tratta atlantica

  • I grandi tabù della Tratta dei neri e il difficile rapporto fra protesta sociale e ricerca storica.*

    di Antonio Brusa

     

    “L’appello lanciato questa estate da militanti “antirazzisti” in molti paesi democratici ad abbattere le statue di coloro che sarebbero più o meno direttamente legati alla tratta atlantica ha rimesso al centro del dibattito pubblico la questione della schiavitù. Al posto di migliorare la nostra conoscenza del carattere abietto del commercio degli schiavi neri nella pluralità delle sue manifestazioni geografiche, la frenesia vendicatrice alla quale stiamo assistendo non ha fatto altro che rinforzare l’idea, peraltro già ben radicata, secondo la quale non ci fu che una sola Tratta dei Neri: quella condotta dagli Occidentali fra i secoli XV e XIX”.

    Con queste parole, Matthieu Creson apre il suo articolo sulla “persistenza del tabù della Tratta”, appena pubblicato dall’autorevole “Revue des deux Mondes” (7 sett. 2020).  Nell’immaginario italiano ci vediamo lontani spettatori di questa vergogna storica. Pensiamo che siano fatti che riguardano gli stati atlantici, europei e americani, ben lontani da noi mediterranei. Le cose non stanno in questo modo. Per due motivi. Il primo è che il fenomeno della schiavitù riguardò direttamente l’Italia fino a tutta l’età moderna, come ci ha insegnato Salvatore Bono (Schiavi. Una storia mediterranea. XVI-XIX secolo, Il Mulino, Bologna: qui il riassunto analitico). Il secondo è che la polemica contro la schiavitù mette sul banco degli imputati l’intero occidente, europei e italiani compresi.

    Per tutti quelli che si occupano di storia, infine, questo è un magnifico, quanto penoso, caso di studio sui rapporti fra la memoria storica, alla quale fanno riferimento i movimenti di protesta, e la ricerca storica.

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    I motivi che hanno scatenato le proteste sono indiscutibili. Non possono che suscitare indignazione in tutto il mondo il razzismo e le ingiustizie sociali che spingono nelle strade tanti cittadini americani. Ciò che Matthieu Creson sottolinea è il discorso storico che accompagna e alimenta molta parte del movimento. Questo discorso è viziato da due rimozioni. La prima è geografica: si rimuove il fatto che la Tratta atlantica non fu l’unica esistente. La seconda è storica: si rimuove il fatto che i primi stati a proclamare illegale lo schiavismo furono europei. Queste due rimozioni cementano due tabù, apparentemente incontrastati in quello che rischia di diventare un processo mondiale all’Europa: “non si può parlare di Tratte che non siano quella atlantica” e “non si può dire bene dell’Europa”.

     

    La rimozione geografica

    Il primo a farne un oggetto di dibattito pubblico è stato Olivier Petré-Grenouilleau, con il suo La tratta degli schiavi. Saggio di storia globale(Il Mulino, Bologna 2010: vedine un buon riassunto qui)

     

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    Lo storico francese scriveva che se si allarga lo sguardo al di là dello scenario atlantico, spuntano altre due tratte, altrettanto dolorose di quella atlantica. La Tratta musulmana, che prelevava schiavi dall’Africa sub-sahariana per venderli ai paesi mediterranei ed esportarli fino in Estremo oriente; e quella africana, della produzione e del consumo interno degli schiavi. I dati offerti dallo storico lasciavano senza fiato chi si avvicinava per la prima volta a questo problema. Se la tratta atlantica trasferì in America poco meno di 12 milioni di persone, quella interna africana ne riguardò 14 milioni e quella musulmana 19. Indubbiamente, questi dati erano da ponderare tenendo conto di due fattori. Il primo è che la tratta atlantica durò poco più di tre secoli, mentre il periodo preso in considerazione dallo storico per quelle islamica e africana andava dal 620 d. C al 1920. Il secondo è che, mentre per la tratta atlantica le fonti sono numerose e precise (i libri contabili dei negrieri, i contratti di vendita americani ecc.), non altrettanto si può dire delle altre due tratte che devono fare affidamento a stime, che secondo lo stesso Grenouilleau hanno un largo margine di variabilità. Altri storici, infatti, danno cifre diverse, che – tuttavia - essendo sempre dell’ordine dei milioni, non intaccano la sensazione di enormità del commercio islamico e africano.

    (Lo storico francese non si occupava del commercio mediterraneo, i cui dati avrebbero aggiunto peso al terribile quadro della schiavitù mondiale, con i milioni di cristiani, fatti schiavi dai corsari barbareschi, e i milioni di nord-africani fatti schiavi dai cristiani (italiani e maltesi soprattutto), e venduti nei mercati di Livorno, Napoli, Genova e Palermo, insieme con quelli dell’Africa nera che pure giungevano in Italia).

     

    Shitstorm mediatico

    Quando uscì in Francia, nel 2005, il libro di Grenouilleau divise il pubblico. Fu esaltato come opera fondamentale da molti storici, dall’Académie e dal Senato (che pure aveva proclamato, con la legge Taubira del 2001, che lo schiavismo è un crimine contro l’umanità). Dall’altra suscitò vive proteste da parte delle comunità afro-francesi e antillane, che accusarono lo storico di “negrofobia”, chiesero che venisse processato, proprio per la violazione della legge Taubira, e lo sottoposero a un indegno shitstorm mediatico, con insulti e accuse di ogni genere, delle quali la rete, a dispetto del mito della sua memoria indistruttibile, conserva tracce scarse e difficili da reperire (qui una cronologia degli interventi, un tempo ben in vista, oggi quasi introvabili. Noterò ancora che l’articolo di Clionautes, che citavo a questo proposito nel 2016, è sparito).

     

    I fabbricanti di schiavi

    I mercanti occidentali acquistavano gli schiavi nei mercati africani: quelli atlantici, oggi meta del turismo memoriale (ne scrive Elisa Magnani), e quelli indiani, altrettanto celebri, come Zanzibar. Quest’isola era anche un centro di smistamento della tratta islamica, al pari di Timbuctù, dove si concentravano le carovane di schiavi destinate ai mercati della costa nordafricana. Ma come venivano prodotti questi schiavi? Ne sappiamo poco, scrive John Iliffe. A metà Ottocento, un missionario chiese a 177 schiavi liberati in che modo erano stati fatti schiavi. Un terzo dichiarò che era prigioniero di guerra; un altro terzo che si trovava già in condizioni di schiavitù quando fu portato al mercato. Altri erano stati fatti schiavi per debiti; un paio perché erano figli di donne accusate di stregoneria. Come sapevano – e scrivevano – i negrieri, la prospettiva di un buon guadagno incentivava i tribunali africani a comminare la pena della schiavitù per una gran quantità di reati. Al di là di particolari e di cifre che vanno ancora messi in piena luce, ciò che sappiamo è che dietro le Tratte atlantica e islamica agì un sistema schiavistico consolidato nel tempo, interamente africano, fatto di imperi, regni e individui che lucravano sulla riduzione in schiavitù di uomini e donne nere, che evidentemente non consideravano “fratelli” (J. Iliffe, Popoli dell’Africa. Storia di un continente, Bruno Mondadori, Milano 2007, p. 179).

     

    Vittime e carnefici

    “La maggior parte degli studi recenti, di qualsiasi scuola, concludeva Grenouilleau, ci dice che gli africani non furono solamente vittime della tratta, ma anche artefici” (p. 187). Lo storico avrebbe potuto richiamarsi con efficacia alla formula icastica - “nessun popolo è vergine”- che Franco Cassano ha inciso nel suo libro più bello (Approssimazione. Esercizi di esperienza dell’altro, Il Mulino, Bologna 2003). Il ruolo della vittima e del carnefice si sono alternati più volte nei tempi lunghissimi dei diversi gruppi umani. Una storia che ne selezioni solo alcuni aspetti impedisce di fare i conti con i passati vergognosi di ciascuno. Rischia, in luogo di creare una società che si riconosce unita nella condanna del crimine della schiavitù, di lacerarla con un desiderio di vendetta, che è un temibile motore dell’alternanza fra vittima e persecutore. Nel pieno della polemica sul suo libro, Grenouilleau scriveva: “È importante comprendere che gli Occidentali, gli Orientali o gli Africani odierni non sono affatto responsabili dei crimini commessi da qualcuno dei loro antenati, e che non serve a niente aizzare le comunità, le une contro le altre. Come scriveva Edouard Glissant a proposito della schiavitù, il lavoro della memoria non deve far rivivere il passato. A noi serve una “memoria che sa andare oltre” (Traite négrière  : les détournements de l'histoire, par Olivier Petre-Grenouilleau, in “Le Monde”, 5 marzo 2005).

     

    La rimozione storica

    Se la schiavitù è un fenomeno che interessò la stragrande maggioranza dei gruppi umani (forse solo gli indigeni australiani ne furono esenti), la sua abolizione è un evento che riguarda esclusivamente l’Europa. In moltissime società esistettero filosofi, poeti e governanti che hanno manifestato la loro avversione per questo istituto. Ma solo in Europa questa ostilità si è concretizzata nella sua messa fuori legge. Questo evento dovrebbe essere celebrato come identitario di una umanità, come quella attuale, che si proclama antirazzista e antischiavista. Non è dunque paradossale il fatto – si chiede Pascal Bruckner - “che le prime società che hanno abolito la schiavitù, dopo averne largamente approfittato, siano le sole ad essere messe sotto accusa, le sole alle quali si chiede una riparazione?” (La tyrannie de la pénitence. Essai sur le masochisme occidentale, Grasset, Parigi 2006, p. 174).  

     

    Il doppio versante della rimozione

    La questione dello schiavismo, per come viene affrontata nei movimenti di protesta mondiali, diventa un tutt’uno con quella del colonialismo europeo, con il conseguente bilancio post-coloniale e con il razzismo. L’evento dell’abolizione, quindi, viene seppellito sotto un cumulo di misfatti che preme anche sul versante interno all’Occidente, incrementando quel sentimento di “autocolpevolizzazione” che caratterizza il rapporto che Europa e Occidente intrattengono con il loro passato, e producendo, di conseguenza, una memoria unidirezionale.  Perché è una strana “memoria della schiavitù quella che impone solo all’Occidente di fare penitenza e di risarcire i discendenti degli schiavi” (Creson, cit.).

    Fernando Duarte ha provato a quantificare l’ammontare di questi risarcimenti. Secondo gli stati africani si tratterebbe di 777 miliardi di dollari (dati del 1999); mentre i trenta milioni di discendenti americani di schiavi africani avrebbero diritto a una compensazione di 250 mila dollari a testa (Réparation de l'esclavage : les descendants d'esclaves doivent-ils recevoir une compensation financière? 2 luglio 2020). Tuttavia, per quanto lo storico non debba trascurare gli aspetti economici nella sua analisi, sarebbe sbagliato farne una questione di soldi. Ce lo fa capire la delibera di professori e studenti del Dipartimento di Letteratura inglese dell’Università di Chicago, approvata dopo l’assassinio di George Floyd, nel luglio del 2020. Vi si stabilisce che per l’anno accademico 2020-2021 verranno accolti solo studenti neri o che si impegneranno  nei Black Studies, la branca delle discipline umanistiche che il dipartimento si propone di sviluppare. È un debito, proseguono i colleghi americani, che la collettività degli studiosi deve pagare, perché “la letteratura inglese, come disciplina, nella sua lunga storia ha ammantato di una razionalizzazione estetica la colonizzazione, lo sfruttamento, l’estrazione dei neri, e l’anti-negritudine (anti-blackness)” e che, quindi, il loro dovere di studiosi è quello di “eliminare l’anti-negritudine persistente e recalcitrante della nostra disciplina”.

