Valditara

  • Che fate il 12 luglio?

    di Antonio Brusa

    2Seminario SiDidaSt 12 luglio Se non siete ancora partiti per le vacanze, segnatevi la data e leggete la locandina sotto. Il tema del quale parleremo non è troppo dibattuto nelle sale dei professori. Purtroppo, perché è uno di quelli vitali per il nostro mestiere. Cambia il programma di storia. Per fare che? Valditara dice perché dobbiamo dare agli allievi un’identità italiana. E cosa c’è di meglio della storia (e un po’ anche della geografia e della letteratura) per raggiungere questo scopo? Non è il solo in Europa. Lo hanno già fatto tutti i paesi dell’Europa orientale e molti di quella occidentale. Tutti, in questo scorcio di XXI secolo, sembra che vogliano rinchiudersi nella comfort-zone della tradizione e della patria. La SiDidaSt ha progettato questo seminario per fare chiarezza, per conoscere bene la questione e capire qual è la posta in gioco. Abbiamo chiesto a studiosi di didattica, a storici e ai rappresentanti delle associazioni generaliste di storia di aiutarci a vederci chiaro. Li ascolteremo, e poi, nel pomeriggio, avremo un ampio spazio per discutere.
    Per partecipare sarà facilissimo: basta aprire la locandina e cliccare o inquadrare il qrcode e si entra. Chi vuole assistere “dal di fuori”, lo potrà fare attraverso la diretta su facebook.

     

    CLICCA QUI PER LA LOCANDINA

  • Comunicato congiunto sulle Nuove Indicazioni Nazionali

    {jcomments off}

    comunicato NIN Società storiche 31 marzo 2025 Pagina 1

    comunicato NIN Società storiche 31 marzo 2025 Pagina 2

     

    Scarica il comunicato QUI.

  • Il "Romanzo di Alessandro" e la Riforma Valditara

    di Luigi Cajani

    Il programma di storia della riforma Valditara per il primo ciclo1 è stato bersaglio di un gran numero di critiche, che non hanno lasciato indenne nessuno dei suoi aspetti. In primo luogo, sul piano ideologico, è stato criticato il suo eurocentrismo, proclamato nel perentorio incipit: “Solo l’Occidente conosce la storia”. È stata poi criticata l’impostazione narrativa della didattica, col rifiuto esplicito del lavoro sulle fonti. Molte poi le critiche sui contenuti. Nella versione definitiva si trova ad esempio la “comparsa dell’uomo sulla terra”, invece del “processo di ominazione”, che è la definizione scientificamente rigorosa, e si trovano inutili ridondanze, come i due distinti contenuti: “la nascita e l’importanza della scrittura” e “vari tipi di scrittura”. Ed è stato notato lo sbilanciamento fra i quattro contenuti di storia greca e i tredici di storia romana, prova della scelta di mettere Roma al centro del progetto identitario italiano, che è l’obiettivo fondamentale di questo programma. Ed è stato criticato l’aver definito il colonialismo e l’imperialismo europeo solo come un tranquillo “incontro dell’Occidente con altre civiltà”.

    Ma soprattutto per la storia medievale sono stati rilevati dei veri e propri errori, come ha messo in luce Giuseppe Sergi commentando la prima bozza del programma. Fra di essi, l’aver parlato di “migrazioni germaniche”, invece che “barbariche”, facendo così riferimento a un’inesistente identità etnica; l’aver collocato il feudalesimo dopo Carlo Magno, suggerendo l’idea, da tempo superata, che i poteri locali si fossero sviluppati per investitura e delega. Superato dalla storiografia è anche il modello delle quattro repubbliche marinare2, e del tutto infondata la visione di un’unificazione dell’Italia a opera dei Longobardi, che peraltro è sparita già nella seconda bozza, sostituita dal semplice riferimento ai Longobardi. Sergi spiega questi errori con l’ignoranza: “Gli estensori della bozza sembrano essersi attenuti ai propri ricordi scolastici … Se invece si fossero aggiornati non avrebbero meritato la matita blu”, e conclude: L’impianto ideologico è più che discutibile, l’ignoranza è imperdonabile”3. Una spiegazione semplice e plausibile, anche se non può non lasciare molto perplessi, visto che il programma è stato scritto da storici di professione4.

