Bari, 16 gennaio

La stampa di oggi ha un bel dossier sulla prima guerra mondiale (prepariamoci: questo è anno di molti anniversari). Vi si parla di Sarajevo, del Piave, di Verdun e dei Dardanelli (battaglia poco frequentata da noi, ma campo veramente mondiale, dove si scontrarono – e nacquero – Turchia, Nuova Zelanda e Australia). Presentano rapidamente dei tipi di fonti: dai campi di battaglia, alle foto, alle fonti orali, al film. Corredato da una buona cronologia, questo dossier costituisce un buon materiale per un progetto didattico.

Una lezione di Christopher Clark, sui parallelismi e le differenze fra il 1914 e il 2014, potrebbe essere adottata come base per discutere anche in generale sulla questione notissima (non per nulla si cita sempre Mark Twain) che la storia non si ripete, ma a volte fa rima con se stessa (non è una considerazione profondissima, ma funziona sempre).

Ciò che mi interessa sottolineare – in questo diario di HL - è lo svelto album scolastico, costituito dai ritratti di sei insegnanti, di altrettante nazioni: Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Gran Bretagna. Sei stili di insegnamento, schizzati rapidamente ma ben caratterizzati, che eviteremo di attribuire “agli insegnanti” di quel determinato paese; ma che riconosceremo facilmente in questo o in quel collega. Per questo, li chiamerò per nome, rinviando alla lettura dell’articolo per un’analisi più approfondita.

C’è chi sottolinea l’uso del film, come Pepa. In questo caso ci suggerisce Orizzonti di Gloria, la pellicola di Stanley Kubrick del 1957. In questo film, sottolinea la professoressa, si mostra bene il contrasto fra la dura vita della trincea e la pressione dell’opinione pubblica. I ragazzi, all’inizio interdetti (si tratta sempre di un film di mezzo secolo fa), poi si appassionano e discutono. Sempre a una fonte iconografica si rivolge Anna. E’ Otto Dix, il pittore degli orrori; ma insieme con questo, anche Bertrand Russel, Steiner e altri. Insomma: una piccola antologia di testi e documenti, a partire dai quali far emergere alcune scoperte, come (dato che si parla di Polonia in questo caso), il fatto che la prima guerra segnò la nascita della Polonia e, al tempo stesso, del voto alle donne.

Il museo di guerra è un altro luogo di insegnamento. Ce ne parla Fritz, il quale ne sottolinea l’importanza didattica. I temi posti da quella guerra, dice, sono spesso astratti e difficili (gli interessi internazionali, le svolte epocali …). Gli oggetti della guerra ti riportano alla cruda realtà e ti permettono di trasformarli in “concetti trattabili in classe”. Jonathan e Jannis sembrano attratti, invece, da un altro problema: quello degli stereotipi. Un evento così importante ne ha prodotti di duraturi e incisivi, nel corso di un secolo. Quello della violenza immotivata e priva di ragioni; oppure quello di eroi guidati da un branco di somari. Lavorare sugli stereotipi significa farli in primo luogo emergere, poi sottoporli a critica e discuterli. E ascoltare continuamente l’opinione degli allievi.

Roberto, che ho conservato per ultimo, ci avverte che lui è “un sostenitore della lezione tradizionale”. Lui “parla”, “spiega”, “tratta”, “legge”, “attribuisce” e “appassiona”. Per lui “l’aula rimane il volano di qualsiasi ragionamento”. “E’ nell’aula che l’insegnante lega il passato al presente”.
Sei insegnanti, sei stili. Ripeto: non vuol dire affatto che in Italia (nei licei: lo avrete riconosciuto subito) si fa solo lezione, o che in Germania si passa più tempo nei musei o che in Inghilterra tutti fanno escursioni nelle trincee francesi (ma molti sì). Che qui si facciano laboratori sui documenti e lì no. Sono stili che, anche questo è ovvio, si vorrebbe padroneggiare nel loro complesso. Saper fare lezione, coinvolgere gli allievi in discussioni, usare bene una fonte iconografica, far sì che una visita a un museo o a un luogo di memoria siano un momento di apprendimento effettivo, discutere di stereotipi (ecc.,ecc.).

Ma è altrettanto ovvia la domanda. Posto che in Italia a fare lezione uno impara da solo, per imitazione dei suoi innumerevoli professori, chi insegna a fare laboratori, visite, lavorare con immagini o con i media?


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