di Giuseppe Sergi

01jpgFig. 1 Cavaliere franco, armato pesantemente, con angone e scudo. Non adopera la staffa. Sacramentario di Gellone (780-800).

La storia non ama le "svolte"

Un permanente contrasto caratterizza, negli ultimi decenni, il rapporto fra scienziati che praticano la storia delle tecniche e storici puri: i primi fondano le loro riflessioni su conoscenze storiche consolidate (e talora obsolete) del pieno Novecento, i secondi si tormentano sulla complessità dei contesti intellettuali e sociali; i primi amano i momenti di svolta (l’invenzione che avrebbe cambiato il corso della storia), i secondi – quasi sempre – ricostruiscono la gradualità e individuano nell’«invenzione» il rischio che si tratti di un luo- go comune. Qualche esempio? Uno dei più grandi storici contemporanei, David Landes, è polemico in modo argomentato contro la diffusa convinzione della corrispondenza fra adozione dei telai meccanici in Inghilterra e rivoluzione industriale (Prometeo liberato. Trasformazioni tecnologiche e sviluppo industriale nell'Europa occidentale dal 1750 ai giorni nostril, Einaudi 2000). È stato accusato di ingenuità un libro di Steven Shapin e Simon Schaffer sulla pompa ad aria come tappa fondamentale non solo dello sviluppo tecnico ma anche del pensiero scientifico (Il Leviatano e la pompa ad aria. Hobbes, Boyle e la cultura dell'esperimento, La Nuova Italia, 1994).

Eppure l’idea di svolta piace molto alla divulgazione e al grande pubblico. Certamente una delle tesi che ha avuto più fortuna (nelle scuole, ad esempio) è quella che riguarda l’invenzione della staffa. La cavalleria munita di staffa avrebbe cambiato il corso della storia perché avrebbe consentito a Carlo Martello di vincere nel 732 la battaglia di Poitiers contro le armate musulmane e, poi, sarebbe stata la vera arma segreta in grado di regalare ai Franchi la conquista dell’Europa. Questa tesi ha avuto un autore geniale e di grande livello: Lynn White jr. nel 1962 (Medieval Technology and Social Change, Oxford U.P.). La sua forza è stata (oltre a quella di ragionamenti tecnici e riscontri documentari di indubbia originalità) la semplicità: un oggetto, un semplice oggetto frutto dell’inventiva umana, in grado di spiegare tutto dei secoli successivi e quindi degli sviluppi politici, econo- mici e sociali dell’Europa.

La contestazione di questa tesi fu quasi subito affidata a ricerche minuziose e ad articoli su riviste specialistiche, le cui argomentazioni sono poi confluite in una sintesi del 1980, il testo fondamentale su La guerra nel medioevo di Philippe Contamine, tradotto in italiano dal Mulino nel 1986: ciò non ostante continua a essere la tesi di White la più nota e circolante, come può constatare chi si informi sul tema in Internet (trovandovi, tra l’altro, il recente articolo Un evo ingegnoso di Vittorio Marchis).

02Fig. 2 Due armate di età carolingia si affrontano. Al centro le fanterie, sui lati le due cavallerie. I cavalieri non adoperano la staffa. Dall’Apocalisse di Trier (800), Trier Staadtbiblioteck, da D. Nicolle, Poitiers. Ad 732. Charles Martel turns the Islamic Tide, Osprey Publishing, N.Y 2008, p. 42.

 

Poitiers: battaglia decisiva?

Tre sono i temi su cui occorre chiarirsi le idee e aggiornarsi per uscire dall’inerzia delle nostre conoscenze:

-             Poitiers,

-             il ruolo della cavalleria nelle battaglie medievali,

-             l’uso della lancia e di altre attrezzature tra cui la staffa.

Procediamo con ordine.