    Immagine1Fig.1: Il volo di Alessandro (cattedrale di Otranto, pavimento).Ma la perplessità è niente di fronte allo sbalordimento che si prova quando, in mezzo ai contenuti di storia romana, si trova il seguente: “L’unificazione del mondo mediterraneo sotto Alessandro Magno”. Quando lessi la prima bozza del programma pensai ovviamente a una svista5, ma mi sono dovuto ricredere, visto che questo contenuto è rimasto, immutato, anche nella versione definitiva del programma. Qui non si tratta più di ignoranza, cioè del ricorso a interpretazioni storiografiche superate, ma dell’invenzione di un fatto storico. Trovare una spiegazione in questo caso mi pare impossibile. Si potrebbe dire, buttandola sullo scherzo, che gli autori del programma sono vittime del mito di Alessandro, un mito potentissimo, nato dal carattere inedito ed eccezionale delle sue imprese, che si sviluppò già nell’Antichità dando vita al Romanzo di Alessandro6.

     

    Immagine2Fig.2: "Romanzo di Alessandro", Manoscritto armeno XIV secolo (Venezia, San Lazzaro, 424).Questo romanzo continuò ad avere un grande successo nel corso del Medioevo, diffondendosi in Occidente, in Oriente e fino in Africa, con numerosissime traduzioni nelle lingue europee, nonché in lingua armena, etiopica, araba, persiana e altre ancora, e giungendo fino alla Mongolia e alla Malesia. Il racconto originale venne ripetutamente e profondamente rielaborato dalle varie culture locali: nelle versioni malesi, ad esempio, Alessandro (chiamato Iskandar, come nei testi arabi e persiani) si converte all’Islam e viene inserito nelle genealogie dei regnanti locali, per dare loro legittimità e lustro. Alessandro è a seconda dei casi protagonista di imprese fantastiche e mirabolanti, dall’incontro con animali e esseri umani mostruosi, al volo in una cesta tirata da due uccelli, all’esplorazione sottomarina in una cassa di vetro, alla ricerca della Fonte dell’Eterna Giovinezza, al viaggio in Paradiso.

     

     

     

     

     

     

     

     

    Immagine3Fig.3: "Romanzo di Alessandro", Jehan de Grise e bottega, circa 1350 (Oxford, Bodleian Library, ms.264, f50r).Ma accanto a queste imprese impossibili ne compare anche una possibile: la conquista dell’Occidente. Nella prima versione greca del Romanzo (la Recensione a) si narra che dopo la battaglia del Granico e la conquista dell’Asia minore Alessandro si recò dapprima in Sicilia, dove sconfisse dei non meglio precisati nemici, e poi passò in Italia. I Romani gli mandarono allora incontro il generale Marco Emilio per offrirgli la corona d’oro e perle di Giove Capitolino, gli dichiararono obbedienza e gli diedero quattrocento talenti e mille soldati, scusandosi di non potergliene dare di più perché impegnati nella guerra contro i Cartaginesi. Alessandro in cambio promise loro che li avrebbe resi grandi. Dopo di che si imbarcò per l’Africa. I Cartaginesi gli chiesero di difenderli dai Romani, ma lui rispose: “O diventate più forti, o pagate il tributo ai più forti”7, e continuò la sua strada verso l’Egitto. Storia cronologicamente impossibile, in cui Alessandro interviene nel conflitto fra Roma e Cartagine, che inizierà invece circa sessanta anni dopo la sua morte, ma che vuol fare intendere che Alessandro era in buoni rapporti con Roma e che la futura grandezza della città sarebbe dipesa proprio dal suo rifiuto di aiutare i Cartaginesi. Nella Recensione g del Romanzo Alessandro si spinge ancora più lontano: dopo aver ricevuto l’omaggio di Roma, parte alla conquista dell’Occidente, senza incontrare resistenza, ma anzi ottenendo la spontanea sottomissione di tutti i regni8.