     

    Due documenti per comprendere una rivoluzione

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    Immagine4Am I Not a Man and a Brother?, il medaglione disegnato da Josiah Wedgwood nel 1787 contro la schiavitù (Fonte)  

     Si diceva nelle buone famiglie di un tempo che una dote di matrimonio non era adeguata se non avesse compreso qualche ceramica Wedgwood. Josiah Wedgwood era un imprenditore, inventore e designer di ceramiche adorate dalle famiglie borghesi. Era anche amico e fervido sostenitore di Thomas Clarkson, il primo storico del movimento abolizionista. Questo medaglione, autentico logo del movimento, fu regalato a Benjamin Franklin, presidente della società abolizionista della Pennsylvania. Diventò un gioiello esibito dalle signore di tutt’Europa. Più efficace di un libro, commentò Franklin.

    Osservato con gli occhi moderni, quest’uomo nero e incatenato, che supplica di essere considerato un fratello, è lo stigma del “nero inferiore” che spinge il movimento di protesta ad abbattere i monumenti nei quali “un uomo bianco concede la libertà a schiavi neri che ringraziano” (su questo tema si veda l’articolo di Daniele Boschi, qui su Historia Ludens). Osservata con gli occhi di un individuo del XVIII secolo, invece, quest’immagine è rivoluzionaria, perché rompe con la tradizione più “inclusiva” che il mondo antico aveva consegnato alla modernità, quella delle religioni del libro, secondo le quali “non è lecito fare schiavo il fratello”. In base a questa norma, un cristiano (come un musulmano o un ebreo) non poteva ridurre in schiavitù un correligionario, proprio perché la comune fede li rendeva fratelli, ma poteva fare schiavi tutti gli altri. Il medaglione diceva alla gente del XVIII secolo che si è fratelli per il semplice fatto di essere uomini. Una rivoluzione, scrive Olivier Grenouilleau (La révolution abolitionniste,Gallimard, Paris 2017).

    Con un salto di qualche anno, ci troviamo a Napoli, dove Antonio Savarese, medico “dei Reali Eserciti”, uno studioso che viaggiò in lungo e in largo, anche al seguito delle truppe napoleoniche, scrive testi di antropologia fisica e medicina. Letti con gli occhi moderni, sono libri insopportabilmente razzisti. Ci raccontano che i creoli sono un miscuglio indecente di razze e che i bianchi si sono degenerati al loro contatto; che i neri puzzano, hanno un aspetto orribile e assomigliano più a un orango che a un uomo. Letti con gli occhi del tempo, questi testi ci rivelano uno studioso che considerava le colonie americane una tragedia, dal momento che in meno di tre secoli avevano causato lo sterminio della popolazione indigena e ora erano meta di avventurieri e di mercanti dediti “all’industria, tanto vilipesa e censurata, di comprare e vendere uomini di colore nero, traffico che disonora l’uman genere, e che da alcuni governi è stato proibito e da altri sostenuto, malgrado che si vantassero per sommamente civilizzati”. (A. Tuccillo, Il commercio infame. Antischiavismo e diritti dell’uomo nel Settecento italiano, Cliopress, Napoli 2013, pp. 344-346).

    Immagine5La foga iconoclastica non ha risparmiato i monumenti di Victor Schoelcher, il giornalista e uomo politico francese, promotore del decreto del 1848 con il quale venne sancita la fine della schiavitù in Francia e nelle sue colonie. Su di lui si veda: F. Magris, Rivoluzionario o riformista? Victor Schoelcher e l’abolizione della schiavitù, in “Studi Storici”, 54, 3, 2013, pp. 611-622. 

    La rivoluzione abolizionista

    Due documenti – un gioiello e il brano di un libro – ci fanno intuire la differenza dei tempi. Oggi noi consideriamo normale essere contro la schiavitù. Allora era rivoluzionario. Oggi noi assimiliamo razzismo, colonialismo e schiavismo. Tre secoli fa erano fenomeni ben distinti. Se non recuperiamo lo sguardo di quei tempi, non riusciremo a valutare la portata di quella rivoluzione. Torniamo dunque a Grenouilleau che, lavorando su una massa impressionante di documenti, ci offre una visione realistica di come quella rivoluzione si sviluppò.

    Fu una rivoluzione strana, ci avverte il nostro autore. Ha una premessa lunghissima, che affonda nei tempi profondi della civilizzazione occidentale, dagli antichi sofisti e ai loro allievi romani, ai sapienti religiosi e laici di età medievale e moderna. Non era nuova, in occidente (come in altre culture), la considerazione dell’inumanità dell’istituto schiavile. Ciò che è inedito è il fatto che questa disapprovazione si concretizza – alla fine del XVIII in America, in Inghilterra e poi nel resto dell’Europa - nella richiesta della sua abolizione. Non era naturale pensarlo: lo dimostra il fatto che mai (a nostra conoscenza) tale proposito fu espresso nel corso delle numerosissime rivolte che hanno costellato la storia della schiavitù sin dai tempi antichi.

    Il movimento transnazionale che nacque alla fine del XVIII secolo, invece, trasformò questa richiesta in un obiettivo politico con una ostinazione e un’intelligenza rimarchevoli: perché la seconda stranezza di questa rivoluzione consiste nella sua lunga durata. Le date ufficiali (se ci limitiamo a queste) ci dicono che durò quasi un secolo, dal 1792, data nella quale la Danimarca per prima proclamò l’illegittimità della Tratta, fino al 1888, quando crollò l’ultimo baluardo dello schiavismo occidentale, il Brasile dell’imperatore Pietro II.

    Lo storico ricostruisce l’attività politica di questo movimento, che seppe vincere nonostante fosse minoritario e incappasse in numerose battute d’arresto. Le maggioranze (soprattutto quelle inglesi e francesi) agitavano il rischio delle spaventose crisi economiche che la liberazione degli schiavi avrebbe comportato e la paura delle ribellioni delle colonie. Oppure sventolavano la bandiera nazionalistica, come in Francia, dove si chiedeva ai cittadini di non cedere alle idee provenienti dalla nemica di sempre, l’Inghilterra.  Al suo interno, il movimento riusciva a tenere insieme anime diverse: gruppi pietisti americani e inglesi, élites illuminate, intellettuali francesi (ma anche italiani, come abbiamo visto) spesso ostili alla religione, a volte masse operaie, come accadde a Manchester dove ben undicimila cittadini votarono il documento abolizionista. Non necessariamente gli abolizionisti erano anche anticolonialisti. Molti sostenevano un dominio coloniale soft, limitato per esempio al controllo degli empori costieri. Per giunta, dopo la seconda metà dell’Ottocento, quando ci si rese conto che le leggi europee non avevano messo fine al fenomeno, gli abolizionisti spinsero per intervenire sui regni africani anche con i cannoni. (La révolution abolitionniste. Entretien avec l’historien Olivier Grenouilleau).

     

    Una memoria che divorzia dalla storia

    In effetti, il mondo extra-europeo non mostrò grande entusiasmo per questa iniziativa. La Cina abolì la schiavitù nel 1909. Il mondo musulmano – teatro della seconda grande Tratta – fu ancora più restio: l’Arabia Saudita la abolì nel 1962 e la Mauritania nel 1980. Questa refrattarietà generale, il persistere della condizione schiavile, illegalmente o sotto altre forme giuridiche, la stessa ostinata avversione alla liberazione degli schiavi che ci racconta la storia americana, dovrebbero insegnarci quanto fu difficile e meritorio avviare e realizzare il percorso politico e culturale che condusse alla illegittimità della schiavitù e alla sua condanna come crimine contro l’umanità.

    Oggi, invece, quel periodo viene letto con la lente di un ideale antischiavista, antirazzista e anticolonialista del tutto contemporanea. Usata in questo modo, diventa una lente deformata che occulta i protagonisti di una lotta che ci ha consegnato un’eredità che dovremmo giudicare eccezionale, sia alla luce della storia dell’Occidente, sia nel confronto fra Occidente e resto del mondo. Jessica Moody ci informa che i movimenti antirazzisti puntano a ottenere una Giornata della memoria, esemplata sul modello di Auschwitz (The persistence of memory.Remembering Slavery in Liverpool, “Slaving Capital of the World”, Liverpool U.P, 2020, pp. 181-183). Questo paragone, proprio perché voluto dai movimenti attuali, è illuminante. Quella giornata fu scelta dopo una lunga discussione fra le varie proposte. Venne accettata perché, pur ricordando il genocidio, apriva al futuro (la liberazione del campo). E resta ancora oggi, nonostante la storiografia abbia da tempo messo in luce i delitti dei quali l’Armata Rossa si macchiò nel corso della sua avanzata. All’opposto, sembra che i tabù dello schiavismo impediscano di trovare una data comune, capace al tempo stesso di ricordare le sofferenze passate e di spingere gli uomini a guardare a un futuro migliore. Ne è una buona prova il dibattito svoltosi in occasione della scelta della data della “Giornata nazionale della memoria”, prevista nella legge Taubira: dopo aver scartato tutte le date possibili - dalla rivoluzione di Haiti comunque collegata alla Rivoluzione francese e ai suoi proclami, all’abolizione definitiva del 1848 – i parlamentari francesi hanno ripiegato sul 10 maggio, data della promulgazione della legge Toubira.

    Una giornata della memoria istituita per celebrare se stessa è il simbolo, ironicamente istruttivo, di una memoria che ha tagliato i ponti con la storia.

     

    *Ringrazio Luigi Cajani per i suggerimenti e il controllo attento

  • La dichiarazione ONU sulla tratta transatlantica degli schiavi africani: giustizia riparatrice o attacco all’Occidente?

    di Daniele Boschi

    Immagine 1. LAssemblea generale delle Nazioni Unite New YorkFig.1: L’ Assemblea generale delle Nazioni Unite (New York) FonteIl 25 marzo 2026 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione1 che definisce la tratta transatlantica degli schiavi africani come il più grave crimine contro l’umanità e invita gli Stati membri ad avviare un dialogo sulla giustizia riparativa, allo scopo di sanare le ferite ancora aperte prodotte da quella tragica plurisecolare vicenda storica. La risoluzione, proposta dal Ghana, ha ricevuto il voto favorevole di 123 Stati sui 193 aderenti all’ONU; hanno votato contro gli Stati Uniti, l’Argentina e Israele; la Gran Bretagna e gli Stati dell’Unione Europea si sono astenuti.

    In questo articolo analizzerò il testo approvato dalle Nazioni Unite e illustrerò le vivaci reazioni che esso ha suscitato. Risulteranno evidenti le molteplici implicazioni di questo dibattito per lo studio e per l’insegnamento di questa importante e dolorosa pagina della storia moderna.

     

    La risoluzione ONU

    La risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite è composta da un preambolo contenente una lunga serie di premesse e da una dichiarazione in sedici punti.

