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Autore: Enrica Bricchetto

 

Si riapre il museo della Mary Rose

 

Il 14 luglio 2016 Bbc News annuncia la riapertura, nella sua versione definitiva, del Mary Rose Museum di Portsmouth. Sono passati 34 anni da quando è stato riportato alla luce il relitto della nave da guerra fatta costruire da Enrico VIII e affondata nel 1545 nella battaglia del Solent, nelle acque di Portsmouth.

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fig.1 14 luglio 2016 La BBC News annuncia l'apertura definitiva del Mary Rose Museum clicca qui     

 

Inaugurato nel giugno 2013, il Museo è stato realizzato da due studi di architettura consorziati: Wilkinson Eyre Architect, responsabile della progettazione dell'esterno e Pringle Brandon Perkins+Will per gli interni.

In rete si trovano i documenti di questo straordinario progetto che vede l’edificio sorgere nello stesso luogo nel quale fu costruita la nave e che ora è parte del Porthsmouth Historic Dockyard (clicca qui), l’antica area portuale trasformata in museo a cielo aperto, in cui si trova anche la HMS Victory, la nave ammiraglia in cui morì Lord Nelson a Trafalgar.

 

 

 Il museo

 

L’esterno del museo, di forma ellittica, rispecchia il profilo curvo dello scafo della Mary Rose, di cui mantiene le dimensioni. Il legname nero di cui è ricoperto gli conferisce, però, l’aspetto di uno yacht di lusso (clicca qui): si fondono l' ancoraggio al passato, dato dal luogo, e un forte senso di contemporaneità dato dal disegno e dai materiali. Per l’essenzialità e la maestosità dell’edificio l’effetto sul visitatore è davvero impressionante.

Il Mary Rose Museum  ha richiesto un investimento di 30 milioni di euro (clicca qui) e il coinvolgimento di molti soggetti. Gli architetti hanno lavorato in stretta collaborazione con il comitato The Mary Rose Trust, fondato nel 1979, presieduto dal principe Carlo e diretto dall’archeologa Margaret Rule. The Mary Rose Trust ha raccolto i fondi e seguito tutta la storia del recupero e dell’allestimento fino all’ultima versione del museo.

 

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 Fig.2  2 giugno 2013 la BBC annuncia l'apertura del Mary Rose Museum

 

Il museo è “reborn” nel 2013 perché già dal 1984, due anni dopo il recupero del relitto della Mary Rose, in un padiglione, era possibile visitare lo scafo mentre  in un museo  erano esposti gli oggetti. Il museo rinasce quando un unico edificio, “su misura”, è pronto per ospitare e presentare al completo il mondo di questa maestosa nave da guerra.

 

 

 Il recupero

 

  Alle 9.03 dell’11 ottobre del 1982 più di 60 milioni di persone vedono per la prima volta il relitto della Mary Rose affiorare dal mare in diretta TV.  

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Fig. 3 11 ottobre 1982 il sito della BBC segue l'evento clicca qui

 

Molti inglesi lo ricordano. Il recupero, infatti, ha una lunga storia.

Nel 1818 il fattore John Deane riuscì a salvare un fienile in fiamme indossando l’elmo di un’armatura e un tubo per evitare di respirare il fumo. Il  fratello, comprendendone le potenzialità, perfezionò lo strumento e lo adattò alle immersioni. Nel 1836 Deane fu così ingaggiato per esplorare il fiume Solent alla ricerca dei resti del Royal George, affondato qualche decennio prima, nel 1782, nelle acque di Portsmouth. Deane, invece, portò a galla fucili di bronzo con il timbro di Enrico VIII. Tutti erano a conoscenza che un’unica nave appartenente alla flotta di Enrico VIII era affondata in quelle acque, la Mary Rose. Vennero recuperati alcuni oggetti. Poi l’impresa fu abbandonata.

Soltanto nel 1965 l’intero relitto venne individuato, a 14 metri di profondità, dallo storico e subacqueo dilettante Alexander McKee, che si occupò del recupero per alcuni anni. Nel 1971 il team dell’archeologa Margaret Rule, che diventerà la figura chiave di una sorta di avventura nazionale, fece il primo sopralluogo.