    Immagine4Fig.4: Eskandar che combatte i nemici, miniatura persiana del XV secolo (Cracovia, Czartoryski Museum).Immagine5Fig.5: "Hikayat Iskandar Zulkarnain", versione malese del Romanzo di Alessandro, 1713 (Leiden University Library, Cod. Or. 1970).Il Romanzo trasforma così in realtà quelle che secondo gli storici antichi erano le intenzioni di Alessandro. Arriano scrive infatti che egli intendeva inviare una flotta che, partendo dall’Eufrate, avrebbe circumnavigato l’Africa e sarebbe entrata nel Mediterraneo dalle Colonne d’Ercole per conquistare prima Cartagine e poi Roma, di cui lo infastidiva la crescente fama9. Anche Diodoro Siculo10 e Curzio Rufo11 gli attribuiscono il progetto di conquistare Cartagine e l’Occidente con una flotta che sarebbe partita più semplicemente dai porti del Mediterraneo orientale. Se dunque Alessandro non fosse morto nel 323 a. C. a Babilonia, di malattia o di veleno, è possibile che avrebbe volto il suo esercito verso Occidente per unificare il Mediterraneo. Del resto l’Occidente era già stato nel mirino dei macedoni. Alessandro il Molosso, zio materno di Alessandro e re dell’Epiro, nel 334 a. C., proprio mentre suo nipote iniziava la spedizione in Asia, era intervenuto nell’Italia meridionale chiamato in soccorso da Taranto, e si era scontrato con vari popoli italici, ma non con i Romani, trovando la sconfitta e la morte. Una coincidenza temporale fra le due imprese che agli occhi di Pompeo Trogo (la cui storia ci è giunta nell’epitome di Giustino) divenne un progetto strategico di spartizione del mondo fra parenti macedoni12. Più tardi, nel 280 a. C., un altro re dell’Epiro, Pirro, intervenne in Italia sempre per difendere Taranto, e diede molto filo da torcere ai Romani prima di essere costretto a tornarsene a casa. Plutarco narra un episodio che lascia intendere come già allora i Romani sentissero il peso del paragone con Alessandro. Dopo la prima vittoria a Eraclea, Pirro inviò l’ambasciatore Cinea a Roma a proporre un favorevole trattato di pace ed alleanza. Poiché molti senatori erano inclini ad accettare, il vecchio Appio Claudio Cieco li rimproverò aspramente ricordando che quando erano giovani erano soliti affermare che se il grande Alessandro fosse venuto in Italia per combatterli sarebbe stato certamente sconfitto. I senatori furono allora presi da fervore bellico e rimandarono indietro Cinea a Pirro con l’intimazione di lasciare l’Italia, altrimenti avrebbero continuato a combatterlo13.

    Il paragone con Alessandro diventava irritante per i Romani, quando veniva fatto da altri per sminuire la loro grandezza. Ne è prova la reazione di Livio contro gli autori greci che esaltavano i Parti vincitori sui Romani e sostenevano che questi ultimi sarebbero stati presi da timore reverenziale di fronte Alessandro. Questa provocazione lo spinse a inserire nella sua storia di Roma, là dove narra di Lucio Papirio Cursore e delle sue vittorie sui Sanniti, una lunga digressione per dimostrare che se Alessandro avesse invaso l’Italia sarebbe stato battuto dai Romani. Partendo da un’ipotesi di storia controfattuale, Livio analizza il peso dei principali fattori in campo, per concludere che comunque il corso generale della storia non sarebbe cambiato. In primo luogo, sostiene Livio, nel giudicare il valore di Alessandro bisogna tener presente che nel corso della sua breve vita egli ebbe sempre la fortuna dalla sua parte, ma se fosse vissuto più a lungo sarebbe potuto andare incontro, come molti altri condottieri, a rovesci di fortuna. Inoltre Alessandro fu il solo comandante del suo esercito, mentre i Romani avevano molti comandanti coraggiosi e geniali quanto lui, e per di più educati in una tradizione di disciplina. L’esercito romano era poi molto più forte di quelli orientali che Alessandro aveva sconfitto, e rispetto all’esercito macedone disponeva di armi e di tattiche più efficaci. Infine Roma, anche senza contare gli alleati, poteva mettere in campo molti più uomini. Alessandro avrebbe dunque fatto la fine di Annibale: un paragone, quest’ultimo, certo molto significativo per i Romani14.

    Che cosa sarebbe successo se Alessandro non fosse morto a 32 anni è una questione che non ha interessato solo gli antichi, ma anche un grande storico contemporaneo, Arnold J. Toynbee, autore noto soprattutto per una voluminosa storia universale. In un lungo saggio pubblicato nel 1969, verso la fine della sua carriera di studioso, egli immaginò con ricchezza di dettagli uno scenario in cui Alessandro viveva ancora per molti anni e portava a compimento il suo progetto di un impero universale, dall’Oriente all’Occidente. In Occidente Cartagine e Roma avrebbero avuto sorti diverse: la prima sarebbe stata distrutta, la seconda invece avrebbe accettato un trattato di alleanza che ne limitava la sfera di influenza in Italia. In Oriente Alessandro avrebbe preso il controllo dell’India, e ciò avrebbe fra l’altro avuto come conseguenza la penetrazione e l’affermarsi del buddhismo in Occidente. E anche la Cina sarebbe entrata nell’orbita di Alessandro, che ne avrebbe annesso uno degli Stati, stringendo un’alleanza con gli altri15.