    Nelle premesse la risoluzione fa riferimento anzitutto a precedenti dichiarazioni, convenzioni e iniziative delle stesse Nazioni Unite e di altre istituzioni, in particolare dell’Unione Africana. Tra i documenti delle Nazioni Unite si ricordano la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (1966), e la Dichiarazione e il programma di azione di Durban (2001); tra i documenti dell’Unione Africana si cita la Proclamazione di Abuja del 1993 sulle riparazioni per la riduzione in schiavitù, il colonialismo e il neo-colonialismo subìti dagli africani. Si rievocano inoltre le numerose iniziative intraprese negli ultimi vent’anni per commemorare la tratta degli schiavi e per onorare le sue vittime, in particolare l’istituzione del 25 marzo come Giornata Internazionale in Memoria delle Vittime della Schiavitù e della Tratta Transatlantica degli Schiavi.

     

    Tre premesse storiche

    Le premesse indicano poi i presupposti storico-fattuali della risoluzione. In questo ambito tre affermazioni – beninteso discusse o discutibili - mi sembrano della massima importanza per comprendere la logica della risoluzione:

    1. la tratta degli schiavi africani segnò, a partire dal XV secolo, una profonda rottura nella storia dell’umanità, dando avvio alla più grande migrazione forzata e alla creazione di uno dei più durevoli sistemi di sfruttamento organizzato di massa degli esseri umani di cui si abbia memoria storica;
    2. la schiavitù basata sulla razza rappresentava un modello privo di precedenti, poiché era il primo sistema globale che codificava gli esseri umani e i loro discendenti come oggetti di proprietà ereditabile, alienabile e perpetua;
    3. questo sistema schiavistico si basava su logiche morali, giuridiche, sociali ed economiche che continuano ad alimentare “il razzismo strutturale, le discriminazioni razziali, il sottosviluppo, la marginalizzazione e le disuguaglianze socio-economiche che colpiscono in modo sproporzionato gli africani e le persone di origine africana in tutte le parti del mondo”2.

     

    Le premesse giuridiche

    Altre premesse contengono riferimenti di carattere giuridico, rivolti evidentemente a prevenire le prevedibili obiezioni circa il carattere non retroattivo dei princìpi e delle norme del diritto internazionale attualmente in vigore. Si fa riferimento in particolare alla giurisprudenza africana, alla Kouroukan Fouga (o Manden Charter) del 1235, che stabiliva che tutti gli uomini hanno il diritto alla vita e alla preservazione dell’integrità fisica, e al fondamentale principio presente nelle tradizioni giuridiche e morali africane secondo il quale “un crimine non marcisce” (“a crime does not rot”). Si afferma in modo più specifico – ma in verità senza precisi riferimenti a testi o a documenti in materia – che i crimini contro l’umanità non sono soggetti a “limiti legali” (“statutory limitations”) e pertanto continuano a generare obbligazioni fino a quando non vengono affrontati tramite verità, giustizia e forme di riparazione.

     

    Immagine 2. La porta del non ritornoFig.2: La Porta del non ritorno sull'isola di Gorée (Senegal) FonteI tre punti fondamentali della Dichiarazione

    A questa lunga serie di premesse fa seguito il testo della dichiarazione vera e propria in sedici punti. Tre sono a mio avviso le enunciazioni principali, dalle quali dipendono tutte le altre.

    In primo luogo, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condanna il commercio e la riduzione in schiavitù degli africani sulla base della razza definendoli come “la più disumana e persistente ingiustizia” e “il più grave crimine contro l’umanità … in ragione della definitiva rottura da essi provocata nella storia mondiale, della loro ampiezza, durata, natura sistematica e brutalità, e per le loro durevoli conseguenze che continuano a strutturare le vite di tutte le persone tramite sistemi di lavoro, proprietà e capitale basati sulla razza”.

    In secondo luogo l’Assemblea afferma che occorre porre rimedio ai torti subìti nella storia dagli africani e dalle persone di origine africana attraverso forme di riparazione.

    In terzo luogo l’Assemblea invita gli Stati membri “a intraprendere un dialogo inclusivo e in buona fede sulla giustizia riparativa, comprendente un completo e formale atto di scusa, misure di restituzione, compensazione, riabilitazione, soddisfazione, garanzie di non ripetizione, e mutamenti nelle leggi, nei programmi e nei servizi per porre rimedio al razzismo e alla discriminazione sistemica”.

    Vi sono poi numerose altre enunciazioni più specifiche, come ad esempio la richiesta della pronta restituzione dei beni culturali, degli oggetti d'arte, dei monumenti, dei reperti museali, dei manufatti, dei manoscritti e dei documenti, nonché degli archivi nazionali che rivestono un valore spirituale, storico, culturale o di altra natura per i paesi di origine. Particolarmente significativa dal nostro punto di vista è anche l’esortazione rivolta agli Stati membri affinché promuovano programmi educativi completi, iniziative di commemorazione e ricerche accademiche sulla schiavitù, sul commercio e sulla tratta degli schiavi africani e sulle loro conseguenze, anche attraverso programmi di studio, musei, luoghi della memoria e campagne di sensibilizzazione pubblica.

     

    Immagine 3. Schiavi al lavoro in una piantagioneFig.3: Schiavi al lavoro in una piantagione di canna da zucchero ad Antigua, incisione di William Clark, pubblicata nel 1823 Fonte1 Fonte2Le motivazioni del voto contrario

    Poiché molti commentatori si sono soffermati – spesso in modo critico - sul voto contrario di Stati Uniti, Israele e Argentina e sull’astensione degli Stati europei, può essere utile esaminare preliminarmente le motivazioni ufficiali di queste scelte.

    Il rappresentante degli Stati Uniti presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, Dan Negrea, ha spiegato le ragioni del voto contrario del suo governo ricordando che gli Stati Uniti non riconoscono alcun diritto a riparazioni per fatti che non erano contrari alle leggi internazionali vigenti all’epoca in cui essi si verificarono; gli Stati Uniti rifiutano inoltre il tentativo di creare una gerarchia tra i diversi crimini contro l’umanità e criticano l’arbitraria ricostruzione degli eventi storici proposta nella risoluzione, in quanto essa ignora il fatto che il commercio degli schiavi in Africa ebbe inizio ben prima del XV secolo e proseguì purtroppo anche oltre il XIX secolo.

    Per parte sua, il governo di Israele, tramite la sua ambasciata in Ghana, ha spiegato di aver votato contro la risoluzione dell’Assemblea generale perché il modo in cui viene formulata nel testo la condanna della tratta transatlantica degli schiavi africani “rischia di sminuire la gravità di altre atrocità, tra le quali l’Olocausto degli ebrei compiuto dai nazisti, come pure di altri crimini che hanno causato immense sofferenze”. Di analogo tenore le generiche spiegazioni fornite da un portavoce del governo argentino, che ha dichiarato: “Siamo contrari a classificare la schiavitù come il più grave crimine contro l'umanità nella storia. Perché un crimine dovrebbe essere considerato superiore a un altro? La risoluzione contiene molti elementi soggettivi che non condividiamo”.

     

    I motivi dell’astensione dell’Unione Europea

    Più articolata e conciliante è stata la posizione assunta dell’Unione Europea tramite la sua rappresentante, la cipriota Gabriella Michaelidou, che si è detta dispiaciuta del fatto che i negoziati siano stati troppo brevi per consentire un accordo e ha spiegato l’astensione degli Stati dell’UE criticando l’implicita adozione di una gerarchia tra i crimini contro l’umanità, il riferimento a tradizioni giuridiche regionali e l’interpretazione selettiva e poco equilibrata dei fatti storici. Su quest’ultimo punto la rappresentante dell’UE ha precisato che “il ruolo dell’Assemblea generale non è quello di sostituirsi al dibattito accademico tra gli storici”. Gabriella Michaelidou ha inoltre sottolineato la necessità di mantenere fermo il principio fondamentale della non retroattività delle norme del diritto internazionale, aggiungendo che le richieste di riparazioni non hanno una solida base giuridica e che qualsiasi accordo in materia di giustizia riparativa deve basarsi sugli strumenti multilaterali già esistenti.

    Infine, anche James Kariuki, ambasciatore del Regno Unito presso le Nazioni Unite, ha motivatol’astensione del suo paese principalmente con il rifiuto di creare una gerarchia tra i crimini contro l’umanità e con il principio della non retroattività del diritto internazionale.

     

    Immagine 4. Il Code noirFig.4: Il "Code noir", promulgato dal re di Francia Luigi XIV nel 1685 per disciplinare la condizione degli schiavi nelle colonie francesi nei Caraibi FonteLa successiva apertura di Macron

    Il voto contrario di Stati Uniti, Israele e Argentina, come pure l’astensione dei paesi dell’UE, hanno provocato non poche perplessità e reazioni negative. In particolare il governo francese è stato oggetto di molte sollecitazioni.

    La Fondazione per la memoria della schiavitù ha esortato la Francia a dare una risposta alle aspettative di giustizia, dialogo e verità espresse nella risoluzione ONU del 25 marzo, in coerenza con il ruolo pionieristico che la Francia ha assunto a partire dal 2001 con l’approvazione della legge Taubira (la prima legge di un paese occidentale che abbia riconosciuto la tratta degli schiavi e la schiavitù come un crimine contro l’umanità).

    Il Comitato Nazionale di Haiti sulle Restituzioni e sulle Riparazioni (Cnhrr) ha invitato il governo francese a seguire le raccomandazioni formulate nella risoluzione delle Nazioni Unite in materia di giustizia riparativa, andando oltre l’approccio essenzialmente commemorativo seguito finora.

    Forse anche per rispondere a tali esortazioni, lo scorso 21 maggio il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, in occasione del 25° anniversario della legge Taubira, ha affermato che il “percorso di riconoscimento” avviato con l'adozione della legge del 2001 porta ora alla necessità di “riparazioni”, affinché si possa condividere tutti insieme la sofferenza provocata dalla tratta degli schiavi e dalla schiavitù. “Non c'è identità francese né nel negare ciò che abbiamo fatto, (...) né nel rifiutarsi di andare avanti (...) sulle riparazioni”, ha dichiarato Macron, aprendo per la prima volta ufficialmente tale prospettiva.

     

    La posizione della Santa Sede

    Per completare il quadro delle prese di posizione della diplomazia internazionale, non si può non dare conto anche della reazione ufficiale della Santa Sede, la quale per bocca del suo osservatore permanente presso le Nazioni Unite, Mons. Gabriele Caccia, ha criticato la risoluzione ONU affermando che essa si basa su una “narrazione parziale che, purtroppo, non serve la causa della verità”. In particolare Mons. Caccia ha contestato il riferimento alle due bolle papali Dum Diversas (1452) e Romanus Pontifex (1454), che la risoluzione cita tra i testi che avrebbero codificato la riduzione in schiavitù perpetua degli africani a partire dal XV secolo. Secondo Caccia, la lettura proposta dalla risoluzione non è soltanto selettiva, ma ignora i costanti interventi del magistero ecclesiastico contro gli abusi del colonialismo. Il diplomatico ha sottolineato che la memoria storica dovrebbe servire a combattere contro le forme di sfruttamento che sussistono al giorno d’oggi, come la tratta di esseri umani, il lavoro forzato e lo sfruttamento sessuale, piuttosto che diventare uno strumento di polemica politica contro i fondamenti della civiltà occidentale.

     

    Immagine 5. Papa Niccolò VFig.5: Papa Niccolò V, autore delle bolle "Dum Diversas" (1452) e "Romanus Pontifex" (1454) FonteLa Chiesa cattolica e l’istituto della schiavitù

    Può essere utile aprire qui una breve parentesi sulla questione – in genere abbastanza trascurata - dei rapporti tra la Chiesa cattolica e l’istituto della schiavitù. Al di là della polemica contingente, si tratta di una tematica assai complessa dal punto di vista storico, come evidenzia ad esempio il bel saggio di Francesco Barbarani pubblicato sulla rivista “Itinerari di ricerca storica” nel 2016, di cui riporto alcuni punti fondamentali.

