guerra

  • Anime congelate

    Autore: Antonio Brusa

    C’è un posto nel Caucaso, un fazzoletto di terra col nome difficile Makhachkala, dove convivono quaranta etnie. Ogni giorno c’è un attentato, di qualcuno contro qualcun altro. Poco lontano c’è l’Ingushezia, il “luogo meno sicuro al mondo”, direbbe un’agenzia turistica, dove si ammazza per liberarsi dalla Russa, e dove la polizia russa ammazza a caso, di notte, tirandoti giù dal letto. Verso Est c’è il Kyrghizstan, una delle tante frontiere dove genti di etnia diversa si sono sparate per le strade. In Ucraina i bambini degli uccisi vengono adottati dalle famiglie sopravvissute. Aumentano i morti, queste famiglie crescono. Li chiamano “anime congelate”.

    Scappare. Ma dove? Nella periferia di Mosca sono confinati gli immigrati, quelli che fuggono dai resti dell’impero sovietico. Baracche di latta, stracci, immondizia. Al confine con l’Egitto, in Libia e in Tunisia, altri disperati, i relitti di quelle che noi chiamammo, volenterosamente,“le primavere arabe”. Anche lì, distese di spazzatura. Rottami.

    Apprendo queste storie dalle foto di Andy Rocchelli. Mentre le guardo, sento che vorrei scrivere un manuale di storia che insegni (dico insegni: come si usa dire per la storia di Roma, del Medioevo, dei papi e di tutto il resto) che il mondo non è quello dove Crozza fa il verso a Renzi, dove si dibatte se è meglio Agnese o Michelle, dove un tizio, che pure conosco, mi scrive su fb incazzatissimo contro due “zingarelle di m…” (manco la parolaccia ha avuto il coraggio di scrivere), dove la politica si fa con i twit e dove la gente si interroga: “ma dove li metteremo tutti questi?”

    Si vincono e si perdono le elezioni, provando a rispondere a questa domanda, nella quale il “dove”, indica il cortile di casa. Andy Rocchelli ci mostra che il vero dove è il mondo, dove le masse umane hanno disimparando a convivere; dove milioni scappano da infiniti posti, per cercarne altri, dove probabilmente sperimenteranno altri problemi di convivenza. Come sta accadendo precisamente nel nostro cortile, dove anche noi stiamo rapidamente disimparando a convivere. Se ci fosse, il mio manuale, insegnerebbe le dimensioni di questo “dove”. Direbbe, perciò, che chi riesce a dare una risposta intelligente al problema del “dove”, è giusto che vinca le elezioni. Ma avvertirebbe, anche, che se tu intendi questo “dove” come il tuo piccolo pezzo di terra, che basterebbe recintare un po’ meglio, allora stai fregando. Vuoi che tutti noi continuiamo a scambiare lo spettacolo delle caricature di Salvini, di Grillo e di Renzi per il mondo reale. Vuoi che tutti noi si assomigli a quei bambini rannicchiati nel sottosuolo, fotografati da Andy Rocchelli, come delle “anime congelate”.

    Infatti, questo manuale c’è, e le sue storie sono raccontate nelle foto che scorrono davanti ai miei occhi. Rocchelli ne stava scrivendo un capitolo a Sloviansk, nell’Ukraina orientale, il 24 maggio dell'anno scorso (2014). Si è trovato nel pieno di una sparatoria. E’ saltato in una buca, con la sua guida e amico, Andrey Mironov. Erano al sicuro, lì. Testimoni oculari raccontano che li hanno cercati col mortaio, aggiustando il tiro, poco per volta. Volevano uccidere un giornalista. Non conoscevano le storie che raccontava, ma noi, che le stiamo imparando da lui, sappiamo perché hanno voluto interromperle.

    L’esposizione Stories. Andy Rocchelli, a cura di Lucia Rocchelli, è aperta al Broletto di Pavia dal 4 giugno al 4 luglio.

     

    L’agenziapresso la quale Andy Rocchelli lavorava;

    La cronaca dell’uccisione;

    La mostra Stories;

     

    La foto è tratta da Andy Rocchelli, Evidence, a cura di G. Grossi, Salvioni Edizioni, Bellinzona 2014

  • Come la televisione russa mostra la guerra in Ucraina

    Fabio De Leonardis

    01Fig. 1 - Dmitrij KiselëvNotizie della settimana. Una trasmissione molto popolare

    Per condurre questa breve panoramica, si è scelto di concentrarsi in particolare su una trasmissione estremamente popolare del canale statale Rossija-1, ossia Vesti nedeli (“Notizie della settimana”), condotta dal noto giornalista e documentarista Dmitrij Kiselëv, già direttore del gruppo mediatico Rossija Segodnja (Russia oggi) e considerata uno dei pilastri mediatici del putinismo, tanto da essere accusata dal noto oppositore Aleksej Naval’nyj di essere “fatta di sole bugie”. La trasmissione va in onda ogni domenica sera alle 20 da settembre all’inizio di luglio e dura tra le due ore e mezza e le tre ore. Secondo la fondazione russa “Opinione Pubblica” (FOM), il 61% dei russi guarda la televisione ogni giorno, e il 24% considera questa trasmissione “il miglior programma di approfondimento”. In base ai dati del sito Mediascope.net, nella prima settimana di aprile la trasmissione Vesti nedeli è stata la terza più vista nella regione di Mosca, con il 19,4% dello share. Si tratta quindi di una trasmissione assai rappresentativa dei media di stato russi, sia in termini di contenuti che di ricezione. Si è scelto di concentrarsi sulla puntata del 3 aprile 2022; in quella data non era ancora stata scoperta la portata delle uccisioni avvenute a Buča, quindi si trattava di una giornata senza eventi troppo eclatanti, suscettibili di rendere la trasmissione “eccessiva”.

    02Fig. 2 - “La nostra causa è giusta”La Grande guerra patriottica

    La puntata si apre con il titolo di apertura “La nostra causa è giusta”, citazione dal discorso di guerra di Stalin del 6 novembre 1941. Poiché la “Grande guerra patriottica”, come viene chiamata in Russia la guerra contro gli invasori nazifascisti del 1941-45, ha rimpiazzato la Rivoluzione d’Ottobre come mito fondativo dello stato (al punto che la narrazione di quell’evento è intoccabile, e l’“offesa all’onore e ai veterani” costituisce un reato penale), e considerata la notorietà di quel discorso, il pubblico è immediatamente portato ad associare l’attuale conflitto come una sorta di proseguimento di quell’evento; nell’introduzione si prosegue mostrando immagini di atrocità verso la popolazione civile sovietica da parte degli occupanti, mantenendo in primo piano la scritta “Gli eredi”, che suggerisce una filiazione diretta dei combattenti ucraini di oggi dagli invasori e dai collaborazionisti di ieri.

    03Fig. 3 - I sondaggi sul gradimento dell’operato di PutinIl soldato russo, ‘eroe normale’

    Il presentatore Dmitrij Kiselëv appare presentando dei sondaggi dell’istituto VCIOM che riportano una sostanziale crescita dell’approvazione del pubblico nei confronti dell’operato del presidente Putin da quando è iniziata l’“operazione speciale” in Ucraina (com’è noto, il termine “guerra” non è utilizzato, anche perché sanzionabile). Non vi sono, né vi saranno ospiti in trasmissione: il flusso narrativo è unificato e procede in maniera unidirezionale dal conduttore al pubblico. Si comincia con un reportage dalla regione di Lugansk (Luhans’k) in cui vengono mostrate immagini di combattimenti a distanza tra i miliziani della LNR (la Repubblica Popolare di Lugansk) e “i neonazisti di oggi, compresi alcuni mercenari”; si vedono immagini di distruzioni apportate dall’esercito ucraino, ma la maggior parte del video si concentra sull’attività dei miliziani e dei militari russi, mostrata come se fosse una sorta di lavoro, una quotidianità della guerra in cui tuttavia non si vedono vittime né distruzioni: l’impressione è quella di un “lavoro eroico” apparentemente privo di retorica, ma che proprio per questo permette una maggiore identificazione con il pubblico.

    “I russi non abbandonano la loro gente”

    Specularmente rispetto a quanto viene mostrato sulla tv italiana, vengono poi mostrate immagini di civili nei territori “liberati”, dalle cui testimonianze emergono svariate atrocità attribuite al battaglione Aidar: stupri, torture, violenze e assassinii. Vengono inoltre mandate in onda immagini ad alto tasso emotivo di distruzione di centri abitati e di profughi in fuga, e alcuni abitanti di queste località, intervistati, ringraziano i militari russi di averli “salvati”. Sono mostrate, alla fine del reportage, le immagini di contadini che arano i loro campi con dei trattori, a simboleggiare il ritorno alla normalità reso possibile dall’arrivo dei “salvatori”; viene anche sottolineato come prima dell’aratura i militari della LNR abbiano “ripulito” i campi dalle mine e dai proiettili inesplosi con l’aiuto dei soldati russi (si vedono i mezzi militari con le Z in bella mostra, mentre svolgono questo lavoro); un ufficiale della LNR commenta che “i russi non abbandonano la loro gente” (anche questa è una citazione facilmente riconoscibile dal film sovietico La tenda rossa del 1969, ripresa più di recente dal popolarissimo noir russo Il fratello grande 2 del 2000). Si passa poi a Mariupol’, dove un’ex guardia carceraria mostra una camera delle torture, e si mostrano immagini di estese distruzioni attribuite al reggimento Azov, con alcuni abitanti intervistati che spiegano di essere stati usati come “scudi umani”. Sono mostrati poi gli ex uffici dei servizi segreti ucraini, dove la telecamera indulge a lungo sulla bandiera dell’organizzazione neofascista Pravyj Sektor appesa al muro, a dimostrare la collusione dell’estrema destra con le istituzioni dello Stato ucraino. Scorrono poi le immagini del presidente della Cecenia Ramzan Kadyrov mentre visita un ospedale con dei feriti e ispeziona le sue truppe al fronte e le immagini del bombardamento del deposito di idrocarburi di Belgorod effettuato (si presume) dall’aviazione ucraina, a seguito del bombardamento di analoghe strutture a Kremenščuk, presentato come una risposta diretta al primo. Segue una dettagliata lista di obiettivi militari distrutti da parte del portavoce del Ministero della Difesa Kanašenkov.

    Kiselëv parla poi dei negoziati, presentandoli come frutto del successo dell’operazione speciale, e indugia sul fatto che l’Ucraina sia stata costretta a fare concessioni, mentre la Russia rimane ferma sulle suo posizioni. Il riassunto delle trattative è affidato al capo negoziatore Vladimir Medinskij, il quale è inquadrato in modo che accanto al suo volto figuri la foto del presidente Putin da un lato e della bandiera russa dall’altro. Viene poi dato spazio alle dichiarazioni del ministro degli Esteri Lavrov, il quale spiega come a muovere la Russia siano state necessità di sicurezza vitali per il paese.

    I paralleli con la Grande Guerra Patriottica, l’enfasi sul “lavoro quotidiano” dei soldati, sull’eroismo di ogni giorno e sul ritorno al lavoro sembrano suggerire l’intenzione autoriale di far risuonare corde ben note nel pubblico più anziano (assai numeroso in Russia), ridestando la memoria dell’URSS e stabilendo una continuità narrativa rispetto a quel passato mirante a rassicurare il pubblico.

    Nelle immagini del reportage successivo, relativo al conflitto nel resto del paese, vengono mostrate immagini del lancio di razzi che colpiscono obiettivi visti attraverso il mirino, a sottolineare il carattere “chirurgico” degli attacchi; laddove vengono mostrate immagini di distruzione, mancano però dalla immagini le vittime umane di queste operazioni, mostrate sempre a debita distanza (il che ricorda le modalità di rappresentazione della Guerra del Golfo del 1991).

    “L’Occidente è imprevedibile”

    Kiselëv passa poi ad elencare tutte le misure prese dagli “ex-partner” occidentali contro la Russia, e di come “in spregio ad ogni decenza” questi si apprestino a metterne in campo altre, dando la parola direttamente alle dichiarazioni ufficiali di Putin, il quale presenta le sanzioni come qualcosa che sarebbe stato imposto indipendentemente dalle azioni della Russia, e miranti a colpire il loro “diritto ad essere indipendenti, il diritto ad essere la Russia”. “L’Occidente è imprevedibile”, sottolinea il conduttore, che spiega quindi la scelta di imporre l’uso del rublo per i pagamenti come una misura di difesa della sovranità e degli interessi nazionali. Sul fatto che le sanzioni danneggino anche i paesi UE viene ridata la parola a Putin, il quale accusa i governi europei di non tener conto degli interessi dei loro stessi cittadini, preferendo servire “il loro padrone oltreoceano” e costringendo la popolazione a “patire il freddo e mangiare meno, in nome della solidarietà atlantica”. Il conduttore aggiunge che tali scelte da parte dei paesi NATO porteranno alla crescita dell’inflazione e a una crisi economica internazionale, lasciando alla fame le popolazioni dei paesi più poveri e accrescendo le diseguaglianze. Fa da contrappeso la rassicurazione sul fatto che il valore del rublo sarà ristabilito e i prezzi caleranno, perché “il paese funziona”.

    04Fig. 4 - Il cancelliere Scholz contestato a un comizio “Prendi questa, Putin”. La russofobia europea

    Per illustrare quanto affermato, si mostrano immagini di un comizio di Olaf Scholz in cui il cancelliere tedesco viene contestato dal pubblico, accompagnate dal commento che “in Germania sono stati chiusi tutti i media di opposizione e quest’ultima è stata schiacciata: questa è la democrazia”; seguono le immagini del premier polacco Morawiecki, uno di coloro che “premono sul cancelliere tedesco” e che ora è “raggiante perché la russofobia polacca è finalmente diventata mainstream”. Il conduttore suggerisce che la Germania sia vittima delle macchinazioni del nazionalismo polacco, desideroso di vendicare i torti subiti nel passato. Seguono le dichiarazioni del presidente della Lituania Gitanas Nauseda, accompagnate dalla spiegazione del fatto che, nonostante le promesse di Biden di sostituire le importazioni di gas russo con quelle americane, la mancanza di un numero sufficiente di rigassificatori condanna altri paesi che invece non possono permettersi di restare senza carburante, come l’Austria, la Slovacchia e l’Ungheria. Ampio spazio è dato a un discorso di Viktor Orbán in cui quest’ultimo spiega come tale scenario rappresenti la fine dell’economia ungherese, mostrando così le divisioni interne alla UE e quelle in seno al gruppo dei paesi di Višegrad. Partono poi immagini dalla Gran Bretagna, commentando che la riduzione delle importazioni di gas provocherà un impoverimento di massa tra la popolazione di quel paese. Fra le dichiarazioni di vari politici, viene dato ampio risalto a quello della commissaria UE alla concorrenza Margareth Werstager, la quale consiglia di usare meno acqua calda e afferma che ogni volta che si spegne l’acqua quando si fa la doccia bisognerebbe dire “Prendi questa, Putin!”. Il corrispondente ironizza sul fatto che si possa fare lo stesso con la benzina e con gli alimenti, ma ciò non salverà la grande produzione industriale energivora: a sostegno di questa affermazione, vengono riportate le testimonianze di diverse personalità tedesche del settore.

    05Fig. 5 - La preoccupazione degli industriali tedeschiKiselëv poi si sofferma sulla “battaglia delle lettere”, ossia sul fatto che in Occidente la lettera Z e la V state fatte oggetto di ostracismo per la loro associazione con l’intervento russo in Ucraina, e dopo aver riportato le battute su Twitter di un diplomatico cinese, ironizza sul fatto che esse siano anche le iniziali del presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj, che così dovrebbe ribattezzarsi Ladimir Elenskij (viene usata la trascrizione del nome dal russo, anziché dall’ucraino). “La realtà – spiega Kiselëv – è un’altra cosa”, lanciando un altro reportage dal teatro di guerra.

     

     

    06Fig. 6 - Le distruzioni non vengono occultate, ma non si vedono mai cadaveriMariupol’

    Compaiono qui le immagini spettrali di una Mariupol’ semidistrutta nella quale si aggirano i due corrispondenti. Questi incontrano alcuni militari russi con delle armi “trofeo di guerra”, tra le quali il grosso è costituito da materiale di produzione statunitense, su cui la telecamera indugia a lungo. La distruzione è attribuita ai combattenti ucraini, identificati come “il reggimento nazista Azov” i quali pur di non arrendersi avrebbero costretto la città a patirne le conseguenze. Un soldato testimonia che questi miliziani spesso si travestono da civili, e che i militari russi quindi sono costretti a “filtrare” tutte le persone che incontrano. Sono mostrate inoltre le immagini dall’alto del complesso industriale Azovstal’, dove il reggimento Azov si è asserragliato, contrapposte a quelle dell’ex mercato di Mariupol’ in cui si aggirano civili in cerca di cibo. Alla domanda su come mai li lascino girare indisturbati, uno dei soldati commenta: “al posto loro noi cosa faremmo? Sono civili pacifici”. Sono inoltre mostrate le immagini di un’officina “per la preparazione rapida di bare”, sottolineando che le perdite sono elevate. Sono poi mostrati dei carri armati, “forza principale per la liberazione di Mariupol’”. Il racconto prosegue spiegando che nelle prime settimane del conflitto sono stati fatti prigionieri molti ufficiali ucraini, mentre ora è il turno dei soldati semplici. Ne viene brevemente intervistato uno, che si riferisce ai russi come “i nostri/vostri”, e il quale racconta che i miliziani del reggimento Azov li avevano arruolati con la forza costringendoli a combattere nelle proprie fila, e di come lui si sia arreso dopo la morte di alcuni dei suoi commilitoni. L’inviato spiega come molti prigionieri diventino un sostegno per le truppe della Repubblica Popolare di Doneck/Donec’k (DNR), per le quali svolgono lavori ausiliari, e ne intervista un gruppo, chiedendo loro come li trattino i militari russi: “non vi picchiano?” “no, ci trattano bene”, rispondono tutti. Di uno di loro riferisce un militare che “non lo scambieremo con i nostri prigionieri, perché vuole combattere insieme a noi, è uno dei nostri”. In generale, a differenza da quanto vediamo sui media occidentali, non vengono mai mostrati cadaveri, mentre tutto il reportage suggerisce l’umanità dei militari russi e la benevolenza, ricambiata, verso i civili. Le distruzioni non sono negate, ma la responsabilità è attribuita alla controparte.