    La recente pubblicazione di un romanzo di fantastoria mostra come il mito di Alessandro sia ancor oggi capace di stimolare la fantasia. Javier Negrete, uno scrittore spagnolo affermato in questo genere narrativo, ha infatti ripreso il tema dell’invasione dell’Italia da parte di Alessandro 2007 nel romanzo Alessandro Magno e l’aquila di Roma16. Questa volta Alessandro e i Romani non giungono pacificamente a un’alleanza, ma la vicenda si conclude con una sanguinosa battaglia ai piedi del Vesuvio, in cui i Romani vengono sconfitti. E Alessandro entra da trionfatore a Roma.

    Questa breve digressione nel fantastico mondo di Alessandro non fa comunque dimenticare la realtà del nuovo programma di storia, con cui bisogna fare i conti. Gli autori di manuali di quarta primaria ignoreranno tranquillamente il tema dell’“unificazione del Mediterraneo sotto Alessandro Magno”. Parleranno, correttamente, solo delle imprese realmente compiute da Alessandro, dato il consueto margine di libertà che hanno nel seguire i dettami di un programma. Non potranno invece ignorarlo coloro che scriveranno un saggio su questo programma di storia, e avranno l’arduo e imbarazzante compito di spiegare a un pubblico di storici e di esperti di didattica la presenza non solo degli errori di storia medievale, ma anche di questa autentica, memorabile e soprattutto incomprensibile corbelleria.

     

    Appendice

    Due pagine di manuali degli anni ’60, sulle Repubbliche marinare.

    Immagine6Fig.6: Eliseo Morosi, "Corso di storia per le scuole di avviamento a tipo industriale", 2, seconda edizione, Torino, G. B. Petrini, 1960.Immagine7Fig.7: Piero Operti, "Civiltà italiana. Corso di storia per la scuola media. Volume secondo, Medio evo ed età moderna", Torino, S. Lattes & C. Editori, 1959

     

    Note

    1 La prima bozza delle Indicazioni Nazionali per il curricolo - Scuola dell’infanzia e Scuole del Primo ciclo di istruzione è stata pubblicata l’11 marzo 2025. Una seconda bozza dell’11 giugno 2025, ampiamente riveduta, è stata sottoposta al parere del Consiglio di Superiore della Pubblica Istruzione. Il testo definitivo, che presenta alcune modifiche rispetto al precedente, a seguito ai rilievi espressi dal Consiglio di Stato, è stato pubblicato il 9 dicembre 2025. 

    2 In appendice a questo articolo due pagine di manuali degli anni ‘50-’60 sulle Repubbliche marinare.

    Giuseppe Sergi, Le “indicazioni” e la storia-propaganda, in “L’Indice dei libri del mese”, 2025 n. 6. 

    I componenti del gruppo che ha redatto il programma di storia sono il coordinatore Ernesto Galli della Loggia - Prof. Emerito, già P.O. di storia contemporanea, Scuola Normale di Pisa, e gli esperti Cinzia Bearzot - P.O. di storia greca, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Giovanni Belardelli - già P.O. di storia delle dottrine politiche, Università degli Studi di Perugia; Silvia Capuani - Docente Istituto di Istruzione Superiore, Roma; Elvira Migliario - P.O. di storia romana, Università degli Studi di Trento; Marco Pellegrini - P.O. di storia moderna, Università degli Studi di Bergamo; Federico Poggianti - Ricercatore di storia contemporanea, Università Telematica Pegaso; Adolfo Scotto di Luzio - P.O. di storia contemporanea, Università degli Studi di Bergamo.

    Luigi Cajani,La storia nella bozza della riforma Valditara, in “Historia ludens”, 19 marzo 2025.

    Per il dibattito sulla datazione si veda Il Romanzo di Alessandro, a cura di Richard Stoneman, Fondazione Lorenzo Valla – Arnoldo Mondadori editore, I, 2007, pp. xxv-xxxiv.

    Ivi, pp. 56-57 (Recensionea, I. 29-30). 

    8Ivi, pp. 307-309 (Recensione g, I. 27. 15-18).

    Arriano,Anabasi di Alessandro, 7.1.2-3.

    10 Diodoro Siculo,Biblioteca storica, 18. 4. 4.

    11 Quinto Curzio Rufo, Storia di Alessandro Magno, 10. 1. 17-18.

    12 Marco Giunio Giustino,Storie Filippiche,12.2.1.

    13 Plutarco, Vite parallele, Pirro, 19.

    14 Tito Livio,Storia di Roma, 9. 17-19.

    15 Arnold J. Toynbee,If Alexander the Great had Lived On, in Idem,Some Problems of Greek History, Oxford University 1969, pp. 441-486.