    Anzitutto, per quanto la cosa possa destare oggi il nostro stupore, fin dall’antichità le massime autorità della Chiesa di Roma considerarono del tutto legittima la schiavitù, pur condannando le violenze e i maltrattamenti nei confronti degli schiavi e auspicando talvolta la loro liberazione. Questa posizione mutò, ma soltanto in parte, dopo l’avvio dell’espansione europea in Africa e nelle Americhe a partire dal XV secolo, quando emerse un ben diverso atteggiamento dei papi e delle alte gerarchie ecclesiastiche verso le popolazioni africane, da un lato, e verso le popolazioni amerindie, dall’altro.

    In effetti, con le due bolle Dum Diversas (1452) e Romanus Pontifex (1454), sopra richiamate, papa Niccolò V autorizzò il re del Portogallo a conquistare i regni, le città e i territori dell’Africa riducendone in schiavitù perpetua gli abitanti. È bene ricordare tuttavia che – contrariamente a quanto sembrano supporre gli autori della dichiarazione ONU - tale legittimazione non avveniva su basi razziali, bensì religiose, ed era evidentemente motivata anche dalla dura lotta allora in corso tra il cristianesimo e l’Islam. Le disposizioni di Niccolò V furono poi confermate da Sisto IV con la bolla Æterni Regis del 1481.

    Ben diversa fu invece – e questo è ben noto - la posizione dei papi nei confronti delle popolazioni del Nuovo Mondo. Adeguandosi al divieto emesso dall'imperatore e re di Spagna Carlo V, con la bolla Veritas ipsa papa Paolo III vietò nel 1537 la riduzione in schiavitù dei nativi americani. Ma questo divieto non portò affatto ad una riconsiderazione generale del problema della schiavitù, né mutò la posizione della Santa Sede e delle alte gerarchie ecclesiastiche nei confronti della tratta transatlantica.

    Nei primi secoli dell’età moderna non furono pochi i missionari e i religiosi cattolici che protestarono contro la tratta e la schiavitù degli africani deportati nelle Americhe, e non mancarono critiche da parte di canonisti e teologi. Ma i pontefici e le più alte gerarchie del clero rimasero quasi del tutto sordi rispetto a queste voci. Fu soltanto nel corso del XIX secolo, soprattutto dopo la pubblicazione della lettera apostolica In supremo del 3 dicembre 1839 da parte di papa Gregorio XVI, che la Santa Sede cominciò a modificare la propria posizione, giungendo, sia pure lentamente e a fatica, a condannare senza ambiguità qualsiasi forma di schiavitù. Il punto di arrivo di questo lungo percorso sono state le ripetute domande di perdono presentate da papa Giovanni Paolo II per i milioni di neri deportati e schiavizzati dai cristiani.

     

    Le reazioni e i commenti degli analisti e degli studiosi

    La risoluzione delle Nazioni Unite è stata naturalmente salutata con favore dalle istituzioni e associazioni internazionali che negli ultimi anni hanno sostenuto la campagna per il riconoscimento delle ingiustizie subìte dagli africani vittime della tratta transatlantica e il loro diritto ad ottenere forme di giustizia riparativa3. Per quanto riguarda i principali organi di informazione, i media di orientamento progressista hanno presentato e commentato positivamente la risoluzione4, mentre quelli di orientamento moderato o conservatore non hanno preso posizione, oppure hanno criticato la decisione dell’Assemblea generale5. Nel dibattito sono intervenuti anche storici e altri studiosi, sia pubblicando articoli sia rilasciando interviste. Ecco una sintesi di alcuni dei loro interventi.

     

    Marco Aime: un riconoscimento importante, un’astensione ambigua e ipocrita

    L’antropologo Marco Aime in un articolo apparso su “Domani” (02/04/2026) ha espresso soddisfazione per il riconoscimento, sia pure tardivo, del “più grande atto criminale avvenuto nella storia”:

     

    “Era ora che si riconoscesse l’entità e la violenza di una pratica durata tre secoli e troppo spesso occultata nei testi di storia”.

     

    Aime ha criticato fortemente non soltanto il voto contrario di Stati Uniti, Argentina e Israele, ma anche l’astensione della Gran Bretagna e dei paesi dell’Unione Europea:

     

    “Un’astensione ambigua e ipocrita: sono stati gli europei, in particolare inglesi, francesi, portoghesi e spagnoli i più importanti attori del commercio di schiavi. Questi paesi hanno riconosciuto il dramma di quelle pratiche, ma non si son presi alcun impegno riguardo a eventuali risarcimenti a cui il documento Onu fa riferimento”.

     

    L’antropologo non manca peraltro di ricordare che anche diversi regni africani ebbero un ruolo nel sistema schiavistico: anche in questi paesi occorrerebbe quindi avviare un percorso di riconciliazione delle memorie. Ma la cosa più importante – conclude Aime - è aver riportato l’Africa al centro della storia, dopo averla tenuta ai suoi margini “per non riconoscere le nostre colpe nei suoi confronti”.

     

    Immagine 6. Statua che commemora abolizione della schiavitù a DakarFig.6: Statua che commemora la fine della schiavitù (nell’isola di Gorée, Senegal) FonteMyriam Cottias: la richiesta di riparazioni va presa sul serio

    La storica Myriam Cottias, presidente del Comitato scientifico internazionale del programma dell’Unesco “La Route des personnes mises en esclavage”, in un articolo pubblicato due giorni prima rispetto alla votazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha sottolineato l’importanza della risoluzione proposta dal presidente del Ghana in un contesto internazionale caratterizzato dal ritorno di atteggiamenti razzisti e dalla volontà di rimuovere gli orrori del passato dalla memoria collettiva.

    Cottias fa riferimento in particolare alle politiche attuate dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che mirano a decostruire la storia delle lotte abolizioniste e a confinare nuovamente la storia della schiavitù ai margini del discorso storico. Trump ha costretto ad esempio il National Park Service di Filadelfia a censurare i pannelli, le esposizioni e i video che descrivevano la storia locale della schiavitù e rendevano omaggio ai nove schiavi del primo presidente statunitense George Washington.

    Il razzismo nei confronti della popolazione di origine africana torna a manifestarsi – secondo Cottias – non soltanto negli Stati Uniti, ma anche in Francia, in Tunisia, in Brasile, in Colombia e in altri paesi. D’altro canto la pesante eredità dello schiavismo è evidente non soltanto sul piano politico, ma anche in ambito sanitario, socio-economico e istituzionale, come mostrano ormai numerosi studi universitari, per esempio quelli delle ricercatrici Nancy Krieger, dell’Università di Harvard, e Alana Helberg-Proctor, dell’Università di Amsterdam.

    È per questo – conclude Cottias - che la questione delle riparazioni, considerate a lungo come una richiesta inaccettabile, “deve essere presa sul serio e diventare un obiettivo comune e condiviso a livello globale”. Occorre non soltanto riconoscere la schiavitù come crimine contro l’umanità nelle legislazioni dei vari Stati, ma anche quantificare i danni e gli ostacoli sociali prodotti dallo schiavismo e introdurre dei risarcimenti come strumento sociale per promuovere una effettiva uguaglianza.

     

    Immagine 7. Memoriale ZanzibarFig.7: Monumento in memoria della schiavitù a Stone Town (Zanzibar) FonteLuis Eslava: la dichiarazione ONU pone su nuove basi il diritto internazionale.

    Luis Eslava, docente di diritto internazionale in diverse università del mondo anglosassone, ha esaminato la dichiarazione ONU del 25 marzo 2026 sotto il profilo giuridico. Egli ha messo in evidenza che il testo votato dall’Assemblea generale è profondamente innovativo e rappresenta un momento di svolta sotto tre diversi aspetti, da considerare come altrettante ‘lezioni’ circa la natura e la funzione del diritto internazionale.

    In primo luogo, la dichiarazione ONU ridefinisce la collocazione temporale della schiavitù. Insistendo sul fatto che lo schiavismo non è un fatto che appartiene soltanto al passato perché le sue conseguenze durano fino al presente, la dichiarazione propone che si vada oltre la tradizionale netta distinzione tra passato e presente in ambito giuridico. Questa continuità temporale si può cogliere su piani molteplici, anche ad esempio nella persistenza delle lotte contro la schiavitù portate avanti dagli africani e dai loro discendenti, che dai secoli passati si protraggono fino al presente, con movimenti come il Black Lives Matter e battaglie come quelle della Comunità Caraibica (CARICOM), che ha appoggiato la risoluzione ONU.

    In secondo luogo, la dichiarazione punta a forzare e allargare le frontiere del diritto internazionale insistendo sul fatto che non è più sufficiente il riconoscimento della ingiustizia storica dello schiavismo: da questa ingiustizia derivano ben precise obbligazioni giuridiche in termini di risarcimento e riparazione dei danni. Nell’avanzare questa pretesa la dichiarazione si colloca all’interno di una lunga tradizione giuridica anticoloniale, alla quale appartengono anche le due dichiarazioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1960 sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli delle colonie e del 1974 sulla instaurazione di un nuovo ordine economico internazionale. Adottando questa nuova strategia, i paesi che hanno votato a favore della risoluzione stanno contestando la dottrina della non retroattività delle norme giuridiche, alla quale rimangono ancorati sia gli Stati Uniti sia l’Unione Europea.

    In terzo luogo, la spaccatura avvenuta il 25 marzo 2026 in seno all’Assemblea generale dell’ONU evidenzia l’opposizione tra due diverse concezioni del diritto internazionale. Secondo una prima concezione, il diritto internazionale ha principalmente la funzione di stabilizzare l’ordine esistente e di assorbire le critiche, con un atteggiamento di chiusura tendente alla conservazione delle strutture esistenti. Ad essa si oppone una concezione orientata verso la rottura con il passato, che rifiuta i termini e i limiti entro i quali le rivendicazioni di giustizia ed eguaglianza sono state gestite e contenute finora. La risoluzione ONU del 25 marzo scorso adotta questa seconda prospettiva, considerando il diritto internazionale non come una cornice neutrale, ma come un terreno di contesa in cui diversi progetti normativi continuano a scontrarsi sul significato di giustizia, responsabilità e riparazione.

    Queste tre ‘lezioni’ – conclude Eslava – dimostrano che la dichiarazione ONU è un intervento giuridico che riconfigura il modo in cui il diritto internazionale concepisce il tempo, la responsabilità e la sua stessa funzione; essa ci invita a considerare ciò che il diritto internazionale potrebbe diventare, andando al di là di ciò che esso è stato finora.

     

    Immagine 8. Cape Coast CastleFig.8: Cape Coast Castle, la principale fortezza inglese sulla Costa d’Oro a partire dalla seconda metà del XVII secolo FonteLawrence Goldman: un assalto all’Occidente

    Passando ora alle voci critiche, osserviamo anzitutto che esse sono venute soprattutto da commentatori e studiosi di orientamento liberale o conservatore.

