italiani e, in contrapposizione, la costruzione del nemico austriaco. Tuttavia l’alleanza sempre più forte con la Germania, crea qualche problema, che esplode negli anni Trenta e dopo l’Anchluess, quando anche l’Austria “diventa” Germania. I nemici acerrimi si trasformano negli alleati ferrei, dopo appena venti anni. Ho trovato un manuale, il Malgara, pubblicato proprio durante la seconda guerra mondiale, nel quale la metamorfosi viene spiegata come uno stratagemma della Provvidenza, che ha forgiato due caratteri di acciaio, nella guerra vicendevole, e poi li ha messi insieme.

     

    Badoglio e alti ufficiali dell´esercito in visita al monumento ai caduti italiani in Francia

     

    Il secondo dopoguerra
    Gli anni ’50 e ’60 vedono la Democrazia Cristiana, allora al potere, riprendere pari pari il mito risorgimentale, con le grandi celebrazioni del 1965. Ma al tempo stesso vedono le vecchie memorie dei combattenti alpini e carsici cedere alle nuove (dei loro figli) che raccontano le sofferenze sul fronte russo (e qui penso alla fortuna scolastica delle Centomila gavette di ghiaccio).


    Il 1968
    Da una parte il pacifismo dei movimenti giovani, ma dall’altra anche la nuova storiografia (da Rochat a Isnenghi) comincia a imporre il paradigma del “combattente sofferente”, sia esso italiano che tedesco. Si riscoprono i diari dei soldati, attraverso i quali si conosce “la crisi delle antiche fedeltà, lo scioglimento dei valori tradizionali e la scoperta di nuovi mondi, fino ad allora sconosciuti”. Al monumento di pietra si comincia a sostituire un “monumento memoriale”, costituito da una letteratura e da mostre che sono frequentate da tantissima gente.


    La nuova retorica nazionalista
    Il discorso dell’autonomia porta alla glorificazione dei Kaiserjaeger, i Cacciatori dell’Imperatore, alle discussioni su Battisti traditore. Alla retorica pro-italiana si sostituisce quella pro Tirolo e pro Austria. Non è cosa nuova. Il nuovo è “l’aggressività degli interventi, l’autoreferenzialità che esclude decenni di ricerca storica (senza altri aggettivi), l’isolamento culturale, e nel merito al riproposizione di termini come “patria”, “Eroi”, “orgoglio identitario”. Direi che, fatte le opportune differenze, è la stessa cosa che riguarda la recente letteratura pulp sul brigantaggio e la ripresa dei miti neoborbonici.


    La memoria, oggi
    Nelle celebrazioni odierne, fatte di esposizioni accurate di armi, modi di vita, trincee perfettamente ricostruite e paesaggi che – dopo tanto tempo – hanno perso il carattere tragico del “paesaggio di guerra”, per tornare ridenti e riposanti, c’è il rischio della “banalizzazione della guerra” (George Mosse). La guerra perde il suo aspetto orribile, viene digerita nella modernità del consumo turistico. Bisognerebbe, conclude Antonelli citando Ceronetti, raccontarne il suo essere “un ritorno al Caos, dove tutto è sporcizia, escrementi e cadaveri scoperti”.

     

    *“Questo Trentino”, Febbraio 2014, 2, pp. 30-33”
    Il lavoro principale di Quinto Antonelli é  I dimenticati della Grande Guerra. La memoria dei combattenti trentini, Il Margine, 2008

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