Il più grande studioso di civiltà islamica, Bernard Lewis, si è impegnato a dimostrare che la storiografia occidentale è, ancora oggi, vittima della propaganda dei cronisti carolingi e del loro atteggiamento encomiastico nei confronti di Carlo Martello. Poitiers non è un’«invenzione della storia» dovuta a manipolazioni moderne, ma una ben riuscita e immediata creazione della propaganda di poco posteriore. In realtà sarebbe stata una scaramuccia come tante altre, non una gigantesca battaglia che bloccò gli Arabi e impedì all’Europa di islamizzarsi.

All’inizio del secolo VIII era normale che bande di Saraceni (per lo più irregolari, non inquadrate in una struttura di potere, spesso non arabe ma composte da Berberi e Ispanici), conducessero a nord dei Pirenei spedizioni di saccheggio. Vincevano, di frequente, tornavano in Spagna con il bottino di intere città saccheggiate, era il loro modo di mantenersi: e non traducevano le loro vittorie in conquiste territoriali, non avevano la forza e il numero – probabilmente neanche la volontà – di comportarsi da truppe di occupazione. Tutto, se valutato a mente fredda e senza condizionamenti, suggerisce che anche Poitiers fosse una di queste battaglie: importante, certo, perché Tolosa, Bordeaux e Tours furono salvate dal saccheggio e perché rallentò la pratica di quelle spedizioni – fin allora troppo ‘comode’ – da parte dei musulmani, ma non decisiva.

 

03Fig. 3. Cavaliere arabo. A dispetto delle mitologie occidentali, anche gli arabi conoscevano la staffa, ma, esattamente come i franchi, tendevano a usarla poco. Questa è una raffigurazione del VII-VIII secolo, conservata presso il Museo del Tessile (N.Y.). D. Nicolle, cit. p. 39. Se per ipotesi Carlo Martello fosse stato sconfitto, non per questo l’Islàm avrebbe dilagato verso settentrione e non per questo si sarebbe costituito un califfato a nord dei Pirenei. Poitiers frenò, senza dubbio, la permanente minaccia musulmana, ma non dobbiamo rievocarla come l’architrave militare su cui si fonda l’Europa cristiana.

 

Esercito di popolo, esercito di fanti

Lynn White jr. invece non metteva in discussione l’assoluta importanza di Poitiers e fu giusto, da parte sua, interrogarsi sulle ragioni tecnico-belliche che spiegavano la vittoria di ‘quella’ volta a confronto con le sconfitte precedenti. Ciò anche se la stessa battaglia conteneva dati contraddittori. Perché la ragione per cui le truppe franche non riuscirono a inseguire gli sconfitti deve essere cercata in una spiegazione quasi ovvia: i cavalieri, nell’esercito di Carlo Martello, dovevano essere pochi (la parte aquitana dell’esercito franco).

E allora ecco che dobbiamo chiarirci le idee anche sulla composizione degli eserciti medievali e, in particolare sulla cavalleria.

Nell’alto medioevo erano sparite da tempo le coorti regolarissime e ben organizzate dell’esercito romano, ed era sparito anche il mercenariato del basso impero. Tuttavia la fanteria continuava a prevalere largamente, se pur in forma diversa. Teniamo conto che le popolazioni germaniche, tutte (dai Burgundi agli Alamanni, dai Longobardi agli stessi Franchi), convivevano quotidianamente con il combattimento (per lo più per far bottino, spesso perché migravano in massa) e che i loro erano «eserciti di popolo»: erano «exercitales» tutti gli adulti di sesso maschile, erano loro che eleggevano capi e re, c’era insomma coincidenza fra vita militare e vita civile.