    07Fig. 7 - Prigionieri di guerra ucraini. “Non vi picchiano?” “No, ci trattano bene”.L’‘Ucraina nazista’

    Terminato il reportage dalla DNR, Kiselëv spiega che per gli uomini ucraini dai 18 ai 60 anni su ordine del presidente è stato vietato lasciare il paese, ma molti cercano comunque di scappare, e che già fiorisce un business in cui la fuga in Occidente costa dai due ai diecimila dollari. Segue un altro reportage dall’Ucraina in cui si mostrano dei bambini che, messisi in riga, ripetono il saluto dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini di Stepan Bandera, ora saluto ufficiale delle forze armate ucraine, “Gloria all’Ucraina / Gloria agli eroi”; si specifica inoltre che i bambini stanno imparando a riconoscere “i loro” chiedendo ai passanti di pronunciare uno shibboleth, la parola ucraina poljanica. Vengono poi mostrati roghi di libri russi “una tradizione nazionalista”, e la cacciata di un pope ortodosso del patriarcato di Mosca da una chiesa; si parla di come a un consolato sloveno sia stato imposto di ammainare la propria bandiera, perché il tricolore ricordava quello russo; vengono poi mostrate le immagini della “tournée” di Zelens’kyj in diversi parlamenti, in cui il presidente ucraino “senza vergogna bolla sempre più paesi come nemici” e “prende a calci chi rifiuta di applicare sanzioni alla Russia e di fornirgli armi”, arrivando ad accusare persino gli USA. Mentre scorrono le immagini dell’incontro tra la neopresidente del Parlamento Europeo Metsola e Zelens’kyj, l’inviato fa notare come non vi siano riprese all’esterno, insinuando che in realtà tali incontri non avvengano a Kiev. Vengono poi mostrate le immagini di un “colonnello” ucraino arrestato dai suoi durante “un’orgia con un travestito” e quelle di un supermercato, dove una voce fuori campo afferma che un prodotto lì in vendita è probabilmente arrivato lì in origine come aiuto umanitario. Seguono le immagini di militari ucraini che escono da un’ambulanza, a suggerire come le ambulanze vengano utilizzate in maniera impropria.

    La ‘guerra gentile’ dei russi

    08.jpgFig. 8 - Soldato russo chiede alla padrona di casa di poter entrare per cercare eventuali militari ucraini nascosti

    Parte poi un’ulteriore reportage dal “settore meridionale” in cui viene mostrata un’operazione speciale dei militari russi per verificare la presenza o meno di militari ucraini in una casa. Viene qui sottolineato come i militari entrino in un edificio “con estrema gentilezza”, chiedendo il permesso alla padrona di casa, ma poi trovandovi nascosti tre militari travestiti da civili che “preparavano un attentato”: le successive immagini di interrogatorio e di uomini armati impegnati nella ricerca di armi ricordano quelle di un film d’azione, genere assai popolare in Russia, e il corrispondente chiude spiegando che è “in questo che consiste la smilitarizzazione”.  l servizio successivo viene mostrata una folla di civili a cui i militari russi distribuiscono generi alimentari, commentando che “molti civili si rivolgono alle nostre truppe chiedendo aiuto: i negozi ci sono, ma non ci sono soldi”, perché “le autorità di Kiev non pagano pensioni e stipendi, come da tempo fanno con il Donbass”. Commenta un soldato sul finale, che “occorre sempre restare umani”.

    09Fig. 9 - Civili ucraini in attesa degli aiuti alimentari forniti dai russi

    Bandera, eroe nazionale ucraino

    Nella parte successiva, Kiselëv la mette sul piano storico: mostra alcune immagini di documenti ricavati da archivi aperti di recente da cui emergerebbero nuovi dettagli sulle stragi, gli stupri e le ruberie compiute dai nazionalisti ucraini negli anni della Grande Guerra Patriottica, e su cui il presentatore indugia aggiungendo che gli eredi di Bandera (che combatté coi nazisti e contro i sovietici) abbiano ereditato dai loro predecessori tutto il peggio e si comportino allo stesso modo: “gente così va annientata o processata. È in questo che consiste la denazificazione”. Segue un servizio del caporedattore del canale Istorija Denisov, il quale racconta le origini e l’evoluzione ideologica del nazionalismo ucraino. Denisov mostra un libro per bambini riccamente illustrato dedicato all’attività dell’UPA, l’organizzazione paramilitare nazionalista ucraina attiva fra il 1942 e il 1949, di cui faceva parte anche l’organizzazione di Bandera, che ne costituiva l’elemento principale, denunciando come nelle scuole ucraine venga portato avanti un vero e proprio lavaggio del cervello; un altro storico, Bogdan Bezpal’ko, nota come il nazionalismo ucraino banderista abbia un carattere “quasi religioso”, e che esso produce “un esercito di zombi”; si fa poi riferimento al film polacco Wolyn, in cui viene dato molto spazio alle atrocità commesse dall’UPA in Polonia, paese che pure – sottolinea il conduttore - ha sostenuto e sostiene l’Ucraina post-Majdan, e di come questa pellicola sia stata messa al bando in Ucraina. Viene inoltre citata l’opera di uno storico polacco, Aleksander Korman, il quale accusa l’UPA di genocidio, documentandone le atrocità con diverse prove fotografiche. Dopo aver descritto nel dettaglio le atrocità inflitte dall’UPA alle sue vittime, la voce fuori campo ricorda come il fondatore dell’UPA Roman Šuchevič, ucciso nel 1950 dai servizi sovietici, sia stato riabilitato e decorato post-mortem col titolo di “Eroe dell’Ucraina” nel 2007. Viene poi riportata la vicenda della collaborazione tra l’UPA e il regime hitleriano nel corso dell’invasione dell’URSS, in particolare i pogrom da questi attuati a Leopoli nel luglio del 1941; si ricorda successivamente il caso dell’eccidio di Chatyn’, e si sottolinea come la responsabilità di quest’ultimo, che l’URSS aveva attribuito ai soli tedeschi, fosse in realtà condivisa con le SS locali, una delle quali, Hrihoriy Vasiura, riuscì a lungo a nascondere il proprio passato prima di essere scoperto, processato e fucilato nel 1986. Viene sottolineato che i dettagli del processo non furono resi pubblici per intervento dell’ex segretario del PC ucraino Ščerbic’kyj, il quale chiese di non far trapelare informazioni sulla partecipazione dei nazionalisti ucraini ai massacri onde evitare di esacerbare i rapporti interetnici.

    10Fig- 10 - Un libro illustrato per bambini sull’UPAUna guerra senza cadaveri

    In generale, nella rappresentazione mediatica del conflitto si nota come lo Stato ucraino e i suoi rappresentanti, ad eccezione della breve parte in cui viene mostrata quella che viene sprezzantemente definita “la tournée” di Zelens’kyj, sia assente: il “nemico” viene individuato a più riprese nei reggimenti di neonazisti Azov e Aidar; i soldati russi sono mostrati come “eroi del quotidiano” dotati di umanità e comprensione, mentre i civili sono vittime innocenti che accettano di buon grado l’aiuto dei russi. Sono totalmente assenti le immagini truculente dei cadaveri a cui ci hanno abituati i nostri media, e laddove vengono mostrate immagini di repertorio della Seconda guerra mondiale, i dettagli più scabrosi sono offuscati. La narrazione è univoca e onnicomprensiva, non c’è spazio per alcun dubbio o dibattito: dopo che i vari servizi dal fronte hanno stabilito che le cose stanno come descritto, e dopo aver spiegato che le sanzioni sono inefficaci e sono solo il frutto dell’inimicizia americana nei confronti della Russia, il lungo excursus storico sottrae alla controparte ucraina ogni legittimità, riducendola esclusivamente al (certamente deprecabile) nazionalismo di stampo banderista. Non vi è spazio per una narrazione che renda conto di altre forme di nazionalismo ucraino di diverso orientamento politico pure esistenti (ancorché oggi marginalizzate), né vi è spazio per un excursus storico sul formarsi dell’Ucraina come comunità immaginata politico-culturale. In sostanza, tutta la trasmissione sembra orientata a sostanziare le affermazioni fatte da Putin nel discorso di cui vengono riportati alcuni passaggi. L’effetto emotivo sul pubblico è quello da un lato di spaventarlo, mostrando un’Ucraina ridotta a un covo di banderisti e una UE inaffidabile totalmente alla mercé di un America guerrafondaia, dall’altro quello di rassicurarlo sul fatto che il presidente e l’esercito se ne stanno occupando e stanno risolvendo il problema. Se sui media italiani e occidentali in generale prevalgono le immagini di distruzione e di brutalità, finalizzate a smuovere e indignare il pubblico per spingerlo a schierarsi attivamente con la NATO e la UE a sostegno dell’Ucraina aggredita, il modo in cui Vesti nedeli racconta la guerra tende invece a ‘acquietare’ il pubblico, producendo un effetto di adesione passiva in cui l’agentività è lasciata al presidente e alle forze armate.

  • Io non condivido

    Autore: Antonio Brusa

    Immagini di guerra, social e didattica della storia

     

    Indice
    •    Introduzione
    •    Testimonianze da una guerra passata, ancora moderna
    •    La globalizzazione del fronte interno
    •    Il ruolo dell’insegnante di storia


    Introduzione
    In tempi angosciosi, nei quali i social network sono invasi da immagini di guerra, vorrei discutere sull’impulso di indignazione e di compassione che mi spinge a condividerle sulla mia bacheca. Ci vorrei ragionare, però, non come cittadino, utente di Fb. Qui ognuno fa la sua scelta. Il tasto “mi piace” serve apposta per sottometterla all’approvazione degli altri. E penso che funzioni, tutto sommato. Ci vorrei discutere come storico e insegnante di storia. C’entra il mio mestiere in questo giro di immagini, mi chiedo; mi aiuta a vedere la questione da un punto di vista particolare, e da questa angolazione mi permette di suggerire qualche riflessione, forse utile per chi fa il mio lavoro?

    La prima considerazione è quasi automatica. Le immagini di guerra fanno parte della guerra. Da sempre. Da quelle graffite nelle grotte neolitiche, a quelle dei raffinati decoratori della ceramica greca, ai bassorilievi romani, ai monaci che adornavano i loro manoscritti con teste mozzate, combattimenti e città sotto assedio: non proseguo una lista che molti saprebbero completare meglio di me. Ritorno, invece, sulla frase di sopra, perché non è a effetto. Le immagini di guerra FANNO parte della guerra, e lo hanno fatto da SEMPRE. L’eroe che uccide, è il campione che ci libera dai malvagi. Noi lo vediamo in azione e ci esaltiamo nella sua ammirazione. E se quella scena la vedono gli altri, i nemici, che stiano ben attenti, rappresentati come sono nella loro prostrazione umiliante. Tutta un’altra storia, invece, se sono loro a uccidere. In questo caso diventano barbari e feroci, e noi le vittime innocenti che suscitano compassione. Sono tanto cattivi, che uno non può non condividere il fatto che bisogna proprio ammazzarli.

    E dagli, con la tua storia antica e medievale, mi direte. Oggi siamo in un’altra epoca, quella della documentazione della realtà. Quelle antiche sono immagini costruite. Nascono con un messaggio “politico” dentro. Sono fatte per eccitare gli animi, incutere paura, giustificare il massacro. Queste no. Ecco il morto, ecco il reporter, tu vedi quello che accade sul campo di battaglia. Tu HAI diritto a vedere quello che succede. Nei tempi andati, era il “potere” che decideva quello che potevi vedere. Oggi è diverso, perché i media sono gli strumenti della democrazia visiva. E i social sono ancora più democratici, perché mettono nelle tue mani questi mezzi. Che ti sei messo in testa, vuoi discutere la democrazia della rete? Vuoi mettere in dubbio il lavoro meritorio di tanti reporter, che, a rischio della vita, documentano i fatti più atroci dei nostri tempi?

    No. Non ne voglio parlare. Non mi avventuro nella diatriba intricatissima, se questa sia o meno la democrazia cognitiva che tutti aspettiamo. Io voglio solo ragionare sul gesto personale della condivisione.


    Testimonianze da una guerra passata, ancora moderna

     

     

     

    Alcuni anni fa, in una piccola e bella mostra sulla Prima Guerra mondiale, organizzata nelle Marche da Costantino Di Sante,  quando ancora non si erano accesi i riflettori del centenario, vidi questa foto di Cesare Battisti, scattata dai suoi carnefici subito dopo la sua esecuzione. La didascalia non ricorda l’eroicità di Cesare Battisti, il “martire purissimo”, come veniva celebrato nei discorsi ufficiali, nella stampa e perfino nei manuali, ma denuncia l’oltraggio del cadavere. Il massimo della barbarie. Quella era una guerra giusta – veniva a dire così la foto - mossa da genti civili contro gli imperi barbari che schiavizzavano dei popoli europei.

    Quell’immagine ebbe una grandissima diffusione. Me ne colpì la versione trovata da Di Sante, perché era stata riprodotta su una cartolina postale. Dunque, venne utilizzata in quello stesso circuito comunicativo, attraverso il quale ormai passavano le rappresentazioni delle bellezze locali (non solo paesaggistiche); si tenevano in vita i rapporti affettivi e ci si diceva spesso delle futilità. Le cartoline postali erano molto meno impegnative di una lettera, e perciò più rapide da scrivere. Oggi sono pressoché scomparse, ma fino a poche decine di anni fa costituivano una fetta importante della comunicazione sociale. Tessevano una sorta di rete meccanica, che funzionava con i treni e le biciclette dei postini. Un social network a pedali.

    In questo modo gli italiani reimpiegarono una fotografia austriaca, scattata per onorare la memoria di un’uccisione, che al di là delle Alpi venne considerata sacrosanta. Battisti, eroe per l’Italia, era un traditore per l’Impero e - a giudicare dalla letteratura successiva e dalle vicende commemorative in quel di Trento - la questione non si chiuse affatto con la pace di Versailles. Non so quanto quella foto circolasse in Austria. La notizia dei fatti, sì. Ne ho trovato una traccia stupefacente nella mostra Am meine Völker, che si visita alla Biblioteca Nazionale di Vienna. Questa esposizione si apre con l’appello alla guerra di Francesco Giuseppe a austriaci, ungheresi, italiani e alle numerose altre genti dell’Impero, “i miei popoli”, e si chiude malinconicamente con il proclamacon il quale Carlo I, il suo successore, annunciò l’autonomia di quegli stessi popoli, un mese prima della capitolazione del novembre 1918.

    Vi ho appreso che, al principio della guerra, qualcuno ebbe l’idea di creare un centro di documentazione al quale i cittadini potessero inviare le loro testimonianze, scritte, visive o materiali del conflitto. Subito il successo fu tale che i depositi non bastavano. Poi, con il declinare degli eventi, l’entusiasmo scomparve e quei centri vennero dimenticati. Furono riscoperti ai nostri giorni dagli storici, che solitamente mostrano grande soddisfazione quando – di un fatto epocale – trovano le testimonianze della gente comune, come questa raffigurazione del supplizio di Battisti.

     

     

     

    Si tratta di un compito. Il disegno di uno scolaro di Graz. Molto probabilmente non conosce la nostra foto. Ce lo dicono il paesaggio, l’atteggiamento dei presenti e la forca, disegnata come fanno sempre i bambini. Ha sentito un racconto. Cesare Battisti marcia, vestito da “cacciatore delle Alpi”, come il ragazzo avrà visto in tante sfilate, questa volta verso il patibolo, dove un prete lo attende con un ufficiale che legge la condanna. Non ho nessun elemento per immaginare i sentimenti e i pensieri profondi di quel ragazzo. Ma ne ho qualcuno per ipotizzare un contesto di quel disegno. Siamo in una scuola. L’insegnante avrà parlato della cattura di Battisti, del processo e dell’esecuzione. Ha pensato che fosse suo dovere di educatore e, probabilmente, gliene giunsero esortazioni pedagogiche autorevoli. Poi ha dato le consegne, e l’allievo si è ingegnato per eseguirle. Forse il compito è stato svolto in classe; oppure a casa, dove lo avranno visto i genitori, ai quali il ragazzo potrà aver riferito il giudizio (“visto!”, se leggo bene) dell’insegnante.

    Quante volte abbiamo visto i disegni dei bambini in tempo di guerra? Quelli strazianti dei piccoli prigionieri di Terezin e quelli delle vittime degli innumerevoli altri conflitti dell’ultimo secolo? Ci commuovono. Li sentiamo come nostri, quei ragazzini. Ma questo ragazzo e quella rivoltante pedagogia di guerra ci turbano. Ci fanno percepire, a un secolo di distanza, l’enorme differenza che intercorre fra una società che vive in guerra, e una, come la nostra, che non la sperimenta da quasi settant’anni. Quello scolaro è lontano da noi, esattamente come quel fidanzato che, pensando di fare una cosa carina, inviò alla sua ragazza la cartolina postale con un boia e un cadavere.

    Quelle immagini, infatti, sono – per uno storico – le fonti (alcune delle tante) che testimoniano della costruzione del fronte interno. Sono strumenti attraverso i quali la gente dietro le trincee venne compattata e schierata contro un nemico, che quelle stesse figurine contribuivano a creare. Il nostro ipotetico fidanzato italiano e lo scolaro austriaco combattevano, per quanto in abiti civili. Senza imbracciare il fucile, ma usando mezzi della vita pacifica e quotidiana, come la posta e la scuola. Perché questi, in guerra, vengono trasformati in armi.


