di Diletta Fornaciari, Marta Pisani, Elisa Venir, Cristiano Zanin

 

Con una nota metodologica di Chiara Fragiacomo e Antonella Rotolo.

Questo è il racconto vincitore del concorso “Che Storia!”, del quale Historia Ludens ha dato notizia a parte, e che pubblichiamo per gentile concessione degli organizzatori.

 

Naša zemlja, dragocena skrinja,
Nosi rdeče vrezan pentagram.
Glejte, to je magična svetinja!
Da bi zlo zatrl in rešil hram,
zarotilec bese z njo zaklinja.

Questa terra nostra, scrigno prezioso,
porta scolpito un rosso pentagramma.
Ecco questa magica reliquia!
Per soffocare il male e salvare il tempio
con essa l’esorcista i demoni scongiura.

Edvard Kocbek (1904-1981)

 

Buio. È tutto ciò che vedo da ormai non so quanti giorni: il tempo ha cessato di scorrere, ho solo la certezza che sia ancora il 1945, il freddo mi penetra nelle ossa e la fame mi annebbia la vista. Ero pienamente consapevole che prima o poi questo sarebbe stato il mio destino, ma mai avrei creduto si sarebbe rivelato così logorante per la mia persona. La cella umida è soffocante e molto piccola, più simile ad una bara che a un ricettacolo per viventi in cui è impossibile rimanere sano di mente: non ci sono finestre, il che rende difficile distinguere il giorno dalla notte, anche se immagino sia giorno; non sento quei maledetti suoni che mi tormentano quando cala la sera: lamenti strazianti e urla bestiali, pianti in sloveno, croato e italiano, malamente coperti dall’abbaiare dei cani aizzati, dalle stazioni radio tedesche e dai motori delle loro camionette.
Tra poco sentirò l’insostenibile odore di carne bruciata che accompagna le prime ore di ogni mattina, accrescendo l’angoscia per il mio inevitabile destino.

Il mio pensiero è bloccato su queste umide assi che mi fanno da letto, mi si gela la pelle e la sporcizia impregna i miei vestiti, tormentando la mia schiena già martoriata dai bastoni della Polizeihaftlager. Il malessere fisico nutre la mia in-sonnia e le notti sono interminabili: rigiro tra le mani questa stella rossa, simbolo dei valori per cui ho combattuto, e allo stesso tempo causa di tutti i miei mali.
Mi hanno preso alla fine dell’inverno mentre combattevo con i compagni della brigata Gortan.
Eravamo stati inviati in aiuto ai compagni italiani che avevano occupato Merna, il paesino a ridosso del campo d’aviazione di Gorizia.

Giungiamo al mulino dove era insediato il comando partigiano verso le due del mattino. Il compagno Dusan, a capo del settore di Merna, ci riceve in una piccola stanza stipata di munizioni; siede su un pacco di copie del Partizanski dnevnik, il «Quotidiano del Partigiano», stampato dalla tipografia clandestina impiantata nei pressi di Vojsko, il villaggio sulla strada tra Loqua e Idria che ci eravamo lasciati alle spalle la sera prima. È un uomo imponente, con i capelli brizzolati e una faccia bruciata da contadino. Attende che ci portino qualcosa di caldo prima di esporci la situazione: «l’aeroporto è presidiato dalle forze tedesche della divisione Göring, cinquanta, forse sessanta carri armati. Il nostro obiettivo è quello di rendere inservibili la pista di atterraggio e di distruggere quanti più aerei possibile. Abbiamo cinque pezzi d’artiglieria, venti mitraglie pesanti e due mortai da 81».

«Su quanti uomini possiamo contare?».
«Se entro domani arriveranno tutti, cinquecento».
«E i tedeschi?».
«Forse quattromila».
«Quattromila?».
«Andate a riposarvi. Attaccheremo domani notte».