    16 Javier Negrete,Alessandro Magno e l’aquila di Roma, Roma, Newton Compton, 2019 (ed. or.Alejandro Magno y las águilas de Roma, 2007).

    {jcomments off}

  • Insegneremo storia o “italianità”?

    di Massimo Baldacci e Antonio Brusa

     

    Immagine WhatsApp 2025 01 20 ore 17.34.13 a4a9b213 Dopo aver letto l’intervista che l’on. Valditara ha rilasciato al “Giornale”, abbiamo deciso di scrivere il documento che alleghiamo. Lo abbiamo sottoposto a tanti colleghi universitari e di altre istituzioni culturali e moltissimi (in 147) lo hanno firmato con convinzione: storici, geografi, filosofi, pedagogisti e di altre discipline. Ora lo proponiamo agli insegnanti e ai cittadini sensibili alle questioni scolastiche. Non chiediamo a nessuno giudizi prematuri sulla riforma, né tantomeno di esprimere un rifiuto di principio al lavoro della Commissione. Chiediamo di riflettere sulla questione centrale di questa riforma, e cioè la sua dichiarata finalità identitaria. La storia serve per tramandare a ragazzi e ragazze “l’italianità”, o per insegnare loro a conoscere il mondo nel quale vivranno? Qui non c’entrano né partiti, né ideologie personali, né il favore o meno che si può concedere a questo governo. C’entrano il senso del nostro lavoro di insegnanti e la salvaguardia del carattere scientifico della nostra disciplina. Se condividete questa preoccupazione, vi prego di inviare la vostra adesione a questo link, gestito da Proteo: https://forms.gle/hLjhanPgSghzRvru8.

    Lo sappiamo tutti: più siamo, più la nostra voce sarà forte.

     

    Il documento

    Il ministro dell’istruzione e del merito on. Valditara, il 15 gennaio, ha rilasciato al Giornale un’intervista in cui anticipa alcuni elementi delle nuove Indicazioni curricolari nazionali, formulate da una commissione presieduta da Loredana Perla (e di cui fa parte anche Ernesto Galli della Loggia, autore con lei del volume Insegnare l’Italia, 2023).

    Ovviamente, le anticipazioni contenute in questa intervista non sono sufficienti per formulare un giudizio organico e circostanziato sulle nuove Indicazioni. Per questo sarà necessario attendere il documento elaborato dalla commissione. Tuttavia, il senso dell’intervista è quello di aprire la discussione e cercare di influenzarla ancor prima dell’uscita del documento. Infatti, il dibattito che si è acceso, sui social – specie fra insegnanti – e sui media fra storici, scrittori e giornalisti, si è rapidamente articolato in tante sottoquestioni, fra le quali primeggiano lo studio della Bibbia e del latino e la ricorrente nostalgia della buona scuola di una volta, rischiando di mettere in secondo piano quello che questa riforma propone come tema fondamentale. Tale tema è se un intero programma di studi possa essere finalizzato a uno scopo politico, quale quello della costruzione (o della salvaguardia) di un’identità collettiva, e se a questo debba essere subordinato l’apprendimento di discipline scientifiche, quali in particolare la storia e la geografia (ma non dimentichiamo la riduzione della letteratura a contenitore di valori identitari). A questo proposito, appare emblematico il passaggio dell’intervista circa l’insegnamento della storia: “L’idea è quella di sviluppare questa disciplina come una grande narrazione, senza caricarla di sovrastrutture ideologiche, privilegiando inoltre la storia d’Italia, dell’Europa, dell’Occidente”. Appare evidente la coerenza con l’idea di una scuola il cui primo compito è quello di formare un’identità collettiva, e in particolare un’identità nazionale italiana, che rappresenta il leitmotiv del libro di Galli della Loggia e Perla. Questa sembra la questione fondamentale che sta alla base di tutta l’operazione. Si tratterebbe, a dispetto delle parole del ministro, di una scelta ideologica, che andrebbe a scapito del profilo scientifico del curricolo, e quindi del suo autentico valore formativo.

    Certamente, vogliamo sperare che queste perplessità siano dissipate dal documento elaborato dalla commissione, del quale una breve intervista non può dare un resoconto esauriente. Nel frattempo, sollecitiamo gli insegnanti, gli studiosi e le associazioni professionali a prendere consapevolezza della posta in gioco e a discuterla. È una scelta strategica per la scuola italiana, che non può passare nel silenzio della scuola e della politica.