    La globalizzazione del fronte interno

    Sento l’obiezione. Ancora fatti d’altri tempi? Quel fronte interno (della Prima, come della Seconda Guerra mondiale) era strettamente legato al nazionalismo e alle sue aberrazioni. Roba vecchia, che non conta più come allora. Per lo meno, ha una presa assai minore nell’Europa occidentale, laica, civile, imbelle, secolarizzata, disincantata.

     È vero. Le cose sono cambiate, ma in modo sorprendente. Considerate una fotografia celebre, quella del bambino di Varsavia. Fu scattata da un gerarca che si voleva far bello alla corte di Hitler; diventò una denuncia del massacro ebraico. Decontestualizzata, si trasformò in simbolo generico di violenza contro i bambini; fino ad essere capovolta, ai nostri giorni e proprio nel gioco ideologico generato dai conflitti vicino-orientali, e costretta a diventare il simbolo dell’oppressione israeliana nei confronti dei palestinesi. Una vicenda complessa e lunga, raccontata da Frédéric Rousseau , che ha portato quella foto, testimonianza di un’azione di sterminio, a diventare un’icona, ormai scollegata dalla sua origine, comprensibile in ogni parte del mondo, adattabile ad ogni situazione violenta. Un’icona globale. (Ilenia Rossini e Anna Vera Sulam Calimani ne fanno delle recensioni esaurienti (http://www.unive.it/media/allegato/dep/n10-2009/Schede/Recensione_Sullam.pdf; http://www.officinadellastoria.info/magazine

    /index.php?option=com_content&view=article&id=352:recensione-f-rousseau-il-bambino-di-varsavia-storia-di-una-fotografia&catid=68:fotografia-e-storia )

      Un disegnatore danese, Per Marquard Otzen, accosta il disegno del bambino palestinese alla celebre immagine del bambino di Varsavia

     

    E’ vero, dunque. Quel meccanismo, che abbiamo visto attivarsi al tempo di Battisti, è cambiato, perché è diventato pervasivo e potente. Ciascuno di noi se ne rende conto, sfogliando un album di icone globali che vanno dall’insegna di Auschwitz, ai carri merci, ai mucchi di cadaveri, alle fosse comuni, fino ai Che Guevara indossati dai ragazzi di estrema destra.
    E’ cambiato anche un altro aspetto di queste immagini: la loro efficacia nella creazione di un fronte interno. Anche in questo caso, si tratta di una potenza che non ha fatto che crescere, man mano che avanzavano i processi di globalizzazione. Ci basta rammentare – per tutte - la napalm girl, la bambina vietnamita che fugge impaurita dai bombardamenti americani. Entrambe contribuirono potentemente alla creazione di un fronte antiamericano le cui dimensioni coincisero con il pianeta, e con il quale gli Usa, prima potenza militare del mondo, dovettero scendere a patti.

    Ecco:  potenti, duttili e globali, queste sono le nuove armi iconiche a disposizione dei signori delle guerre odierne. Il social è uno dei campi preferiti di questa battaglia. Tu clicchi “condividi” e vieni arruolato. Il signore vanterà un fronte interno smisurato, incomparabilmente più vasto dei bacini ai quali si rivolsero le nazioni del secolo scorso.

    Immagino che la sera, quando si tirano le somme, i capi contino le bombe lanciate sulla testa del nemico, i razzi scagliati, i nemici ammazzati (militari o no, vanno tutti nel mucchio) e le immagini condivise. Trecento razzi, dice uno; duecentomila condivisioni, dice l’altro. Il capo (o il team delle teste pensanti) approva, decide la strategia per il giorno dopo. Vaglia le immagini che hanno avuto più successo: la mamma straziata, la bambina che cerca i libri fra le macerie, il mucchio di cadaveri. Soggetti che una guerra produce con generosità. Non importa come siano state realizzate: se da un reporter coraggioso o da una persona qualunque con lo smartphone, o da un fotografo embedded. Si tratta di individuare quelle che funzionano di più, che hanno iscritto più gente al proprio fronte interno globalizzato. Non importa il motivo per il quale, domani, uno le condividerà: per informare, testimoniare, vendicarsi, indignarsi, chiedere la pace e la fine del massacro. Domani, ognuno combatterà con le sue armi. Uno con il lanciarazzi e l’Ak47, il Raphael o l’Iron Dome. L’altro col tasto “condividi”.

    Ecco perché esito a condividere. Ecco perché non condivido, per quanto il mio primo impulso sia quello di comunicare agli amici la mia rabbia e la mia pietà per gli uccisi, pensando che quella foto dia forza e verità al mio sentimento. Non lo faccio per lo sdegno piccato di chi sospetta di essere strumentalizzato. Perché “non mi va di essere arruolato a mia insaputa”. Ma, perché – come mi ha insegnato il disegno della ragazzino di Graz – io vivo in un altro mondo, che in questo momento è fortunatamente in pace. Posso scegliere il mio ruolo. Entrare nel conflitto, a sostegno dell’uno o dell’altro, o dire basta. Cessate le armi. Ma con quale credibilità chiederò il passo indietro di entrambi, se faccio parte di uno dei fronti? Come posso chiedere la pace, se entro in guerra?

    Perché non contribuire a creare un altro fronte interno, a sostegno di quelli – palestinesi e israeliani – che chiedono la pace, l’hanno chiesta in passato, e oggi sono stati messi in minoranza,  vittime di nemici e di connazionali? Perché non incoraggiarli con la consapevolezza di avere alle spalle un fronte interno grande e potente?

    Non è necessario essere pacifisti, per valutare questa opzione. Non so che cosa farei se gli italiani fossero coinvolti direttamente in un conflitto. Non sono dentro una guerra, quindi non posso giudicare chi si trova nell’inferno e ne segue la logica. Né giudico chi, animato da intenzioni generose, si schiera sul web. Credo, però, che un buon compito per chi si trova momentaneamente in pace, per chi da settant’anni non sperimenta la guerra sulla propria pelle (privilegio unico nella storia), sia quello di aiutare gli altri ad abbassare le armi. E questo non si fa applaudendo i guerrieri, né brandendo le vittime.


    Il ruolo dell’insegnante di storia

    Condividere o no è una scelta personale. Ne ho esposto i miei motivi. Penso che gli autori di moltissime condivisioni ne avranno di altrettanto validi e che se ne possa discutere. In fondo, è il lusso che ci concede lo stato di pace. Quello che so, per certo, è che – essendo una scelta personale – questa non può essere oggetto di valutazione, e quindi di una qualche direttività didattica. Libera per me, libera anche per gli studenti.

    Allora, che cosa insegnare di questa vicenda?
    La storia della circolazione sociale delle immagini, che ho ricordato senza alcuna pretesa di completezza (per questa occorre studiare i lavori di chi se ne è occupato professionalmente, come Giovanni De Luna  o Peppino Ortoleva),  pur nella sua brevità, è sufficiente per alcune risposte. Provo a suggerirne cinque.

    Costruire la profondità temporale dell’evento. La storia fornisce una prospettiva temporale a ciò che sembra un tipico prodotto del presente. C’è un passato, nell’uso bellico delle immagini, che mi permette di riflettere sul fatto che io sono in grado di vedere qualcosa di un evento bellico che si svolge a distanza. Questa vicinanza al fronte di chi sta nel retroterra non è “naturale”. E’ costruita, ha i suoi scopi, le sue regole, i suoi problemi, a volte i suoi controllori. Questo sistema complesso, attivato nelle società fin da tempi lontanissimi, si è modificato nel tempo. Oggi ne viviamo una fase molto particolare e molto efficace. Per mettere in grado il soggetto di valutare questa specificità, occorre che egli sia in grado di ricostruire questa prospettiva. Di conseguenza è importante, proprio per prepararlo a gestire il flusso di immagini belliche odierne, insegnargli a leggere quelle del passato.

    - Comprendere il meccanismo della diffusione sociale delle conoscenze. La storia ci mostra come funziona questo meccanismo intricato, che lega il fronte al retroterra. Quali sono gli interessi, gli attori, gli strumenti della comunicazione, gli effetti. Ti avvisa che accedere a questo sistema è entrare nel gioco, diventarne un soggetto attivo – anche se non lo si vuole. Lo era in passato. Oggi, con i sistemi di computo delle visualizzazioni, e con la possibilità di contribuire alla circolazione delle informazioni, lo è ancora di più.

    - Saper gestire criticamente le fonti. La disciplina storica è il più antico deposito di tecnologia dell’informazione che l’umanità abbia costruito. Lo facciamo da 2500 anni, da quando Erodoto cominciò a raccogliere notizie e a interrogarsi quale fosse verosimile, quale vera e quale invece una fandonia. La storiografia ha elaborato un sistema di critica delle notizie, che ci permette di costruire un’immagine ponderata della realtà, a dispetto della loro fallacia, voluta o inconsapevole (Elena Musci ha mostrato come si possano utilizzare in classe anche le “foto false” del fascismo).  Nessuno di noi “vede” le atrocità della guerra. Noi vediamo documenti visivi di queste atrocità. L’effetto di realismo di queste immagini, accentuato dal movimento e dal suono, ha lo straordinario potere di ingannare il suo fruitore. Il suo disinganno è la premessa insostituibile per un uso corretto delle immagini. Oggi, fornire gli allievi degli strumenti elementari per valutare le notizie, diventa un compito che qualifica l’utilità civile dell’insegnamento della storia.

    - Avere un approccio critico ai media. C’è un’educazione ai media alla quale la storia può fornire un contributo specifico.  Per valutare criticamente un’immagine, occorre sapere chi l’ha scattata, per quale scopo, attraverso quali agenti è stata messa in circolo, qual è l’uso che se ne sta facendo. Senza queste notizie, l’immagine non riuscirà mai a funzionare come documento che aiuta il fruitore a capire quello che succede. E, mentre diminuisce il suo potenziale informativo, aumenta parallelamente il rischio che si presti a essere ingrediente di un discorso politico, ideologico, o di altro genere. Potremmo dire, allora, che un soggetto è educato ai media non solo quando sceglie per sé le immagini dotate di questi requisiti; ma anche quando se ne fa tramite attraverso la rete.

    - Conoscere la storia sociale della guerra e della pace. La storia può (deve) insegnare la differenza che esiste fra una società in guerra e una in pace. Non, come si fa solitamente, le cause, lo svolgimento, i protagonisti e l’esito di una guerra. Deve far capire quanto distanti siano le due società. Quanto diversamente funzionino le rispettive logiche; come si pensi diversamente, la scala diversa dei sentimenti, e gli ordini morali ribaltati.


    C’è infine, una forma di condivisione della quale non parlano mai i guru del web, ma che interessa la scuola da vicino: quella che inzeppa tesine, ppt e ogni genere di elaborato-compito multimediale. Mi capita spesso di vederne, in giro per le scuole. Solitamente i docenti me li mostrano con gli occhi lucenti di soddisfazione. Ne ricordo uno per l’imbarazzo che mi procurò. Era un 25 aprile. Il prof aveva curato, con i suoi allievi, un ppt sulla Liberazione, intitolato Democrazia contro Dittatura. Un montaggio ammirevole, veloce. La musica hard, sparata a mille, commentava una collezione di poveri impiccati, torturati, bruciati vivi, come se ne trovano a bizzeffe nella rete. Immagini scattate dagli stessi boia o con gli smartphone da chi si assiepava a vedere lo spettacolo. Di grande presa emotiva. Osservavo i ragazzi, catturati dai ritmi musicali e iconici. Per quello che riesco a capire era tecnicamente inappuntabile. Per quello che so, era una grave opera di diseducazione.

  • L'Orologio dell'Apocalisse e le humanities


    Quando i sovietici installarono i missili SS20 e gli Usa i Pershing, avemmo tutti paura. Erano "armi di teatro" si diceva. Cioè potevano essere usati senza scatenare una Mutua Distruzione Assicurata (MAD), cosa che aveva trattenuto le superpotenze di allora dall'usare le bombe all'idrogeno. Naturalmente non ci credette nessuno, nemmeno in Italia, dove notoriamente siamo di bocca buona, anche perché i Pershing li avevano piazzati proprio qui. Era il 1984. Non so più a quante manifestazioni per la pace partecipai (io e tantissimi altri, di tanti orientamenti politici) e quanti documenti firmammo; ma ricordo che ogni notte, andando a letto, provavo un certo senso di angoscia.

    Il fatto era che i tg avevano parlato dell' "Orologio dell'Apocalisse", il Doomsday Clock, che certi scienziati aggiornavano, spostando le lancette verso la mezzanotte o allontanandole, a seconda della vicinanza o meno dalla Fine del Mondo, l'ora dell'Apocalisse. Era il 1984 e quest'orologio segnava tre minuti alla mezzanotte. Ci stavamo, quasi. Perciò andavamo a letto senza sapere se ci sarebbe stato un giorno dopo.

    Quell'orologio esiste dal secondo dopoguerra, quando un gruppo di scienziati, afferenti al "The Bulletin of Atomic Scientists" ha cominciato ad aggiornarlo annualmente, mettendolo in bella vista sulla prima pagina della loro rivista. E' stato una volta sola vicino ai due minuti, nel 1953, quando gli Usa sperimentarono la bomba all'idrogeno e l'URRS non ce l'aveva ancora. Poi, per ben tre volte è stato a tre minuti: nel 1947, quando l'URSS sperimentò la sua, di bomba atomica; nel 1984, quella che ricordo io e, sorpresa assai poco piacevole, nel 2015.

    Apprendo quest'ultimo aggiornamento dall'articolo di Giovanni Spataro, su "Le Scienze" di questo mese (Luglio 2015, pp. 44 s). E questa è la prima grande differenza con gli anni '80: oggi devo leggere una rivista scientifica per saperlo, perché i media traboccano di Grexit, Isis, Triton e Flegetonte (per non parlare del teatrino italiano, ma questo anche allora faceva spettacolo). La seconda differenza è che quelle lancette diventarono un problema caldissimo dal punto di vista politico. Per motivi diversi, certamente, scatenarono un dibattito, del quale oggi non mi sembra di rilevare qualche traccia. La terza differenza è che il rischio, in passato, fu esclusivamente militare, mentre oggi ha diverse componenti.

    Infatti, il rischio militare non si è affatto attenuato: il numero delle bombe nucleari è esorbitante; gli investimenti che le due (ex?) superpotenze vi destinano sono ingentissimi; i possibili lanciatori di bombe si sono moltiplicati e agiscono tutti su fronti molto caldi (Israele- Iran; India-Pakistan; Corea del Nord ecc). Accanto a questo, inoltre, agiscono due altri fattori di rischio: quello ambientale-climatico e quello del controllo difficile delle tecnologie (armi biologiche, ciberterrorismo ecc.). Entrambi, dicono quegli scienziati, sono prossimi alla deflagrazione.

    Oggi, dunque, agisce una miscela molto più pericolosa di quelle che ci hanno terrorizzato in passato: ma non riesce a diventare un problema politico centrale. Nel passato, infatti, la gestione politica del conflitto ebbe successo, spostando all'indietro le lancette fatidiche. Oggi, invece, per quanto ogni tanto qualcuno ne parli in giro e si facciano convegni qua e là, anche di grande risonanza, è indubbio che l'idea della prossimità alla Fine non tocchi la sensibilità diffusa, politica e no.

    Questo non fa che aumentare i fattori di rischio.

    Dice Spataro che ogni volta che le lancette si avvicinano alla fine, la questione fondamentale fu politica. Quella era la causa del rischio e fu a livello politico che si trovarono delle risposte. Questo è vero anche oggi, e ad un grado superiore, potremmo dire, perché si tratta di discutere di interessi, scelte, individuali e collettive, di dirottare investimenti da un settore all'altro, di prevedere che, con l'aggravarsi della crisi, diventeranno inevitabili le esplosioni di conflitti sociali; di costruire capacità di esercitare governo anche al di fuori dei propri confini nazionali.

    Una buona politica non chiede solo delle persone perbene e competenti nel proprio settore (come vorremmo tutti). Esige una buona capacità di leggere i problemi, di capire la società, di parlare con le persone, di istruire i cittadini in modo che sappiano stabilire gerarchie credibili dei mille problemi che travolgono la loro esistenza. E questo vuol dire: "humanities" (passi il termine inglese, visto che si tratta di un problema internazionale). L'incapacità diffusa, infatti, dei governanti come dei cittadini, di riconoscere i problemi di una società, è rivelatrice, a mio modo chiarissima, di uno straordinario deficit di "humanities".