    Consideriamo ad esempio la presa di posizione dello storico britannico Lawrence Goldman, che è intervenuto in modo molto duro sul tema delle riparazioni con un articolo pubblicato sul “Telegraph” il 12/03/2026 (e poi ripubblicato su “History Reclaimed” il 27/03/2026). Goldman non si riferisce in realtà alla risoluzione ONU del 25 marzo scorso, ma alla iniziativa portata avanti parallelamente dall’Unione Africana presso la Corte Penale Internazionale per ottenere il riconoscimento del diritto alle riparazioni per la schiavitù da parte dei paesi che la praticarono, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Francia e altri ancora.

    Secondo Goldman il fatto che l’Unione Africana ometta qualsiasi riferimento alla tratta araba degli schiavi – che coinvolse ben 19 milioni di esseri umani deportati verso l’Africa del Nord e il Medio Oriente, molti di più dei 12 milioni che furono vittime della tratta transatlantica - è sufficiente a rivelare la vera natura di questa iniziativa: si tratta di un brutale assalto all’Occidente per mezzo di organismi internazionali compiacenti fin troppo contenti di offrire il loro aiuto.

    Ma sul piano giuridico il caso presenta non pochi problemi. Non si tratta soltanto del fatto che la tratta degli schiavi e la schiavitù erano perfettamente legali al tempo in cui erano praticate. Occorre anche considerare la circostanza che molti schiavi furono comprati e venduti - e la grande maggioranza di loro erano posseduti – da individui e non da agenzie governative. Pertanto, si domanda Goldman:

     

    “I contribuenti dei paesi dell’Europa occidentale dovrebbero essere messi sotto accusa per i crimini, definiti retrospettivamente come tali, commessi da queste persone? Oppure il conto dovrebbe essere pagato soltanto dai loro diretti discendenti? Eppure nessun sistema legale degno di questo nome ritiene le persone responsabili per i crimini o per i debiti dei loro lontani antenati”.

     

    E che dire poi, prosegue Goldman, degli africani che catturarono altri africani per poi venderli agli europei? Non dovrebbero le stesse nazioni africane contribuire alle riparazioni per la schiavitù?

    La questione sollevata dall’Unione Africana non è di natura storica o giuridica, ma politica. Invece che mirare alla costruzione di società stabili e prospere sul loro continente, le nazioni africane preferiscono incolpare l’Occidente per i loro problemi e usare i tribunali per ottenere denaro. Esse stanno cercando di manipolare per fini politici le procedure del diritto internazionale. Ma in tal modo – secondo Goldman - otterranno come unico risultato quello di sminuire il prestigio e la credibilità di questo sistema giuridico, che sarebbe loro interesse tutelare.

     

    Immagine 9. Dramani MahamaFig.9: John Dramani Mahama, presidente della Repubblica del Ghana e promotore della risoluzione ONU del 25 marzo 2026 FonteAlistair Parker: gli antenati del presidente del Ghana erano proprietari e mercanti di schiavi

    Un altro studioso inglese, Alistair Parker, in un lungo articolo pubblicato il 09/05/2026 su “History Reclaimed”, ha richiamato l’attenzione sul fatto che l’attuale presidente del Ghana John Dramani Mahama, il promotore della risoluzione ONU del 25 marzo scorso, appartiene a una famiglia che ha avuto un ruolo importante nella vita politica di quel paese ed è considerato egli stesso un discendente di Sumaila Ndewura Jakpa, che fu re di Gonja dal 1675 al 1697. Il regno di Gonja nacque nel XVII secolo nella parte settentrionale dell’attuale stato del Ghana e partecipò alle guerre tribali che da secoli imperversavano in quella regione, nella quale la schiavitù era una istituzione ben radicata.

    Parker ricostruisce le vicende che ebbero luogo a partire dal XVII secolo in seguito all’arrivo degli inglesi, i quali per lungo tempo controllarono soltanto una sottile striscia di territorio lungo la costa e da lì gestirono la tratta transatlantica degli schiavi che acquistavano dai capitribù africani. Il commercio esterno non pose fine al commercio interno degli schiavi, anzi i due sistemi si sostennero a vicenda.

    Nel 1732 il regno di Gonja fu conquistato dagli Ashanti, che imposero ai capi dei clan a loro sottoposti un tributo annuo di 1000-1500 schiavi. L’egemonia degli Ashanti fu scossa nel XIX secolo da ripetuti contrasti e guerre con la Gran Bretagna la quale, dopo l’approvazione dello Slave Trade Abolition Act nel 1806 e dello Slavery Abolition Act nel 1833, intendeva porre fine al commercio e allo sfruttamento degli schiavi da parte dei capitribù africani e voleva imporre l’apertura dei mercati locali alle merci britanniche. Ma fu soltanto nel 1902 che il Ghana divenne una vera e propria colonia britannica.

    Parker sottolinea il fatto che fu soprattutto per merito del governo britannico che il commercio degli schiavi e la schiavitù furono gradualmente aboliti in quella regione a partire dai primi decenni del Novecento. Peraltro le guerre tribali che per secoli avevano insanguinato quel paese ripresero regolarmente dopo la fine del dominio coloniale britannico.

    Lo studioso inglese ricorda che nel 1994 l’allora presidente del Ghana, Jerry John Rawlings, chiese scusa per il ruolo svolto dall’Africa nello schiavismo e si disse poco entusiasta riguardo alla prospettiva delle riparazioni. Analogamente nel 2009, il Civil Rights Congress della Nigeria chiese che i governanti di quel paese si scusassero per il ruolo dei loro antenati nella tratta transatlantica e trans-sahariana degli schiavi. Il Congresso affermò che i capi africani avevano collaborato con i mercanti europei e arabi catturando e vendendo schiavi: pertanto gli africani avrebbero dovuto ammettere le proprie responsabilità piuttosto che limitarsi a incolpare gli europei.

    Infine, commentando il ruolo del presidente Mahama come promotore della recente risoluzione dell’ONU, il leader del partito di minoranza del Ghana, Alexander Afenyo-Markin, ha osservato:

     

    “Quando una nave attracca nei pressi di Cape Coast e tu vai fino ai territori dei Bono, degli Ashanti o degli Assin per catturare i più vigorosi dei tuoi uomini, e poi dopo un secolo chiedi un risarcimento – chi è che deve risarcire e chi è che deve essere risarcito? Noi abbiamo maltrattato la nostra stessa gente e abbiamo invitato i bianchi a fare la stessa cosa. La storia deve essere raccontata nel suo giusto contesto”.

     

    In conclusione, afferma Parker, la verità storica è chiara: gli illustri antenati di Dramani Mahama erano loro stessi proprietari e mercanti di schiavi ben prima – e anche molto dopo - che gli europei arrivassero sulle coste del Ghana per raccogliere schiavi e trasportarli oltreoceano.

     

    Immagine 10. Convoy of slaves in the SoudanFig.10: Carovana di schiavi nel Sudan, incisione di John Frederick Lewis, non datata, XIX secolo Fonte1 Fonte2Il punto di vista degli storici africani

    Non pochi commentatori – anche alcuni tra quelli che hanno plaudito alla dichiarazione ONU, come Marco Aime - hanno ricordato l’esistenza di altre tratte di schiavi diverse da quella transatlantica. Questo è un fatto ampiamente riconosciuto anche dagli storici e da altri studiosi africani. “BBC News Afrique” e il quotidiano francese “Le Monde” hanno raccolto le voci di alcuni di loro.

    Abdou Aziz Diédhiou ha pubblicato su “BBC News Afrique” il 4 aprile 2026 una lunga intervistaa Idrissa Ba, capo del dipartimento di storia all'Università Cheikh Anta Diop di Dakar, e a M'Hamed Oualdi, che insegna all’Università di Firenze.

    I due storici non prendono posizione sulla recente risoluzione ONU (probabilmente Diédhiou non ha chiesto loro di farlo), ma ricostruiscono dettagliatamente alcuni aspetti della tratta degli schiavi nel mondo arabo-musulmano.

    Idrissa Ba ricorda anzitutto che la tratta e la schiavitù arabo-musulmana ebbe due componenti: quella trans-sahariana e quella dell’Africa orientale. La prima avveniva per vie terrestri: gli schiavi catturati nel Sahel o nel Sudan venivano trasportati attraverso il deserto del Sahara per essere poi venduti nell’Africa del Nord, nei paesi del Mediterraneo, nel Vicino, Medio ed Estremo Oriente. La seconda si sviluppava via mare attraverso il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Entrambe le tratte ebbero inizio tra il VII e l’VIII secolo con l’espansione dell’Islam e non si sono affatto arrestate con l’avvio della tratta transatlantica, alla quale si sono invece sovrapposte. Idrissa Ba si sofferma anche sulla sorte particolarmente dolorosa degli eunuchi, di cui esistevano vere e proprie ‘fabbriche’ nel Sahara settentrionale e nel Nord Africa, e sulla schiavitù femminile che riservava alle donne il ruolo di danzatrici, cortigiane, servitrici domestiche.

    Per parte sua M'Hamed Oualdi ha messo in evidenza la vastità dell’area geografica e l’eterogeneità delle popolazioni coinvolte nella cosiddetta tratta arabo-musulmana, che si estendeva, assumendo forme differenti, dall’Africa occidentale a quella centrale, attorno al califfato di Sokoto, fino all’Africa orientale, alla regione dei Grandi Laghi e all’isola di Zanzibar.

    Oualdi aveva già esposto due anni fa i risultati delle sue ricerche su questo argomento in un libro dedicato alla schiavitù ‘nei mondi musulmani’ (recensito qui su “Le Monde”), nel quale intendeva sfatare diversi miti riguardanti la cosiddetta tratta arabo-musulmana. In particolare Oualdi aveva sostenuto che non è corretto parlare della schiavitù nelle società islamiche come se si sia trattato di un fenomeno unitario. A suo avviso la diversità delle scuole di diritto musulmano, fonte di controversie sulla regolamentazione della schiavitù, la frammentazione politica e la molteplicità dei centri regionali della tratta degli schiavi rendono fragile il concetto di un sistema di schiavitù omogeneo e univoco, avente come fondamento la religione islamica. D’altra parte, osserva Oualdi, noi non qualifichiamo certo come ‘cristiana’ la tratta transatlantica.

     

    Immagine 11. Pagina di manuale scolastico senegaleseFig.11: Descrizione del commercio triangolare in un manuale scolastico senegalese. Fonte: IPAM (Institut Pédagogique Africain et Malgache), Histoire 4e. Le monde du 17e siècle au début du 19e siècle, Edicef, 1970, p. 9.L’intervento di Ibrahima Thioub

    Il quotidiano “Le Monde” ha intervistatoil 20/05/2026 un altro importante storico africano, il senegalese Ibrahima Thioub, che è stato rettore della università Cheikh Anta Diop di Dakar dal 2014 al 2020 e ha studiato le diverse forme di dominio all’interno dell’Africa e le tratte intra-africane.

    Nel suo intervento Thioub ha affermato anzitutto che su una questione sensibile come è quella della schiavitù e della tratta degli schiavi, e su quella delle riparazioni, è necessario svolgere un lavoro scientifico rigoroso, allo scopo di evitare posizioni ideologiche.

    Commentando la risoluzione delle Nazioni Unite dello scorso 25 marzo, lo storico senegalese ha respinto le critiche avanzate contro questo documento in quanto avrebbe ignorato il ruolo avuto dagli stessi africani nel commercio degli schiavi. Secondo Thioub l’inclusione nel testo delle tratte intra-africane avrebbe cancellato le specificità storiche delle diverse forme di tratta degli schiavi e di schiavitù. La tratta transatlantica degli schiavi possiede una specificità incontestabile per la sua ampiezza, la sua durata e il suo impatto a livello mondiale.

