Come studiare il collasso di una civiltà padana dell'età del Bronzo. [1]

Autori: Marco Cecalupo, Gabriella Papadopoli, Davide Porsia (insegnanti di Scuola Secondaria di Primo Grado)

Introduzione:

La Summer School “Emilio Sereni” sulla Storia del paesaggio agrario italiano protostorico e antico[2], svoltasi nell'agosto del 2009 presso la Biblioteca-Archivio Emilio Sereni dell’Istituto Alcide Cervi di Gattatico (Re) è stata un'esperienza feconda, per due ragioni: ha sottoposto a dura critica una visione purtroppo molto diffusa del paesaggio e del patrimonio, che chiamiamo “essenzialista” (passatista, identitaria o estetizzante a seconda dei casi), contrapponendone un'altra, moderna e “civica”; allo stesso tempo, ha stimolato i partecipanti, a stretto contatto con la ricerca storico-archeologica più aggiornata, alla progettazione di percorsi e attività didattiche di carattere interdisciplinare. Questo articolo rappresenta alcuni suggerimenti operativi che, speriamo, possano trovare il consenso di docenti disposti a confrontarsi, in aula, su questi temi.


Abstract:

Perché la civiltà padana delle Terramare dell'Età del Bronzo crollò? Quale ruolo ebbe, nel suo esito tragico, l'impatto delle trasformazioni antropiche dell'ambiente? In altre parole, l'economia terramaricola era, diremmo con linguaggio attuale, ecosostenibile? La teoria del collasso, elaborata del geografo americano Jared Diamond, può essere applicata anche alle circostanze che decretarono l'abbandono in pochi decenni di centinaia di insediamenti dotati, apparentemente, di una organizzazione complessa così efficace? Due proposte didattiche per discuterne in classe.

Comprendere il legame esistente tra l’uomo e l’ambiente, valutare l’impatto che ogni azione antropica ha sul territorio: sono, queste, direttive fondamentali per conoscere non solo la modalità di vita, le prospettive future e la sostenibilità di una civiltà sul sistema nel quale si trova ad agire, ma anche per comprendere i modi che hanno, e hanno avuto, le società umane per sopravvivere, tutelarsi, e in alcuni casi, autodistruggersi involontariamente.

Lo sviluppo storico e, soprattutto, il repentino abbandono delle terremare da parte dei loro abitanti porta ad ipotizzare, come suggerisce il prof. Mauro Cremaschi, docente di Geologia e Geoarcheologia all'Università Statale di Milano[3], che possa essersi trattato di un vero crollo di civiltà, e che sia quindi possibile studiarne l’evoluzione storica e indagare sulla misteriosa scomparsa dei suoi abitanti, applicando i criteri individuati dagli studi di Jared Diamond, docente del Dipartimento di Geografia alla UCLA.

Nel suo avvincente saggio “Collasso. Come le società scelgono di vivere o morire”[4], Diamond applica le sue ricerche nel campo della biologia sperimentale per costruire un modello in grado di spiegare con approccio scientifico e multidisciplinare il crollo di una civiltà; di fornirci degli strumenti atti a capire perché determinate civiltà del passato siano scomparse, e altre siano sopravvissute; cosa abbia determinato la repentina scomparsa di strutture sociali consolidate, e abbia portato gli uomini che ne facevano parte a sottovalutare - e in alcuni casi ad ignorare, se non inconsapevolmente anticipare - il disastro futuro.


Egli individua cinque ordini di fattori che possono contribuire al collasso di una civiltà:

  1. Danno ambientale causato al territorio, l’entità del quale va valutata tenendo conto sia del fattore umano, e quindi della pervasività dell’azione umana, sia delle caratteristiche ambientali del territorio, quindi della sua preesistente fragilità o elasticità;
  2. Cambiamento climatico: la presenza di repentini cambiamenti climatici risulta particolarmente problematica per le civiltà preistoriche, nelle quali l’assenza di una trasmissione scritta del passato unita alla brevità della durata media della vita, rende pressoché impossibile valutare la possibilità che a periodi climaticamente favorevoli possano seguire decenni di siccità. L’insorgere di una situazione climaticamente problematica in un “sistema” ben collaudato, e che non ha precedentemente messo in atto strategie di tutela, potrebbe determinare un collasso del sistema stesso difficile da evitare;
  3. Presenza di nemici: la gestione del conflitto, permanente o intermittente, può divenire deflagrante quando la civiltà oggetto dell’attacco è già in difficoltà per altri fattori;
  4. Rapporti con i popoli amici: un possibile indebolimento di una società amica può determinare l’insorgere di gravi problemi, nel quadro di alleanze militare contro terzi o di rapporti di reciproco sostegno economico;
  5. Risposta delle società ai propri problemi: il modo in cui le società reagiscono ai problemi, determinato dal sistema culturale di riferimento e dalle modalità di lettura e analisi degli stessi, può garantire la sopravvivenza delle strutture sociali, o la loro scomparsa.

