Autori: Mariangela Galatea Vaglio e Antonio Brusa

II mondo antico nel romanzo giallo e di fantasy: una rassegna storica e didattica.

Indice:
1.    Il genere giallo, fra Grecia e Roma (M.G. Vaglio)
2.    Il Fantasy, dalle nebbie del nord al Mediterraneo classico (M.G.Vaglio)
3.    Suggestioni didattiche (A. Brusa)
4.    Bibliografia


1.    Il genere giallo, fra Grecia e Roma

Fra i tanti generi della narrativa di consumo, quello che gode maggiormente dei favori del pubblico è sicuramente il giallo. Il genere, che nei paesi anglosassoni viene più correttamente definito mistery story, è un romanzo in cui il centro dell’azione è l’indagine attorno ad un delitto. Nasce sul finire dell’ottocento, nel pieno fulgore dell’epoca positivista. I due padri riconosciuti sono l’americano Edgar Allan Poe, e l’inglese Arthur Conan Doyle, creatore dell’immortale Sherlock Holmes.

Nel corso dei suoi cento e più anni di vita il genere si è sviluppato e codificato, suddividendosi a sua volta in sottogeneri che annoverano centinaia di migliaia di cultori ed appassionati. Si hanno così il giallo classico o all’inglese, dove tutta l’azione si gioca su una schermaglia puramente celebrale fra detective ed assassino (o fra autore e lettore); il giallo d’azione (talvolta anche indicato come giallo all’americana) dove i protagonisti sono spesso gangster e la descrizione dell’ambiente sociale dei personaggi, lo sfondo, diviene primario. Sottogenere collegato al giallo classico va considerato anche il romanzo di spionaggio, in cui la trama si incentra su grandi intrighi internazionali che vengono sventati da agenti segreti in servizio più o meno regolare. Ognuno di questi sottogeneri meriterebbe una approfondita trattazione a parte, e per ciascuno di essi esiste già una nutrita bibliografia. Il genere giallo infatti più di ogni altro della narrativa di consumo si distingue per l’enorme varietà di autori e per la diversità di esiti e di valore letterario dei romanzi appartenenti ad esso. Hanno scritto gialli all’inglese tanto Agatha Christie che Jorge Luis Borges, si sono occupati di storie di spionaggio sia Graham Green che Ian Fleming, e risulta assai difficile confinare nel limbo della cosiddetta paraletteratura scrittori come Chandler, Simenon, Vasquez Montalban, Pennac. La nostra attenzione sarà focalizzata su di una serie di romanzi gialli scritti da autori diversi che però hanno la comune caratteristica di aver scelto come ambientazione dei loro delitti immaginari l’evo antico o di aver ripreso alcune tematiche della tradizione classica. Perché ? E quali sono gli aspetti dell’antico che vengono sfruttati in tali romanzi ? Andiamolo a scoprire.

Le radici del giallo ed il pensiero classico
Nessun autore classico, è superfluo dirlo, ha mai scritto dei gialli, almeno nella accezione più rigida del termine. In realtà due sono almeno gli scritti antichi che potrebbero fregiarsi del titolo di gialli, o per lo meno di racconti con indagine: l’episodio biblico di Susanna ed i Vecchioni ed il racconto del Faraone egiziano Rhampsinitus narrato da Erodoto. Nessuno dei due passi, però, si occupa di un omicidio. Tuttavia il giallo, proprio per la sua impostazione severamente razionalista, ha sempre rivendicato una discendenza in qualche modo diretta dal mondo e dalla cultura classica. La stessa impostazione del genere è aristotelica, richiedendo unità di tempo (il delitto avviene il giorno X e da quel momento parte l’indagine che continua senza soluzione di continuità fino alla soluzione), di luogo (centro dell’azione è il luogo dell’omicidio, le indagini si snodano quasi tutte nella medesima città) d’azione (il delitto su cui si indaga è uno solo, gli altri eventualmente sono consequenziali ad esso, quando si scopre il colpevole termina l’azione). La struttura narrativa, poi, si articola in una serie di azioni che fanno salire l’attesa fino allo scioglimento finale, che ha un effetto di una vera e propria catarsi sul lettore. L’investigatore infine ragiona, da Sherlokh Holmes in avanti, secondo criteri rigidamente aristotelici, usando sillogismi per collegare i vari indizi. .

Socrate, l’investigatore
Un rapporto più diretto fra la filosofia antica ed il mondo del giallo viene presupposto da due racconti di Breni James, scrittrice attiva negli anni ’50, che pubblicò sulla Ellery Queen’s Mistery Magazine, in cui l’investigatore protagonista era Socrate e che ricalcano nelle movenze l’impostazione dei dialoghi platonici.

 
Socrates solves another murder (1955).

Nel primo di essi, Socrate risolve un omicidio, comincia il giorno stesso in cui si conclude il Simposio di Platone. Tornando a casa Socrate si trova coinvolto nella morte del pitagorico Tideo, schiacciato da una statua di Eros, ed in quella del di lui amante, Echesicrate, ritrovato impiccato nella sua casa. Socrate per far luce sul duplice omicidio si serve del medesimo metodo di indagine che usa per i dibattiti filosofici, cioè un fuoco di fila di domande, di cui dà l’impressione di conoscere già la risposta :

SOCRATE : Allora, Aletto, chi ci ha preceduti in questa richiesta?
ALETTO : Per l’acqua ? Nessuno
SOCRATE : Può l’acqua purificatrice essere attinta da un pozzo o da altra fonte comune ?
ALETTO : No, deve essere ottenuta da un sacerdote o da una sacerdotessa :
SOCRATE : E c’è qualche altro sacerdote più vicino alla casa di Tideo ?
ALETTO : No. Io sono la più vicina.
SOCRATE : Allora possiamo desumere che l’acqua sia stata ottenuta qui
( ...) ALETTO : Tu hai un demone come consigliere !
ARISTODEMO : O no, Aletto, è come dice Cebe : Socrate può porre una domanda ad una persona in modo tale che ne venga fuori solo la risposta vera  .

Edipo e Roger Ackroyd
Ma, a parte  questi richiami alla tradizione classica, analizzando la procedura standard del plot (cioè della trama) del giallo tipo - delitto, indagine portata avanti tramite una serie di interrogatori condotti dall’investigatore, esame degli indizi e risoluzione finale a sorpresa -  si è giunti a sostenere che almeno un precedente classico  vero e proprio e di tutto rispetto per il giallo ci sarebbe: l’Edipo Re.

“Edipo - scrive Giorgio Galli  - sarebbe stato il primo ad investigare sulla causa del turbamento dell’ordine e della violazione della legge. E se così fosse il plot sarebbe geniale, perché farebbe dell’autore dell’indagine l’autore stesso del crimine. Una sorta di anticipazione dell’Agatha Christie del caso di Roger Ackroyd ”. Sulla affinità fra la struttura dell’Edipo re ed il giallo concorda anche Walter Burkert . Del resto, nessun nume tutelare potrebbe essere più appropriato di questo personaggio mitologico, noto proprio come abile solutore d’enigmi.

La Pizia di Durrenmatt
Forse non sarà allora un caso che proprio uno degli ultimi rimaneggiamenti della leggenda di Edipo sia stato scritto da un autore che, se è riduttivo definire un giallista, certo ha usato spesso e volentieri la forma del giallo per i suoi racconti, ovvero Friederich Durrenmatt. In La morte della Pizia (1976) lo scrittore racconta nuovamente la leggenda di Edipo. La protagonista è la Pizia stessa che, venuta a conoscenza di come il suo antico oracolo, inventato per puro caso, sia divenuto poi realtà, ripercorre a ritroso tutta la storia di Edipo, scoprendo che solo una serie incongrua di circostanze fatali e di intrighi politici ha portato la profezia a compiersi apparentemente. Durrenmatt conclude che “la verità resiste in quanto tale soltanto se non la si tormenta”  ed il mito greco viene usato, e smontato, per dimostrare l’impossibilità di conoscere la verità per l’uomo in un mondo in cui avvenimenti che lui razionalizza attraverso spiegazioni complesse sono in realtà frutto del caso.

Il nome della Rosa e Aristotele
Se La morte della Pizia di Durrenmatt non è propriamente un giallo nel senso rigoroso del termine, ma un racconto di indagine in senso lato in cui la tradizione della logica classica di stampo aristotelico viene stravolta a tutto vantaggio di una interpretazione nichilista, vi è un giallo vero e proprio in cui, in maniera del tutto analoga, la tradizione classica aristotelica viene fatta miseramente fallire nel tentativo di venire a capo di una serie di misteriosi delitti: si tratta de Il Nome della Rosa di Umberto Eco. Il detective protagonista, fra’ Guglielmo da Baskerville (come il “Mastino” di Conan Doyle), è un fine cultore dello Stagirita, che, alle prese con una serie di delitti all’interno di una abbazia, applica rigorosamente le deduzioni razionali agli indizi, salvo scoprire che il meraviglioso castello da lui costruito lo porta ad individuare il colpevole per puro caso :

“Non v’era una trama” disse Guglielmo “ E io l’ho scoperta per sbaglio” L’asserto era contraddittorio e non capii se Guglielmo voleva che lo fosse...” Sono arrivato a Jorge attraverso uno schema apocalittico che sembrava reggere tutti i delitti, eppure era casuale...Sono arrivato a Jorge inseguendo il disegno di una mente perversa e raziocinante, e non vi era alcun disegno, ovvero Jorge stesso era stato sopraffatto dal proprio disegno iniziale e dopo era iniziata una catena di cause e di concause e di cause in contraddizione fra loro, che avevano proceduto per conto proprio, creando relazioni che non dipendevano da alcun disegno... l’ordine che la nostra mente immagina è come una rete, o come una scala, che si costruisce per raggiungere qualcosa. Ma dopo si deve gettare le scala, perché si scopre che, seppure serviva, era priva di senso”

Va detto che nel Nome della Rosa il fattore scatenante dei delitti è il possesso del secondo libro della Poetica di Aristotele: il tentativo di nascondere questo libro spinge all’omicidio Jorge, ex bibliotecario cieco dell’abbazia. E certo una qualche ironia è sottesa alla scelta proprio di un libro di Aristotele come movente per gli omicidi.

Per quanto ambientato dunque nel Medioevo, il libro di Eco riprende il tema della cultura classica e soprattutto il problema della riattualizzazione del pensiero classico in epoche seriori.

Nel giallo contemporaneo, dunque, la tradizione di infallibilità della logica aristotelica classica, che la James giustamente individuava come la matrice da cui il giallo si sviluppa (e Socrate a buon diritto è il padre di tutti gli investigatori), si presenta incrinata, non più sufficiente a spiegare e chiarire i comportamenti umani.  Questi gialli antiaristotelici e fatalisti sono figli della polemica filosofica contemporanea. Il nichilismo, beffardo e senza speranza in Durrenmatt, più mediato in Eco, vince la razionalità  degli antichi. La catastrofe -  e si usa volutamente un termine aristotelico - dell’omicidio non è più spiegabile razionalmente, né imputabile ad un fato predeterminato e quindi, in qualche maniera, logicamente ricostruibile almeno a posteriori dalla razionalità dell’essere umano, ma dipende dal puro caso che concatena circostanze diverse ed imprevedibili.  Siamo, per il giallo, pericolosamente vicini al punto di non ritorno, giacché il genere per sua natura richiede alla fine una soluzione razionale. Esattamente come l’indagine filosofica, non a caso alle prese in questa fine di millennio con il medesimo problema.

Il pugnale sotto la toga : il giallo storico e Roma antica
Un sottogenere fortunato del genere giallo è il giallo storico, ovvero una storia di delitti ambientata in una qualsiasi epoca storica passata. Grande autore del genere fu - nel periodo d’oro del giallo all’inglese - John Dickson Carr, che ambientò numerosi suoi romanzi in svariate epoche, dalla fine del ‘600 all’’800. Attualmente le ambientazioni favorite dai giallisti vanno dal periodo vittoriano a quello medioevale, affollato da una serie di scrittori come Ellis Peters o Paul Harding, oltre al già citato Eco, che hanno inventato investigatori quasi sempre in abito talare.

Ma una nuova tendenza di successo fra i giallisti pare essere quella di ambientare i loro misteriosi delitti a Roma antica, in periodi variabili dalla Roma dei Giulio Claudi a quella dei Flavi, da quella degli Antonini a quella dei Severi.

La scelta di Roma antica per delitti d’epoca è una moda relativamente recente, che si può far risalire all’incirca all’inizio degli anni ’90. Prima di questa data gli unici gialli ambientati nell’antichità risultano essere C’era una volta (Death comesat the End, 1941), di Agatha Christie, che si svolge ai tempi dell’Egitto faraonico, ed una serie di racconti di Wallance Nichols, scritti negli anni ’60 ed aventi per protagonista lo schiavo investigatore Sollius, operante alla corte di Marco Aurelio e Commodo. Non si può escludere che la possibilità di scegliere come sfondo la Roma dei Cesari sia stata favorita anche dalle evoluzioni del costume nella nostra società: l’ambientazione in un mondo in cui le categorie della morale, specie di quella sessuale, erano molto più ‘aperte’ sarebbe risultata difficile da far accettare al pubblico per un giallista degli anni ’20 o ’30, periodo in cui le mistery stories si segnalavano per il moralismo conservatore.

Il mondo antico in questa serie di romanzi viene tratteggiato in generale con una certa sapienza. Gli autori dimostrano di essersi informati sulla vita quotidiana dell’antica Roma, di cui conoscono bene usanze, vezzi e tipografia. Frequentemente durante il racconto inseriscono pause in cui spiegano ai lettori lo svolgimento di feste o cerimonie particolari della vita romana. Roma, inoltre, fu la grande e vera metropoli dell’antichità, ed anche questa caratteristica la favorisce per essere scelta come sfondo. Il giallo ha fra le sue peculiarità quella di essere un genere essenzialmente metropolitano. Roma antica può essere considerata la proiezione per il mondo classico di quello che Londra e Parigi furono per il giallo della fine dell’Ottocento. Roma, ombelico del mondo in cui si incrociavano tutte le razze, in cui confluivano le ricchezze di tutto l’impero e nel cui senato si discuteva, fra congiure ed intrighi, le sorti dell’orbe, è dunque lo scenario più adatto per ogni tipo di giallo, da quello classico a quello di spionaggio. Essa presenta così tante affinità con il mondo moderno al lettore viene richiesto solo il minimo sforzo di assorbire qualche nozione specifica, peraltro fornita graziosamente dagli autori, per poi godersi un ennesimo esempio del suo genere preferito.

Publio AurelioStazio, un bravo ragazzo
Prendiamo in considerazione ad esempio i romanzi di Danila  Comastri Montanari. L’autrice ha esordito nel 1990 con un giallo dal titolo Mors tua, cui sono seguiti in rapida successione altri quattro romanzi (In Corpore Sano, Cave Canem, Morituri te salutant, Parce sepulto). Il protagonista della serie è il senatore Publio Aurelio Stazio, patrizio romano colto, bello, ricco, moderatamente libertino e con la spiccata tendenza ad inciampare in cadaveri. L’ambientazione è sotto il regno dell’imperatore Claudio, di cui Aurelio Stazio è stato allievo, quando ancora lo zoppo rampollo dei Giulio Claudi era uno studioso grigio e balbuziente sbertucciato da tutta la famiglia. I luoghi in cui la Comastri ambienta i suoi delitti sono quelli topici di Roma antica: le domus della nobilitas, il circo e le scuole dei gladiatori, le ville della Campania, la scuola di retorica.
 
Le sintesi e le anteprime dei libri di Danila Comastri Montanari

Oltre che da studi sulla vita di Roma antica, la Comastri Montanari si fa influenzare anche, evidentemente, da fonti che con l’antichità non hanno a che fare. Il suo ritratto dell’imperatore Claudio, considerato un monarca saggio, uno studioso in fondo simpatico, risente, più che delle fonti coeve, della lettura delle due biografie romanzate di Claudio scritte da Robert Graves, Io Claudio e Il divo Claudio. Presi invece in pieno dalla commedia latina sono i due servi che si occupano del senatore Stazio. La società romana della Comastri è una società quasi identica a quella in cui siamo abituati a vivere, ed i personaggi che Aurelio Stazio frequenta sono tipi dei giorni nostri in abiti antichi.

Nel corso delle sue numerose indagini il senatore interroga una mima che viene descritta come una pornostar dell’epoca; in In corpore sano l’antagonista di Aurelio è la greca Mnesarete, donna medico, coinvolta in una sordida storia di aborti clandestini; in Cave Canem il senatore smaschera la colpevole e scopre uno scambio avvenuto in fasce tra due neonati intuendo con qualche millennio di anticipo le leggi della genetica di Mendel; in Parce Sepulto, infine, Stazio ha come contraltari sia Giunia Irenea, matematica greca di costumi assai liberi, sia Elio Corvino, affarista e banchiere spregiudicato che in quanto a sete di denaro non  risulterebbe secondo a nessuno speculatore di Wall Street.

Il senatore Stazio, che ha tutte le stigmate dell’eroe di feuilleton e come tale rimane, in buona sostanza, un ‘bravo ragazzo’, dimostra per molti argomenti una sensibilità tipica da ventesimo secolo: così, ad esempio, quando scopre, per caso, di essere proprietario di insulae malsane e cadenti le fa rimettere prontamente a nuovo, si preoccupa dell’educazione di due ragazzini poveri che incrocia, si comporta in modo politicamente corretto con gli appartenenti alle minoranze etniche (infatti intrattiene rapporti di amicizia con un mercante ebreo che gli affida l’indagine per la morte della figlia) e religiose (si imbatte persino in una comunità cristiana, che naturalmente rispetta),  tratta umanamente e libera in blocco l’intera sua familia urbana e, nonostante si connoti come un instancabile seduttore, rimane rigidamente eterosessuale.

Il pigro Ponzio Epafrodito
Altro autore di gialli togati è il catanese Rosario Magrì. La Roma in cui ambienta la serie dei suoi romanzi (due fino ad oggi, La Statua d’oro del 1984 e Il sale in bocca del 1990) è quella dei Severi. Protagonista delle indagini è Ponzio Epafrodito, comandante dei vigili di Ostia, un cinquantenne pigro e disincantato, sostanzialmente indifferente alle beghe del potere. Le sue avventure, più che alla categoria del giallo classico, vanno ascritte a quella del romanzo di spionaggio o d’intrigo internazionale. Il capo dei vigili si trova invischiato ad esempio, ne Il sale in bocca, in una oscura vicenda di profezie etrusche e cerca di recuperare un amuleto cui danno la caccia Giulia Domna, Caracalla, Geta, l’ultima discendente della gens Tarquinia, e un Arabo commerciante d’incenso agente dei Parti. Sostanzialmente identiche nell’impostazione anche le avventure di Marco Didio Falco, detective privato vero e proprio nella Roma di Vespasiano, eroe di diversi romanzi della giallista inglese Lindsey Davies (Le miniere dell’imperatore, 1989, cui fanno seguito, non ancora tradotti in italiano: Shadow in Bronze, 1990; Venus in Copper, 1991; The Iron Hand of Mars, 1992; Poseidon’s Gold, 1993).  

                          

Spie e complotti al tempo di Cesare
Sempre al filone del giallo di spionaggio va ascritto anche S. P. Q. R. di John Maddox Roberts (1990). Il romanzo è ambientato negli ultimi anni della Repubblica. Il protagonista, il giovane Decio Cecilio Metello, un vigintiviro alle prime armi, indagando sulla morte di due liberti scopre una congiura per rovesciare i consoli in carica che coinvolge Crasso, Pompeo, Giulio Cesare, Ortensio Ortalo, Publio Clodio ed ha come mente ispiratrice Clodia, ambiziosa e sfrenata dark lady dei sette colli. Fugaci apparizioni sono riservare a Cicerone e a Milone, qui avventuriero appena giunto nell’Urbe, che aiuta e salva Cecilio Metello da un agguato di Clodio. Maddox Roberts, scrittore di libri fantasy noto per essere il continuatore della saga di Conan il Barbaro, ha scritto altri quattro romanzi ed un racconto che hanno per protagonista Cecilio Metello e lo seguono per tutta la sua carriera: The Catiline Cospiracy (1991), The Sacrilege (1992), The temple of the Muses (1992), Saturnalia (1993) e Mightierthan the sword  (1996).
Le trame, come si nota, sono assolutamente analoghe a quelle dei gialli ambientati nella nostra epoca. Unica caratteristica interessante nei due ultimi plot riassunti è la analogia della scelta come personaggi ambigui (agenti dei Pirati cilici o dei Parti) di mediorientali, mentre in genere gli ebrei sono connotati positivamente (interpretazione che gli autori non desumono certo da fonti classiche, poiché Greci e Romani furono sempre piuttosto diffidenti verso i discendenti di Mosè).

L’Occidente, analogo di Roma
La tentazione di leggere in ciò una proiezione, probabilmente inconscia negli stessi autori, delle paure che attanagliano il mondo Occidentale di questa fine di millennio, che, nel gioco di alleanze internazionali è legato ad Israele mentre non riesce a scalfire il blocco omogeneo del Mondo Arabo, è forte. Roma in questo caso si connoterebbe come ‘civiltà analoga’ anche in un senso più pregnante.
Caduto il muro di Berlino e terminato l’antagonismo con l’ex blocco Sovietico, l’Occidente, proprio come Roma Antica, si trova a fronteggiare un Medioriente che non riesce a comprendere, ma che non può abbandonare a sé stesso per motivi di sicurezza. Il tipo dell’orientale subdolo ed infido, che dispone di grandi capitali per corrompere e sviare la politica internazionale dell’Occidente a proprio vantaggio, è un cliché già ampiamente presente nella produzione di gialli di spionaggio ambientati nella nostra epoca, e, dopo le Twin Towers, non solo nei libri di spionaggio. In Roma antica tale tipo di orientale può vantare il precedente storico e letterario di alto livello, cioè Giugurta, che sbarcò nell’Urbe convinto che tutto lì si potesse comprare (“Quippe Romae omnia venire in animo haeserat”, Sall. Bell. Iug.  XXVIII, 1) Una ipotesi che gli avidi senatori romani si prodigarono in ogni maniera a confermare esatta.

Atei, agnostici e monaci
Altro tratto che accomuna tutti gli investigatori in toga è il sostanziale scetticismo in materia di fede religiosa. L’investigatore di gialli nasce, abbiamo visto, in periodo positivista e si connota come un razionalista convinto. Tuttavia nessun detective viene mai descritto dagli autori di gialli classici come dichiaratamente ateo (si è già detto che il giallo è un genere di narrativa di consumo, quindi ben raramente gli autori citano particolari che potrebbero offendere o in qualche modo indispettire il loro pubblico): sul problema si glissa. Nei gialli ambientati nel medioevo la totalità degli investigatori appartiene al clero (Guglielmo da Baskerville, fratello Cadfael, fratello Althestan, sorella Fidelma) pur se ad ali particolarmente illuminate ed aperte al razionalismo.
Per alcuni degli investigatori in toga, il problema del rapporto con la religione cristiana non si pone per motivi di ambientazione cronologica. Due almeno sono invece i casi di aperta critica al cristianesimo. Publio Aurelio Stazio è dichiaratamente un epicureo, contrario per principio ad ogni forma di religione repressiva ed insofferente, per quanto rispettoso, alle rigide e per lui assurde regole delle comunità ebraiche e paleocristiane con cui ha a che fare.

“Aurelio nutriva scarsa fiducia nell’esistenza di un dio qualunque, ivi compresi Giove Olimpico e gli altri Numi, ai quali offriva compunti sacrifici nelle ricorrenze prescritte, più per una strana lealtà verso i protettori ufficiali della sua patria che per timore di ritorsioni celesti ; inoltre era convinto che, se gli Immortali fossero esistiti, si sarebbero ben guardati dall’intervenire nelle faccende umane. (Mors tua, p. 41)”

Giovanni l’Eunuco, seguace di Mitra
Credente, ma di Mitra, è invece Giovanni l’Eunuco, gran Ciambellano dell’imperatore Giustiniano, inventato da Mary Reed e Eric Mayer nel racconto Un mistero bizantino (in Tempo di Delitti). Giovanni, incaricato da Giustiniano di ritrovare la reliquia della Croce di Cristo rubata dalla chiesa di Costantinopoli durante le sommosse di Azzurri e Verdi (le fazioni sportive, che non di rado assumevano carattere politico), scopre il colpevole, ma, non potendo ricuperare la reliquia autentica bruciatasi, la sostituisce con un pezzo di legno qualsiasi :

“Perché, in fondo, cos’era quella reliquia se non superstizione ? E in ogni caso, ora gli Azzurri non avrebbero avuto alcun vantaggio soprannaturale, pensò Giovanni l’Eunuco, servo di Mitra e sostenitore dei Verdi, mentre camminava lentamente verso casa.”

E’ ragionevole pensare che tali attestazioni di scetticismo molto spinto, quasi al limite dell’ateismo vero e proprio, siano concesse ai personaggi proprio grazie ai mutamenti intervenuti negli ultimi anni nella nostra società. In un mondo sempre più secolarizzato, aumenta il numero di lettori che si può riconoscere con facilità nel pagano ed incredulo Stazio più che in qualche cristiano suo contemporaneo. Anche in questo caso la narrativa di consumo si rivela, oltre che fonte di svago, anche importante attestazione dei cambiamenti sociali avvenuti nella mentalità della società contemporanea.  

2.    Il fantasy, dalle nebbie del Nord al Mediterraneo classico.

Il genere fantasy, strictu sensu, dovrebbe comprendere unicamente racconti ambientati in un mondo dalla cronologia incerta fra il futuro ed il medioevo ancestrale, i cui protagonisti sono eroi cavallereschi attorniati da un contorno di fate, elfi e gnomi. Esempi classici di romanzi fantasy possono essere considerati quelli di Tolkien, il vero inventore del genere. Il Fantasy si connota quindi come un genere essenzialmente legato alle leggende di ambientazione nordica, e che quindi nulla dovrebbe aver a che fare con la classicità. Tuttavia qui il termine sarà usato in una accezione un po’ più vasta, per comprendere anche una serie di romanzi d’avventura in cui però i protagonisti si trovano ad aver a che fare con avvenimenti legati, ad esempio, all’avverarsi di antiche profezie testimoniate da fonti classiche. Questo tipo di fantasy si pone dunque a mezza via tra il fantasy propriamente detto ed il romanzo d’avventura alla maniera di Jules Verne o Salgari. Inoltre sono comparsi sul mercato anche alcuni romanzi propriamente fantasy, che propongono però come protagonisti i personaggi della mitologia classica, tentando quindi di trasportare l’ambientazione del genere dalle sconfinate plaghe del nord all’ambiente mediterraneo. Proprio come il giallo, anche il fantasy conta centinaia di migliaia di appassionati e non è un genere solamente letterario. Anzi, si può dire che la grande diffusione sia avvenuta grazie al cinema. Infatti in questa accezione larga del termine che qui si propone, vanno considerati come appartenenti al genere fantasy anche, ad esempio, i film della trilogia di Indiana Jones, che hanno goduto di un successo planetario.

Il lato oscuro della classicità.
Romanzi d’avventura che si rifacciano a suggestioni dell’antichità non sono certo una novità nel panorama della narrativa di consumo. Da sempre il mistero emanato da antiche maledizioni, città scomparse e tombe profanate è alla base di racconti, romanzi e fumetti. Tuttavia questi scritti raramente si occupavano di misteri riguardanti direttamente il mondo greco o latino. Dai Racconti del terrore di Arthur Conan Doyle all’Atlantide di Pierre Benoît (e all’Isola Misteriosa di Jules Verne) l’attenzione degli autori ha preferito indirizzarsi o verso il mondo egizio, pullulante di maledizioni di faraoni, mummie assassine e quant’altro, o verso il mito di Atlantide continente perduto, che, seppure inventato da Platone, si era arricchito di mistero nel corso dei secoli e comunque riguardava pur sempre una civiltà diversa da quella greca classica.

La renitenza a riprendere alcuni temi direttamente dal patrimonio mitico e storico della classicità, che pure non manca di spunti, era probabilmente dovuta all’immagine eccessivamente razionalistica che per lungo tempo si è avuta della società greca e romana.  Illuminante per quanto riguarda questa falsa immagine che era diffusa dell’antico è un passo di Eric Dodds :

“Qualche anno fa, al Museo Britannico, mentre osservavo le sculture del Partenone, un giovane mi si avvicinò e mi disse con aria preoccupata : “Quel che vi confesso è un’enormità, lo so, ma questa roba greca non mi commuove affatto.” “Molto interessante” risposi “ Saprebbe forse definire le ragioni di questa indifferenza ?” Rifletté un paio di minuti e poi : “ Be’ non so se mi spiego : è tutto così tremendamente  razionale!”...Ad una generazione che ha educato la propria sensibilità sull’arte africana o azteca, sulle opere di uomini come Modigliani o Henry Moore, l’arte dei Greci e la cultura greca possono apparire prive di senso di mistero, incapaci di penetrare gli strati più profondi e meno coscienti dell’esperienza umana..”

Lo stesso Dodds si incaricò poi di indagare proprio i lati oscuri dell’antico, dimostrando quanto di irrazionale vi fosse sotto alla superficie apparentemente levigata della società antica.  Non è escluso che questi lavori abbiano contribuito ad aprire la strada agli scrittori fantasy, che infatti paiono andar a cercare per scrivere le loro opere proprio questi aspetti irrazionali, barbarici verrebbe da dire, della classicità stessa.

Valerio Massimo Manfredi, tra miti antichi e complotti moderni
Se già nei gialli ambientati nella Roma antica vi è la tendenza a descrivere i culti più strani praticati nell’Urbe, tale fascino per le leggende fosche domina nei romanzi fantasy e d’avventura di Valerio Massimo Manfredi, antichista e scrittore.
Manfredi tende a scegliere come punto di partenza per le sue trame i ‘buchi neri’ della tradizione classica, ovvero profezie oscure, varianti poco note di saghe conosciutissime, informazioni marginali di scrittori come Plinio o Erodoto. In Palladion si riprende in mano la confusa leggenda, piena di varianti contraddittorie, del Palladio di Troia. La trama complessa  che si svolge ai giorni nostri finisce col coinvolgere i Bronzi di Riace, e assume i tratti di una spy story mitologica.Sempre ambientato nel presente è L’Oracolo. Il romanzo prende le mosse dalla profezia di Tiresia ad Ulisse riguardante l’ultima odissea del re itacense, un viaggio terrestre che Ulisse per destino dovrà compiere prima di poter morire serenamente. Ma il fato di Ulisse si incrocia al destino di un giovane studioso, la cui vita viene sconvolta dal colpo di stato in Grecia, durante il quale muore la giovane di cui è innamorato. Per vendicarne l’omicidio, lo studioso inizia una serie di vendette, che vengono scandite al ritmo di passi di profezie contenute in autori classici. Suo collaboratore diviene un misterioso personaggio dalle molte identità, che alla fine si rivela come lo stesso Ulisse, mai morto e deciso a sfruttare, con la sua consueta astuzia, il piano del giovane per portare a termine il viaggio pronosticatogli da Tiresia millenni addietro.

Fra l’antichità e gli anni Trenta si svolge invece la trama de La torre della Solitudine, in cui un giovane archeologo, un monsignore astronomo coadiuvato da Guglielmo Marconi, la regina di una tribù africana sono tutti alla ricerca di una misteriosa torre che riceve ancor più misteriosi segnali dallo spazio profondo. Loro unica guida alcune annotazioni sul popolo dei Blemmi di Plinio ed il confuso memoriale di un aruspice Etrusco.
Fantasy vera e propria invece può essere considerato il romanzo Le Paludi di Esperia, in cui si rinarra la leggenda di Diomede, esule in terra italica, operando una collazione fra informazioni provenienti dalle fonti classiche (Odissea, scoliastica, accenni di Licofrone, frammenti di storici minori) e i dati delle più recenti scoperte archeologiche.
Della chiara razionalità antica che tanto annoiava il giovane interrogato da Dodds, come si vede, resta poco. Il mondo di Manfredi pare discendere in linea retta dalle necromanzie della maga tessala di Lucano, o da tutta quella tradizione di racconti orrorifici, visioni di fantasmi e narrazioni di prodigi strani di cui Luciano si faceva aperta beffa nel suo Incredulo. Siamo esattamente nello stesso mondo in cui opera il personaggio forse più famoso di Steven Spielberg, Indiana Jones, archeologo e studioso, non a caso, di esoterismo. Dei tre film che hanno per protagonista il personaggio (I Predatori dell’Arca Perduta, Indiana Jones ed il tempio maledetto, Indiana Jones e l’ultima Crociata), due toccano di striscio il mondo classico, essendo Indiana Jones impegnato nella ricerca della mitica Arca dell’Alleanza nel primo, e dell’altrettanto mitico Santo Graal nel terzo.  Anche qui ciò che del mondo antico affascina sono i lati esoterici, ovvero quei misteri che, sfiorando il soprannaturale, non sono spiegabili attraverso le razionalità pura e semplice.

Un Hercules debole in storia
L’antico descritto dunque da Manfredi e Spielberg sembra rispondere bene alla richiesta di un mondo classico più barbarico, oscuro, esotico. Sulla stessa linea pare muoversi anche la più recente rilettura televisiva della mitologia greca, la serie di telefilm Hercules prodotta da Sam Raimi e trasmessa anche in Italia.  Le storie della mitologia qui sono ridotte a puro pretesto. Si ha l’impressione che gli sceneggiatori conoscano poco o nulla delle leggende che tentano di citare, dopo averne sentito forse vagamente parlare. A parte Hercules e Iolao, persino l’onomastica dei personaggi è quasi del tutto casuale ed anellenica. Della leggenda originale resta, almeno per un certo numero di puntate, l’antagonismo fra Hercules e Giunone. Ma poi la sceneggiatura vira verso il fantasy e s’imbastarda con elementi nordici, per cui Hercules combatte con gli dei del Wahalla, ha avventure nell’Irlanda degli Elfi, incrocia Merlino e re Artù, coadiuvato da un’amazzone, Xena, protagonista a sua volta di una serie di telefilm in proprio.

Il target cui questi prodotti si rivolgono è chiaramente un mercato americano in cui la percezione e la stessa conoscenza della mitologia greca è al di sotto di qualsiasi soglia minima. Hercules, muscoloso supereroe che ricorda più che altro gli eroi del wrestling, con i suoi occasione aiutanti talvolta incontra anche personaggi storici, come Cleopatra, Cesare, Antonio ed Augusto. A parte l’assoluta fantasiosità della cronologia, non è un caso che tali personaggi siano gli unici abbastanza noti anche ad un pubblico statunitense medio basso, in quanto pur sempre protagonisti di tragedie di Shakespeare. Insomma, è la cultura (scarsissima) del pubblico che determina, al di là di qualsiasi lettura più sofisticata, chi mandare in scena. Al contrario di quanto avveniva, anche con troppa ingenua pretenziosità, nei Kolossal hollywoodiani dell’età d’oro che volevano almeno tentare di erudire i propri spettatori, qui l’unica cosa che si cerca è di tenerli davanti al teleschermo. Hercules è solo una versione più antica dell’Incredibile Hulk.

3.    Suggestioni didattiche

A lezione di metodo
Prima ancora di occuparci del suo contenuto, è il genere giallo in quanto tale che stabilisce una forte relazione con la narrazione storica, e quindi con la didattica. Lo illustra bene Ellen O’ Gorman, nel suo raffronto serrato fra racconto storico e racconto giallo. Entrambi (lo storico e lo scrittore) seguono strategie parallele e perseguono obiettivi analoghi (O’Gorman, 1999, pp. 20 s). Infatti, entrambi:

-    Cercano la soluzione di un enigma
-    Ci riescono attraverso il vaglio di evidenze materiali e l’accurata interrogazione di testimoni
-    Lavorano sotto un solo padrone: la verità

Il giallo (scrive bene O’Gorman) più che la storia del passato (il crimine) racconta la storia della sua scoperta. Paradossalmente, quindi, è più trasparente del racconto storico, che, molto spesso (e nei manuali sempre), tiene nascosto il percorso di ricerca. Paradossalmente ancora, il grande pubblico (e gli allievi in particolare) possono prendere conoscenza di questo percorso e osservare come funzionano le sue “regole di ragionamento”, più leggendo un romanzo giallo che un testo di storia. E’ come se l’autore della comunicazione storica “snobbi” la rivelazione delle sue “regole per pensare”, che tende a considerareun affare interno alla sua comunità. Le valuta una sorta di storia di secondo grado, rispetto alla “scoperta” che gli preme comunicare. Le estrapola, magari, e le presenta a parte, in una prefazione metodologica o le nasconde nel sottosuolo delle note a piè pagina. Al contrario, il giallista fonda la sua comunicativa proprio sul racconto del percorso. I suoi errori, gli intoppi, le fonti, le obiezioni, le scoperte, le avversità e la soddisfazione della scoperta finale sono precisamente il sale della vicenda che racconta.
Ma c’è un secondo parallelismo, non meno interessante, che la studiosa mette in rilievo analizzando i racconti dei gialli “hard boiled”, i cui protagonisti appaiono, a prima vista, quanto più distanti dal pacioso mestiere dello storico. Philip Marlowe e colleghi, infatti, sono detective fortemente implicati nelle storie che vivono, esattamente come lo storico (dice Ellen O’Gorman): ma anche in questo caso, mentre lo storico tende a contenere (se non a occultare) questo suo coinvolgimento, l’autore del giallo ne fa un elemento di forza della sua narrazione.

Questa analogia storiografica disegna il primo campo operativo didattico, quello che dell’apprendimento delle regole del ragionamento storico, cosa che nella vulgata scolastica passa col nome di “metodo storico”. E’ un’analogia che già (sulla scorta delle notissime indicazioni di Carlo Ginzburg) molti manuali suggerivano, soprattutto nelle prime pagine, quando si illustra ai ragazzi il “mestiere dello storico”. Sono sempre stato convinto che queste pagine (per quanto gli editori mi obblighino pressantemente a scriverle) non siano di grande utilità, studiate come sono al principio dell’anno, quando ancora l’allievo non si è fatta un’idea accettabile di storia. Il racconto giallo, allora, con la sua capacità di appassionamento, può fornire il destro per mettere a fuoco la trafila del lavoro del detective, e quindi dello storico.

Veniamo ai contenuti
Tanto più, e veniamo al caso specifico, se il giallo è di argomento storico. In questo campo la letteratura didattica anglosassone è molto ricca di esempi e di rilievi critici.

Grant Rodwell, uno studioso autraliano, ne ha fatto oggetto di una lunga ricerca, con esempi, pratiche e riflessioni. Sfortunatamente per noi, il suo è un lavoro strettamente legato ai problemi didattici del suo paese, e in particolare al cruccio di integrare la storia dei nativi nella “grande storia”, quella dei bianchi. Mi interessa, però, cogliere il suo entusiasmo per un metodo di lavoro che fa largo uso di romanzi storici. Rodwell sostiene che questa letteratura aiuta gli allievi a comprendere in profondità i fatti del passato, li appassiona e trasforma il passato in un “presente esteso” (Rodwell 2013, pp. 231 ss). Egli oppone il romanzo storico al racconto manualistico. Secondo i docenti (così riferisce), i manuali raccontano di “forze astratte e impersonali”, al contrario dei romanzi che presentano figure concrete e vive. Un’opinione diffusa, questa, che la dice lunga sulla considerazione dei manuali presso gli insegnanti di tutto il mondo. Aggiungono Tomlinson, Tummels e Richgels (p. 102), anche lorocontrapponendo fiction e libri di testo: “i manuali sono un deposito di informazioni che gli studenti memorizzano senza sviluppare giudizi e prospettive”.

Anche Keith Barton, uno studioso americano particolarmente attento alla funzione civile dell’apprendimento storico, conviene con la bontà dell’idea di usare la narrativa storica. Ne sottolinea, però, alcuni aspetti critici. Lo studente, avverte, si lascia prendere dalle storie, più che dalla storia. E’ attratto dall’intreccio, dalla sequenza degli eventi. Si fa catturare dai personaggi. Questa partecipazione emotiva rischia di attenuare le osservazioni critiche e l’analisi dei contesti, che spesso sono quelli che più si prestano ad un collegamento con la storia. Problemi seri, dunque, ai quali fa riscontro un vantaggio straordinario, dato dal fatto che una storia romanzata sollecita a pensare alle alternative, e quindi a distaccarsi da una storia mnemonica, fatta di sequenze obbligate di fatti. “Le storie, conclude, possono motivare fortemente a cercare il senso delle cose, ma i discenti devono contrastare la tendenza (…) a credere acriticamente in quello che leggono”.

La potenza evocativa e dei romanzi storici, dunque, è profondamente ambivalente. Da una parte surroga la freddezza della storia manualistica e appassiona il lettore; dall’altra, proprio il forte coinvolgimento attiva atteggiamenti di credulitàeccessiva, che contrastano con quell’acquisizione dello spirito critico, che ogni insegnante considera un portato specifico dell’apprendimento storico.

L’empatia
Dichiara un’insegnante, intervistata da Barbara K. Stripling,  nel corso della sua ricerca nella quale ha sperimentato l’uso combinato di racconti storici e di fonti primarie:“Non voglio costruire una mentalità “noi contro gli altri”. Voglio che gli studenti capiscano come le cose accadano, perché la gente faccia determinate cose, perché la gente prenda certe decisioni nel contesto del suo tempo”. Si parla di “empatia”, uno degli obiettivi certamente congruo con l’uso della fiction.
La ricercatrice ne richiama le due facce. L’empatia cognitiva, cioè la capacità di calarsi nelle vesti di un determinato personaggio, di capire i suoi punti di vista, di intuire la molteplicità delle scelte a sua disposizione e di rivivere il suo contesto storico. Ma c’è anche l’empatia emozionale, cioè la capacità di interpretare i sentimenti del personaggio, di comprendere i suoi sentimenti e di identificarsi con lui (2011, pp. 184 s): e, come nel caso della ricerca in questione, di saper rapportare correttamente alle fonti le congetture elaborate a partire dal romanzo.

Sette buone ragioni per usare i romanzi storici
TarryLindquist, una maestra eletta come“insegnante ideale” dal National Council for Social Studies, ha riassunto le ragioni per le quali  “insegna storia con i romanzi storici”. La narrativa storica, secondo lei:

1.    Sollecita la curiosità dei ragazzi
2.    Mette i ragazzi allo stesso livello, quelli bravi in storia e quelli poco studiosi
3.    Insiste sui dettagli di vita quotidiana
4.    Immerge i ragazzi dentro la storia
5.    Presenta la complessità della storia, le scelte dei personaggi
6.    Promuove la molteplicità delle prospettive, i differenti punti di vista
7.    Integra bene gli studi sociali nel curricolo

C’è un “ma”: non tutti i romanzi storici si prestano a questo lavoro. Lindquist ne elenca le caratteristiche indispensabili. Seleziona storie:

1.    ben raccontate, non in conflitto con la documentazione
2.    che presentano personaggi realistici
3.    che descrivono contesti autentici
4.    e criticano stereotipi e luoghi comuni

La ricerca su didattica e racconto storico
Come si vede, la selezione è rigorosa. Delle opere viste sopra, ad esempio, rimarrebbero solo i racconti polizieschi, mentre – tra le opere di fantasy – occorrerebbe scegliere con oculatezza. Mi sembra, oltretutto, che una ricerca volta a selezionare opere utilizzabili in classe, all’interno della narrativa storica disponibile in Italia, richiederebbe tempo e investimenti. Qui, si palesa la profonda differenza fra il nostro paese e altri mondi. Da noi, la ricerca del materiale e delle strategie di uso sono demandate alla bravura e alla buona volontà del docente. Oltreoceano, invece, sono supportata da istituti di ricerca e da regole per la ricerca.

Eric e Robin Groce (2005) partono dal principio che, proprio perché il compito del docente è quello di fornire informazioni valide sul passato, è necessario dotarsi di criteri precisi e sicuri, per scegliere i romanzi storici e per utilizzarli. Occorre, concludono, disporre di una definizione corretta di “narrativa storica”; stabilire regole precise per la selezione; individuare le regole per l’uso e certificarle; consegnare al docente il knowhow didattico necessario.

Biblioteche a disposizione delle scuole

 
Una storica locandina del Children Book Council (1921) e alcuni romanzi storici consigliati per il 2014 

Il docente non è solo in questo lavoro. Il Children Book Council  è un’associazione no-profit nordamericana, che opera fin dal 1919. Riunisce le maggiori case editrici (dalla Walt Disney, alla Penguin, a National Geographic) e, dal 1972, offre agli insegnanti una lista di romanzi storici utilizzabili in classe. L’Associazione dei Librai americani (ALA) pubblica ogni anno una lista di libri “notevoli”, classificati per età (giovani, medi, grandi, e tutte le età). Lo Smithsonian Institute raccoglie e consiglia libri di avventure storiche, anche questi classificati per età. Fra questi, ho trovato un mistery – Chi sono io? –ambientato durante la guerra civile, costruito in forma di gioco/enigma, nel quale l’allievo, a partire da elementi storici (foto, documenti, oggetti, informazioni), deve ricostruire un personaggio del tempo. Il libro è dotato di suggerimenti didattici per il docente, con le indicazioni per inserirlo all’interno degli standard (i programmi).