    Per questo è sorprendente osservare l'attuale "attacco alle humanities", sferrato in modo particolare nel settore formativo. Seguendo, invece, il ragionamento di Spataro ( e degli scienziati del "Bullettin"), essendo la questione politica, ci si dovrebbe impegnare in tutto ciò che aumenta la nostra capacità di comprendere la società. Se si potesse, perciò, fare una postilla al loro lavoro meritorio, vorrei aggiungere, come quarto fattore di rischio, l'insensibilità dei governi verso la formazione storico sociale dei loro cittadini.

    http://thebulletin.org/timeline

  • L’importanza delle immagini: Gerhard Paul e la storia visiva della Germania nazista

    di Antonio Prampolini

     

    INDICE

    1. Fotografia e propaganda nella Germania nazista

    1.1 La politica delle immagini

    1.2 Il culto del capo e i fotografi personali di Hitler

    1.3 I fotomontaggi antisemiti

    1.4 Le fotografie di guerra

    2. Gerhard Paul e le immagini di una dittatura

    3. Collezioni fotografiche online: sitografia

     

    1. Fotografia e propaganda nella Germania nazista

    PAUL GERHARD STORIA VISIVA DELLA GERMANIA NAZISTA IMMAGINE 1Fig.1: fotomontaggio propagandistico pubblicato sulla rivista nazista in lingua inglese «The American Illustrated News», agosto-ottobre 1936. Fonte1.1 La politica delle immagini

    I nazisti, che già a partire dagli anni Venti si erano serviti in larga misura della fotografia come mezzo di propaganda del loro partito, dopo la “presa del potere” (30 gennaio 1933), la utilizzarono abilmente come strumento della politica del nuovo regime. Il 1° gennaio 1934 approvarono una legge sulla censura delle attività editoriali la quale stabiliva che i fotografi e i giornalisti erano da considerarsi “servitori dello Stato e del popolo tedesco” e che, pertanto, vietava la pubblicazione di immagini e articoli in cui il regime nazista fosse rappresentato in modo negativo o non adeguatamente celebrativo. Per poter continuare a esercitare la propria professione, i fotografi dovevano iscriversi all’associazione della stampa tedesca (Reichsverband der Deutschen Presse). Erano istituiti tribunali professionali che potevano emettere avvertimenti ai fotografi che non rispettavano le direttive in materia di propaganda, o, nel peggiore dei casi, rimuoverli dall'albo professionale, inoltrando i loro dati alla Gestapo (la polizia segreta della Germania nazista)1.

    Il nazismo era diventato un movimento di massa anche grazie alla propaganda, posta sotto la direzione di Joseph Goebbels a partire dal 1930. Un'attenta coreografia di grandi eventi con uniformi, bandiere, fiaccole e altri simboli esercitava un fascino seducente sui tedeschi e, soprattutto, sui giovani. Il regime si serviva del potere suggestivo delle immagini; le fotografie delle adunate oceaniche alla presenza di Hitler dovevano apparire agli occhi dei più come la rappresentazione plastica della nuova Germania: uno stato forte guidato da un leader carismatico2.

    Il lavoro e il progresso tecnico conoscevano una trasfigurazione mitica. Le immagini dei nuovi edifici, degli impianti industriali e delle autostrade erano “costruite” per testimoniare l'azione del governo nazionalsocialista a beneficio del popolo tedesco. Allo stesso tempo, la propaganda del regime glorificava la figura interclassista del lavoratore. Gli operai, i contadini e i soldati erano raffigurati come i difensori della "comunità nazionale" il cui nucleo e garante dell'ordine morale era la famiglia tradizionale con numerosi figli (le fotografie dovevano mostrare famiglie con almeno quattro bambini).

     

    PAUL GERHARD STORIA VISIVA DELLA GERMANIA NAZISTA IMMAGINE 2Fig.2: manifesto ricavato da una fotografia di Heinrich Hoffmann del1935. Fonte1.2 Il culto del capo e i fotografi personali di Hitler

    Durante la Repubblica di Weimar, in anni caratterizzati da una permanente instabilità politica e da un diffuso malessere economico-sociale, i nazisti seppero sfruttare al massimo l’aspirazione del popolo tedesco ad essere guidato da un capo forte e decisionista, capace di infondere in loro sicurezza e speranza in un futuro migliore. Si avvalsero di campagne propagandistiche accuratamente studiate per trasformare Adolf Hitler da estremista poco conosciuto (nato in Austria e non in Germania) a salvatore della patria e uomo del destino della nazione.

    A partire dall'inizio degli anni '30, per rappresentare e allo stesso tempo favorire la crescente popolarità di Hitler, i responsabili della propaganda nazista utilizzarono immagini panoramiche del "Führer", posizionate diagonalmente su entrambi i lati, davanti a folle oceaniche.

    Il fotografo più importante dell’iconografia propagandistica del Terzo Reich fu sicuramente Heinrich Hoffmann, amico e ritrattista personale di Hitler. Le sue fotografie contribuirono in maniera rilevante alla creazione del mito hitleriano nell’immaginario collettivo del popolo tedesco. Nel 1932 Hoffmann pubblicò un opuscolo dal titolo Hitler wie ihn keiner kennt (Hitler come nessuno lo conosce). Per aiutare il popolo a identificarsi con il "Führer", Hitler fu ritratto come un "tedesco normale", un amante dei bambini, della natura e dei cani3.

    Tra i principali fotografi della Germania nazista deve essere annoverato anche Hugo Jaeger che accompagnò Hitler negli anni Trenta e nel corso della Seconda Guerra Mondiale, scattandogli circa duemila fotografie a colori, All’epoca, Jaeger fu uno dei pochi fotografi che utilizzavano pellicole a colori. Un lavoro, il suo, che ci consegna un sorprendente ritratto di Hitler e una straordinaria documentazione visiva della criminale politica del nazismo in Polonia (Ghetto di Varsavia)4.

     

    PAUL GERHARD STORIA VISIVA DELLA GERMANIA NAZISTA IMMAGINE 3Fig.3: fotomontaggio “Entartung der Kunst” (Degenerazione dell'arte): manifesto per la grande mostra antibolscevica del 1937 a Norimberga. Fonte1.3 I fotomontaggi antisemiti

    Nel 1937 la mostra antibolscevica Grosse antibolschewistische Shau (Grande esposizione antibolscevica), allestita inizialmente nel novembre del 1936 presso la biblioteca del Deutches Museum di Monaco, esponeva in un nuovo allestimento a Norimberga un gigantesco fotomontaggio antisemita sulla “degenerazione dell'arte” Entartung der Kunst. Si trattava (come ha osservato Konstantin Akinsha) di una strategia propagandistica di grande effetto, ispirata alle tecniche sovietiche dei decenni precedenti e utilizzata anche nella Mostra della Rivoluzione fascista tenutasi a Roma nel 19325.

     

     

     

    PAUL GERHARD STORIA VISIVA DELLA GERMANIA NAZISTA IMMAGINE 4Fig.4: Fotomontaggo 'Judenvisagen' (Facce di giudei), per la mostra “Der Ewige Jude” (L'ebreo errante), Monaco di Baviera, 1937. FonteUn altro famoso fotomontaggio antisemita, Judenvisagen (Facce di giudei), fu presentato nella mostra Der ewige Jude (L'eterno ebreo), allestita a Monaco sempre nel 1937. In questo fotomontaggio erano state inserite foto che ritraevano personaggi di origine ebraica appartenenti al mondo della cultura, della politica e della scienza. Personaggi di cui venivano esasperati, abbruttendoli, i tratti fisiognomici che denotavano l’appartenenza ad una razza diversa da quella ariana e, per questo, considerata inferiore.

    Maestro della iconografia antisemita era il giornalista e scrittore Hans Diebow che aveva pubblicato nel 1924 Die Rassenfrage (La questione razziale), e numerosi altri pamphlet sullo stesso tema negli anni successivi. Nel 1937 curò la raccolta di illustrazioni, in prevalenza fotografiche, Der ewige Jude (L’eterno ebreo), un’opera feroce e provocatoria che denigrava e ridicolizzava gli ebrei per giustificare la politica antisemita dei nazisti e l’obiettivo di una Germania “Judenfrei”. Le sue pubblicazioni, che avevano contribuito a diffondere l’odio razziale non solo in Germania ma anche negli altri paesi dell’Asse, possono essere definite come una sorta di “foto-album ideologici” dove le parole dovevano essere subordinate alle immagini6.

     

    PAUL GERHARD STORIA VISIVA DELLA GERMANIA NAZISTA IMMAGINE 5Fig.5: gruppo di militari facenti parte delle Propagandakompanien. Fonte1.4 Le fotografie di guerra

    Per i responsabili della propaganda nazista la guerra doveva essere drammatizzata e personalizzata utilizzando tutti i mezzi visivi, e, tra questi, in particolare la fotografia.

    Nel 1938 furono create le Propagandakompanien, reparti della Wehrmacht la cui attività era però posta sotto il controllo diretto del Ministero della Propaganda, che comprendevano fotografi, cineoperatori, disegnatori e giornalisti. Il loro compito era quello di fornire immagini della guerra che, puntando sull’emotività, dovevano raffigurare la forza, il coraggio e l’eroismo dei soldati dell’esercito tedesco7.

    Le numerose fotografie prodotte dalle Propagandakompanien nel corso della Seconda Guerra Mondiale erano però in gran parte il frutto di “messe in scena” che, per rassicurare le famiglie tedesche o esaltare le figure dei combattenti, avevano poco o niente in comune con la realtà. Allo scoppio della Secondo conflitto mondiale nel 1939, i fotografi documentarono i successi della Wehrmacht nei vari teatri di guerra. Dopo l'attacco all'Unione Sovietica, nel giugno 1941, le foto contenevano anche immagini che raffiguravano sia le condizioni di estrema indigenza in cui vivevano le popolazioni locali che la violenza dei soldati tedeschi nei confronti degli ebrei. Quando, a partire dal 1943, la sconfitta militare della Germania sul fronte orientale era di giorno in giorno sempre più evidente, i soldati della Wehrmacht venivano ancora rappresentati come combattenti vittoriosi. L’iconografia ufficiale glorificava la guerra e le virtù militari: il cameratismo, la lealtà e il coraggio. I detentori della Croce di Cavaliere della Wehrmacht venivano corteggiati come eroi dalla propaganda nazista; tra questi, in particolare, Erwin Rommel, che godeva di un'alta reputazione tra la popolazione ed era una figura in cui si identificavano molti soldati dell’esercito tedesco.

     

    2. Gerhard Paul e le immagini di una dittatura

    Gerhard Paul è uno storico tedesco che ha insegnato didattica della storia presso la Europa-Universität di Flensburg (Germania) e che da più di trent’anni studia le immagini dell’età contemporanea, intese non solo come una delle possibili fonti della storia, insieme alle fonti scritte e a quelle orali, ma come oggetti che meritano un’indagine storiografica autonoma. Le immagini, a suo parere, sono dotate di una propria «forza generativa» poiché esse non solo riflettono la storia, ma anche la influenzano e la determinano8.

    «Le immagini, [egli osserva] sono più che fonti che si riferiscono a un fatto o evento al di fuori della propria esistenza; sono più che media che usano il loro potenziale estetico per trasmettere interpretazioni [della realtà]. Le immagini hanno anche la capacità di creare prima di tutto realtà, sono dotate di una potenza energetica e generativa»9.

    Numerose sono le sue pubblicazioni (purtroppo nessuna è stata ancora tradotta in italiano) dedicate alle immagini della propaganda e della politica del terrore dei nazisti contro gli ebrei e le popolazioni dell’Europa orientale, e alla iconografia delle guerre, nella consapevolezza che le “guerre moderne” sono diventate sempre più “guerre di immagini” (la Seconda guerra mondiale, la Guerra del Vietnam, la Guerra in Iraq contro Saddam Hussein)10.

    Nel 2020 ha pubblicato Immagini di una dittatura. La storia visiva del Terzo Reich (Bilder einer Diktatur. Zur Visual History des Dritten Reiches) nella collana «Visual History» dell’editore Wallstein Verlag11.

    PAUL GERHARD STORIA VISIVA DELLA GERMANIA NAZISTA IMMAGINE 6Fig.6: copertina di “Bilder einer Diktatur” editore Wallstein Verlag. FonteIn cinquecento pagine, Paul prende in esame l’iconografia del nazismo negli anni che vanno dal 1932 al 1945 utilizzando 42 “immagini chiave”. La selezione riflette il primato della fotografia nella memoria collettiva dei tedeschi. Infatti, due terzi delle “immagini chiave” selezionate da Paul sono fotografie, prodotte sia da fotografi professionisti, alle dipendenze delle agenzie di propaganda del regime o inquadrati in reparti militari, che da fotografi amatoriali (soldati o civili). A ciascuna delle immagini selezionate, riprodotte in ordine cronologico, viene dedicato un capitolo dove l’autore descrive le circostanze della loro creazione, come furono utilizzate e interpretate, e come lui stesso le ha incontrate per la prima volta.

    Nella sua indagine iconografica Paul ha potuto constatare che, nonostante siano trascorsi più di 70 anni dalla fine del cosiddetto Terzo Reich, le foto provenienti dalla propaganda nazista plasmano ancora la visione collettiva di quel periodo storico. Sono onnipresenti in rete, negli articoli dei giornali e nelle mostre, illustrano i libri e i testi scolastici, dove spesso si dimentica che esse non rispecchiano in modo oggettivo e neutrale la realtà, poiché sono spesso il prodotto di “messe in scena”, di costruzioni mediatiche che necessitano di un’attenta critica delle fonti.

    «Siamo ancora circondati da immagini dell’era nazista [scrive Paul nell’introduzione a Bilder einer Diktatur]. Uno sguardo ai giornali e alle riviste, allo schermo televisivo [o a quello dei computer e dei telefonini collegati a Internet] conferma continuamente questo fatto: la barriera di confine rotta a Danzica è una metafora visiva dell'inizio della Seconda Guerra Mondiale; la fotografia dei fratelli Scholl rappresenta in tutto il mondo la resistenza contro Hitler; la rampa ferroviaria di Auschwitz-Birkenau costituisce una icona globale dell’Olocausto. Nel cosmo di queste immagini si è formata la nostra visione del nazionalsocialismo e del Terzo Reich. Quella che era un'esperienza reale per coloro che vivevano in quel momento viene veicolata ai posteri mediaticamente attraverso immagini. La memoria che ne scaturisce proviene spesso dalla stessa propaganda nazista che è stata adottata talvolta in modo acritico, influendo così sul giudizio di quella tragica esperienza storica»12.

    PAUL GERHARD STORIA VISIVA DELLA GERMANIA NAZISTA IMMAGINE 7 PAUL GERHARD STORIA VISIVA DELLA GERMANIA NAZISTA IMMAGINE 8 Bilder einer Diktatur inizia con una foto scattata a Kiel (Schleswig-Holstein) nel dicembre 1932 e si chiude con una foto scattata a Flensburg (Schleswig-Holstein) il 23 maggio 1945. La prima mostra un candelabro di Hanukkah (candelabro a nove bracci, Menorah, per celebrare la festa ebraica di Hanukkah) posto sul davanzale di una finestra con vista sull’edificio sede della locale direzione del partito nazista (NSDAP) dove sventolava una bandiera con la svastica. La fotografia è una “messa in scena” della fotografa Rachel Posner, moglie del rabbino di Kiel, per rappresentare visivamente la situazione di tensione e di pericolo in cui si trovava la popolazione ebraica a causa delle azioni violente dei nazisti di quella città. Questa fotografia viene utilizzata da Paul per raffigurare simbolicamente la radicale contrapposizione tra il nazionalsocialismo e il mondo ebraico, tema centrale di Bilder einer Diktatur. La seconda foto documenta l’arresto avvenuto a Flensburg di alcuni alti gerarchi nazisti: Karl Dönitz (il successore di Hitler), Albert Speer (il ministro degli armamenti e delle munizioni del Reich) e Alfred Jodl (il capo l'organizzazione Todt). Si tratta anche in questo caso di una “messa in scena” voluta dalla potenza occupante britannica per offrire ai numerosi rappresentanti della stampa internazionale un’immagine iconica della fine della dittatura nazista.

    Circa un terzo delle fotografie di Bilder einer Diktatur sono dedicate alla persecuzione degli ebrei. In molte immagini, gli ebrei vengono ritratti secondo gli stereotipi razziali definiti dai nazisti per rafforzare le tendenze antisemite della popolazione tedesca ed escluderli così dalla “comunità nazionale”, riservata ai soli cittadini di razza ariana. Particolarmente inquietanti sono le foto di Lviv, in Ucraina, che mostrano giovani che compiono violenze sessuali contro donne ebree davanti alla macchina fotografica. Ci sono anche immagini scattate clandestinamente che provengono dalle stesse vittime del terrore nazionalsocialista.

    Per Paul, ciò che colpisce nell’iconografia nazista è la discrepanza tra la violenza degli eventi e la «osservazione apparentemente estranea» di gran parte dei fotografi. Miglia di fotografie venivano pubblicate sui quotidiani e sulle riviste illustrate promosse dal regime per creare un nuovo immaginario delle masse, per renderle partecipi degli eventi e trasformarle in corresponsabili, estendendo così la base di consenso del regime.

    Nel riflettere sui criteri da lui seguiti nella scelta delle immagini in Bilder einer Diktatur, Paul così descrive la dinamica delle immagini nella memoria collettiva:

    «La nostra memoria basata sulle immagini non è mai statica, ma dinamica, caotica e associativa. Ciò vale anche per la memoria dell’era nazista. Alcune immagini sopravvivono al passare del tempo, cambiando interpretazione e significato. Altre immagini vengono dimenticate e scompaiono dalla nostra memoria. Nuove immagini sostituiscono quelle più vecchie. Tra queste ci sono immagini che, a causa del loro potere iconico, sono prive di leggende, mentre altre richiedono l’accompagnamento di un testo descrittivo. Alcune immagini acquisiscono un significato maggiore, vengono collocate nella memoria come immagini di riferimento per un contesto storico più ampio. Tutto questo avviene a seconda dei tempi, dei mutevoli interessi e delle domande che poniamo alla storia»13.

    Grazie all’ampia e approfondita ricerca iconografica sull’era nazista, che affianca alle fotografie ufficiali del regime immagini meno conosciute o del tutto sconosciute, e mostra eventi nelle strade e nelle piazze, così come nei lager o nelle prigioni, nelle stanze private o nei nascondigli, Bilder einer Diktatur è un'opera di grande interesse che può essere utilizzata proficuamente anche in ambito didattico per esercitarsi ad analizzare criticamente le fonti visive, mettendo in discussione la produzione, la ricezione e l’interpretazione delle fotografie di quell'epoca barbarica.