 

L’analisi di Diamond prende in esame in modo comparato civiltà passate misteriosamente scomparse, le confronta con altre presenti, analizza la presenza dei cinque fattori individuati e studia, soprattutto, le risposte che queste hanno saputo, o non hanno saputo, mettere in atto per evitare il tracollo.

E’ particolarmente interessante notare come, pur ponendo l’attenzione sul fattore ambientale, e sull’importanza nella valutazione del danno ecologico prodotto dall’azione umana, Diamond metta in guardia dall’adagiarsi su una sorta di determinismo ambientale: se è indubitabile l’influenza delle caratteristiche ambientali, dell’elasticità e della fragilità del territorio, nonché dei cambiamenti climatici, è pur vero che le società possono “decidere” come agire su questi fattori e quali strategie adottare.

In quest’ottica, lo studio di queste civiltà passate e della loro misteriosa scomparsa è funzionale per dedurre suggerimenti circa le modalità con cui le società contemporanee possano salvaguardarsi, evitare di incorrere in tragici errori di valutazione, e considerare in modo adeguato lo stretto legame esistente tra le azioni umane, la risposta ambientale, e la costruzione di strategie adatte a garantire la sopravvivenza e la rinascita.

 

Il nostro progetto nasce dunque dalla volontà di applicare l'approccio della teoria del collasso alla civiltà terramaricola. L'intenzione è quella di costruire un "laboratorio-problema" attraverso il quale gli studenti possano discutere tutte le ipotesi avanzate dagli studiosi per spiegare la scomparsa della civiltà terramaricola, con particolare riferimento allo sfruttamento del suolo, alle modificazioni del paesaggio e alle crisi ambientali.

Facendo proprio l’impianto teorico-metodologico del laboratorio di Storia ideato dal prof. Antonio Brusa, il lavoro didattico si può strutturare in diverse fasi[5]:

 

  1. presentazione del quadro di civiltà (il dove, il quando e il come della civiltà terramaricola per linee generali, con l’ausilio di strumenti quali carte, ricostruzioni grafiche, immagini e brevi testi, esercizi);

 

 

 

 

  1. focalizzazione del problema (il perché della improvvisa scomparsa degli insediamenti terramaricoli, con l’enunciazione dei dati storico-archeologici che ne rivelano la fine, e un elenco di ipotesi - da verificare - delle cause, ricalcato sui cinque fattori indicati da Diamond)
    1. i terramaricoli disboscarono l'intera pianura;
    2. il clima diventò improvvisamente più caldo;
    3. una società nemica attaccò e distrusse gli insediamenti;
    4. si interruppero scambi commerciali vitali con altre culture;
    5. l'economia agro-pastorale intensiva non era più sostenibile;
  2. rassegna dei risultati delle ricerche (vengono presentati dati e informazioni provenienti da studi aggiornati nei diversi ambiti: archeologia, paleobotanica, palinologia, climatologia, geografia, geologia, antropologia, ecologia);
  3. argomentazioni (gli studenti, divisi in gruppi, sono invitati a costruire un testo argomentativo, con il fine di avvalorare o smentire le ipotesi elencate al punto 2, utilizzando la documentazione dei punti 1 e 3);
  4. discussione (i gruppi simulano, con l'insegnante nel ruolo di chairman, un convegno avente per titolo quello del presente articolo).

Oltre alla traccia sopra esposta è possibile, ispirandosi al lavoro ricostruttivo del gruppo di studio geo-archeologico del prof. Cremaschi, relativo al sito della Terramara di S. Rosa di Poviglio (RE), e al plastico ospitato presso l'omonimo Museo, una riprogettazione che favorisca l'indagine di relazioni complesse tra litosfera, idrosfera e attività umane in epoca preistorica, che l'attuale progetto lascia solo intuire.

Il lavoro proposto è la costruzione a titolo sperimentale di un semplice plastico-“gioco”, da sottoporre all'attenzione degli studenti come contributo alla soluzione del problema: "Perché gli insediamenti terramaricoli scomparvero improvvisamente? Quali possono essere le cause di un fenomeno così improvviso?"

Ecco le operazioni tecniche essenziali che sono state eseguite:

  1. La base di partenza del modello è stata un vecchio acquario della capacità di circa 20 litri. Il fondo è stato ricoperto con del semplice brecciolino e con una vaschetta di plastica dalla forma caratteristica, poi fissata alla parete della vasca e sigillata con del silicone, che simula la presenza di corsi d'acqua o falde acquifere nel sottosuolo. In seguito il brecciolino è stato reso stabile con una colata della mistura di colla vinilica ed acqua.

  2. La base del plastico è stata poi ricoperta con della cartapesta. È bastato un pennello, della carta assorbente, della colla e dell'acqua. Abbiamo creato anche un “gradino” ben marcato circa alla metà dell'acquario, per rendere più semplice l'inclusione della plastilina. La carta adiacente alla vaschetta è stata ricoperta col silicone per renderla impermeabile.