    Massimo Baldacci (presidente nazionale di Proteo) e Antonio Brusa (presidente della Società Italiana di Didattica della storia)

     

    Hanno sottoscritto il documento (in ordine alfabetico)

    Pietro Adamo, unito
    Salvo Adorno, unict
    Ilaria Agostini, unibo
    Gabriella Agrusti, Lumsa
    Roberto Alciati, unifi
    Emiliano Alessandroni, uniurb
    Margherita Angelini, unikore
    Stefano Azzarà, uniurb
    Duccio Balestracci, unisi
    Giuseppe Barone, unict
    Claudio Bazzocchi, Crs
    Anna Emilia Berti, unipd
    Carmen Betti, unifi
    Piero Bevilacqua, Sapienza
    Fabio Bocci, uniromatre
    Antonio Bonatesta, uniba
    Beatrice Borghi, unibo
    Francesca Borruso, uniromatre
    Alessandra Bulgarelli, unina Federico II
    Roberto Buttini Gattai, unifi
    Franco Cambi, unifi
    Mimmo Cangiano, unive
    Luigi Cajani, Sapienza
    Stefano Calonici, unisi
    Paolo Cammarosano, units
    Glauco Maria Cantarella, unibo
    Antonio Cantaro, uniurb
    Vittorio Caporrella, unibo
    Guido Carpi, unina Orientale
    Annastella Carrino, uniba
    Simone Casini, unipg
    Alessandro Cavalli, Accademia nazionale dei Lincei
    Francesca Chiarotto, uniupo
    Salvatore Cingari, unipg per stranieri
    Livio Ciappetta, unicusano
    Piero Colla, Osservatorio europeo sull'insegnamento della storia
    Mino Conte, unipd
    Pasquale Cordasco, uniba
    Elisabetta Corsi, Sapienza
    Cristiano Corsini, uniromatre
    Rita Cosma, Sapienza
    Giuseppe Cospito, unipv
    Carmela Covato, uniromatre
    Marco Cuaz, univda
    Stefano D’Atri, unisa
    Costanza D’Elia, unicas
    Giuliano De Felice, uniba
    Valeria Deplano, unicag
    Tommaso Detti, unisi
    Angelo d’Orsi, unito
    Liliana Dozza, unibz
    Tiziana Drago, uniba
    Lea Durante, uniba
    Maurizio Fabbri, unibo
    Pasquale Favia, unifg
    Alessandra Ferraresi, unipv
    Vincenzo Ferrone, unito
    Silvia Fioretti, uniurb
    Paolo Fioretti, uniba
    Roberto Fineschi, unisi
    Francesco Fistetti, uniba
    Marcello Flores, unisi
    Filippo Focardi, unipd
    Gianni Francioni, unipv
    Fabio Frosini, uniurb
    Filippo Galletti, unibo
    Alessandra Giannelli, uniba
    Carlo Greppi, storico
    Alexander Hobel, unina Federico II
    Lutz Klinkhammer, Istituto storico germanico Roma
    Alessandro Lagioia, uniba
    Rosanna Lamboglia, unibas
    Cristina Lavinio, unicag
    Tiziana Lazzari, unibo
    Guido Liguori, International Gramsci Society
    Isabella Loiodice, unifg
    Pietrangelo Lombardi, unipv
    Gennaro Lopez, uniromatre
    Giancarlo Macchi Janica, unisi
    Elena Madrussan, unito
    Rosario Mangiameli, unict
    Brunello Mantelli, unical
    Roberto Maragliano, uniromatre
    Carla Marcellini, ISM
    Berta Martini, uniurb
    Chiara Massari, Iveser
    Alfio Mastropaolo, unito
    Ivo Mattozzi, unibz
    Andrea Micciché, unikore
    Maria Elisa Micheli, Accademia nazionale dei Lincei
    Maria Chiara Michelini, uniurb
    Gian Giacomo Migone, unito
    Giuseppe Monsagrati, Sapienza
    Massimo Montanari, unibo
    Domenico Mugnolo, uniba
    Marcello Mustè, Sapienza
    Giovanni Muto, unina Federico II
    Melania Nucifora, unict
    Elisabetta Nigris, unimibicocca
    Nadia Olivieri, Ivrr
    Enrico Pagano Istorbive
    Daniele Palermo, unipa
    Salvatore Palifds, unige
    Walter Panciera, unipd
    Matteo Pasetti, unibo
    Manoela Patti, unipa
    Rossano Pazzagli, unimol
    Irene Piazzoni, unimi
    Pietro Pinna, unito
    Tiziana Pironi, unibo
    Stefano Pivato, uniurb
    Adriano Prosperi, Accademia nazionale dei Lincei
    Chiara Pulvirenti, Sapienza
    Giulia Quaggio, Università Complutense di Madrid
    Giuseppe Raciti, unict
    Alice Raviola Blythe, unimi
    Francesco Remotti, unito
    Renzo Repetti, unige
    Mario Ricciardi, unibo
    Maria Grazia Riva, unimibicocca
    Laura Ronchi, Sapienza
    Francesca Roversi Monaco, unibo
    Saverio Russo, unifg
    Biagio Salvemini, uniba
    Salvatore Santuccio, unirc
    Andrea Savio, unipd
    Daniele Serapiglia, Università Complutense di Madrid
    Giuseppe Sergi, unito
    Elisa Signori, unipv
    Maria Sternini, unisi
    Maura Striano, unina Federico II
    Pietro Themelly, Sapienza
    Elisabetta Todisco, uniba
    Marica Tolomelli, unibo
    Maria Tomarchio, unict
    Raffaele Tumino, unimc
    Ira Vannini, unibo
    Pietro Vereni, uniromadue
    Marcello Verga, unifi
    Carlo Verri, unipa
    Elisabetta Vezzosi, units
    Giacomo Vignodelli, unibo
    Claudia Villani, uniba
    Francesco Violante, uniba
    Andrea Zagli, unisi
    Alberto Ziparo, unifi