    Non si tratta di stabilire gerarchie fra le diverse forme di ingiustizia, ma di prendere atto di un fenomeno storico preciso e dei suoi meccanismi: il mercantilismo, l’economia di piantagione, l’accumulazione capitalistica su scala mondiale e la razzializzazione. Invece di riconoscere questa singolarità storica, i governi europei con la loro astensione si sono arroccati nella loro tradizionale posizione negazionista.

    Allo stesso tempo, sul piano storiografico, occorre riconoscere, secondo Thioub, l’importanza della schiavitù interna e delle tratte intra-africane, che a partire dal XV secolo sono state alimentate dalla tratta transatlantica, alla quale furono dunque strettamente connesse. Le tratte intra-africane hanno lasciato una forte impronta sulle società africane contemporanee in paesi come la Mauritania, il Mali, il Niger, il Senegal, il Sudan e altri ancora, nei quali i discendenti degli schiavi continuano ad essere oggetto di gravi discriminazioni.

    Purtroppo – lamenta Thioub – molti Stati africani e la stessa Unione Africana tendono tuttora a negare o a minimizzare questi problemi. Il fatto è che una parte delle élites politiche e intellettuali africane teme che riconoscere l’esistenza della schiavitù interna, sia nel passato che nel presente, possa ridare forza all’antico discorso colonialista circa l’esistenza di una ‘missione civilizzatrice’ dell’Europa.

    Su un piano più generale i grandi racconti nazionalisti africani hanno presentato una visione troppo armoniosa delle società precoloniali, minimizzando talvolta l’esistenza di gerarchie sociali e violenze interne. Occorre invece restituire agli africani una consapevolezza più completa della loro storia, che metta in luce anche le loro contraddizioni e responsabilità, oltre che la loro resistenza allo schiavismo.

    Nonostante l’autorevolezza di questo interessante intervento, non si sfugge all’impressione che lo storico senegalese non sia riuscito ad evitare del tutto una posizione partigiana. Thioub sembra sottovalutare l’ampiezza delle tratte diverse da quella transatlantica, ignorando completamente quella orientale verso l’Oceano Indiano. Che senso ha poi definire ‘negazionista’ la posizione dell’Unione Europea, quando quest’ultima, nella sua dichiarazione di voto, oltre a condividere la condanna della schiavitù e della tratta transatlantica, ha assicurato il proprio impegno a “porre rimedio ai loro effetti persistenti, eliminando le barriere e affrontando le disparità che ancora ostacolano la piena partecipazione alla società dei discendenti di coloro che ne sono stati colpiti”?

     

    Immagine 12. Reti commercio schiavi in Africa interaFig.12: Principali reti del commercio degli schiavi in Africa alla metà del XVIII secolo FonteCheikh Sidati Hamady: è necessario un approccio globale

    Appare al confronto più equilibrato l’intervento (pubblicato il 29/03/2026 su “Rapide Info”) di un altro studioso africano, Cheikh Sidati Hamady, ricercatore mauritano attivo nella lotta contro le discriminazioni, in particolare quelle che colpiscono le cosiddette ‘comunità discriminate in base al lavoro e alla discendenza’ (CDWD, ovvero ‘Communities Discriminated on the basis of Work and Descent’).

    Sidati Hamady afferma che la risoluzione ONU rappresenta una rottura rispetto alla narrazione dominante a livello internazionale, in quanto essa riconosce finalmente l’ampiezza di un crimine a lungo relativizzato, e la considera come una tappa necessaria verso una giustizia riparatrice. Egli stigmatizza pertanto il voto contrario degli Stati Uniti, di Israele e dell’Argentina.

    Particolarmente interessanti sono le sue osservazioni riguardanti la posizione dell’Argentina, un paese che è stato a lungo coinvolto nella tratta e nello sfruttamento degli schiavi di origine africana - a tal punto che nel 1778 gli afro-argentini costituivano il 30% della popolazione di Buenos Aires – ma che poi ha seguito a partire dalla metà dell’800 una politica di ‘sbiancamento demografico’, incoraggiando una forte immigrazione dall’Europa. Quest’ultima, insieme ad altri fattori, portò alla riduzione e alla marginalizzazione della popolazione di origine africana, tuttora vittima di discriminazioni e di pregiudizi razzisti.

    Il voto contrario dell’Argentina è dunque perfettamente in linea – secondo Sidati Hamady – con questa tendenza a cancellare il ruolo avuto dalla schiavitù nella storia di questo paese.

    Se da un lato lo studioso mauritano plaude alla risoluzione ONU, dall’altro lato lamenta il fatto che il dibattito internazionale, mettendo l’accento in modo quasi esclusivo sulla tratta transatlantica, tende a relegare in secondo piano altri sistemi di schiavitù ancora più estesi.

     

    “Questa focalizzazione – denuncia Sidati Hamady – crea una memoria frammentata e introduce una gerarchia implicita tra le tragedie storiche. Ma la giustizia non può essere selettiva senza rinnegare se stessa. Essa esige un approccio universale, capace di abbracciare l’insieme delle realtà storiche legate alla schiavitù”.

     

    Si potrebbe obiettare a Sidati Hamady che la risoluzione ONU contribuisce essa stessa ad alimentare tale frammentazione della memoria e gerarchizzazione delle tragedie storiche.

    Molto opportunamente il ricercatore mauritano ricorda che la tratta arabo-musulmana si è svolta per tredici secoli (dal VII al XX secolo) e ha coinvolto tra gli 11 e i 17 milioni di africani deportati verso l’Africa del Nord, il Medio Oriente e l’Asia, secondo le stime dello storico Tidiane N’Diaye e dell’UNESCO. Le conseguenze di questa tratta rimangono visibili ancora oggi in molte società arabo-musulmane, nelle quali il colore nero della pelle è associato alle posizioni più basse nelle gerarchie sociali.

    Oltre alla tratta arabo-musulmana va considerata poi la schiavitù intra-africana, la cui eredità è evidente in diversi paesi del Sahel e dell’Africa occidentale, nei quali i discendenti degli schiavi occupano spesso posizioni marginali, con un accesso limitato alle risorse economiche, all’istruzione e alla giustizia. Un caso ben noto è quello degli Haratin della Mauritania, il 70% dei quali vive sotto la soglia della povertà, a fronte del 30% degli altri gruppi. Sidati Hamady riporta anche la denuncia di Biram Dah Abeid, leader abolizionista mauritano, secondo il quale “il 20% della popolazione mauritana è ancora schiava per discendenza ed è legata alle famiglie dei suoi padroni, costretta a lavorare senza riposo, senza cure, privata dell'istruzione, del matrimonio e della proprietà”.

    Secondo Sidati Hamady il riconoscimento della schiavitù come crimine contro l’umanità dovrebbe essere accompagnato da concrete azioni riparatrici, fondate su un approccio globale e inclusivo.

     

    “La risoluzione delle Nazioni Unite – conclude il ricercatore – segna una svolta, ma essa pone soprattutto una esigenza. Quella di uscire definitivamente dalle memorie selettive, dalle indignazioni parziali e dalle responsabilità frammentate. La storia della schiavitù non appartiene a nessuna area geografica esclusiva, a nessuna sola civiltà, a nessuna singola narrazione. Essa è un sistema globale, le cui ramificazioni attraversano i continenti, le culture e i secoli: in totale, circa 30 milioni di africani sono stati vittime di diverse tratte per circa quattordici secoli”.

     

    Conclusione

    Il vivace dibattito suscitato dalla risoluzione ONU del 25 marzo 2026 ha messo in evidenza la complessità delle problematiche storiografiche, sociologiche e giuridiche collegate alla vicenda storica della schiavitù e delle diverse tratte e forme di sfruttamento degli schiavi nell’età moderna. Sebbene gran parte dei fatti storici che abbiamo richiamato siano abbastanza ben noti a gran parte degli studiosi, i loro interventi hanno manifestato notevoli divergenze riguardo alla valutazione del peso da attribuire ai diversi aspetti di questa vicenda storica e ancor più riguardo al giudizio da dare circa il modo in cui i governi e le società contemporanee potrebbero o dovrebbero fare i conti col loro passato colonialista o schiavista.

    Alcuni studiosi hanno plaudito alla risoluzione ONU, altri la hanno criticata pesantemente, altri ancora hanno assunto posizioni più sfumate. Pare evidente a chi scrive che anche gli storici e gli esperti di scienze sociali e giuridiche, per quanto abbraccino solitamente una visione più ampia e distaccata degli eventi e delle tragedie del passato, siano in qualche misura condizionati dalle loro idee e sensibilità politiche e ideologiche e dalla loro appartenenza a questa o a quell’altra area geopolitica della nostra società globale.

    Non è facile dire in che modo l’insegnamento della storia in ambito scolastico possa tener conto di questo interessante e complicato dibattito politico e storiografico. Occorrerebbe anzitutto interrogarsi sul modo in cui i manuali scolastici attualmente in uso trattano i temi legati alla tratta transatlantica degli schiavi, alle altre tratte e alla schiavitù in generale. Considerando i manuali di storia per il triennio dei Licei, dei quali ho diretta esperienza, la mia impressione è che molti di essi trattino questi temi in modo inadeguato o non del tutto soddisfacente, perché si concentrano in modo quasi esclusivo sulla tratta transatlantica e sulla schiavitù nelle Americhe. Sarebbe opportuno uno sguardo più ampio, che mirasse ad abbracciare questi fenomeni e processi storici in un’ottica di storia globale e di lungo periodo, partendo dall’antichità, soffermandosi anche sulle tratte diverse da quella transatlantica, sul lungo e complesso processo di abolizione della schiavitù, e arrivando infine ad esaminare, nelle ore di educazione civica, le più recenti dichiarazioni e iniziative delle Nazioni Unite con riferimenti alla discussione che hanno suscitato. Un buon punto di partenza potrebbero essere le ricerche di Olivier Pétré-Grenouilleau, a cominciare dal suo classico saggio di storia globale sulle tratte negriere6, oltre che, naturalmente, i contributi su questi temi già pubblicati su “Historia ludens”7.

     

    BIBLIOGRAFIA / SITOGRAFIA

    African Commission on Human and Peoples’ Rights, ACHPR Press Statement on the Adoption of the United Nations Resolution Recognizing Slavery as a Crime Against Humanity Through the Leadership of the Republic of Ghana, 26/03/2026.

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    Ayrault, Jean-Marc – Seck, Aïssata, “Après le vote de l’ONU sur la traite des esclaves africains, la France ne peut s’abstenir d’agir”, “Le Monde”, 07/04/2026.

    Barbarani, Francesco, La Chiesa, la schiavitù e la tratta dei neri, “Itinerari della ricerca storica, a. XXX – 2016, n. 1 n.s., 03/11/2016.

    Bobin, Frédéric, “L’Esclavage dans les mondes musulmans”, de M’hamed Oualdi : tordre le cou aux clichés sur la “traite islamique”, “Le Monde”, 18/04/2024.

    Bonnafont, Jérôme, France Statement at UN General Assembly Commemoration of Victims of Slavery and Transatlantic Slave Trade, “The America Times”, 27/03/2026.

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    Commonwealth Lawyers Association, Statement on the United Nations General Assembly Resolution on the Transatlantic Slave Trade, 10/04/2026.