Alle ricognizioni iniziali seguirono i primi dubbi : il relitto era abbastanza importante da giustificare il recupero che si prevedeva molto costoso? Lo scafo sarebbe stato recuperato integro? Archeologi, storici navali, architetti navali e ingegneri si misero a studiare e diedero risposta affermativa. Così il Mary Rose Trust avviò la raccolta dei fondi.

Le difficoltà furono molte sia tecniche sia economiche. L’unico caso simile in Europa era quello della nave reale svedese Vasa del XVII sec., recuperata nel 1961 clicca qui. Inglesi e svedesi avviarono una collaborazione proficua e esemplare.

In tre anni, dal 1979 al 1982, 500 tra archeologi e sommozzatori, in circa 27.000 immersioni, hanno portato alla superficie lo scafo della Mary Rose e circa 19.000 oggetti. Lo scafo ha poi richiesto due anni soltanto per la fase di asciugatura, mentre il restauro si è definitivamente concluso nell’estate 2016.

 Al termine delle operazioni, è stato restituito  un  relitto simbolico e di grande significato  a tutto il Regno Unito  ma soprattutto alla comunità di Portsmouth. Nel 1929, come dimostra uno spezzone video conservato nell’archivio della British Pathè, nella cattedrale era stato collocato un modellino della Mary Rose, in memoria delle vittime del naufragio (clicca qui per vedere il video). Una storia, quella della Mary Rose, molto sentita sul piano locale e su quello nazionale .

Per questo le vicende del recupero e del restauro della Mary Rose sono state sostenute da un’attenta politica di donazioni, da finanziamenti e anche dalla lotteria di stato. 

 

 

 La conservazione 

 

 Fin dalle prime immersioni, per gli archeologi marini la Mary Rose  è stata la “Pompei del Regno Unito”. La nave, infatti, inabissandosi, si è appoggiata  da un lato e lì tutto  è rimasto bloccato, come era poco prima dell'inabissamento. Con il passare dei secoli il lato a tribordo è sprofondato nel limo del fondale, creando un ambiente povero di ossigeno che ha conservato legname e oggetti. Il lato a babordo, esposto all’acqua, si è disintegrato. Questa è la ragione per cui si è conservata metà della nave con tutti gli oggetti, le armi e i corpi.

 

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fig. 4 A. Roll, Mary Rose, 1546 (Mary Rose Museum, Gallery). 

 

 Enrico VIII e la Royal Navy

 

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Fig. 5. Riproduzione di un francobollo del 16 giugno del 1982 - anno del recupero della Mary Rose -  appartenente a una serie realizzata per celebrare la Royal Navy Tradition.

 

Enrico VIII Tudor si considerava l’ultimo di una dinastia di sovrani con la vocazione per la guerra e per questo ha investito sulla costruzione di una grande flotta, a ridosso della scoperta dell’America e dell’apertura delle rotte transoceaniche.

Prima di lui, per le battaglie navali, le navi commerciali venivano adattate alla guerra per poi essere riconvertite di nuovo in tempo di pace. Durante il suo regno, Enrico VIII ha attuato la prima riforma della Navy Royal, poi Royal Navy, creando un segretariato alla Marina, appositi quartieri navali e un piccolo numero di navi specificamente da guerra. Alla sua morte le navi erano 58. Per finanziare tutto questo ha impiegato le ricchezze provenienti dalla confisca dei monasteri mentre trasformava l’Inghilterra in un paese protestante.

Portsmouth è stata scelta come il principale luogo di costruzione della nuova flotta. Era una città fortificata. Vi era la Round Tower, costruita da Enrico V, la Square Tower costruita da Enrico VII e Enrico VIII fece costruire il SouthSea Castle. Nel 1495 fu migliorata l'area portuale con la costruzione dei bacini di carenaggio dove, nel 1510 fu costruita la Mary Rose e nel 1511 fu varata.

La Mary Rose rappresentava l’idea più avanzata di architettura navale perché la forma dello scafo era definita da una serie di strutture curve al suo interno alla quali venivano aggiunte successivamente le tavole di legno. La forza dello scafo era garantita dalla struttura interna non dalle tavole. Questa in inglese si definisce carvel e sostituisce la tecnica clinker in cui venivano sovrapposte le tavole di legno e successivamente aggiunta la struttura. In sostanza la Mary Rose inaugura nella marina inglese la Carvel tradition, che rende le navi più resistenti. L’armamento era straordinario. con potenti  cannoni che uscivano dai boccaporti.