 

Dusan ci fa accompagnare da un ragazzo fino a un magazzino diroccato distan-te un centinaio di metri; appena il tempo di appoggiare gli zaini a terra e crolliamo esausti su di uno spesso strato di vecchi e impolverati sacchi di farina. Nonostante la stanchezza perenne è raro che mi addormenti immediatamente: penso, penso sempre quando c’è silenzio. Sono orgoglioso di quello che faccio perché so che è giusto, così come so che i nazisti meritano di morire; l’odio e la rabbia mi logorano da anni, non posso evitarlo.

Non sembrano passati cinque minuti quando veniamo svegliati dal fragore di una serie di esplosioni: una squadriglia di Stukas stava bombardando le nostre postazioni a Merna. Poco dopo giunge una staffetta dal paese: esclude che il bombardamento abbia provocato delle perdite fra i partigiani, forse tra i civili, ma non lo sa per certo; una bomba caduta vicino al campanile ha danneggiato uno dei cannoni.

Passiamo la giornata in attesa, lo stomaco stretto per la tensione. Io ed i com-pagni sloveni faremo parte dei reparti che attaccheranno gli hangar a nord della pista, armati di bombe a mano e taniche di benzina per incendiare i velivoli a terra.

Partiamo alle 9.30 della sera, giungendo ai margini dell’aeroporto dalla parte della scarpata circa un’ora dopo. Comando un’unità di venti uomini; ci spostiamo lungo i fossi fino ad arrivare alle spalle degli hangar.

Alle 11 da Merna parte un tiro di mortaio che segna l’inizio dell’attacco. Viene dato l’allarme e improvvisamente dagli hangar escono dei carri armati che si por-tano sparando fino ai margini del campo di volo: veniamo individuati e subiamo un infernale fuoco di mitraglia ma, trovandoci dietro a una macchia di robinie, siamo da questa defilati e riusciamo così ad uscirne miracolosamente indenni. Avanziamo qualche decina di metri e conquistiamo il primo hangar; con le bombe a mano e le bottiglie molotov incendiamo i quattro Junker ricoverati all’interno. Lo schieramento dei mezzi cingolati però avanza compatto, non lasciandoci altra scelta se non ripiegare.

Vediamo l’aeroporto in fiamme e sentiamo il frastuono della battaglia. Le nostre forze combattono valorosamente, ma la soverchiante difesa dei tedeschi, af-fiancata da reparti italiani, le costringe a battere in ritirata.

Ripieghiamo guadando il Vipacco e rientriamo verso Merna per la strada del mulino, dalla parte dell’osteria Ursic. Siamo quasi giunti al comando quando all’improvviso spunta da dietro una curva una camionetta tedesca, armata di una mitragliatrice pesante. Veniamo falciati dalle pallottole senza aver avuto il tempo di reagire o ricaricare le armi; penso di essere uno dei primi ad essere colpiti, cado e sento un forte fischio, simile a quello che si avverte dopo lo scoppio di una bomba a mano. Poi il buio.

Mi risveglio sul fondo di una camionetta tedesca, legato, circondato dai nazisti: subito capisco che uscire salvo da questa situazione sarà impossibile; appena si accorgono che ho ripreso i sensi si scambiano qualche parola nella loro lingua, ri-dacchiano. Senza motivo apparente uno dei quattro mi sferra un calcio nelle co-stole mozzandomi ancora una volta il respiro. La testa mi scoppia e ho tremenda-mente freddo. Comincio a perdere conoscenza ancora una volta e lascio che l’oscurità mi avvolga, con la consapevolezza che il mio prossimo risveglio sarà anche peggiore.