  3. La parte più alta del plastico è stata colorata con tempera grigio-verde. Sono state aggiunte delle riproduzioni di capanne e di un pozzo. La vaschetta è stata riempita d'acqua. Infine si è ricoperta la vaschetta con un foglio di plastilina di circa un centimetro di spessore.

Il plastico ora è pronto per il gioco vero e proprio.

SIMULAZIONE

 

"Siamo nell'Età del Bronzo. Abitiamo in un insediamento terramaricolo della Pianura Padana. Il pozzo vicino alle case è asciutto. Sono giorni che non si riesce più a tirare acqua. Cosa facciamo? Scaviamo un nuovo pozzo? Ma dove?"

Ciascun giocatore è chiamato a scavare lo strato di plastilina con la matita, praticandovi un foro. Ogni giocatore ha solo un tentativo a disposizione.
Si potrebbe anche suddividere la zona dello scavo in base ad un reticolo alfanumerico per semplificare la suddivisione dei compiti in una classe numerosa.

Quando un giocatore trova l'acqua il gioco finisce e l'obiettivo è stato raggiunto.

 

Il giocatore avrà simulato una pratica, l'escavazione di pozzi in un raggio sempre più esteso, ben testimoniata dalle rilevanze archeologiche relative all'ultima fase dell'insediamento della terramara di Poviglio. Avrà acquisito, dunque, informazioni indispensabili ad una lettura "problematizzante" dello scavo.

Questa ricerca "affannosa" dell'acqua testimonia una verosimile modificazione ambientale (che ebbe come conseguenza la drastica diminuzione delle risorse acquifere sotterranee) alla quale, probabilmente, la civiltà terramaricola non ha saputo dare risposte repentine e adeguate alle proprie necessità di sopravvivenza. Per dirla con Jared Diamond, l'ipotesi è che le trasformazioni dell'ambiente siano uno dei fattori che ha determinato il collasso dei terramaricoli padani.

 

Marco Cecalupo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Gabriella Papadopoli: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Davide Porsia: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Note:

  1. Questo articolo è largamente debitore degli articoli degli autori pubblicati in BONINI G., BRUSA A., CERVI R. (a c. di), Il Paesaggio agrario italiano protostorico e antico. Storia e didattica, Quaderno 6 (agosto 2010), atti della Summer School Emilio Sereni, I Edizione, 26-30 agosto 2009. L'indice del volume è alla pagina <www.fratellicervi.it/images/stories/cervi/Pubblicazioni/indici_estratti/quaderni_6_%20indice.pdf>.
  2. <www.fratellicervi.it/content/view/219/161/>; vedi inoltre il saggio introduttivo del Direttore Antonio Brusa alla pagina <www.fratellicervi.it/images/stories/cervi/Pubblicazioni/indici_estratti/quaderni_6_sagggio_introduttivo_brusa.pdf>
  3. BERNABÒ BREA M., CARDARELLI A., CREMASCHI M., Il crollo del sistema terramaricolo, in Id. (a c. di) Le Terramare, la più antica civiltà padana, catalogo della mostra, Electa 1997, pp. 745-755; vedi anche CREMASCHI M., Ambiente, clima ed uso del suolo nella crisi della cultura delle Terramare, in BONINI G., BRUSA A., CERVI R. (a c. di), Il Paesaggio agrario italiano protostorico e antico. Storia e didattica, cit., pp. 31-40.
  4. DIAMOND J., Collasso. Come le società scelgono di morire o di vivere, Einaudi 2005. Dello stesso autore, si veda Id, Armi, acciaio e malattie. Breve storia degli ultimi tredicimila anni, Einaudi 2002 (ed. or. 1997).
  5. La documentazione, di cui si forniscono alcuni esempi, proviene da: MUTTI A., Caratteristiche e problemi del popolamento terramaricolo in Emilia occidentale, University Press 1993; BERNABÒ BREA M., CARDARELLI A., CREMASCHI M. (a c. di) Le Terramare, cit.; BERNABÒ BREA M., MORI C., La Terramara Santa Rosa a Fodico di Poviglio (Re). Lo scavo archeologico come didattica della Preistoria, ed. Coopsette 2001; BONINI G. [et al.] (a c. di), Il Museo della Terramara Santa Rosa di Fodico di Poviglio: quaderno per la lettura didattica dell'esposizione e suggerimenti operativi per la scuola di base, Poviglio 2001; Guida al Parco archeologico e Museo all’aperto Terramara di Montale, a c. del Museo Civico Archeologico Etnologico del Comune di Modena e Comune di Castelnuovo Rangone (Mo); ZANASI C. (a c. di), Schede didattiche per le scuole elementari e medie, Parco archeologico e Museo all’aperto Terramara di Montale.
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