  • Le riforme a costo zero, ovverosia la gabbia di matti

    di Antonio Brusa

    Immagine WhatsApp 2025 02 13 ore 06.44.55 7cdbe178 Avete mai letto una novella, di quelle fra il comico e l’angosciato, dove il padrone di casa cambia continuamente idea sulla disposizione dei mobili? Lo fa per nobili ragioni: ora vuole una casa accogliente, ora severa e raccolta, ora vuole mettere a proprio agio i bambini, poi dice no, prima gli anziani. Cambia sempre idea, ma non ha soldi o, per qualche sua ragione, non ne vuole spendere per comprare mobili nuovi, ridipingere le pareti o, magari, per prendere una casa più adatta. Quindi, fa spostare i mobili. Sempre gli stessi. E più gli inquilini li trascinano di qua e di là, più lui si intestardisce, più ci si incavola e più lo stress aumenta. “Una gabbia di matti”, commentano increduli i vicini e scrollano le spalle.

    Non l’avete letta? Mi dite che non esiste? Allora, datevi uno sguardo al decreto con il quale si lancia l’attuazione della riforma dell’istruzione tecnica e professionale, stabilita nel decreto-legge 144/2022.

    Se supererete i ben 45 commi iniziali - “visto quello e quell’altro” – sarete premiati. Senza nessuna ironia. Perché è importante che il ministro dichiari che devono essere rafforzate le competenze linguistiche, storiche, matematiche (ecc.), che devono essere attuate attività specifiche formative a vantaggio dei prof e, fra le tantissime altre belle cose, che si realizzi l’internazionalizzazione dei nostri istituti tecnici (art.1).

    Nel secondo articolo, poi, il nostro consenso aumenta, perché si prevede che l’insegnante usi metodologie diverse (e quindi non solo la lezione: ma lo avranno letto, questo decreto, nella Commissione di Storia?) e perfino unità di lavoro integrate fra varie discipline. Già immagino di realizzare un progetto integrato fra storia e discipline tecnico-scientifiche. E’ un sogno che coltivo da tempo. Due ore di storia + due ore di tecnologia. Un bel laboratorio in compresenza, come dice la legge, finalmente. Finalmente: perché basta con questa interdisciplinarità farlocca, fatta di carte sulle quali tutti scrivono le stesse competenze e poi ognuno fa il pezzo suo per i fatti suoi. Certo, la compresenza richiede qualche ora di lavoro aggiuntiva, perché se dobbiamo stare insieme per quattro ore, ciascuno di noi starà in classe due ore in più. Più ore, più soldi? Non faccio in tempo a chiedermelo, che lo sguardo cade sul comma 4: “le misure di cui al presente articolo sono adottate nell’ambito delle risorse umane, strumentali e disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Non capisco. Il governo chiede ai suoi insegnanti di lavorare gratis, o di continuare con la finta inter/multi/trans disciplinarità?

    Il concetto è ribadito nell’articolo 5, dove, a scanso di equivoci, si dice che tutto ciò che è stato stabilito negli articoli precedenti, deve essere inteso senza oneri aggiuntivi.