    Cottias, Myriam, “L’esclavage a produit le système économique, politique et social de domination le plus absolu”, “Le Monde”, 23/03/2026.

    Crocco, Raffaele, L’Europa e quella parola indigeribile: “Schiavitù”, i voti mancanti alla risoluzione dell’ONU, “La Repubblica”, 06/04/2026.

    Declaration of the Trafficking of Enslaved Africans and Racialized Chattel Enslavement of Africans as the Gravest Crime against Humanity : resolution / adopted by the General Assembly, 26/03/2026.

    Delegation of the European Union to the United Nations in New York, EU Explanation of Vote – UN General Assembly: Action on A/80/L.48 - Declaration of the Trafficking of Enslaved Africans and Racialized Chattel Enslavement of Africans as the Gravest Crime Against Humanity, 25/03/2026.

    Diédhiou, Abdou Aziz, L'histoire, moins bien connue, de 10 siècles d'esclavage des Noirs dans le monde musulman, “BBC News Afrique”, 04/04/2026.

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    Duarte, Fernando, 'The gravest crime against humanity': What does the UN vote on slavery mean?, “BBC.com”, 28/03/2026.

    Esclavage : la justice suppose une forme de réparation, “Le Monde”, 23/05/2026.

    Esclavage : le Vatican dénonce le «récit partial» de l’ONU, “Actualités. Information et analyses de la vie de l’Eglise”, 11/04/2026.

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    Fondation pour la mémoire de l’esclavage, La Fondation pour la mémoire de l’esclavage appelle la France à agir en réponse à la résolution de l’ONU reconnaissant la traite et l’esclavage comme plus grave crime contre l’humanité, 26/03/2026.

    Goldman, Lawrence, Reparations for slavery and the abuse of international institutions, “History Reclaimed”, 27/03/2026.

    Jeannin, Marine, La résolution de l’ONU sur la traite transatlantique ravive les débats en Afrique sur les mémoires de l’esclavage et sa persistance, “Le Monde”, 02/04/2026.

    Jeanvil, Charilien, Haïti: Les échos de la reconnaissance par l’Onu de l’esclavage et de la traite comme crimes les plus graves contre l’humanité, “AlterPresse”, 07/04/2026.

    Kane, Coumba, Vingt-cinq ans de la loi Taubira : “Le passé esclavagiste reste insuffisamment intégré dans les récits nationaux”, estime Ibrahima Thioub, historien sénégalais, “Le Monde”, 20/05/2026.

    Kariuki, James, UK Explanation of Vote on the Declaration of the trafficking of enslaved Africans and racialised chattel enslavement of Africans as the gravest Crime Against Humanity, 25/03/2026.

    L’abstention de la France à l’ONU lors du vote d’une résolution sur l’esclavage indigne des élus d’outre-mer, “Le Monde”, 28/03/2026.

    Lapin, Raphaël – Vestris, Isabelle, Vote sur l'esclavage à l'ONU : lettre à Emmanuel Macron, “Le Club de Mediapart”, 09/04/2026.

    Malagardis, Maria, Vote de l’ONU sur la traite négrière : au Bénin, la mémoire de l’esclavage “est encore vivante”, “Libération”, 28/03/2026.

    Meotti, Giulio, All’Onu la risoluzione sulla tratta transatlantica degli schiavi. Quella islamica resta tabù, “Il Foglio”, 27/03/2026.

    Meotti, Giulio, Schiavi di serie B. Dagli storici all’indice ai libri al macero: guai a dire che l’occidente non aveva il monopolio della schiavitù. E l’ha abolita per primo, “Il Foglio”, 04/04/2026.

    Ministry for Foreign Affairs of the Republic of Ghana, A RESOLUTION LIKE NO OTHER (Ghana’s Draft Resolution Before the United Nations and the Case for Reparatory Justice By Samuel Okudzeto Ablakwa (MP) Minister for Foreign Affairs of the Republic of Ghana), 22/03/2026.

    Mohammed, Kenneth, Don’t look at who voted to call the slave trade ‘the gravest crime’, look at who didn’t, “The Guardian”, 08/04/2026.

    Parker, Alistair, The Gravest Crime: Ghana and Slavery, “History Reclaimed”, 09/05/2026.

    Patricelli, Marco, L’ipocrisia dell’Onu sullo schiavismo, “Libero”, 28/03/2026.

    Puentes, Ana, Ghana is pursuing a UN resolution that considers African slavery ‘the most serious crime against humanity’, “El Paìs”, 25/03/2026.

    Rioux, Christian, L’ONU et l’esclavage: une imposture, “Le journal de Montréal”, 03/04/2026.

    Rosemberg, Jaime, El Gobierno justificó su voto en contra en la ONU a la resolucón que declaró la esclavitud africana como “el crimen más grave contra la humanidad”, “La Nación”, 26/03/2026.

    Shipley, David, We are fools to indulge the UN’s nonsense on slavery, “The Telegraph”, 26/03/2026.

    Sidati Hamady, Cheikh, Esclavage et mémoire globale : la résolution ONU 2026 face aux vérités inachevées et aux silences historiques, pour en finir avec les angles morts de l’histoire, “Rapide Info”, 29/03/2026.

    Strazzari, Francesco, I crimini passati e i tentativi di rimozione, “Il Manifesto”, 27/03/2026.

    Teffera, Almaz – Nelson, Bria, Landmark UN Resolution on the Slave Trade, “Human Rights Watch”, 30/03/2026.

    UN passes resolution naming slave trade ‘gravest crime against humanity’, “Aljazeera”, 25/03/2026.

    UN resolution urges reparations for slavery’s ‘historical wrongs’, “UN News”, 25/03/2026.

    United States Mission to the United Nations, Explanation of Vote for UNGA Resolution “Declaration of the Trafficking of Enslaved Africans and Racialised Chattel Enslavement of Africans as the Gravest Crime Against Humanity”, 25/03/2026.

     


    NOTE

    1 D’ora in avanti farò riferimento a questo documento indicandolo con l’espressione “la risoluzione ONU”, oppure “la dichiarazione ONU” (entrambe le espressioni sono presenti nel documento e sono state usate da coloro che lo hanno presentato o commentato).

    2 È mia la traduzione dei testi in lingua inglese, francese o spagnola citati in questo articolo.

    3 African Commission on Human and Peoples’ Rights, ACHPR Press Statement on the Adoption of the United Nations Resolution Recognizing Slavery as a Crime Against Humanity Through the Leadership of the Republic of Ghana, 26/03/2026; Jeanvil, Charilien, Haïti: Les échos de la reconnaissance par l’Onu de l’esclavage et de la traite comme crimes les plus graves contre l’humanité, “AlterPresse”, 07/04/2026.

    4 Crocco, Raffaele, L’Europa e quella parola indigeribile: “Schiavitù”, i voti mancanti alla risoluzione dell’ONU, “La Repubblica”, 06/04/2026; Strazzari, Francesco, I crimini passati e i tentativi di rimozione, “Il Manifesto”, 27/03/2026; Malagardis, Maria, Vote de l’ONU sur la traite négrière : au Bénin, la mémoire de l’esclavage «est encore vivante», “Libération”, 28/03/2026; Mohammed, Kenneth, Don’t look at who voted to call the slave trade ‘the gravest crime’, look at who didn’t, “The Guardian”, 08/04/2026.

    5 Meotti, Giulio, All’Onu la risoluzione sulla tratta transatlantica degli schiavi. Quella islamica resta tabù, “Il Foglio”, 27/03/2026; Meotti, Giulio, Schiavi di serie B. Dagli storici all’indice ai libri al macero: guai a dire che l’occidente non aveva il monopolio della schiavitù. E l’ha abolita per primo, “Il Foglio”, 04/04/2026; Patricelli, Marco, L’ipocrisia dell’Onu sullo schiavismo, “Libero”, 28/03/2026; Shipley, David, We are fools to indulge the UN’s nonsense on slavery, “The Telegraph”, 26/03/2026; Rioux, Christian, L’ONU et l’esclavage: une imposture, “Le journal de Montréal”, 03/04/2026.

    6 Olivier Pétré-Grenouilleau, Les traites négrières. Essai d'histoire globale, Paris, Gallimard, 2004 (traduzione italiana: La tratta degli schiavi: saggio di storia globale, Bologna, Il Mulino, 2006).

    7 Vedi in particolare: Antonio Brusa, I grandi tabù della Tratta dei neri e il difficile rapporto fra protesta sociale e ricerca storica; Antonio Prampolini, La schiavitù dall’antichità ai giorni nostri. Sitografia per temi.

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  • La nave negriera. Esempio di lezione documentata

    di Paolo Ferrari

    Che cos'è la lezione documentata

    La lezione documentata è una modalità di lavoro laboratoriale alquanto agevole da realizzare. Serve a far capire agli allievi che esiste una relazione fra testo storico e documenti, insegna a discutere di queste relazioni (quali sono importanti, quali secondarie, quali dirette, quali indirette). Per realizzarla occorre preparare un testo (come vedrete piuttosto breve) e un piccolo dossier di documenti. I documenti possono essere (preferibilmente) iconografici. Se sono scritti, come in questo caso, devono essere brevi. I documenti vanno consegnati agli allievi qualche minuto prima della lezione, in modo che ne prendano conoscenza. Quando l’insegnante pensa che questa sia sufficiente, inizia a leggere la lezione. Agli asterischi si ferma. In quel momento gli allievi devono citare il documento al quale le parole del docente si riferiscono. Ovviamente, ci possono essere varie proposte e discussioni. Si può dare a questa fase una forma di gara, dividendo la classe in gruppi e assegnando il punto a chi cita il documento giusto, e la penalità a chi lo sbaglia. Oppure si può procedere in modo più tradizionale, sollecitando la scelta dei documenti attraverso la discussione collettiva. Un esempio di questo strumento didattico è già stato pubblicato da HL, e riguarda il commercio della porcellana in età medievale e moderna.

    Materiali e preparazione della classe

    La lezione documentata è stata proposta lo scorso autunno, in una seconda della SS1G "Trevigi" di Casale Monferrato. È stata costruita partendo dal saggio La nave negriera di Marcus Rediker, che contiene brani tratti da numerose fonti. L’autobiografia di uno schiavo, Olaudah Equiano, ampiamente citata da Rediker, ha permesso di completare l’archivio dei documenti. La lezione ha costituito uno degli approfondimenti di un grande quadro dedicato alla Rivoluzione geografica, all'espansione dell'economia mondo europea e allo sviluppo del capitalismo. Per comodità, l’archivio è stato condiviso su Classroom per una lettura preliminare dell’introduzione e dei documenti. Il lavoro si è concluso con la condivisione dei risultati e con una riflessione su una carta storica, per osservare che la tratta non ha riguardato solo il mondo atlantico ma anche quello dell'Oceano Indiano e il Mediterraneo.
    La preparazione del laboratorio ha richiesto – da parte del docente -la lettura del saggio di Rediker e la selezione dei documenti, poi integrati da alcuni brani (quelli non già citati in Rediker) dell’autobiografia di Olaudah Equiano. Questo lavoro di preparazione si è concluso con la stesura del testo della lezione. Per quanto invece riguarda l’effettivo tempo di lavoro in classe, si sono impiegate due ore, comprensive della presentazione dello scenario introduttivo (15’ circa), della lettura preliminare dei documenti (15’ circa) e dell’attività vera e propria. La maggior parte del tempo è stata utilizzata per il confronto suscitato da ciascuno dei punti in cui fare riferimento alle fonti: inserire un solo documento o più di uno? Distinguere tra informazioni dirette e indirette? Stabilire che alcuni documenti erano più “utili” di altri?

    Conclusione e risultati

    «Prof, questo laboratorio è stato interessante ma anche atroce». Mi ha colpito molto l’uso di questo aggettivo, così forte. Genericamente, anche uno studente di seconda media sa, prima di studiarla a scuola, che è esistita la schiavitù e la ritiene qualcosa di sbagliato e di orribile. Mi sono accorto, però, che lavorare sui documenti ha reso le sofferenze del viaggio degli schiavi molto più tangibili di un paragrafo su un libro di testo, o di un numero o di una freccia su una carta geografica. «Alcune parti sono state dure da affrontare», ha aggiunto un altro dei miei studenti. Anche se dure, sono rimaste impresse nella mente. Ho notato che la conoscenza delle modalità della tratta degli schiavi è diventata patrimonio duraturo dei miei alunni, anche a distanza di mesi, e ciò che avevano imparato è tornato a galla quando abbiamo affrontato, nelle ore di italiano, la lettura collettiva del romanzo Oh freedom (Francesco D’Adamo, 2014) sulle rotte segrete che, nel XIX secolo, permettevano agli schiavi del Sud degli Stati Uniti di fuggire in Canada. Da notare la ricchezza della discussione, nata dalla condivisione dei numeri dei documenti da inserire al posto dell’asterisco. Alcuni documenti sembravano essere meno utili di altri, mentre alcuni punti erano confermati da più documenti. In ogni caso, la discussione è stata molto partecipata, con il contributo di tutti. E forse proprio questo è il risultato più soddisfacente.

    Scenario introduttivo (Lezione frontale)

    Dopo la conquista di gran parte dei territori dell’America, gli europei iniziarono a sfruttare le risorse del continente di cui si erano appena impadroniti. Le risorse erano innanzitutto alcuni metalli, come l’argento, estratti dalle miniere; e poi le risorse agricole: gli europei diffusero in America alcune piante che erano originarie dell’Asia, come il caffè, il tè e la canna da zucchero. La coltivazione di queste piante avveniva in grandi piantagioni (aree molto vaste coltivate ininterrottamente con una stessa pianta), dove venne dapprima sfruttato il lavoro degli indios, cioè gli abitanti originari dell’America. Come sai, gli indios diminuirono rapidamente a causa soprattutto delle epidemie che erano arrivate in America dall’Europa. Gli europei, perciò, iniziarono a sostituire gli indios nelle piantagioni e nelle miniere con uomini e donne catturati in Africa e venduti come schiavi.

    Si calcola che, tra il XV e XIX secolo, l’epoca in cui si svolse la tratta (cioè il commercio) degli schiavi, 12 milioni di persone siano state portate in America dall’Africa. Secondo gli storici, almeno 1 milione e mezzo morirono durante il viaggio nell’Atlantico.

    In questo laboratorio, utilizzerai un archivio di fonti che ti permetteranno di conoscere meglio cosa succedeva sulle navi negriere, cioè le navi che trasportavano gli schiavi dall’Africa all’America. Ora, con grande attenzione, leggi tutti i documenti e osserva l’immagine. Poi il prof leggerà un testo, e tu, al posto degli asterischi, dovrai inserire il numero di uno o più documenti dell’archivio quando ti sembrerà che la fonte stia confermando il racconto della storia letto dal prof.

    Il testo della lezione

    Le navi negriere erano soprattutto inglesi, e caricavano gli schiavi sulle coste dell’Africa Occidentale. Erano altri africani a catturare gli schiavi, a trasportarli sulla costa e a rivenderli agli europei*. I comandanti delle navi negriere avevano potere assoluto sugli schiavi, ma anche sull’equipaggio, che spesso era trattato duramente; non era raro che i marinai fossero puniti con molta violenza, persino con la morte*.

    La sorte degli schiavi, però, era ovviamente anche peggiore. Ciascuno di loro veniva identificato solo attraverso un numero*; Venivano spesso incatenati*, anche se le donne e i bambini avevano più frequentemente la libertà di restare sul ponte della nave*, all’aria aperta. Gli uomini, invece, rimanevano molto tempo incatenati nella stiva*, ammassati l’uno all’altro*, con pochissimo spazio, in condizioni igieniche terribili, in mezzo a un odore insopportabile*. Gli schiavi venivano crudelmente frustati per molti motivi, ad esempio se si rifiutavano di mangiare*. Rifiutarsi di mangiare, infatti, era una strategia che spesso gli schiavi usavano per lasciarsi morire e far finire le loro sofferenze. Un’altra strategia era quella di gettarsi in mare*, per lasciarsi annegare. Per questo motivo, delle reti circondavano la nave*, per impedire ai neri di buttarsi nell’Oceano. Poteva capitare che i neri provassero a ribellarsi: in quel caso l’equipaggio puniva duramente le rivolte, con una crudeltà estrema*.

    A causa delle terribili condizioni igieniche, non era raro che a bordo scoppiassero delle epidemie*, che facevano vittime tra l’equipaggio ma soprattutto tra gli schiavi ammassati nella stiva*.

    Una volta arrivati in America, gli schiavi venivano venduti*, e le famiglie venivano separate per sempre, perché quasi sempre le persone dello stesso nucleo familiare venivano acquistate da padroni diversi*. A questo punto, per gli schiavi iniziava una durissima vita di lavoro nelle piantagioni americane.

    I documenti

    Documento 1

    Nave negrieraImmagine della nave negriera Brooks, 1789

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Documento 2

    Gli schiavi iniziarono a morire il 9 gennaio. La prima fu una bella schiava, la n.11. Temendo un’epidemia, ordinai ai marinai di pulire a fondo e lavare i ponti con l’aceto. Nonostante ciò, ben presto morirono uno schiavo maschio, il n. 6, un ragazzo, il n. 27 e un altro uomo, il n. 33, nonostante tutte le nostre cure.

     

    Dal diario di bordo di John Newton, comandante della nave negriera Duke of Argyle

     

    Documento 3

    [Il capitano Jackson] mozzò agli schiavi che si erano ribellati, con l’ascia, prima i piedi, poi le gambe sotto il ginocchio, poi all’altezza delle cosce; allo stesso modo le mani, poi le braccia sotto ai gomiti, poi all’altezza delle spalle, fino a che del corpo non rimase che il tronco, come quello di un albero quando se ne tagliano i rami; da ultimo, la testa. E mentre procedeva con l’operazione, gettava le cruente membra e le teste in mezzo al gruppo degli schiavi terrorizzati, che erano in catene sul ponte.

     

    Dalla lettera di John Newton all’abolizionista [= chi vuole abolire la schivitù] Richard Phillips, 1788

     

    Documento 4

    Ero quello che doveva occuparsi degli schiavi maschi, e quando erano stivati non c’era spazio per infilare la punta di un bastone fra l’uno e l’altro.

     

    Testimonianza del marinaio George Millar, 1767

     

    Documento 5

    Fui condotto a bordo. Immediatamente parte dell’equipaggio cominciò a toccarmi e a lanciarmi in aria per vedere se ero in buone condizioni fisiche.

     

    Dall’autobiografia di Olaudah Equiano, 1789

     

    Documento 6

    Quando sulla nave mi guardai attorno e vidi una grande fornace o un calderone in ebollizione, una moltitudine di negri di ogni sorta incatenati assieme e sul viso di ognuno un’espressione di scoramento e dolore, non ebbi più alcun dubbio circa la mia sorte, e del tutto sopraffatto dalla paura e dall’angoscia mi accasciai sul ponte e svenni. Quando mi ripresi, mi trovai circondato da alcuni negri che credo fossero tra quelli che mi avevano portato a bordo e che erano stati pagati per questo. […] Poco dopo, i negri che mi avevano portato a bordo scesero a terra.

     

    Dall’autobiografia di Olaudah Equiano, 1789

     

    Documento 7

    Fui ben presto portato sottocoperta dove le mie narici furono accolte da un benvenuto mai provato prima nella mia vita e così, un po’ per la ripugnanza del fetore e un po’ per il pianto, mi sentivo così male e abbattuto da non riuscire a mangiare.

     

    Dall’autobiografia di Olaudah Equiano, 1789

     

    Documento 8

    Due dei bianchi mi offrirono delle vivande e, al mio rifiuto di mangiare, uno di loro mi tenne stretto per le mani, mi stese sopra quello che credo fosse l’argano e mi legò i piedi, mentre l’altro mi frustava forte.

     

    Dall’autobiografia di Olaudah Equiano, 1789

     

    Documento 9

    L’equipaggio sorvegliava molto attentamente quelli di noi che non erano incatenati per paura che saltassimo fra le onde; vidi alcuni di quei poveri prigionieri africani feriti molto gravemente per averci provato e frustati senza posa perché non mangiavano.

     

    Dall’autobiografia di Olaudah Equiano, 1789

     

    Documento 10

    Non avevo mai veduto in nessun popolo esempi di tanta brutale crudeltà, dimostrata non soltanto verso noi negri, ma anche nei confronti di alcuni degli stessi bianchi. Una volta […] ne vidi frustare uno con una grossa corda vicino all’albero di trinchetto in modo talmente spietato da ucciderlo.

     

    Dall’autobiografia di Olaudah Equiano, 1789

     

    Documento 11

     

    L’esiguità dello spazio e il caldo, aggiunti al numero di persone sull’imbarcazione, talmente affollata che a malapena c’era posto per girarsi, ci soffocavano. Tutto questo faceva sudare oltre misura, tanto che ben presto l’aria si fece irrespirabile per i disgustosi odori di varia natura e diffuse tra gli schiavi una malattia che ne fece morire molti.

     

    Dall’autobiografia di Olaudah Equiano, 1789

     

    Documento 12

    Quella miserabile situazione era per di più aggravata dalle escoriazioni delle catene, ora diventate insostenibili. […] Fortunatamente per me, forse, fui ben presto ridotto in uno stato di tale debolezza che si reputò necessario tenermi quasi sempre sul ponte, e a causa della mia giovanissima età non venni messo ai ceppi.

     

    Dall’autobiografia di Olaudah Equiano, 1789

     

    Documento 13

    Un giorno di mare calmo e vento debole, due dei miei esausti connazionali che erano incatenati insieme (in quel momento ero vicino a loro), preferendo la morte a una tale vita di sofferenza riuscirono in qualche modo a oltrepassare le reti e a saltare in mare: immediatamente un altro sconsolato […] seguì il loro esempio.

     

    Dall’autobiografia di Olaudah Equiano, 1789

     

    Documento 14

    Fummo venduti alla solita maniera, vale a dire: a un segnale dato (ad esempio un colpo di tamburo), i compratori si precipitano tutti insieme nel cortile dove sono tenuti gli schiavi e scelgono quelli che preferiscono. […] Vengono così separati senza scrupolo alcuno parenti e amici, gran parte dei quali non si rivedrà mai più.

     

    Dall’autobiografia di Olaudah Equiano, 1789

     

    Bibliografia

    M. Rediker, La nave negriera, Bologna, Il Mulino, 2007.

    G. Schiavi (a cura di), L’incredibile storia di Olaudah Equiano, o Gustavus Vassa, detto l’Africano, Milano, Epoché, 2008.

    C. Grataloup, Atlante storico mondiale, Milano, Ippocampo, 2020.

     

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