Lo stesso termine «arimanno» (che per gran parte del Novecento la tradizione erudita italiana riferiva al componente di una guardia speciale del re longobardo) non significava altro (come ha dimostrato in modo irreversibile Giovanni Tabacco) che «Longobardo libero armato», cioè l’exercitalis di quel popolo. In queste condizioni non si può pensare né che le armature potessero essere sofisticate, né che ci fossero molti componenti di quegli eserciti di popolo in grado di mantenere un cavallo. La stessa archeologia ci ha dato un aiuto parziale, negli ultimi anni: perché per alcune famiglie era troppo oneroso seppellire i propri morti con le loro armi, che era vitale, invece, trattenere per passarle ad altri membri della famiglia.

Dunque nell’Europa occidentale, sino al declino dell’età carolingia, gli eserciti erano di massa, con attrezzatura semplice e con prevalenza della fanteria.

 

Combattere costa

I Longobardi in Italia, dopo aver riservato per anni il diritto-dovere di combattere solo ai Germani, nel 750, con un editto di re Astolfo, stabilirono che occorreva raggiungere un minimo di ricchezza per far parte dell’esercito e che, a quelle condizioni di censo, potevano far parte dell’esercito anche i Latini. È un editto famoso, usato dagli storici per testimoniare il processo di integrazione etnica, e tuttavia prezioso anche perché fa rilevare come combattere costasse e, in regime di assestata stanzialità, non si potesse più chiedere a tutti. Il mondo carolingio (pur etnicamente integrato fin dal secolo VII, anzi forse proprio per questo), in particolare dagli anni di Ludovico il Pio in poi, cominciò a stentare nel pretendere da tutti l’obbligo del combattimento.

Ai livelli sociali più bassi l’agricoltura aveva le sue esigenze di continuità, a quelli più alti era difficile far costantemente avvertire l’unità di intenti che era spontaneamente sentita quando si trattava di fare spedizioni di conquista, come quelle precedenti di Carlo Magno.

 

Finisce l'"esercito del popolo"

Così, se da almeno mezzo secolo è dimostrato che la politica non era affatto «feudale» e che non c’era alcuna struttura piramidale (anche se la cultura corrente si ostina a non prendere atto della correzione: HL è già intervenuta sulle “piramidi feudali”), l’organizzazione militare invece cominciò a essere fortemente caratterizzata dai rapporti vassallatico-beneficiari (feudali, appunto).

 

04 Fig. 4 Cavalieri con armature a scaglie, lancia e staffa della fine del secolo IX. Salterio aureo di S. Gallo. Fonte Gruppi di fedeli (del re, di altri funzionari come conti e marchesi, ma anche di abati, vescovi, latifondisti laici) costituivano le «clientele» armate che normalmente combattevano per i loro seniores, ma in caso di mobilitazione si collegavano fra loro (non c’era una piramide, ma una rete che agiva per provvisorie comunanze di interessi) per far fronte a un nemico comune (i Normanni, ad esempio) o per particolari spedizioni. I diversi regni franchi affiancavano, a queste clientele permanenti, specifici richiami alle armi della popolazione, con disposizioni mirate e costrittive.

L’esercito di popolo non c’era più, politica e attività bellica si erano separate. I milites (i vassalli di qualcuno) avevano professionalizzato la guerra, nel giurare fedeltà mettevano a disposizione le loro armature e i loro cavalli (dovevano essere ‘già’ ricchi, dunque), erano la minoranza stabilmente armata di una struttura sociale molto articolata e, in caso di mobilitazione militare, coincidevano con i corpi di cavalleria.

 

L'esercito aristocratico

Questa è l’aristocrazia militare che spiega molte delle vicende belliche e sociali dei secoli IX-XII. Chi passava le proprie giornate non impegnate in battaglia ad affilare spade e a curare (o far curare) cavalli, lance, corazze, certo accelerava il perfezionamento tecnico della propria attrezzatura e del proprio modo di combattere. Non è un caso, dunque, che ormai si sia tutti convinti che fu solo nell’avanzato secolo IX (quindi non solo dopo Carlo Martello, ma anche dopo Carlo Magno e Ludovico il Pio) che, in seguito a un processo graduale, la staffa divenne di uso generalizzato. E che si sia peraltro tutti convinti che non si possono collegare repentini rivolgimenti al perfezionamento della cavalleria, minoranza degli eserciti, spesso importante e decisiva, ma sempre usata ‘in più’ rispetto alla massa d’urto dei combattenti a piedi.

 

La staffa e l'armamento del combattente

Vediamola, allora, la storia aggiornata della staffa. Ridatiamola, e colleghiamola all’insieme dell’attrezzatura di un combattente.

L’ascia bipenne, o francisca, era una pesante arma prevalentemente da lancio, usata dai fanti, che usavano anche il sax o scramasax, una spada lunga a un solo taglio. Le battaglie, almeno fino all’età merovingia, consistevano essenzialmente in una serie di duelli individuali fra combattenti a piedi con ascia e spada.

Questo spiega i tempi (implicati ad esempio dal lancio, dal recupero dell’ascia ecc.) e la pluralità di armi: la lancia più usata era l’angone, con punta metallica circondata da uncini che non solo straziavano la vittima ma, nel caso, si piantavano nello scudo riducendo la mobilità dell’obiettivo, a cui a quel punto ci si avvicinava con il sax. Il sax rimase prevalente via via che si passò, dal secolo VIII, a combattimenti più coordinati. Mentre era più rara – perché perfetta in particolare per i corpo a corpo fra cavalieri – la spatha (o gladio), più corta del sax, a due tagli, ma soprattutto pesante più in punta che dal- la parte dell’elsa.

Il già ricordato angone (una sorta di giavellotto) fu la lancia normalmente usata in un primo tempo anche dai cavalieri, che non ne inventarono subito un uso diverso, e per i quali era normale scendere da cavallo per avvicinarsi con la spada all’avversario colpito o rimasto senza scudo.

 

I molti modi di cavalcare dell'alto medioevo

 

Lynn White jr. aveva certamente ragione quando ci insegnava che nell’alto medioevo gli usi della cavalleria e i modi di cavalcare erano vari.

Vandali, Goti e Longobardi usavano molto i cavalli, mentre tra Franchi e Anglo-Sassoni i combattenti montati erano un’eccezione. Per gli uni e per gli altri era indubbia, nei primi secoli del medioevo, la precarietà dell’equilibrio: cavalcare su una semplice coperta, senza sella e senza staffa, attrezzati solo da redini e morso, serviva essenzialmente a garantire velocità ed essere pronti a saltar giù dalla cavalcatura: infatti White fa notare che prima della staffa per questa operazione si usava il verbo «desilire» (saltar giù) e invece, dopo la staffa, «de- scendere», ed è tra le sue osservazioni più interessanti.

Jadran Ferluga, documentatissimo bizantinista contemporaneo, dà rilievo alla guerra greco-gotica per più aspetti: 1) perché vi individua una prevalenza, fra i Bizantini, di truppe appiedate, in particolare nell’importante battaglia di Tagina del 552; 2) perché vi compaiono drappelli di arcieri a cavallo, di cui Bisanzio si era dotata copiando i nomadi dell’Asia centrale; 3) perché sono usati i «catafratti» (corazzati in larga parte del corpo) che sono appesantiti ma versatili, e combattono sia a piedi sia a cavallo.

Si può supporre, nelle truppe bizantine, la presenza – anche se non un uso sistematico – della staffa: si era nel secolo VI (in Cina era già nota alla fine del V). Il modello della staffa era dunque arrivato presto in Occidente, ma si affermò a fatica, proprio per l’adozione tutt’altro che sistematica del combattimento a cavallo.