    Poi si passa ai rapporti col mondo del lavoro. Nell’articolo 7 si dice che i docenti delle materie tecniche possono andare nelle aziende relative alle loro materie per aggiornarsi. Vanno in missione, dunque: attività che, anche se poco, dovrebbe essere pagata. No: anche qui, proprio nello stesso comma, si ripete che niente soldi. Si va gratis e l’azienda ti formerà altrettanto gratuitamente. Vogliamo proseguire? Anche l’articolo 8 su partenariato, patti educativi e altre meraviglie da realizzarsi col territorio è chiuso dalla stessa clausola di garanzia (comma 4). Nell’articolo 10 si affronta la questione dei processi di internazionalizzazione. Necessari come non mai nel mondo del lavoro (e anche qui, il pensiero corre ai membri della commissione di storia chini sul loro programma nazionale). Il ministro fa bene a dedicarci un articolo molto dettagliato. Solo che, sarà l’abitudine dell’estensore, anche l’internazionalizzazione termina con la garanzia che non costerà nulla.

    Infine, per essere proprio certi e non lasciare dubbi a chicchessia, l’articolo 12 ripete per l’ennesima volta che “dal presente decreto non derivano nuovi e maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

    Un tempo avrei scritto che le riforme a parole lasciano il tempo che trovano. Oggi la penso diversamente. Obbligano docenti, dirigenti e personale ata a mobilitarsi, a riassegnare ore e persone, a elaborare orari fantascientifici. Lo hanno già fatto per l’educazione civica e per l’orientamento. Perciò, con questa riforma a parole, si aggiungeranno tante altre carte, nelle quali certificare di competenze raggiunte, di accordi stipulati, di piani di lavoro stellari. Perciò, penso che questo decreto renderà la scuola più simile alla famiglia della mia novella. Non so con quanto frutto (la scuola italiana ci sorprende a volte, riuscendo anche nell’impossibile), ma certamente con un grande incremento collettivo di stress. Con una differenza: che nella mia novella i vicini commentano increduli; nella realtà, i cittadini italiani sembrano assistere con noncuranza.

  • Ma il programma di storia è una fake news?

    di Antonio Brusa

     

    01   02 Era di grande interesse il seminario su “vero, falso, manipolazione a fini politici: un falso problema?”, organizzato dalla fondazione Feltrinelli e online il 14 gennaio. Vi hanno partecipato come relatori Marina Gazzini, Serge Noiret, Francesco Filippi e tanti altri, tutti intervenuti con grande competenza. Si è parlato di stereotipi, false conoscenze, conoscenze approssimate: la quantità di falsità che circola nell’etere è tale che ci obbliga, quasi di corsa, a rivedere il vocabolario, per classificare, distinguere e quindi valutare (basti vedere la voce che la Crusca dedica a “disconoscere, misconoscere, sconoscere”, per accorgersi dell’affanno con il quale stiamo inseguendo il problema). Come ha ricordato un relatore, riprendendo certamente una vecchia battuta di Eco, prima le panzane si sparavano in osteria, poi uno tornava a casa e pensava a quanto fossero cretine. Ora la rete è diventata un’osteria invasiva, ci vivi dentro e non sai più da che parte voltarti.

    Donald Sassoon, concludendo il dibattito, ha spostato il suo focus in una direzione che interessa da vicino i docenti di storia. Ha detto: è vero, i falsi girano a più non posso e ce ne sono di vario genere. Ma ce ne è uno che è più pericoloso, e deriva dall’abitudine a prelevare dal passato solo alcuni elementi, tralasciando tanti altri, per scopi personali, anche politici. E ha fatto proprio l’esempio di programmi di storia che prendono solo fatti relativi all’Occidente e tacciono su ciò che è accaduto nel resto del mondo. I singoli fatti magari sono indiscutibilmente accertati, ma il racconto complessivo (la “narrazione”) è falsa. Uno dei falsi più dannosi, ha commentato lo storico, e mi sembra di aver capito che volesse intendere: “peccato che se ne parli poco”.

    Certamente dovremmo parlarne dopo aver letto l’intervista di Valditara nella quale il ministro proclama che basta con l’insegnamento della storia mondiale e che la “narrazione” che i ragazzi italiani devono apprendere riguarderà solo la nostra penisola e, semmai, l’Occidente. Come se ciò non fosse già la realtà delle nostre scuole. A rigor di logica, stando alla sua dichiarazione, non è che si rivolterà una scuola, già di per sé refrattaria ad accogliere quel po’ di storia mondiale suggerita dai programmi del 2012. La realtà di una storia autocentrata resta. La novità è che Valditara ne esplicita a chiare lettere lo scopo politico: deve essere tale, perché dobbiamo salvaguardare la tradizione occidentale, la nostra identità, il senso della patria (e così via). La storia, secondo lui, è una selezione di fatti passati, operata per scopi politici. