di Antonio Brusa

ImmagineUne classe à la fin du XIX e siècle. Foto di David Carrette Fonte  Quella che vedete è l'aula, un ambiente creato nel XIX secolo, elemento costitutivo del paradigma classico della didattica della storia. La predella, la cattedra, la lavagna di ardesia, i tabelloni didattici e i banchi. In questo ambiente, l'insegnante spiegava e interrogava. Col tempo, e dopo varie resistenze degli insegnanti, si aggiunse a questi elementi il manuale.

Nel dopoguerra, quel paradigma si è progressivamente sbriciolato. Ci sono molti che pensano che il suo ripristino sia la garanzia per un insegnamento che funzioni. Ricordiamo tutti la lettera di Ernesto Galli della Loggia al ministro pro tempore, per ripristinare la predella, e, più di recente i timori per i danni inenarrabili che avrebbero provocato i banchi con le rotelle.

Del paradigma non esistono che frammenti, ai quali tanti docenti si sforzano disperatamente di dare un qualche senso. Ma forse, nel XXI secolo, è giunto il tempo di spendere le nostre energie più produttivamente, guardando al futuro per costruire un nuovo paradigma, funzionale alla nuova realtà; funzionale a una società la cui novità non cessa di stupirci, e per quanto ci riguarda, a un'Europa che è radicalmente altra da quella nel quale quel paradigma antico fu concepito. Ci serve un nuovo paradigma che, come quello classico, dia un senso ad azioni didattiche, spesso singolarmente e generosamente innovative.

Ho scelto questo tema per il corso di Didattica della storia che ho iniziato ieri all'Università di Bari. Un corso aperto agli esterni, cosa che dovrebbe essere normale per ogni lezione universitaria (la nostra università repubblicana è open e ne abbiamo difeso strenuamente questo valore), ma che la rete ha consentito in una maniera e con un'ampiezza che nessuno di noi avrebbe immaginato. 350 insegnanti iscritti, e, ieri, 170 presenti nelle due aule virtuali che abbiamo creato. Mi auguro che questo possa diventare un vantaggio anche per chi, come gli studenti universitari, lavora nella prospettiva di entrare in classe come docente.

Aule virtuali, computer, immagini proiettate, una chat per le domande. Dimostrano che si può fare lezione anche in assenza della predella e senza avere gli allievi disposti in file ordinate. Certo, tutti vogliamo rivivere una situazione di dialogo con gli allievi, nella quale ci guardiamo negli occhi (quale che sia la mobilità dei loro banchi). Ma questa rottura col passato ha permesso un'apertura dell'Università al territorio che solo qualche anno fa nessuno avrebbe potuto immaginare. Questo è un fatto. Indubbiamente positivo. Non è un ripiego causato dalle circostanze. Ma che sia stato un virus a obbligarci a ottenere questa conquista è, certamente, un segno della nostra pigrizia. Sarebbe bello, ora, se diventasse un incentivo a interpretare i tempi che viviamo e ci spingesse verso un nuovo modo di fare classe e di essere in classe.

A questo vorrei che servisse questo corso. Non ci fermeremo naturalmente a parlare di aule, ma, come abbiamo già iniziato, parleremo di libri, di programmi, di modalità di insegnamento. Ci serviremo dell'apporto della ricerca didattica e delle numerose esperienze che, già fin d'ora, la nostra scuola può vantare.

Nella Lezione 2, giorno 1 marzo, parleremo di come, nell'Ottocento, si costruisce una struttura didattica del passato che mette in gioco non solo il testo scritto (il manuale), ma anche la memoria diffusa, l'ambiente e il paesaggio, e quelli che, sulla scorta di Pierre Nora, ormai tutti chiamiamo "luoghi di memoria”.

Potrete partecipare come uditori alla lezione, con la possibilità di commentare per domande e osservazioni tramite il seguente link: https://youtu.be/VVbtvCVCp-w

Per info scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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