Ora però basta, ripensare al passato peggiora solamente la mia frustrazione. Adesso sono qui e devo convivere con questo mio destino, devo pensare al presente e ai problemi che porta con sé, così come dobbiamo fare noi tutti qui dentro. L’angoscia è insopportabile, c’è chi singhiozza e chi prega, come il mio vicino di cella ormai fa da ore, la sua voce attutita ronza nelle mie orecchie, è ora che la smetta.
«A cosa ti serve a questo punto?» – gli chiedo sussurrando attraverso il muro.
«Cosa?» – mi risponde.
«Pregare. Pregare a cosa ti serve qui?».
«Non prego per me, prego per la salvezza di chi ho lasciato entrando qui in Risiera».
«Pensa a te stesso e ai pochi giorni che ancora hai da vivere. Non ti sei accorto che qui ne ammazzano ogni notte e che le donne lavano ogni mattina vestiti im-pregnati di sangue e che il fumo del forno è sempre più denso?! Chi è così impor-tante da farti dimenticare dove sei?».
«Ciò che temiamo accadrà in ogni caso, io, come te, sarò una delle centinaia di migliaia di vittime che con sommaria giustizia in un campo o nell’altro sono state mietute. Per i nostri cari sarà una cosa tremenda, ma per la massa sarà il nulla. Ormai l’umanità si è abituata a vivere nel sangue».
Mi sembra che deliri. «Non mi hai risposto» – dico, trascurando volutamente le verità che aveva appena detto.
«Se proprio vuoi saperlo, prego per la mia Laura. La mia cara, carissima Laura».
«Parlami di lei» – dico incuriosito.
«La conobbi all’università, a Venezia. Studiavo architettura, lei voleva diventa-re un’infermiera. La sua vocazione è sempre stata aiutare gli altri. Ripensare a lei qui, in questo squallore, mi sembra un insulto: era bellissima, sensuale … Non ho saputo esprimere quello che provavo per lei, l’unico e più ambito premio di questa mia esistenza».
Queste sue parole mi fanno tenerezza e quasi pena: povero sciocco, quanto futili sono queste sue riflessioni. A questo punto della mia vita ho capito, però, che gli ideali durano più a lungo dell’esistenza di noi uomini e delle cose che riteniamo importanti.
«Le ho anche scritto una lettera che vorrei tanto le venisse recapitata» – continua il mio ingenuo vicino.
«Per dirle cosa?» – rispondo annoiato.
Prima che possa spiegarmelo, si avvicinano i passi della sentinella di ronda: ta-ciamo. Per un attimo il terrore riavvolge il mio corpo e trattengo il respiro. Cala il silenzio nell’attesa che il carceriere si allontani.
Con voce ancora più sommessa di prima, riprende a parlare: «Te la leggo».

Laura mia,
mi decido a scrivere queste pagine in previsione di un epilogo fatale e impre-veduto. Da due giorni partono a decine uomini e donne per ignota destinazione. Può anche essere la mia ora. In tale eventualità io trovo il dovere di lasciarti come mio unico ricordo queste righe. Tu sai, Laura mia, se mi è stato doloroso il distaccarmi, sia pure forzatamente da te, tu mi conosci e mi puoi con i miei genitori, voi soli, giustamente giudicare.
Io credo che tutto ciò che tra noi v’è stato, non sia altro che normale e conse-guente alla nostra età, e son certo che con me non avrai imparato nulla che possa nuocerti né dal lato morale né da quello fisico. Ti raccomando perciò, come mio ultimo desiderio, che tu non voglia o per debolezza o per dolore, sbandarti o uscire da quella via che con tanto amore, cura, e passione ti ho modestamente insegnato.
Credimi, Laura mia, anche se io non dovessi esserci più, e quando andrai a trovare i tuoi genitori io sarò là, presso la loro tomba, a consigliarti, ad aiutarti.
L’esperienza che sto provando, credimi è terribile. Sapere che da un’ora all’altra tutto può finire, essere salvo, e vedermi purtroppo avvinghiato senza scampo dall’immane polipo che cala nel baratro. È come diventare ciechi poco per volta. Ora con te sono stato in dovere di mandarti un ultimo salute, ma con i miei me ne manca l’animo, quello che dovrei dire loro è troppo atroce perché io possa avere la forza di dar loro un dolore di tale misura.
Comprenderanno, è l’unica cosa che io spero.
Comprenderanno.
Addio, Laura adorata, io vado verso l’ignoto, la gloria o l’oblio, sii forte, one-sta, generosa, inflessibile. Laura santa.
Il mio ultimo bacio a te che comprendi tutti gli affetti miei, la famiglia, la casa, la patria.
Addio.

Tace poi. Io non so cosa dire, le sue parole mi hanno fatto provare qualcosa che pensavo non mi appartenesse più. Più guardo questa mia stella rossa più mi rendo conto di quanto io e il mio giovane compagno siamo diversi. Lui ha combattuto per il futuro delle persone che ama, io per difendere le mie idee e i miei valori. Lui resterà vivo nei ricordi della sua donna; io invece nemmeno so più con certezza dove sia la mia famiglia e le donne che ho incontrato nel corso della mia vita non sono state tanto importanti da essere il motivo per cui sono qui adesso. Pro-babilmente non sarò ricordato da nessuno, nessuno proverà dolore o malinconia nel chiedersi che fine io abbia fatto; nessuno dei miei compagni della Gortan, se saranno ancora vivi alla fine di tutto, si chiederà quale sorte mi sia toccata. Però, gli ideali per cui ho lottato non moriranno mai. In confronto ad essi io sono insi-gnificante, ed è come se fossi già morto: rinchiuso in questa cella, non posso più fare nulla, se non morire per ciò per cui ho sempre vissuto.

«Mi stai ascoltando?» – mi chiede curioso. Solo adesso mi accorgo di essermi perso completamente nei miei pensieri; rispondo di sì, lo sto ascoltando.

«Se anche tu credessi che serva a qualcosa, per chi pregheresti un’ultima vol-ta?». Riguardo con speranza la stella e non ho dubbi su cosa rispondere: «Pregherei perché la mia morte, come quella di innumerevoli altri miei compagni non sia vana. Pregherei poi per questa stella, che ho indossato con orgoglio in tutte le mie battaglie».

Il mio interlocutore non ribatte, probabilmente anche lui, a sua volta, assorto nei suoi pensieri.

Lentamente l’aria si riempie del tremendo e purtroppo familiare odore dei corpi arsi nel forno. Penso che la giornata di oggi vedrà anche la mia fine.

Mi guardo attorno e mi cade l’occhio su un minuscolo anfratto tra l’intonaco ammuffito delle pareti e il soffitto della mia cella. Ora so come dare il mio ultimo contributo alla causa: farò sì che lei non venga bruciata assieme al mio corpo.

Mi alzo in fretta, è meglio agire di corsa. La ammiro nella sua semplicità: è stata confezionata ricamando i contorni con filo nero e poi ritagliando la stoffa all’intorno; la infilo con cura nell’anfratto, accertandomi di non danneggiarla, ma allo stesso tempo di nasconderla bene. Chissà quando, da chi e se mai verrà trovata.

«Los, los! In bunker». Sobbalzo. Mi sono appena svegliato, non mi ero neanche accorto di essermi assopito, la fame mi fa mancare le forze del tutto.

Gli ordini dei tedeschi si fanno sempre più vicini, i passi irrompono nel corri-doio delle celle. Chiudo gli occhi per un attimo; sento che sono qui anche per me. Passano pochi secondi e senza avere il tempo di accorgermene un ufficiale farà irruzione nella mia gabbia …

Addio …

______

Anno 2014.

Cella 9. La risiera oggi è chiusa al pubblico e per noi restauratori non è una giornata di lavoro come le altre: poche ore fa abbiamo ritrovato un oggetto dal va-lore inestimabile, che porta con sé un grande significato storico. Uno squarcio rosso in un anfratto fra intonaco e soffitto ha attratto la nostra attenzione; mai ci saremmo aspettati di trovare una stella rossa partigiana. È stata chiaramente celata di proposito, con l’intento di sottrarla dalle mani dei nazisti e proteggerla.

Chissà chi l’ha nascosta.

Chissà qual è stata la sua storia.

 

*****

NOTA METODOLOGICA

di Chiara Fragiacomo e Antonella Rotolo

Scuola

Liceo classico Jacopo Stellini
Piazza I maggio 26 – 33100 Udine
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Partecipanti

Gruppo di quattro alunni della classe III C: Diletta Fornaciari, Marta Pisani, Elisa Venir e Cristiano Zanin.

Insegnanti referenti

Chiara Fragiacomo, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Antonella Rotolo, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Resoconto

Il giorno 11 gennaio 2018, la classe III C del nostro Liceo, accompagnata dalla docente di storia, Chiara Fragiacomo, e dalla docente di italiano, Antonella Rotolo, ha visitato il Museo della Comunità ebraica di Trieste «Carlo e Vera Wagner» e la Sinagoga della città. La visita si è conclusa alla Risiera di San Sabba. Qui i nostri allievi sono rimasti colpiti dal racconto della guida a proposito della scoperta avvenuta a opera dei restauratori nella cella 9: in un minuscolo anfratto, tra l’intonaco delle pareti e il soffitto della cella, è stata rinvenuta una piccola stella rossa, nascosta da un prigioniero. L’idea del racconto è nata così.

L’insegnante di italiano ha incontrato la restauratrice, che ha consegnato ai quattro studenti coinvolti nel progetto il resoconto dell’intervento di conservazione delle celle della Risiera e, in particolare, del ritrovamento della stella.

Studenti e docenti protagonisti del concorso

La docente di storia ha seguito gli studenti nello studio del periodo storico dell’occupazione nazista in regione (1943-1945), fornendo materiali e strumenti che permettessero di comprendere la complessità e la drammaticità della guerra partigiana al confine orientale, in un contesto politico di forte repressione e violenza, condizionato dalle spinte nazionalistiche e dalle rivendicazioni territoriali dei gruppi di popolazione italiana, slovena e croata. Inoltre, ha consegnato la documentazione relativa alla Risiera di San Sabba, centro di tortura e di morte per i partigiani e di prigionia e transito per gli ebrei del litorale. Gli studenti, con la guida della docente, hanno consultato la banca dati inserita nel sito Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana a cura dell’Istituto nazionale «Ferruccio Parri». In particolare, hanno affrontato la lettura delle ultime lettere scritte da alcuni prigionieri nella Risiera. La ricostruzione delle biografie è stata accompagnata dalla riflessione e dalla rielaborazione dei pensieri e sentimenti degli uomini coinvolti nella Resistenza.

La docente di italiano ha curato, assieme ai ragazzi, la revisione del racconto.

Gli studenti si sono appassionati alle vicende umane della seconda guerra mondiale, dimostrando sensibilità e immaginazione nella rievocazione degli eventi e dei protagonisti della storia regionale.

Bibliografia

a) Fonti

Archivio Istituto friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Fondo Marini Vincenzo, busta 17, fasc. 253 «Gio vanni Calligaris» (9/1943).

Istituto nazionale «Ferruccio Parri» – Portale della rete degli Istituti per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana: lettera a ignoto di Paolo Dante Stoini (7/4/1945); lettera di Giuseppe Robusti (Pino) a Laura Mulli (5/4/1945).

Scritte, lettere e voci. Tracce di vittime e superstiti della Risiera di San Sabba, a cura di Francesco Fait, Trieste, Edizioni Civici Musei di Storia ed Arte – Comune di Trieste, 2014.

b) Studi

Atlante storico della lotta di liberazione nel Friuli Venezia Giulia. Una Resistenza di confine 1943-1945, Trieste, Istituto regionale storia movimento liberazione – Udine, Istituto friulano storia movimento liberazione – Pordenone, Istituto provinciale storia movimento liberazione – Gradisca d’Isonzo, Centro isontino di ricerca Leopoldo Gasparini, 2005.

Giorgio Liuzzi, Violenza e repressione nazista nel Litorale Adriatico 1943-1945, Trieste, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, 2014.

Tristano Matta, Un percorso della memoria. Guida ai luoghi della violenza nazista e fascista in Italia, Trieste, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, 1996.

Tristano Matta, Il lager di San Sabba. Dall’occupazione nazista al processo di Trieste, Trieste, Beit, 2012.

Giacomo Scotti – Luciano Giuricin, Rossa una stella. Storia del Battaglione italiano Pino Budicin e degli Italiani dell’Istria e di Fiume nell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, [s.l.], Unione degli Italiani dell'Istria e di Fiume, 1975.

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