Mary Rose e Grâce à Dieu , le due navi più famose - carracks, velieri con tre alberi o quattro e tre ponti  - della flotta inglese, affrontarono la Marina francese nella battaglia del Solent, all’interno della quinta guerra contro la Francia.

Il 18 luglio del 1545 la Mary Rose, forse perché era stato costruito un terzo ponte, che aveva aumentato di molto l’altezza e quella sera il vento si era improvvisamente alzato, si inabissò, tra la sorpresa di tutti.

A bordo c’erano 500 uomini. Solo 35 furono i sopravvissuti. La maggior parte era intorno ai vent’anni. Nel recupero sono stati individuati i resti di 179 uomini e 92 corpi sono stati parzialmente ricostruiti.

Il più vecchio  aveva 40 anni, il più giovane 10, un bambino. Dalla lettura degli scheletri è stato possibile rilevare che alcuni soffrivano di malattie provocate dalla cattiva alimentazione e molti riportavano ferite da armi da fuoco.

Enrico VIII ha assistito all’affondamento, senza poter far nulla, dal ponte della nave Grâce à Dieu.

 

 

 Impressioni di un visitatore reale. Lo scafo

 

La visita del Mary Rose Museum procede per colpi di scena. L’allestimento, passo dopo passo, meraviglia e coinvolge il visitatore, immerso in un’oscurità rischiarata a tratti da una luce simile a quella delle candele o delle lampade a olio. Una penombra, quasi nera e oro. Si vive l’atmosfera di 500 anni prima, quando la nave in piena attività, è affondata.

Come altri musei recenti, anche il Mary Rose Museum  è immersivo,  fa vivere un'esperienza unica al visitatore  attraverso una metafora forte e  significativa. Storici e architetti hanno scelto  la  metafora dell’inabissamento della nave. Chi visita è alla vigilia del naufragio.

Nella prima sala, introduttiva e di contestualizzazione, ci sono alcuni pannelli con riproduzioni digitali della nave e dei luoghi, linee del tempo e ritratti dei personaggi storici principali: la dinastia Tudor, le caratteristiche della flotta e la situazione politica.  Solo elementi essenziali. Il visitatore si appropria, senza rendersene conto, delle informazioni che servono per vivere l’esperienza. Entra nella metafora.

Da lì si sale al primo piano dove avviene il primo colpo di scena. Uscendo dall’ascensore ci si trova a camminare sul ponte centrale della nave, the main deck. A destra il relitto, immenso, nella parte recuperata e ricostruita. L’impressione è difficile da descrivere. E’ metà nave, la sezione longitudinale, tutta completa dei ponti e dei vani, illuminata in modo caldo, notturno, Proiezioni digitali e alcuni ologrammi animano la nave e ricreano la vita al momento del naufragio.

 

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Fig. 6 Lo scafo restaurato a destra si riflette nell'enorme specchio a sinistra. Il visitatore cammina in mezzo.

 

Mentre il visitatore cammina sul ponte, alla sua sinistra ha una lunga parete di specchi che riflette lo scafo e su cui sono esposte le armi, cannoni, munizioni, rinvenuti in quel ponte nella posizione originaria.

La seconda tappa è sotto, nel ponte più basso, the lowest deck, al piano terra del museo. Il visitatore cammina accanto all’immenso relitto e si trova all’altezza della cucina e dei luoghi di servizio della nave. Gli ologrammi mostrano cuochi e servitori impegnati a preparare la cena.

 

 

Impressioni di un visitatore reale. Corpi e oggetti

 

Al termine della passeggiata sul ponte, sia al secondo sia al primo piano, il visitatore si trova in una sala in cui teche compatte raccontano le storie degli uomini della nave, di chi aveva un ruolo di comando o di servizio.

Del comandante - Roger Grenville - del commissario di bordo, del capo arciere, del medico, del cuoco, del nostromo, del falegname capo, grazie alle tecniche di lettura dello scheletro, si conoscono le principali informazioni fisiche: età e stato di salute. A ognuno è dedicata una teca in cui sono disposti gli oggetti che usavano nello svolgimento delle loro mansioni.

Sui muri delle sale, in corrispondenza delle teche,  fanno da sfondo le foto delle fasi del recupero della nave in modo che il visitatore non perda mai il contatto con le condizioni in cui corpi e oggetti sono stati trovati, pieni di fango e di incrostazioni, tutto mischiato e tutto “smontato”, una sorta di indistinto, separato e riportato alla sua integrità grazie alle conoscenze storiche e alle tecniche scientifiche.

Gli oggetti sono tantissimi: frecce, monete, munizioni di ogni tipo, pentole, siringhe e strumenti medici, vele e cordami. Un mondo di fonti storiche.

Qua e là, poi, ci sono alcune postazioni multimediali che consentono di vedere alcune scene di vita della nave. Sono in giusta misura perché questo è un museo di oggetti e la storia la fa la regia della ricostruzione.

 

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Fig.7  Una teca del Mary Rose Museum

 

Impressioni di un visitatore virtuale. Il sito

 

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Fig. 8 Il sito del Mary Rose Museum

 

Il Mary Rose Museum dunque è un museo innovativo e entusiasmante, un’esperienza indimenticabile.

Tuttavia, in attesa di compiere la visita in loco, esplorare la parte in rete è quasi altrettanto interessante. L’architettura digitale del museo è completa: un sito, la app per Android e per Ios, la presenza sui principali social: Facebook, Instagram, Twitter e Pinterest.

Esplorare il sito è di per sè un’esperienza per la ricchezza di contenuti e per la forza  che ha in sé la struttura. Non è facile esplicitare il continuo e sapiente gioco di rimandi che è dentro il sito. Quasi tutti gli oggetti sono fotografati. Ci sono alcuni video di animazione e molti video documentari. Si possono seguire percorsi che consentono più scelte e talvolta ci trova anche di fronte piccole domande di verifica o  problemi da risolvere. Si incontrano tutti gli uomini che hanno partecipato a questo ultimo viaggio e si capisce che la nave era in guerra. Ci sono strumenti per approfondire le ricerche, bibliografie complete e una sezione che spiega come è stata finanziata l’operazione del recupero e dell’allestimento.

 C'è anche  uno STEM Lab (Science, Technology, Engeenering and Math), attraverso il quale si possono approfondire gli aspetti specifici di queste discipline in relazione alla nave e al suo tempo, realizzando gli esperimenti proposti e con specifiche domande di verifica. Per esempio è possibile scoprire i processi chimici relativi ai coloranti usati in epoca Tudor o l’uso dei polimeri per la conservazione del relitto; come gli scienziati hanno trovato il DNA degli uomini e lo hanno interrogato; la medicina dell’epoca. In questa sezione si conoscono anche le singole professionalità al lavoro nel recupero e nel mantenimento dello scafo e degli oggetti.

Dal sito è possibile consultare il database di tutti gli oggetti.

E’ presentata molto bene anche l’attività per le scuole svolta dalla sezione didattica del museo e suddivisa per ordine di scuola. I laboratori proposti hanno un taglio esperienziale: gli studenti apprendono perché vivono l’ultimo giorno della nave, muovendosi tra gli ambienti e ricostruendo gli oggetti.

E’ molto importante tenere presente che il sito è efficace soltanto lo se si visita con un computer.

 

 

 Impressioni di un visitatore virtuale. La app

 

Per i dispositivi mobili, invece, è meglio scaricare la app (in effetti nulla vieta di fare entrambe le cose). Mostra gli oggetti in tre dimensioni ; consente di scaricare o di inviarsi bellissime immagini. Dà la possibilità di fare un audio tour, utile certamente durante la visita, ma anche per capire meglio, da lontano, il mondo della nave.

 

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 Fig. 9 L'icona della app per IOS e Android

 

 

 Questioni didattiche

 

 La storia della nave, del suo recupero e del suo allestimento nel museo e nel sito hanno in sé un potenziale didattico dal punto di vista disciplinare e multidisciplinare.

Intanto le modalità con cui sono trattati i contenuti nel sito lo rendono esemplare: ogni elemento può essere contestualizzato, ogni immagine ha una data, ogni approfondimento rimanda a un volume o a un altro sito. Ci sono le fonti di tutto.

Ambienti digitali curati, sani e attendibili come questo, consentono di apprendere nella rete e hanno i titoli per essere usati in ambito didattico. Inducono a far frequentare la rete agli studenti per seri motivi di ricerca, emancipandola da luogo di sole relazioni o di copiatura di facili contenuti (videolezioni per studenti, sintesi senza autori, uso pedestre di Wikipedia). Comincia a prendere forma l’ambizione del web 3.0 che immagina il futuro della rete come luogo di fruizione e di creazione di contenuti adeguati alla cultura di oggi e la considera un luogo educativo e di promozione sociale.

E’ indubbio, infatti, che sia difficile trovare contenuti digitali certi e adeguati per le lezioni. Cercare in rete è molto faticoso, obbliga a farsi continue domande sull'attendibilità delle informazioni e dell’iconografia. Un museo, come questo, diventa il garante per costruire conoscenze e competenze non soltanto di storia o di inglese o di scienze ma anche sulla comunicazione, mediale in questo caso.

Studiare la struttura del sito, le modalità di relazioni tra le parti scritte e iconografiche, la scelta e la qualità delle immagini, l'organizzazione dei contenuti - non solo storici - e le informazioni sui profili professionali che hanno ridato vita alla nave, di per sé è un’azione educativa non meno che culturale. Ogni sezione del sito può essere oggetto di schedatura e di analisi. La costruzione da parte del docente di una scheda ad hoc per questo sito può fornire competenze che lo studente potrà trasferire in altri contesti.

Il sito e la app, inoltre, consentono il download di molto materiale. A questo punto si aprono scenari didattici diversi, a seconda delle discipline. Nel caso della storia, la prima possibilità è creare un laboratorio simulato di fonti sulle quali far ragionare gli studenti. La ricerca di immagini di fonti in rete attendibili e corredate delle informazioni di base per il docente è difficile e ancora di più trasformarle in formati utilizzabili in classe. Lavorando nel sito della Mary Rose per costruire laboratori sulle caratteristiche della nave è un’operazione relativamente semplice che può fare il docente o farla fare direttamente agli studenti. I laboratori possono essere tematizzati sulle professioni a bordo, sulla condizione degli arcieri, sull’uso degli strumenti medici o sulla cucina. I temi trasversali possono essere molti. La parte relativa alla dinastia Tudor conta su molte riproduzioni del re e dei suoi consiglieri. Anche il paesaggio e la città di Porthsmouth sono bene rappresentate.

Lo studente entra in contatto con un mondo molto lontano e allo stesso tempo si rende conto di quanto le possibilità tecnologiche intervengano nelle nostre relazioni con il passato. Il passato ci viene restituito dalla tecnologia che ha consentito prima il recupero e l’asciugatura dello scafo e poi la ripulitura di tutti gli oggetti ma anche da quella che ne consente la diffusione in rete.

Allo studente inoltre si può chiedere di raccontare parti di storia producendo piccoli video, da realizzare con le riproduzioni delle fonti. Anche gli audio possono aiutare a creare in un altro modo la storia o a creare altre storie.

In più, una potenzialità didattica molto alta ce l’ha la riflessione sulla scelta narrativa del museo e quindi del sito. Il visitatore del museo e del sito è dentro la storia dell’ultimo giorno di navigazione della Mary Rose. E’ la metafora del museo: hanno costruito il museo con lo scafo al centro e sempre visibile da ogni lato; nel sito continuamente è possibile tornare alla nave e alle sue caratteristiche.

L’architettura del museo corrisponde alla scelta narrativa: il visitatore è dentro la nave, ci si percepisce dentro e, in qualche modo la vive. Così è anche nel sito.

 Come trasformare tutti questi spunti in lezioni?  Nel  prossimo articolo il focus sarà sulla progettazione di attività didattiche 

-segue

 

Bibliografia

A.Burton, The Mary Rose Museum. The story continues, Pitkin Publishing, Glouestershire, 2014

The Mary Rose Exposed, guida illustrata in vendita presso il museo.

Tutte le immagini usate provengono dal sito del Mary Rose Museum.


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