La pratica didattica. Un esempio
Trovo, in una lunga e accurata messa a punto di Sarah K.Herz, un modello di attività che può essere riprodotto anche in una classe italiana. Ne faccio un adattamento, dividendo il lavoro in tre fasi: lettura, ricerca e discussione.
Lettura (individuale): dopo aver studiato un certo periodo, si assegna il racconto di fiction in lettura a tutta la classe. Sarà, ovviamente, un racconto ambientato nel periodo studiato.

Ricerca (in gruppi): a ciascun gruppo si assegna un compito: analizzare il contesto, i personaggi, la vicenda: la griglia di ricerca viene indicata di seguito). Questa fase serve agli allievi per analizzare l’opera, da un punto di vista, che permetta un ragionamento storico.
Discussione (collettiva):  con la guida del docente, la classe elabora un giudizio sintetico sul libro. Di seguito presento l’elenco delle domande, che il docente ha presenti, per guidare la discussione (eviterei di ucciderla somministrandole per iscritto).

Griglie di analisi (per il lavoro di gruppo)
Primo gruppo: Contestualizzazione

a. L’autore ha descritto accuratamente il periodo?
b. Elenca dei dettagli che descrivano aspetti che si riferiscono al periodo studiato: luoghi, mezzi di trasporto, costumi e vestiti, vita urbana o rurale, abitudini religiose o sociali.
c. Ci sono dettagli autentici sull’ambientazione?
d. L’ambientazione è compatibile con il periodo? Riporta dei dettagli.

Secondo gruppo: Personaggi

a. Riconosci qualche personaggio storico? elencali.
b. Le figure storiche appartengono al periodo indicato?
c. Controlla il racconto con i dati del manuale: i personaggi sono precisi?
d. Ci sono personaggi inventati?
e. Elenca i tratti negativi e positivi di almeno quattro personaggi. Riporta i brani che ne parlano.
f. Spiega come i personaggi si inseriscono nell’ambientazione storica.
g. I personaggi storici sono importanti nella trama del racconto?

Terzo gruppo: la vicenda

a. La vicenda è costruita intorno a qualche fatto storico specifico?
b. I personaggi partecipano a qualche fatto storico ben conosciuto?
c. Il conflitto intorno al quale la vicenda è costruita è fittizio o reale?

Guida per la discussione (per l’insegnante)

a. Perché l’autore ha scelto di inserire questo particolare storico nel suo racconto?
b. L’autore ci rivela dei particolari della storia o dei personaggi che non conoscevate?
c. Possiamo considerare questo un racconto storico?
d. Questo racconto è ben fondato su fonti storiche?
e. Conoscendo la definizione di “romanzo storico”, potete considerarlo tale?
f. di quali condizioni sociali l’autore parla?
g. quali sono i commenti che l’autore fa su queste condizioni sociali?
h. Le condizioni sociali illustrate nel racconto possono essere messe in relazione con le nostre?
d. I personaggi rivelano qualcosa del tema sociale di fondo del racconto?
e. Il racconto ci fa capire qualcosa delle condizioni sociali e dei problemi del tempo?
f. Da questo racconto vengono fuori opinioni diverse sul periodo?

4.    Bibliografia

Narrativa

ASHLEY, M. ( a cura di),Tempo di Delitti,  Milano,1996
CHRISTIE, A.,L’assassinio di Roger Ackroyd, Milano, 1986. Il libro in Italia è noto anche con il titolo di Dalle nove alle cinque.
CHRISTIE, A.,C’era una volta, Milano, 1988
COMASTRI MONTANARI, D.,Mors tua,  Milano, 1990
COMASTRI MONTANARI, D.,In corpore sano, Milano, 1991
COMASTRI MONTANARI, D.,Cave Canem, Milano, 1993
COMASTRI MONTANARI, D.,Morituri te salutant, Milano, 1995
COMASTRI MONTANARI, D.,Parce sepulto, Milano, 1996
DAVIES, L.,Le miniere dell’imperatore,  Milano, 1994
DODDS, E.,I Greci e l’irrazionale, Firenze, 1978
DURENMATT, F.,La morte della Pizia, Milano, 1988
ECO, U., Il Nome delle Rosa,  Milano, 1980
ECO, U.,Dieci modi di sognare il Medioevo, in  Sugli Specchi ed altri saggi, Bompiani Milano, 1985 pp.78-89
ECO, U., L’abduzione di Uqbar, in Sugli Specchi ed altri saggi, cit., pp.161-172
GALLI, G., La politica dietro il giallo,  prefazione a E. Mandel,Delitti per Diletto, storia sociale del romanzo poliziesco, Milano 1990
MADDOX ROBERTS, J.,S.P.Q.R., Milano, 1994
MAGRI’, R.,Il sale in bocca, Milano, 1990
MAGRI’, R.,La statua d’oro, Milano, 1984
MANDEL, E.,Delitti per Diletto, storia sociale del romanzo poliziesco, Milano 1990
MANFREDI, V.M., Palladion, Milano 1985
MANFREDI, V.M.,  Lo scudo di Talos, Milano, 1988
MANFREDI, V.M., L’oracolo, Milano, 1990
MANFREDI, V.M.,Le paludi di Hesperia, Milano, 1994
MANFREDI, V.M.,La torre della Solitudine,Milano, 1996
MC CULLOUGH, C., I giorni del potere, Milano, 1990.
JAMES, B.,Socrate risolve un omicidio, in Tempo di Delitti, a cura di M. Ashley,  Milano,1996, pp. 36-42

Didattica

BARTON, K., A Balanced and Critical Approach to Historical Fiction,http://teachinghistory.org/issues-and-research/roundtable-response/25287
GROCE E., GROCE R., Authenticating Historical Fiction: Rationale and Process, in “Educational Researche and Perspectives”, 32, 1, 2005
HERZ, S.K, Using Historical Fiction in the History Classroom, http://www.yale.edu/ynhti/curriculum/units/1981/cthistory/81.ch.10.x.html
LINDQUIST T., Seven Reasons I Teach With Historical Fiction, http://www.scholastic.com/teachers/article/why-how-i-teach-historical-fiction#Pocahontas
MARTIN D., Exploring Historical Fiction, http://teachinghistory.org/teaching-materials/ask-a-master-teacher/25626
RODWELL G., Whose History? Engaging History Students through Historical Fiction, Univ. Of Adelaide Press, Adelaide 2013, reperibile online
STRIPLING. B. K., Teaching the Voices of HistoryThroygh Primary Sources and Historical Fiction: A Case Study of Teacher and LibrarianRoles, iSchool Information Science and Technology - Dissertations. Paper 66, http://surface.syr.edu/it_etd
TOMLINSON, C., M., TUMMEL, M.O,  RICHGELS, D., J., The Content and writing of History in Textbooks and trade Books, in Tunnell, M., Ammon, eds, The story if our seves: Teaching history trhough children’s literature, Porrtsmouth, 1993

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