     

    3. Collezioni fotografiche online: sitografia

    Elenchiamo di seguito alcune risorse della rete ad accesso libero e gratuito, che propongono collezioni fotografiche sulla storia visiva della Germania nazista. Per quanto riguarda le collezioni fotografiche sulla Shoah/Olocausto rinviamo alla sitografia dell’articolo Le quattro foto “vere/false” di Auschwitz. Georges Didi-Huberman e il dibattito sulla rappresentazione della Shoah (in «Historia Ludens», 21/01/2024), con la stessa avvertenza: le fotografie digitali che circolano numerose sul web devono sempre essere sottoposte ad una critica delle fonti, con una particolare attenzione sia all’organizzazione che alle finalità dei siti che le pubblicano.

    - In Wikimedia Commons (l’archivio digitale open access di immagini, suoni e video, di pubblico dominio o con licenza libera, creato nel 2004 dalla Wikimedia Foundation, e che funge da repository di file multimediali per i vari progetti della fondazione, tra cui Wikipedia) segnaliamo le categorie (aggregati di file strutturati):

    Category: Nazi Germany

    Category: Nazi propaganda

    Category: Nazi photographers

    Category: Photographs by Heinrich Hoffmann

    Category: Propagandakompanie

    E’ possibile anche effettuare una ricerca in Wikimedia Commons digitando nazi photography nel campo di testo libero; in tal caso, il risultato è un mosaico di immagini non strutturate.

    - Il Bundesarchiv, l’Archivio federale della Germania, conserva circa 12 milioni di immagini, foto aeree e manifesti sulla storia tedesca e non solo. Dal sito dell’archivio è possibile impostare ricerche per periodo. Ad esempio, la ricerca dal 1933 al 1945permette di visualizzare numerose immagini relative alla Germania negli anni del nazismo al potere. L’archivio conserva, in particolare, le fotografie delle Compagnie di Propaganda della Wehrmacht che mostrano l’impiego nelle diverse zone di guerra delle forze armate tedesche durante il Secondo conflitto mondiale. Dal sito dell’archivio è possibile visualizzare le foto: Propagandakompanien der Wehrmacht.

    - Il LEMO – Lebendiges Museum Online permette di accedere a diverse raccolte fotografiche sulla Germania (Fotografien). Nella lista Epoche segnaliamo: Weimarer Republik, NS-Regime, Zweiter Weltkrieg. La ricerca delle immagini può essere impostata per tag, luoghi e persone.

    - Il sito Süddeutsche Zeitung Photo pubblica numerose fotografie dedicate al nazionalsocialismo in Germania: Nationalsozialismus in Deutschland. Le fotografie sono raggruppate per temi e ogni tema propone diversi dossier con le relative immagini (ad esempio, il tema La politica educativa dei nazionalsocialisti comprende tre dossier: Schule im Nationalsozialismus (La scuola nella Germania nazionalsocialista); Universität im Nationalsozialismus(L’università nella Germania nazionalsocialista); Vormilitärische Ausbildung bei der Hitlerjugend(L’addestramento premilitare della Gioventù hitleriana).

     


    Note

    1 Cfr. Thekla Kausch,Die Fotografie im NS-Regime, Deutsches Historisches Museum, Berlin, 18. August 2015.

    2 Cfr. Arnulf Scriba,Die NS-Propaganda, Deutsches Historisches Museum, Berlin, 14. Juli 2015. Sulla fotografia di propaganda: Gabriele D’Autilia,L’indizio e la prova. La storia nella fotografia, Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano, 2005, pp. 165-169.

    3 Cfr.Heinrich Hoffmann (photographer), Wikipedia edizione in lingua inglese. Si veda anchePhoto archive of Heinrich Hoffmann, Bayerische StaatsBibliothek.

    4 Cfr.Hugo Jaeger, Wikipedia edizione in lingua inglese. Si veda anche lacollezione di foto a coloridi Hugo Jaeger su flickr.

    5 Cfr. Konstantin Akinsha,Il naso di Alfred Flechtheim. Antisemitismo e immagini nella propaganda nazista, «Storicamente», 5 (2009), no. 54.

    6 Cfr. Konstantin Akinsha,Il naso di Alfred Flechtheim.

    7 Cfr. Carola Jüllig,Propagandakompanien, Deutsches Historisches Museum, Berlin, 29. April 2020.

    8 Per maggiori informazioni bio-bibliografiche su Gerhard Paul: lavoce relativa in Wikipedia edizione in lingua tedesca e ilcatalogo della Deutsche National Bibliothek.

    Bilder als generative Kräfte, nella voceVisual History scritta da Gerhard Paul per la «Docupedia-Zeitgeschichte», 13.03.2014.

    10 Tra le pubblicazioni in lingua tedesca di Gerhard Paul, segnaliamo:Aufstand der Bilder. Die NS-Propaganda vor 1933 (La rivoluzione delle immagini. Propaganda nazista prima del 1933), Bonn 1990;Bilder des Krieges – Krieg der Bilder. Die Visualisierung des modernen Krieges (Immagini di guerra - guerra di immagini. La visualizzazione della guerra moderna), Schöningh, Paderborn 2004;Der Bilderkrieg. Inszenierungen, Bilder und Perspektiven der “Operation Irakische Freiheit” (La guerra delle immagini nella “Operazione Iraqi Freedom”), Wallstein, Göttingen 2005;Das visuelle Zeitalter. Punkt & Pixel, (L'era visiva: punto & pixel ) Wallstein, Göttingen 2015;Bilder einer Diktatur. Zur Visual History des Dritten Reiches (Immagini di una dittatura. Per una storia visuale del Terzo Reich), Wallstein, Göttingen 2020. In rete si possono leggere in modalità open access:Die Geschichte hinter dem Foto. Authentizität, Ikonisierung und Überschreibung eines Bildes aus dem Vietnamkrieg (La storia dietro una foto. Autenticità, iconizzazione e sovrascrittura di un'immagine della guerra del Vietnam), in «Zeithistorische Forschungen/Studies in Contemporary History», n. 2, 2005;Die Geschichte der fotografischen Kriegsberichterstattung (La storia del reportage fotografico di guerra), nel dossier «Bilder in Geschichte und Politik» della Bundeszentrale für politische Bildung, 28/12/2005; Kriegsbilder – Bilderkriege (Immagini di guerra, guerre di immagini), in «Aus Politik und Zeitgeschichte», Bundeszentrale für politische Bildung, 16/07/2009;Das Mao-Porträt Herrscherbild, Protestsymbol und Kunstikone (Il ritratto di Mao. Immagine del potere, simbolo di protesta e icona dell'arte), in «Zeithistorische Forschungen/Studies in Contemporary History», n. 6, 2009;“Icons Art” & “Double Take”. Anmerkungen zu einer Berliner Ausstellung (Le icone mediatiche della fotografia e del cinema. Appunti su una mostra di Berlino), in «Visual History», 11/03/2019.

    11 In rete è possibile leggere l’introduzione e alcuni capitoli iniziali (Bilder einer Diktatur. Zur Visual History des Dritten Reiches).

    12Cfr. Bilder einer Diktatur. Zur Visual History des Dritten Reiches – Einleitung, pp. 9-16.

    13 Cfr.Bilder einer Diktatur. Zur Visual History des Dritten Reiches – Einleitung, pp. 9-16.

  • La guerra in rete. Come si fa ricerca utilizzando Google.

    di Antonio Prampolini

    ARTICOLO LA GUERRA IN RETE IMMAGINE 1Fig.1: “Allegoria della guerra” di Aleksander Mikhalchyk FonteLa guerra occupa una posizione centrale nella storia e nella memoria dell’umanità. Internet è lo specchio di questa centralità. Chi voglia studiarla oggi, in generale e in particolare i conflitti del secolo scorso e del tempo presente, non può esimersi dall’esplorare le sue innumerevoli risorse.

    Digitando la parola “guerra” nel campo di testo di Google, appare un lunghissimo ed eterogeneo elenco di pagine web (testi, immagini, video). Sono le pagine che contengono la parola “guerra”. Google le indicizza in modo automatico, impiegando algoritmi che determinano la loro posizione, sulla base del principio che le pagine che presentano un maggior numero di link esterni (di citazioni da parte di altre pagine/siti) sono da considerarsi come le più rilevanti. Questo meccanismo di selezione puramente quantitativo è integrato da Google con un criterio di valutazione, sempre automatico, che assegna ai link un peso diverso a seconda della loro provenienza.

    Avendo digitato la parola “guerra”, l’elenco segnala le pagine web in lingua italiana. Tra queste, troviamo ai primi posti le voci enciclopediche di Wikipedia e della Treccani. Ma, oltre a queste, potremo vedere immagini e altri tipi di documentazione.

     

    Voci enciclopediche

    ARTICOLO LA GUERRA IN RETE IMMAGINE 2Fig.2: logo di Wikipedia edizione in lingua italiana FonteWikipedia

    La voce Guerra dell’edizione italiana di Wikipedia, dopo averla definita come: «fenomeno sociale che ha il suo tratto distintivo nella violenza armata posta in essere fra gruppi organizzati», presenta al lettore-visitatore una descrizione sintetica delle varie tipologie di conflitti (in base all'estensione territoriale, ai soggetti coinvolti, ai mezzi impiegati, alla soggettività internazionale dei contendenti) ed una breve elencazione dei diversi aspetti (antropologici, etici, economici) che li caratterizzano.

    La voce Guerra permette di accedere alle voci delle principali edizioni linguistiche di Wikipedia. Tra queste, in particolare, quella inglese (War), francese (Guerre) e tedesca (Krieg); voci che esprimono tradizioni nazionali più ricche e consolidate di interessi e studi di storia militare rispetto a quella italiana.

    Tra gli Altri progetti, viene segnalato il grande archivio di immagini sulla guerra di Wikimedia Commons (Category:War)1.

    Al tema della guerra Wikipedia riserva anche uno specifico Portale che consiste in una pagina di accesso alle numerose voci dell'enciclopedia sui conflitti del passato e del presente. Il portale Guerra si rivolge, pertanto, ai lettori-visitatori con una duplice funzione. La prima è quella di indirizzarli, mediante un'opportuna evidenziazione grafica, verso quelle voci che i contributori dell’enciclopedia open access ritengono possano interessare maggiormente i lettori. La seconda è quella di favorire una consultazione più sistematica e consapevole, meno legata alla spontaneità della ricerca libera per parole e alla casualità del ritrovamento attraverso i rimandi ipertestuali. A tal fine, il Portale mostra la struttura ad albero delle categorie e sottocategorie che raggruppano le diverse voci enciclopediche attinenti al tema della guerra (eventi bellici, armamenti, militari, ecc.), grazie alle quali il lettore-visitatore del sito può selezionare quelle che più lo interessano (Categoria:Militari, Categoria:Scienze militari). Il portale Guerra segnala inoltre i portali tematici collegati; tra questi: Guerre napoleoniche, Grande Guerra, Seconda guerra mondiale, Guerra fredda.

     

    ARTICOLO LA GUERRA IN RETE IMMAGINE 3Fig.3: logo del portale della Treccani FonteTreccani

    Dal sito web della Treccani si può accedere alle voci sulla guerra nelle diverse pubblicazioni enciclopediche dell’istituto.

    L’Enciclopedia on line affronta il tema con una voce redazionale che sottolinea come la Guerra nel suo significato tradizionale di «conflitto armato tra due o più comunità politiche in vario modo strutturate e sovrane (città-Stato, imperi, Stati)» si distingue dalla guerra civile, che coinvolge gruppi appartenenti a una medesima entità politica, dalla guerra coloniale e dalla guerra di liberazione nazionale in cui si confrontano in modo asimmetrico attori politici e militari di diversa natura e forza.

     

    La voce si articola in quattro capitoli:

    1. La guerra fra stati

    2. La guerra nel diritto internazionale

    3. La guerra nelle società di interesse etnologico

    4. La guerra non convenzionale

    L’Enciclopedia del Novecento (III Supplemento, 2004) dedica alla Guerra una voce autoriale, scritta da Marco Cesa, che si focalizza sulle conseguenze dopo la Seconda guerra mondiale della “deterrenza nucleare” nei rapporti geopolitici internazionali tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, sui conflitti “convenzionali” e sulle guerre civili della seconda metà del Novecento. La voce è suddivisa in cinque capitoli:

    1.Le armi di distruzione di massa

    2. Le guerre convenzionali

    3. Le guerre civili e l'intervento umanitario

    4. L'obsolescenza della guerra?

    5. Le guerre del futuro

    Anche l’Enciclopedia dei Ragazzi (2005) contiene una voce sulla Guerra a firma Antonio Menniti Ippolito che prende in esame l’evoluzione dell’arte militare nel corso della lunga storia dell’umanità:

    1. Organizzazione militare

    2. La potenza persiana sconfitta dai Greci

    3. Alessandro il Grande

    4. Navi da guerra e altre innovazioni

    5. Nuovi grandi protagonisti

    6. L’esercito romano in età repubblicana e imperiale

    7. Invenzioni che rivoluzionano l’arte della guerra

    8. Un’altra rivoluzione: la polvere da sparo

    9. Cannoni e armi da fuoco

    10. La guerra dei Trent’anni e i nuovi equilibri

    11. Gli eserciti nazionali

    12. Un nuovo tipo di guerre

    13. Motivi di guerra

    14. Nomi nuovi per distruzioni già viste

    Nell’Enciclopedia Italiana (VII Appendice - 2007) la voce Guerraè stata scritta da Virgilio Ilari. L’autore evidenzia come il concetto tradizionale di guerra, intesa quale «conflitto armato tra Stati», è contraddetto dai conflitti interni o tra soggetti politici diversi dallo Stato, divenuti sempre più frequenti dopo il 1945, nonché dall'uso, virtuale o indiretto, della forza militare e di forze non militari, che ha caratterizzato la Guerra fredda. La voce è così articolata in capitoli:

    1. La fine della guerra fredda e la vittoria dell'Occidente

    2. Il fardello della vittoria

    3. La scomparsa della guerra

    4. La criminalizzazione della resistenza

    5. La supremazia militare americana

    6. Gli ausiliari europei

    7. I conflitti 'identitari' o di convivenza

    8. La guerra santa contro il Grande Satana americano

    9. La 'guerra al terrore'

    Il Lessico del XXI Secolo(2012), nel definire il concetto di Guerra, introduce la distinzione tra guerre a bassa intensità e guerre asimmetriche. Le prime sono associate alla fine della Guerra fredda e le seconde agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle e al Pentagono. Con la fine della Guerra fredda e la dissoluzione dell’assetto bipolare esplodono in diverse aree del mondo delle guerre locali che erano rimaste latenti nella logica della contrapposizione dei blocchi. Con gli attacchi terroristici dell’11 settembre la risposta militare degli Stati Uniti (caratterizzata dal ricorso a tecnologie molto avanzate, come sistemi satellitari e armi ad alta precisione) segna l’affermazione di una dinamica unipolare basata sulla indiscussa superiorità americana e sull’individuazione di un nemico comune: il terrorismo.

    Dall’indice generale delle enciclopedie Treccani, digitando la parola Guerra, è possibile accedere a numerose voci sulle diverse tipologie di conflitti, su specifici aspetti della guerra o su singoli eventi bellici2. Tra queste segnaliamo: Guerra mondiale, Prima guerra mondiale, Seconda guerra mondiale, Guerra fredda, Guerra nucleare, Guerra civile, Economia di guerra, Arte della guerra.

     

    Fonti iconografiche

    ARTICOLO LA GUERRA IN RETE IMMAGINE 4Fig.4: logo di Google Images FonteLe fotografie

    Nella categoria Immagini le fotografie vengono mostrate da Google affiancate le une alle altre, senza rispettare alcun criterio ordinativo, cronologico o tematico, e prive di adeguate didascalie. Esse formano, così, un unico grande mosaico le cui tessere sono costituite dalle immagini delle guerre che hanno attraversato la storia dell'umanità negli ultimi centosettant’anni. Un mosaico inquietante, capace però di suscitare l'interesse degli internauti, di catturarne l'attenzione, e dove è possibile trovare:

    • le fotografie della sistematica distruzione delle città ucraine da parte delle forze armate della Russia di Putin accanto a quelle scattate in Crimea nel 1855 da Roger Fenton, dove la guerra veniva rappresentata, per rassicurare il pubblico inglese del tempo, come «una dignitosa scampagnata per soli uomini»3;
    • le immagini delle violenze subite dai civili nell'interminabile guerra che ha insanguinato il Vietnam dal 1960 al 1975 accostate a quelle “eroiche” dello sbarco alleato in Normandia nel giugno del 1944 (famose le istantanee di Robert Capa sul “D-day”);
    • le fotografie dell'orrore scattate al momento della liberazione, tra il gennaio e il maggio del 1945, nei campi di concentramento nazisti di Auschwitz, Bergen-Belsen, Buchenwald e Dachau, inframezzate a quelle festanti delle sfilate degli eserciti vincitori al termine della Seconda guerra mondiale, a Parigi come a Londra, a Mosca come a New York;
    • le vedute “lunari” dei campi di battaglia della Prima guerra mondiale, solcati da trincee, disseminati di crateri e cadaveri, mescolate alle immagini ufficiali della guerra tecnologica (dell'applicazione su vasta scala, in ambito militare, dell'elettronica, dell'impiego delle armi cosiddette “intelligenti”), apparentemente senza vittime, condotta dagli Stati Uniti d’America e dall'Occidente industrializzato contro l'Iraq di Saddam Hussein nella prima e nella seconda Guerra del Golfo (1990-1991, 2003-2011).

    È interessante notare come tra le immagini delle guerre più recenti, che circolano innumerevoli in rete, prevalgono le fotografie prodotte non da fotografi professionisti accreditati ma da soldati semplici che partecipano ai conflitti armati e da civili, testimoni loro malgrado delle terribili conseguenze delle azioni belliche.
    Con il terzo millennio l'iconografia della guerra è entrata, a pieno titolo, nell'era digitale. Oggi, l'occhio fotografico della guerra coincide con «l'occhio comune digitale», quello del videofonino e di Internet4.

    ARTICOLO LA GUERRA IN RETE IMMAGINE 5Fig.6: logo di Google Video FonteI video

    La categoria Video di Google, al pari di quella delle Immagini, ha conosciuto e conosce un'inarrestabile espansione, misurata sia in termini di pubblicazioni (caricamenti) in Rete che di accessi (visualizzazioni) da parte degli utenti. Sempre con la parola Guerra, il motore di ricerca segnala, in questa categoria: brani di trasmissioni televisive dedicate ai conflitti di ieri e di oggi; registrazioni audiovisive (che riguardano il nostro presente) di operazioni militari, di scontri a fuoco, di atti di violenza fisica e morale verso i “nemici”; montaggi di immagini varie di argomento bellico; spezzoni di film di genere (sia fiction che documentari); giochi di guerra basati su fatti storici o con ambientazioni di pura fantasia.

    Google mostra i Video, distribuiti in pagine successive (ciascuna ne contiene, di regola, dieci), mediante immagini copertina estratte dai video a cui si riferiscono, accompagnate da alcune note informative che comprendono: il titolo, l'indirizzo del sito web, la data di pubblicazione, la durata del video. Dopo averne selezionato uno, l'internauta può leggere i testi associati alle immagini. Per ogni video, Google ne propone molti altri di contenuto similare (o che tali dovrebbero essere), agevolando così, attraverso i link di collegamento, una interessante navigazione reticolare in cui è però facile perdersi.

     

    Qualche doverosa avvertenza finale

    Come si vede, c’è una gran messe di dati e immagini da sfruttare. Ma con giudizio. Nel Web, le guerre di ieri e quelle di oggi vengono per lo più affrontate allo stesso modo e messe sullo stesso piano. Gli “eventi del giorno” trovano un'immediata trattazione ed entrano così, all'istante, nella storia. Una “storia attualizzata”, che la Rete, nella maggior parte dei casi, riduce ad una semplice cronaca dei fatti, ad un flusso continuo di immagini e notizie giornalistiche, ad un esercizio frammentario di memorie, testimonianze, interessi e passioni, a cui difficilmente corrisponde una ricostruzione analitica degli accadimenti e meno che mai una riflessione critica sugli stessi e una loro interpretazione unitaria alla luce dei grandi processi della storia. Gli eventi del passato sono assimilati a quelli del presente; un presente “atomizzato” che s'impone come paradigma esistenziale e modello euristico5.

    Ci mette in guardia Giancarlo Mola:

    «La guerra vista dalla rete è soprattutto un trionfo della multimedialità e dell'interattività […]. Il ragno digitale ha ormai esteso la tela grande quanto il mondo intorno [agli eventi bellici]. Il navigante ci si arrampica sempre più freneticamente. Ha voglia di vedere, sentire, leggere, capire. A fine giornata è però pervaso da una sensazione strana. Che tutto sia rimasto un gioco di colori, suoni, immagini, codici html, una specie di videogame a cui ha assistito per una giornata intera. Che lui stesso sia rimasto impigliato nella ragnatela come una mosca. La guerra, quella vera, è un'altra cosa. Maledettamente più seria»6.

     


    Note

    Per un approfondimento su Wikimedia Commons: Antonio Prampolini, Le guerre del Novecento nelle foto. L’uso didattico di Wikimedia Commons, in «Historia Ludens», 11/11/2021.

    Per un approfondimento sulle voci della Treccani dedicate alla Prima guerra mondiale: Antonio Prampolini, Il portale “treccani.it” e la storia online: una ricerca sulla Prima guerra mondiale, in «Historia Ludens», 18/05/2021.

    Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Milano, Mondadori, 2006, pp. 47-49.

    Giovanni Fiorentino, L'occhio che uccide. La fotografia e la guerra: immaginario, torture, orrori, Roma, Meltemi, 2004.

    5 Giancarlo Monina, La storia irretita. “Crisi della storia” e tecnologie di rete, in «Parole chiave», 2005, n. 34, pp. 127-146.

    Giancarlo Mola, La guerra vista dalla rete, articolo pubblicato il 02/04/1999 sul sito
    http://www.caffeeuropa.it/attualita/27guerra.html

  • La guerra insegnata (parte II)*. E la didattica che abbiamo perduto.

    Autore: Antonio Brusa

     

    La storia

    Galvanizzati dal successo dello sbarco in Normandia e, insieme, preoccupati dalla resistenza feroce organizzata dai tedeschi nelle Ardenne, gli angloamericani azzardarono un assalto dietro le loro linee, per tagliarne i rifornimenti e accerchiarle. Obiettivo dell’attacco: le città di Njimegen e di Arnhem, nell’Olanda meridionale, e i ponti che attraversano i loro fiumi. Nome dell’operazione “Market Garden”, tragicamente ottimistico per come andò a finire. Tempo: dal 17 al 26  al settembre. Nove giorni di battaglia, per un autentico disastro. Migliaia di morti, il ponte di Arnhem perso, decine di migliaia di prigionieri. Obiettivo militare completamente fallito. La guerra continuò per tutto il terribile inverno del ’44 e solo nei mesi iniziali dell’anno successivo gli alleati riuscirono a sfondare la resistenza tedesca. Il Museo della Liberazione di Groesbeek, nei dintorni di Nijmegen, è uno dei tre che, sul luogo della battaglia, ne conservano la memoria. L’ho visitato e sono stato colpito sia dallo sforzo didattico che i suoi progettisti vi hanno profuso, sia dallo spirito degli oltre ottanta volontari che mantengono in vita questa istituzione. Ecco il resoconto.

     

    Il teatro dell’operazione “Market Garden”, con le due città di Nijmegen e Arnhem. Groesbeek è in basso a destra. Qui vennero paracadutate le truppe d’assalto americane. Le truppe inglesi aviotrasportate attaccarono Arnhem.

     

    Indice

    • Il museo
    • Gli oggetti didattici
    • Il memoriale

     

    Il museo

    Il complesso è composto da due edifici: il museo e il memoriale.

    Ancora prima di visitarli, ascoltando la loro storia e osservandoli dall’esterno, scopro che sono essi stessi il primo monumento storico. Infatti l’edificio museale non è altro che uno stabile “industriale”, residuato dell’immensa opera di bonifica che gli olandesi intrapresero dopo la catastrofe dello Zuidersee del 1953, quando il mare ruppe le dighe e inondò i Paesi Bassi. La bonifica terminò a metà degli anni ’80 e uno dei capannoni di lavoro, in luogo di essere smantellato, venne riciclato come contenitore museale. E’ un edificio basso, senza pretese architettoniche, dunque, ma capace di trasmettere una forte carica emotiva al visitatore olandese (ma anche allo straniero che viene informato), perché unisce due momenti di tradizione nazionale, la guerra contro il nazismo e quella contro la furia del mare.

    Il percorso museale è scandito in tre periodi, riconoscibili da colori diversi: l’avvento del nazismo, la guerra, la liberazione postbellica. Non ne parlo, né descrivo i documenti raccolti e la loro sistemazione (non sono un esperto museologo), perché sono attratto dai dispositivi didattici. Anche questi sono una testimonianza di un periodo preciso: vi riconosco la didattica post sessantotto, quella che dura fino al principio degli anni ’90, nella quale si osservano i primi tentativi (e il loro entusiasmo) di costruire un rapporto con l’oggetto storico basato sull’interazione, e non solo sul racconto delle guide. Ma è anche la didattica del Novecento, basata sulla tecnologia di quel periodo: elettricità, carta, legno e metallo. Un mondo didattico recente, ma ormai scomparso nel nostro secolo, dominato dai computer e dall’elettronica. Simile a quel mondo che ci ostiniamo a cercare, noi adulti, nei giocattoli esposti nelle librerie della Città del Sole.

     

    Il Museo della Liberazione Nazionale di Groesbeek è alloggiato in una costruzione riciclata, utilizzata originariamente per le opere di bonifica dopo l’alluvione del 1953

     

    Gli oggetti didattici

    La realtà virtuale ha conquistato il ruolo di unica via per “far vedere la storia” e ha privato di credibilità ogni altro tentativo di visualizzazione. Questo museo ci mostra come si faceva una volta: attraverso i diorami o i plastici. La realtà virtuale li ha relegati al ruolo di giocattoli scaduti. Un tempo erano uno strumento didattico di avanguardia. Costoso, richiedeva cura, capacità tecniche e studi. In questi musei ne troviamo esemplari di diverso formato. Alcuni, piccoli, rappresentano momenti emblematici dell’avvento nazista o di guerra, come lo sbarco in Normandia. Uno, a grandezza naturale, fissa una scena drammatica, del tentativo di attraversamento del fiume da parte di soldati americani, costretti a ripiegare e a curare i feriti.

    Piccoli plastici: scene di età nazista e lo sbarco in Normandia

     

     

    Quasi a grandezza naturale un momento drammatico del tentativo di attraversamento del fiume

     

    L’interattività è la parola d’ordine dell’odierna didattica digitalizzata. Come si faceva un tempo? Con le lucette e i pulsanti. Un plastico circolare, di alcuni metri di diametro, con delle sedie attorno. Il visitatore si accomoda. Una voce racconta le fasi della battaglie e, man mano, si accendono le luci che rappresentano l’avanzata di una colonna corazzata tedesca, o l’atterraggio degli alianti inglesi. Un faretto illumina i luoghi interessati dal racconto. Puoi anche premere dei pulsanti e vedere fasi particolari: come nel plastico “elettrico” degli scontri sui ponti di Nijmegen. Entrare dentro la storia? Il computer odierno rende reale questa magia. Nella didattica eroica novecentesca è ancora questione di pulsanti e lampadine. Ecco una schermata che mostra delle scelte. Siamo sotto la dominazione nazista. Ci sono dei collaborazionisti. Tu che faresti? Fai la tua scelta, premi il bottone e vedrai le conseguenze. E, infine, lo vediamo il computer, sempre collegato al pannello elettrico. Una scrittura antica (quella dei primi Word o di Wordstar: ve li ricordate?) accoppiato all’onnipresente pannello, con la sua aria da sommergibile del capitan Nemo.

     

    Seduto ai bordi del plastico, il visitatore italiano, riconoscibile dalle scarpe da ginnastica, ascolta la storia e guarda le lucette.

     

     

    Gli scontri intorno al ponte sono visualizzati dalle lucette intermittenti

     

     

    Tre scelte empatiche sulla collaborazione con i tedeschi

     

     

    Un antico computer affiancato da un pannello elettrico

     

    Anche la didattica ludica, oggi, sembra non poter fare a meno del computer, dei suoi scenari realistici, della complessa interazione garantita da programmi sempre più complessi (e costosi). Un tempo, era il regno del gioco dell’Oca, che in questo museo è utilizzato per ricostruire gli eventi dal Nazismo alla liberazione; oppure del Monopoli, che riprende lo stesso percorso e lo riformula con le sue regole specifiche. In questo caso, sono documenti autentici: giochi stampati e diffusi nell’immediato dopoguerra. Ma ci sono giochi (o attività ludiche) progettate apposta per il museo. Non sono meno interessanti. Una bilancia e dei pesi: i fatti e i pregiudizi. Riuscite a trovare un equilibrio (il fatto che sconfigge il relativo pregiudizio)? Oppure uno scaffale con  22 caselle. Accoppiatele nel modo giusto. Si accenderà la lucetta verde e avrete vinto. Infine, il gioco che mi ha commosso: un pannello verde con dei buchi, attraverso i quali si vede un colore diverso. Si chiede alla classe di scegliere il colore della pelle che preferisce (immaginate una classe olandese multicolore). Ognuno sceglie il suo, ovviamente. Si solleva il pannello, compare il petto di un giovanotto. Quei colori diversi erano variazioni della stessa pelle, dello stesso uomo. Un giochino senza pretese, oggi diremmo dall’alto della nostra ipertecnologia iperpedagogizzata. Ma un ottimo punto di partenza per una discussione sul tema (e anche un buon modo per chiudere una visita ad un museo sulla guerra).

    Funzionano queste semplici macchinette didattiche? A giudicare dai visitatori, sì. 40 mila annuali non sono pochi, per un piccolo museo, con soli tre impiegati stabili e 80 volontari che lo mandano avanti, fanno le guide o gli animatori, puliscono, tengono il bar (ampio e confortevole, come mi capita spesso di vedere oltrealpi) e il piccolo bookshop, che non vende modellini di armi, ma cappellini, magliette, agende e penne, papaveri di stoffa rossa, e libri.

     

    Il gioco dell’Oca e il Monopoli sulla liberazione

     

     

    La bilancia dei fatti e dei pregiudizi e lo scaffale delle corrispondenze

     

     

    Gioco interculturale: scegliete il colore della pelle, poi sollevate il pannello verde

     

    Il memoriale

    Il memoriale ha l’aspetto di un paracadute. Forse non fu progettato da un archistar, ma questa forma e il materiale trasparente con cui è realizzato, creano un ambiente luminoso che non ti aspetti per un luogo di memoria. Tutto è chiaro, anche il corridoio che circonda la sala delle conferenze, sulle cui pareti sono appesi i simboli dei reggimenti che parteciparono all’impresa. Da un albero stilizzato dondolano dei foglietti. Sono le riflessioni dei bambini al termine della visita. Scrive Bodine: “mai più guerre”. Sarà retorica, buonismo, quello che volete. Ma è meglio che scrivano frasi di questo genere, piuttosto che quelle che, al tempo del nazismo e durante la guerra, i bambini di entrambi i fronti erano portati a scrivere.

    Una didattica ingenua? Passata di moda? Una didattica povera, superata dai tempi? E’ facile pensarlo e qualcuno, a questo punto sarà di questa idea. La mia è divisa in due ordini di riflessioni. Il primo riguarda questa struttura e le persone che la fanno andare avanti e il flusso dei visitatori, incessante, anche in un giorno di pioggia, come quando ci sono andato io. Il confronto con l’Italia è spontaneo. Anche da noi ci sono musei di guerra: quelli del Risorgimento; quelli della prima e della seconda guerra mondiale, ai quali ho dedicato un lavoro che vedrete presto su HL; quelli della Resistenza. Ora, al di là del loro successo di pubblico, molto vario (per esempio quelli del Risorgimento non è che ne riscuotano tanto, nonostante il recente 150esimo), nei nostri musei di guerra si celebra qualcosa di nostro: il patriota che combatte per l’Indipendenza, o contro il nemico, o per la libertà e una società più giusta. Ma sempre un italiano. A Groesbeek no. Gli eroi sono americani, canadesi, inglesi, polacchi, e tanti altri. Altri, appunto. Eppure, la cura, la passione per la memoria sono palpabili e concreti, come abbiamo visto, nell’imponente numero di volontari. Memoria nazionale, certamente, ma non assistita e concretizzata da eroi egualmente nazionali. Tanta passione, mi sembra di poter dire, per “l’episodio in sé”. Qualcuno è venuto qui e ha combattuto per la libertà. E questo va ricordato.

    Sono solo i pensieri di un visitatore. Nulla di scientifico, ma non posso fare a meno di ricordare il cimitero di Corpusu (Capurso), che i baresi conoscono benissimo, dove sono sepolti i soldati polacchi che caddero in Italia, combattendo contro il nazismo. Confesso di non esserci mai entrato. Mi chiedo quanti miei concittadini hanno fatto come me e mi rammento di un esame (l’argomento era “i luoghi di memoria”), durante il quale la studentessa non seppe dirmi se questi polacchi combattevano con gli Alleati o con i Nazisti.

     

    Il secondo ordine di riflessioni è più tecnico. Quella didattica che ho cercato di raccontarvi è essa stessa un cimelio di un passato. Rende palpabile l’enorme distanza che ormai separa gli anni ’80 dall’oggi. E, paradossalmente o miracolosamente, funziona bene ancora. So che in quella regione (la crisi c’è ovunque) si fa l’ovvio ragionamento che tre musei vicini sono troppi e che sarebbe bene accorparli. Mi piacerebbe che non buttassero via questi giocattoli didattici e avessero l’intelligenza di creare loro uno spazio museale. Anche loro, come gli ambienti e le scene di vita degli anni ’40 e ’50, così ben ricostruite, meritano un posto nella memoria sociale.

     

    Il memoriale di Groesbeek a forma di paracadute

     

     

    L’interno del memoriale

     

     

    Lungo il corridoio perimetrale i simboli dei reggimenti di diversa nazionalità impegnati negli scontri

     

     

    I ragazzi scrivono le loro impressioni su biglietti, che vengono appesi a un albero.

    Mai più la guerra. Bodine

     

    *La prima parte è stata già pubblicata su HL. Descrive la didattica dei musei di guerra in Francia. Le parti successive sono dedicate alla didattica di guerra in Italia.

  • La guerra insegnata. Note di didattica per la scuola e per i musei. (Parte prima)

    Autore: Antonio Brusa


    La guerra insegnata. Note di didattica per la scuola e per i musei. (Parte prima)

     

    Indice


    1. Craonne, la città martire
    2. Gallipoli, la spiaggia sacra
    3. Perché studiare la guerra?

     

    1. Craonne. La città martire

     

     Craonne si trova nel Nord Est della Francia, sotto le Ardenne, dove si affrontarono soldati di molte guerre, europee e mondiali. Per una di quelle eccezioni che si imparano solo in loco, si pronuncia Cran (ma dubito tutti i francesi lo sappiano). La città è piccolissima, un insediamento sparso, con una vecchia scuola, adibita a mensa, e un palazzo comunale costruito con i fondi del governo svedese (omaggio alla città martire). La città importante più vicina è Laon. A un medievista brillano gli occhi a sentirne il nome. Qui si elaborò la scrittura detta “Laon A Z”, sulla quale molti studenti di paleografia, me compreso, hanno consumato i loro occhi. Anche Laon si dice “Lan”. Ho perso l’occasione di farmene bello, di questa particolare pronuncia, con Franco Magistrale, che mi insegnò quella scrittura. Mi consolo dedicandogli questo piccolo lavoro.

     

    L’alboreto di Craonne è un luogo dello spirito. Cento anni fa era l’inferno. Craonne, infatti, è una cittadina che si trova al termine dello Chemin de Dames. Il nome delizioso di questa lunga vallata viene dal 1700, quando le signore del tempo vi passeggiavano con le loro carrozze. Durante la Prima Guerra mondiale era pronunciato con terrore dai soldati. Quella valle era la linea di contatto fra le armate tedesche e quelle francesi. Nel piccolo palazzo comunale di Craonne, due plastici, forse un po’ ingenui, illustrano efficacemente la situazione militare: le trincee nemiche scorrevano parallele, a volte a pochi metri di distanza; mentre – in alto – dal costone che sovrasta la vallata, i tedeschi mitragliavano e bombardavano i francesi, che cercavano invano di ripararsi dietro fortificazioni di ogni specie.


    Quel luogo fu un macello umano. Nella prima giornata di assalti morirono quasi cinquantamila francesi. Alla fine della guerra le vittime furono diverse centinaia di migliaia, da entrambe le parti. Fra di loro, anche cinquecento italiani, di un corpo d’armata inviato dal Regno d’Italia a soccorrere l’alleato in difficoltà. Un quadro, anch’esso alquanto ingenuo, esposto nel comune, ci restituisce il senso di una tragedia ottusa. Ritrae una lunga fiumana di soldati, visti di spalle. Procedono stretti l’uno accanto all’altro verso l’orizzonte, dove c'è Craonne in fiamme, e dove moriranno. Craonne è una metonimia di ogni guerra combattuta sui campi e studiata nelle scuole.


    La cittadina di Craonne, ai piedi del costone, fu distrutta dalle artiglierie francesi. Dopo la guerra non venne ricostruita in loco, ma a pochi chilometri di distanza. Al suo posto hanno lasciato crescere gli alberi. Scendi nel parcheggio, dall'auto o dal pullman che scarica i visitatori, e ti dirigi verso il bosco. Ti inoltri per i viottoli. Riconosci facilmente che furono un tempo le strade della città. Ad ogni svolta, un cartello con la foto d’epoca ti avvisa che c’era una piazza, al posto della radura; e più avanti ancora il fornaio e poi la scuola comunale. La vita degli alberi, al posto di quella degli uomini e delle loro cose. Forse è questo il senso di pace, che l'alboreto ti comunica?

    Craonne come è oggi e come era prima della distruzione


    Più in là, verso il costone di roccia, vedo degli operai. Lavorano alle attrezzature turistiche del sito. Strade, scale, giardini curati. Il costone di roccia era stato traforato dai tedeschi, con tunnel e bunker. Uno di questi, la Caverna del Drago, è diventata un museo, al termine del quale si passa in un bar/ritrovo, che si apre sulla valle con una balconata spettacolare. Quello era il punto di vista dei soldati tedeschi, e ora è il mio. Oggi, vedo una distesa di colline morbide, con macchie alberate, fattorie, campi coltivati. Il soldato tedesco scrutava quella distesa ingrigita dal fumo, dai ruderi e dai tronchi bruciati, alla ricerca di nemici da eliminare.

     

    L’ingresso del bunker, chiamato la Caverna del Drago; il belvedere attrezzato del museo omonimo

     

    I cittadini di Craonne trovano nel turismo di guerra una fonte di sostentamento. Non c'è bisogno di una indagine accurata per capirlo. Ho la sensazione, però, che lo facciano con dignità. E' una sensazione, certo. Forse, sono anche influenzato dal fatto che la città non si limita al turismo, ma promuove una ricerca accanita e senza veli sulla guerra e sulla memoria.


    La Francia ha un rapporto particolare con la storia. A differenza del nostro paese, è facile che un dibattito storico accenda gli animi della gente comune anche se si parla di fatti accaduti un secolo fa, come è il caso della Prima Guerra mondiale. Detta in parole povere, la questione che divide gli studiosi è questa: per conservare la memoria di quel passato tragico, dobbiamo accettare tutto, usare ogni mezzo, anche la spettacolarizzazione spinta; oppure questa memoria acquista senso e utilità sociale solo se tiene viva  la tragedia e l'incomprensibilità del conflitto, che lacerarono – insieme -  quei tempi lontani, e quelli che ci separano da loro? Ci dobbiamo battere perché la memoria è un patrimonio da salvaguardare per il solo fatto di riguardare eventi decisivi; oppure dobbiamo lottare – intellettualmente e moralmente - per dare un senso a questa memoria? E che cosa deve dar senso a questa memoria? L'idea che quei fatti sono le nostre radici, il “passato senza del quale non abbiamo futuro”? O può darle senso – e quale? - la puntigliosa ricostruzione della desolazione che quei fatti portarono?


    Perché ricordare? Vale anche per la memoria la domanda che il bambino rivolse a Marc Bloch, “perché studi la storia?” E vale anche in questo campo l'ammonimento di Bloch, che gli storici sbagliano, e di grosso, a considerare scontata questa domanda?

    Il programma del convegno su Storia e Memoria

     

    2. Gallipoli. La spiaggia sacra

     

    Quindi, sono a Craonne, insieme con storici che vengono un po' da tutto il mondo, perché ci accomuna il desiderio di raccontarci qualche risposta a questa domanda. Fu una guerra mondiale: dunque non mi sorprende di ascoltare colleghi francesi, italiani, spagnoli, cechi e turchi, canadesi, americani e neozelandesi. Questi ultimi mi incuriosiscono particolarmente. Perché un neozelandese o un australiano dovrebbero porsi oggi il problema della memoria della Prima Guerra mondiale? Certamente, quelle terre inviarono dei soldati. Facevano parte dello schieramento alleato. Questo lo studiamo. Ma, tutto sommato, saremmo portati a pensare che si trattò di una guerra per loro lontana, che sentirono estranea, e quindi facilmente preda dell'oblio. No, ribatte Fanny Pascual, che insegna nell’Università della Nuova Caledonia, informando noi europei che i memoriali della Prima guerra abbondano ai nostri antipodi. Sono luoghi di memoria venerati, oggetto di turismo e di visite incessanti. Sono luoghi di fondazione della nazione.

     

    Il memoriale di Auckland in Nuova Zelanda e quello di Canberra, in Australia, con i papaveri, i fiori dei soldati, apposti dai visitatori

     

    Normalmente, quando spieghiamo in Italia la Prima guerra, tralasciamo un evento che per noi, per la nostra sensibilità, appare alquanto distante. Al principio del 1915 gli Alleati decisero di aprire un nuovo fronte in Turchia. Organizzarono una flotta e uno sbarco imponenti (la prima operazione del genere, sottolineano gli esperti di storia militare). Ma lo fecero così male che mandarono a morire centinaia di migliaia di giovani: neozelandesi e australiani. Un giudizio, questo, sul comportamento stupido e folle degli ammiragli inglesi che guidarono questa impresa sciagurata, che è condiviso dagli studiosi (lo ritroverete fedelmente su Wikipedia). Motivato, senza dubbio, questo giudizio suona però strano, qui a Craonne, dove uno si chiederebbe perché la condotta dei generali francesi,  per quanto sciagurata, sia da considerarsi militarmente corretta.


    In quel caso, ad accelerare la disfatta alleata, contribuì l'armata turca, guidata è vero da un generale tedesco, ma animata da Mostafà Keimal Ataturk, il fondatore dello stato turco moderno. Fu lui, dicono le cronache, che ebbe l'intuizione di fortificare i costoni di roccia che sovrastano le striminzite spiagge dove sbarcarono i baldi giovani dall'Oceania. E di lì i turchi, come i tedeschi a Craonne, presero a mitragliarli con comodo. Per questo motivo, conclude Loubna Lahmrari, studiosa marocchina, specialista di storia turca presso l’università di Montpellier, quella spiaggia di Gallipoli è considerata un luogo di memoria e di fondazione della nazione.


    Il cinema non poteva mancare all’appuntamento. Nel 1985, Peter Weir girò Gli anni spezzati, con Mel Gibson, nella parte di un giovane australiano che fa il portaordini durante la guerra, non riesce ad evitare il massacro e muore anche lui; la Turchia non è da meno, con ben cinque film, uno dei quali reimpiega Mel Gibson, a carattere più o meno nazionalistico.


    La medesima località è diventata un luogo sacro, per due nazioni agli antipodi. E, per giunta, ci dimostra con chiarezza la diversità del ricordo, della memoria e della storia. Per quello della memoria, essa fu teatro di eroismi e martiri. Lo sguardo della storia, invece, pur mettendo in luce le indicibili sofferenze umane che vi furono patite, ricorda che da una parte vi furono dei giovani mandati allo sbaraglio da uno stupido generale; e che dall'altra, altri giovani, per quasi un anno, si esercitarono al tiro al bersaglio umano. La conoscenza, oggi, di quel fatto – potremmo dire “la coscienza storica di quel fatto” -  a mio modo di vedere, non consiste nel “dovere di ricordarlo”; quanto, piuttosto, nell'obbligo morale e scientifico di esplorare i meccanismi sociali, culturali e politici, che lo trasformarono in un evento fondatore.

     

    3. Perché studiare la guerra?

     

    Dovremmo riflettere sull’utilità di una “educazione alla violenza”: in altri termini sulla utilità di dotare i ragazzi di un’attrezzatura mentale, che li metta in grado di far fronte a questo aspetto della vita e della storia, che abbiamo quasi del tutto eliminato nella concezione borghese della vita familiare, ma che straripa nei media e, spesso, nelle strade. E questo è oggi necessario. Non sembri paradossale -  l’analisi dei manuali non ci lascia alcun dubbio – la guerra è sparita dalla didattica.


    Il paradosso nasce dal fatto che, a causa dell’immagine di “storia-battaglia” che la grande rivista francese del secolo scorso “Les Annales” aveva creato per battere la storia tradizionale, e affermare vittoriosamente la propria idea di storia, tutti siamo convinti che gli insegnanti si dividano in due categorie: quelli che spiegano guerre, sovrani e trattati di pace; e quelli che spiegano “la società”. Le battaglie appartengono alla “storia dall’alto”. Ma in realtà: chi la spiega ancora? Ciò che vediamo, invece, è un canone piuttosto deformato, composto da una congerie di tradizioni storiche e storiografiche che si sono fuse e intrecciate fra di loro, attraverso l’uso da una parte, e con la sapiente regia commerciale delle case editrici dall’altra.


    Le guerre, dal canto loro, è vero che abbondano e ne troviamo a bizzeffe, pagina dopo pagina. Ma fate attenzione: sono citate, non sono descritte. Solo qualche volta -  a proposito di Qadesh, per esempio (la prima battaglia che trovo nei manuali: ma sta rapidamente scomparendo, a causa dei tagli di ore e conseguentemente di pagine); oppure della battaglia navale di Salamina o di quella terrestre di Canne – si trova la descrizione delle manovre degli schieramenti. Ma assai di rado leggeremo la sofferenza, i cadaveri, le ferite, la fatica terribile del combattimento, l’angoscia nella sua attesa, la spossatezza e il vuoto, alla sua fine. Sono guerre senza soldati e senza sangue. Tutto questo sia perché i testi, in genere, diventano più freddi e impersonali; sia perché l’intero apparato emotivo della comunicazione storica viene trasferito nelle immagini: e queste, sempre di più invadono i nostri manuali (e c’è da pensare che l’incipiente vicenda della storia in rete non farà che aumentare questa tendenza). Potremmo dire che la guerra dei manuali è il luogo dove si palesa la vittoria della “civiltà delle buone maniere”, che – secondo Norbert Elias – ha pian piano ripulito le nostre case dalle tracce di violenza e di sporco.


    Le eccezioni sono anch’esse significative. In occasione della prima, ma soprattutto della seconda guerra mondiale, si fa largo la descrizione della “sofferenza della popolazione”. Il martirio del fronte interno: il cibo razionato, il freddo, le donne al lavoro maschile, i bombardamenti. E, soprattutto in occasione della prima guerra, troviamo spesso il tema della “vita delle trincee”. A mio modo di vedere, queste pagine hanno molto a che vedere con l’ideologia della “gente comune”, e quindi, pur ponendosi esplicitamente come “critiche” e come “inviti alla riflessione”, corrono il rischio di ribadire convinzioni comuni e ormai scontate.


    Due eccezioni ancora mi sembrano significative, in questo occultamento della violenza, ma sono così importanti che richiedono un discorso a parte. La prima è quella della violenza “sacra”. Quella appunto che porta all’indipendenza della nazione, o alle lotte per la sua sopravvivenza. Per quanto in declino, essa è ancora presente, con modalità diverse e interessantissime da studiare, da nazione a nazione. La seconda riguarda la Shoàh: il racconto della violenza assoluta. Nei tempi recenti è diventato (e anche di questo occorre discutere) paradigmatico al punto tale che tende a sopraffare quello dominante negli ultimi decenni del secolo scorso, il racconto della Resistenza.


    I morti delle guerre manualistiche non sono mai “cadaveri”. Al massimo numeri. Settantamila romani uccisi a Canne; cinquanta milioni di morti nella seconda guerra mondiale. Indici di grandezza della guerra. Inoltre, più si risale verso il passato, più queste vittime assumono i colori dell’epica. Ecco la battaglia di Maratona. Migliaia di morti nell’esercito persiano e “solo” poche decine di ateniesi. Ecco la conquista della Gallia o della Dacia. Centinaia di migliaia di barbari uccisi e un milione catturati e fatti schiavi. Il ragazzo impara la potenza di Roma.


    Non voglio discutere o criticare il racconto epico della guerra. La rielaborazione dell’evento, nella letteratura come nel gioco, fa parte integrante del nostro modo di gestire questi fatti terribili. Il punto è: e la storia? Si deve limitare a citare questi fatti, alle loro descrizioni fredde e asettiche, e, in pratica, li deve occultare? E, magari, deve lasciare al “tema di attualità”, o all’ora di filosofia o di religione, il compito di tematizzarne e raccontarne l’angoscia? Eppure la storiografia ha elaborato potenti sistemi di indagine su questi eventi. Privarne gli allievi non sembra una scelta molto acuta.


    A molti sembra un progresso, non parlare di guerre. Spiego la vita dal basso, della gente comune, la storia di genere o le mentalità. Oppure, come si dice, “spiego la pace”. Giusto: ma non spiegare le guerre significa circondare questi fatti con un recinto di protezione, che li separa dalla storia e li confina nell’empireo degli oggetti scolastici. Li priva della loro problematicità e, perciò, li de-storicizza.


    Noi cercheremo di indagare su questo fenomeno, servendoci di una fonte e di un luogo particolari: i musei di guerra. Molto diffusi in altre nazioni (in Francia in particolare), in Italia sono presenti per la maggior parte in Italia Settentrionale e, ovviamente, con una concentrazione maggiore nelle regioni investite dalla Prima Guerra mondiale. Non mancano i musei del Risorgimento, che di recente hanno conosciuto un momento di risveglio dopo un lungo torpore: anche loro, si ricordi, sono in gran parte musei di guerra. Ho escluso da questa ricerca i musei della Resistenza: per questi occorreranno un discorso e uno studio particolari.


    Studiare la guerra nei musei serve non solo ai loro operatori. E’ utile anche per gli insegnanti. Come tutti sanno, la collaborazione fra insegnanti e operatori è fondamentale per un buon uso didattico del museo. Ma, oltre a questo, lo studio delle scelte espositive del museo aiuta docenti e storici ad approfondire questo argomento. Ci fornisce conoscenze e idee per spiegarla bene, e fare – della guerra – un oggetto di buona didattica.

     

    Fine prima parte

     

    (Seguirano la Parte seconda, sui musei tradizionali e i “musei-manuale”; la Parte terza sui “musei-laboratorio” e i “musei-provocazione”. Questo contributo è la rielaborazione della relazione che ho tenuto al convegno  di Craonne, e che verrà pubblicata in Francia)

  • Si può giocare la guerra? Un convegno a Bari, il 17 ottobre.

    di Antonio Brusa

    Immagine1 Che rapporto c’è tra guerra, giochi e videogiochi? Come si può raccontare, attraverso un’attività ludica, il dramma del conflitto, l’inferno della distruzione o la minaccia del reciproco annientamento nucleare, tema tornato tristemente attuale con lo scoppio delle ostilità tra Russia e Ucraina? Trenta esperti in diverse discipline, provenienti da Italia e svariati Paesi d’Europa, ne parleranno a Bari, lunedì 17 ottobre, nella Mediateca Regionale Pugliese, in occasione di “Videogames, Guerra e Alta Cultura”.

    Tra loro, esperti e sviluppatori di videogame, giochi da tavola e wargame, docenti e ricercatori di storia moderna, romana e militare, docenti di letteratura e rappresentanti dell’editoria fantascientifica, organizzatori del Devcom/Gamescom di Colonia (il più grande evento fieristico del digital entertainment in Europa), esperti di geopolitica e collaboratori della rivista Limes, il più celebre periodico italiano dedicato a politica estera, economia e attualità internazionale. Ci siamo anche noi, di Historia Ludens e dell’Università di Bari, con una sessione dedicata all’insegnamento della storia coi giochi e, in questo caso, coi giochi di guerra. Se vuoi la pace, potrebbe essere un nostro motto, studia la guerra.

    L’evento è organizzato da Age Of Games, software house italiana con sede a Bari, in collaborazione con Apulia Film Commission, Mediateca Regionale Pugliese e Regione Puglia. Alla sua quinta edizione, il progetto “Videogames e Alta Cultura” è nato a Bari nel 2018, da un’idea di Fabio Belsanti, game designer con una formazione da storico, Roberto Talamo, teorico della letteratura e insegnante, ed Elisa Di Lorenzo, CEO di Untold Games.

    Appuntamento alle 8,30. L’evento si chiuderà nel pomeriggio alle 18. Per ulteriori informazioni sul programma della giornata e sugli ospiti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

    Sito web: www.videogamesandhighculture.com.

    Sarà possibile assistere alla diretta streaming sul canale Youtube “Videogames & High Culture”, al link: https://bit.ly/3yk0S9A.

  • Uranica. Quattro lezioni e un gioco sulla guerra oggi.

    di Laboratorio Lapsus*

     

    Mappa dei conflitti e delle situazioni critiche globali dal punto di vista USA 2022 fonte www.cfr.orgglobal conflict trackerFig.1: Dida: Mappa dei conflitti e delle situazioni critiche globali, dal punto di vista USA Fonte

     

     Lezione n.1: Cos'è la guerra oggi?

    Conflitto siriano Aleppo 2016 Conflitto siriano voragine bombardamento Aleppo 2016 I concetti di guerra e di pace si compenetrano e sfumano l’uno nell’altro. Basti pensare all’ ambiguo concetto di “missione di pace” o "peacekeeping", applicato a missioni come quella in Somalia o in Kosovo. Con le classi si possono osservare alcune immagini del conflitto siriano, per evidenziare come i limiti del campo di battaglia nell’epoca contemporanea sconfinano decisamente nello spazio civile, quando, attraverso operazioni di bombardamento sistematico, questo viene invaso dalla dimensione militare.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Il campo di battaglia diventa diffuso. Un esempio di campi di battaglia della guerra asimmetrica cyberspazio finanza informazione e spazio fisico in questo caso urbanoFig.4: Il campo di battaglia diventa diffuso. Nell’immagine un esempio di “campi di battaglia” della guerra asimmetrica: cyberspazio, finanza, informazione e spazio fisico, in questo caso urbano. La mappa degli attacchi informatici è disponibile qui

      A partire da queste prime osservazioni si sollecitano le domande che fanno da guida al percorso laboratoriale: quando hanno avuto origine questi slittamenti di significato? Quando “guerra” e “pace” hanno iniziato a compenetrarsi? E come? Quando si è attenuata la linea di demarcazione tra spazio bellico e spazio civile? E ancora, chi combatte le guerre contemporanee? Come interpretare le azioni terroristiche che dominano i notiziari? La prima lezione si chiude con queste domande: le risposte si cercheranno nelle lezioni successive.

     

    Lezione n.2: Le trasformazioni della Prima guerra mondiale.
    Cronologia essenziale dalla Prima guerra mondiale alla fine della Seconda guerra mondiale fonte presentazione Prezi di Lapsus per il laboratorio Come cambia la guerraFig.5: Cronologia essenziale dalla Prima guerra mondiale alla fine della Seconda guerra mondiale - fonte presentazione Prezi di Lapsus per il laboratorio Come cambia la guerra.

    La Prima guerra mondiale è il conflitto spartiacque della nostra epoca: dalle trasformazioni tecnologiche e strategiche introdotte da questo conflitto non si tornerà più indietro. La leva di massa e la mole dei mobilitati, insieme alle esorbitanti spese militari sostenute dai belligeranti, hanno determinato una mobilitazione totale, di dimensioni inedite: dalla produzione industriale stimolata dalle commesse statali al razionamento dei generi alimentari, dalla programmazione della produzione agricola alla censura sulla stampa, fino all’identificazione del territorio patrio come ‘fronte interno’.

    Questo processo di mobilitazione ha favorito l’inasprimento del controllo repressivo statale. Questo ha assunto forme e contenuti particolarmente rilevanti attraverso la propaganda, il completo controllo sui meccanismi produttivi e l’arresto dei dissidenti o dei pacifisti.

    Sul terreno della strategia militare, la Grande guerra ha rappresentato una svolta epocale, in primo luogo, per la diffusione delle armi automatiche, che hanno reso estremamente dispendioso in termini di vite umane il tradizionale attacco di fanteria o di cavalleria alle postazioni nemiche. Di qui l’evoluzione dalla guerra di movimento in guerra di posizione o di logoramento. Luogo privilegiato dell’aspetto militare del conflitto fu dunque la trincea. Questa, introdotta nella guerra anglo-boera di fine Ottocento, fu perfezionata durante la guerra mondiale.

    Sul piano delle innovazioni tecnologiche, si osserva la nascita di uno dei protagonisti dei futuri conflitti, il carro armato, adottato dai Britannici nel 1916. E, ancora, i gas asfissianti (che hanno imposto l’obbligo della maschera antigas), l’aeroplano, usato prevalentemente a scopo ricognitivo, sebbene armato di mitragliatrice, il sottomarino.

    L’esigenza di coordinare e muovere enormi contingenti su un fronte molto ampio ha contribuito allo sviluppo delle telecomunicazioni e al massiccio impiego dei mezzi motorizzati.

     

     Lezione n.3: La Seconda guerra mondiale cambia il mondo.
    Schema degli elementi relativi alla Seconda guerra mondiale che servono per comprendere la trasformazione dei conflitti nel secondo dopoguerraFig.6: Schema riassuntivo degli elementi relativi alla Seconda guerra mondiale che servono per comprendere la trasformazione dei conflitti nel secondo dopoguerra - fonte presentazione Prezi di Lapsus per il laboratorio Come cambia la guerra.

    La prima evidenza è certamente l’arma atomica, che cambierà gli equilibri tra le potenze reduci dallo sforzo bellico. La prima, esplosa il 16 luglio del 1945 nel deserto di Alamogordo, è stata seguita da una produzione spaventosa. Gli allievi non ne sono consapevoli. Spesso, alla domanda: “secondo voi, quante bombe oggi esistono”, la risposta è di poche unità. Restano, dunque, sorpresi dalla quantità effettiva di armi nucleari attualmente presenti (13.400, dato aggiornato al 2022).

    La seconda evidenza di questa guerra è costituita dall’uso intensivo della propaganda e dall’esteso utilizzo delle forze di intelligence, che non verranno sciolte al termine del conflitto.

    In terzo luogo, vanno considerate le innovazioni negli equipaggiamenti delle truppe e infine – quarta evidenza - l’uso strategico della guerra di bombardamento sui civili come strumento di pressione sul fronte interno dei paesi di entrambi gli schieramenti. Con la Seconda guerra mondiale tendono a dissolversi i confini tra ciò che può essere identificato come campo di battaglia e quello che dovrebbe essere inteso come ambito civile.

    Ma vi è una conseguenza di storia globale che va considerata centrale, per la storia successiva, e in particolare, per la nostra vita: la fine dell’Eurocentrismo. Due gli elementi che determinano la “provincializzazione” della “vecchia” Europa. Il primo è costituito dal suicidio europeo, determinato dal fatto che le due guerre mondiali hanno come teatro principale questo sub-continente; il secondo è determinato dal fatto che – dalla seconda metà del Novecento, i centri/guida del pianeta sono entrambi extraeuropei: Usa e Urss.

     

    Lezione n.4: Le tante guerre della guerra fredda.
    cronologia delle diverse fasi della Guerra fredda fonte presentazione Prezi di Lapsus per il laboratorio Come cambia la guerraFig.7: Cronologia delle diverse fasi della Guerra fredda - fonte presentazione Prezi di Lapsus per il laboratorio Come cambia la guerra.

    La Guerra fredda introduce molti elementi destinati a condizionare il nostro presente: la deterrenza atomica, che impedisce alle superpotenze di entrare in un conflitto diretto; l’ordinamento bipolare del mondo, che costruisce le dipendenze economiche, militari e culturali dei paesi satellite (ma anche di altri che si vorrebbero neutrali). Si teorizzano e si applicano, durante questo periodo, nuove modalità di fare la guerra: la guerra per procura, la controinsorgenza e infine - guerra dalle mille sfaccettature - quella definita asimmetrica.

    Il tema della guerra asimmetrica è sorprendentemente familiare ai ragazzi, complici le molte sessioni di Call of Duty o di altri videogiochi a tema bellico. Non si tratta, quindi, di argomenti del tutto nuovi per loro. La novità è poterne parlare apertamente a scuola, facendo collegamenti con la loro esperienza di giovani videogiocatori e videogiocatrici e avendo finalmente occasione di tirare fuori le domande che fino ad allora non hanno saputo a chi rivolgere.

    La storia recente fornisce molti esempi di questo genere di guerra: la guerra del Golfo, che permette di riflettere sul ruolo dell’informazione nei conflitti contemporanei; la guerra del Kosovo, per tornare sul confine tra guerra e pace attraverso il concetto di guerra umanitaria; e infine la war on terror statunitense contro le formazioni terroristiche di al-Qā‛ida, per problematizzare il tema del terrorismo e delle contromisure messe in campo dagli USA.

    Per l’ultimo incontro del laboratorio, notando grande interesse suscitato nelle classi ma essendo a corto di mezzi che ci sembrassero efficaci per valutare se quello che stavamo insegnando loro fosse stato realmente assimilato, ci siamo domandati quale strumento usare per far sedimentare tutte quelle informazioni e valutarne l’apprendimento reale. Così è nato Uranica, un gioco di simulazione didattica sulla guerra asimmetrica.

     

    5. Uranica, un gioco didattico sulla guerra asimmetrica

    Materiali_di_gioco_di_Uranica_in_particolare_a_sinistra_le_carte_descrizione_Stati_a_destra_le_carte_azione.jpg Dato uno scenario di apertura fantapolitico, la classe viene divisa in cinque gruppi, ad ognuno dei quali è assegnata una scheda Paese - due superpotenze, un paese strategico, una federazione economica e uno stato insorto di recente indipendenza -, degli obiettivi strategici e delle carte-azione. Lo scopo del gioco è raggiungere i propri obiettivi, giocando una strategia di carte-azione coerente con le caratteristiche del proprio Paese. Ovviamente, trattandosi di un gioco sulla guerra asimmetrica, non tutti hanno lo stesso “peso” e di conseguenza non tutte le carte-azione possono essere giocate da tutti i contendenti.

     

    “Ti faccio un embargo come gli USA con Cuba!”

    “Noi non ci facciamo intimorire, non abbiamo bisogno delle vostre merci!”

     

    Appunti di gioco di alcuni studenti durante una sessione di Uranica  La meccanica di gioco avviene per turni, durante i quali possono essere giocate massimo tre carte-azione. Prima di usare le sue carte, ogni giocatore spiega al master il senso della combinazione di azioni usate e ne descrive i possibili esiti. Il master, al termine di ogni round, valuta l'efficacia delle azioni giocate assegnando dei “+” o “-” ai giocatori.

    Le carte azione sono:

    - la guerra convenzionale, un’eventualità sempre possibile ma fortemente sconsigliata a causa della deterrenza atomica;
    - la guerra economica, che si suddivide in Embargo e Guerra finanziaria, utilizzabile solo dalle superpotenze e dalla federazione economica;
    - la guerra energetica, che può essere usata solo da chi possiede risorse energetiche; la guerra coperta, che si suddivide in Spionaggio e Sabotaggio, che può essere usata solo da chi possiede forze di intelligence;
    - la guerra informativa, nelle sue due branche di Propaganda politica e Manipolazione dell’informazione, azioni che hanno pesi diversi a seconda di chi le utilizza.

    “Prof. ma in questo gioco non c’è l’Onu? E come facciamo se vogliamo fare la pace?”

     

    6. Il debriefing

    Una terza media mentre gioca a Uranica Sulla LIM la mappa del gioco Questo spazio offre l’occasione alle classi di riflettere sull’esperienza vissuta insieme, commentando il percorso svolto con i formatori e dando un feedback complessivo sul laboratorio appena concluso.

    Le nostre osservazioni, in merito ai percorsi svolti tra il 2016 e il 2018, hanno messo in luce come questa impostazione didattica favorisca un apprendimento significativo. Il numero di domande degli studenti e delle studentesse e la loro curiosità ci hanno fatto intendere che l’argomento fosse di grande interesse, soprattutto nei collegamenti con l’attualità. In tutte le classi frequentate la risposta è stata fortemente positiva in termini di coinvolgimento e di stimoli. I ragazzi e le ragazze hanno seguito il percorso con concentrazione e interesse, anche nei passaggi più complessi, intervenendo con pertinenza e curiosità, a volte anticipando questioni che avremmo trattato più avanti.

    Da sottolineare è la volontà dei ragazzi di tentare comunque di dare una propria risposta autonoma e una propria interpretazione di temi, concetti, fenomeni descritti nel corso del laboratorio.

    Il debriefing è anche l’occasione in cui riflettere collettivamente su come è andata la partita di Uranica, invitando la classe a segnalare punti di forza e criticità. Questo è il momento nel quale il master svela il contesto reale dal quale ha tratto ispirazione il gioco: si tratta di uno scenario d’apertura ispirato all’Ucraina (nella fase tra il 2014 e il 2016), il cui anagramma dà anche il nome al gioco.

     

     7. Dal gioco didattico al gioco da tavolo

    Uranica in fase di revisione e adattamento come gioco da tavolo Uranica oggi gioco da tavolo

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Uranica, in questa versione didattica per le scuole, è un sottile equilibrio tra il gioco con finalità istruttive e il gioco di ruolo, dove l’efficacia delle azioni giocate è rinforzata dalla capacità narrativa dei giocatori e delle giocatrici. La forza di questo gioco didattico risiede anche nel ruolo del master che restituisce, di volta in volta, uno scenario complesso entro cui agire, interpretando le mosse dei giocatori e delle giocatrici.

    Tuttavia per rendere Uranica un Gioco di Ruolo (GDR) avremmo dovuto pensare ad un manuale per il master davvero molto corposo, dando informazioni non solo sul funzionamento e bilanciamento delle azioni di gioco, ma anche sulle cause e sugli effetti delle azioni di guerra asimmetrica in contesti reali, così da fornire una solida base di conoscenze sull’argomento.
    Questo avrebbe sicuramente conservato l’aderenza ai contenuti e alle dinamiche della guerra asimmetrica - quindi salvato l’aspetto didattico - ma ridotto il bacino possibile di fruitori del gioco ai soli già appassionati dell’argomento o dei giochi di ruolo, rendendolo un gioco piuttosto di nicchia.

    In alternativa, un boardgame semplifica molto i contenuti, perché introduce una variabile di casualità maggiore che deve essere bilanciata con un sistema di punteggi, e ha il vantaggio della maggiore attrattività anche per un pubblico di non giocatori, estendendo quindi il possibile bacino di fruitori.

    Playtest di Uranica settembre 2022 Playtest di Uranica settembre 2022 2 Abbiamo, dunque, avviato un cantiere di progettazione, per bilanciare i punteggi e gli obiettivi, ripensare la grafica delle carte e realizzare nuovi “pezzi” di gioco, come le carte diplomazia - memori di suggestioni degli studenti - e le carte scenario, che servono a complicare un po’ la faccenda alla fine di ogni turno di gioco.

    Il cantiere di progettazione è iniziato a marzo 2022, in vista della presentazione ufficiale di Uranica il 18 settembre 2022 per il primo beta test durante la festa per i 15 anni di Laboratorio Lapsus, ed è tuttora in corso.

    Consapevoli che la strada intrapresa sia ancora lunga e caratterizzata da accelerazioni e battute d’arresto, siamo felici che Uranica abbia conservato quello spirito didattico che lo ha caratterizzato fin dal principio, unito ad una dinamica ludica più inclusiva e orientata ad un pubblico vasto, a riprova del fatto che è davvero possibile imparare la storia giocando e divertendosi.

     

    8. Lapsus*

    Lapsus - Laboratorio di analisi storica del mondo contemporaneo è un’associazione di promozione sociale con sede a Milano, che opera nel campo della didattica e della divulgazione della storia contemporanea.

    Nasce nel 2007 come gruppo informale di studio e approfondimento all’Università degli Studi di Milano. Nel corso degli anni ha ampliato il suo campo d’azione anche all’ambito educativo e della Public History. Il suo obiettivo è coniugare la ricerca storica e la sua divulgazione, traducendo in parole semplici concetti e fenomeni complessi per favorire il pensiero storico al di fuori dei tradizionali canali accademici, in un processo di produzione di conoscenza che parta “dal basso”.

    Lapsus si occupa di laboratori didattici nelle scuole medie e superiori, seminari e workshop in università, iniziative culturali, mostre, documentari e tutto quello che può servire allo scopo di promuovere un pensiero critico sull'attualità, vista con la lente della Storia. Il suo approccio ai contenuti è interdisciplinare, analitico e comparativo. Nei suoi laboratori didattici si utilizzano metodologie problem-based, collaborative e partecipative.

    Nel 2016, Laboratorio Lapsus collaborava attivamente con una serie di scuole medie di Milano e provincia. Proprio da una di queste scuole, l’Istituto comprensivo “Garibaldi” di Cinisello Balsamo, era giunta la richiesta – fatta propria poi da altri tre istituti - di avviare un percorso laboratoriale finalizzato ad indagare le trasformazioni che aveva subito il concetto di “guerra” nel corso del Novecento e le sue implicazioni sui contesti coinvolti da fenomeni di tipo bellico nell’attualità.

    Il 2016 in effetti è stato un anno piuttosto complesso: il conflitto in Siria giunto ad una nuova recrudescenza con il tentativo di espansione dell’autoproclamato califfato dell’IS, la resistenza curda e l’ingresso della Russia tra i belligeranti; la situazione in Ucraina, che dal 2014 non stava trovando una soluzione per le province del Donbass russofono; una lunga sequenza di attentati terroristici - da Istanbul a Dacca, da Israele al Burkina Faso - nonché le vivide immagini che ci giungevano dagli attentati di Bruxelles e Nizza, imponevano un ripensamento di tante categorie interpretative della contemporaneità. Così è nato il laboratorio “Che cos’è la guerra oggi”, che qui abbiamo presentato.

    Contatti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. | www.laboratoriolapsus.com

     

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