 

05Fig. 5 L’arciere monta con la staffa al modo dei nomadi; il cavaliere armato di spada no, dal momento che combatte a piedi (800-824). Bibliothèque municipale de Valenciennes. Ms.99 (92). Fonte

 

Pochi cavalieri, pochissime staffe

Per la fine del secolo VII, in Francia orientale, sappiamo di un esercito di 704 combattenti: di questi solo 135 sono cavalieri e tra questi cavalieri solo 13 sono muniti di staffe. Si pensi che addirittura nella battaglia di Hastings, combattuta il 14 ottobre 1066 tra il duca di Normandia Guglielmo e il re d’Inghilterra Aroldo, gli Anglo-Sassoni erano quasi privi di cavalleria e certamente senza staffe.

Per troppo tempo gli studiosi hanno adottato un’equazione cavalli=cavalleria: mentre è provato che i cavalli servivano prevalentemente a coprire lunghe distanze, in preparazione ai combattimenti a piedi una volta arrivati a destinazione. In una nota e bella fonte iconografica per la storia della guerra, l’arazzo di Bayeux del 1080 circa, sono molti i cavalieri che impugnano ancora la lancia a braccio teso verso l’alto, pronti a usarla come un giavellotto. Ricordiamo sempre che a Poitiers i Franchi non riuscirono a inseguire i musulmani sconfitti.

Ma prendiamo anche atto che, ancora nel pieno secolo IX, quando la cavalleria cominciava a diffondersi, il combattimento con lancia «in re- sta» era tutt’altro che comune. Eppure il cavaliere saldamente in sella, appoggiato alle staffe, corazzato, con la lancia in resta (cioè appoggia- ta al corpo e pronta a colpire di punta il nemico), era una macchina da guerra straordinaria: la forza d’urto del peso del cavaliere e del cavallo in corsa, tutta concentrata su quella lancia ben assicurata all’insieme, era eccezionale.

 

Perché la staffa era poco usata

Perché allora tanta lentezza nell’adottare la staffa e la tecnica di combattimento che consentiva, pur secoli dopo la data-mito di Poitiers? Perché negli eserciti c’erano meno combattenti montati di quanto normalmente si pensi.

Perché era un’attrezzatura da ricchi, che aveva bisogno della rinuncia agli eserciti di popolo e della successiva diffusione delle clientele militari: formate da aristocratici già abbienti, che per il mantenimento proprio e della propria attrezzatura potevano an- che contare sulle rese delle terre feudali.

Perché quasi sempre, nella storia, un’innovazione tecnica si afferma progressivamente (anche nella guerra, che purtroppo ne è spesso il motore): è raro che ci siano folgorazioni di massa verso la novità e, soprattutto, occorrono le condizioni economiche e sociali che ne consentano l’adozione generalizzata.

 

Tre motivi dell'affermazione dei Franchi

Un’altra, e finale, domanda. Perché allora i Franchi conquistarono l’Europa?

Perché i re Carolingi (a differenza dei predecessori Merovingi) smisero di imitare il modello statale romano e costruirono un sistema composito e duttile, in cui mescolarono le tradizioni barbariche 

dei legami personali con apparati solo in parte statali e territoriali.

Perché mantennero vivo, nel loro ceto dominante, interessi soggettivi alla conquista e all’affermazione, non mediati da apparati burocratici.

Perché – ed è la causa meno nota – non erano per nulla conservatori ed erano scarsamente gelosi della propria identità etnica: pronti a integrare chiunque con parità di diritti (si trattasse di altri Germani, di Gallo-Romani o di Latini), inclini a mettere sullo stesso piano i loro princìpi di eminenza sociale (tutti giocati sulla capacità di comando e sul valore militare) e quelli delle popolazioni romanizzate (in cui dava prestigio, ad esempio, compiere carriere ecclesiastiche).

Furono certamente grandi combattenti, ma non cerchiamo una spiegazione unica della loro affermazione (e certamente non la staffa).

 

 

*Questo articolo è stato pubblicato la prima volta in «Nuvole» (XV, 2005, 25, pp. 92-8), che ringraziamo per averci concesso questa nuova edizione online.

 

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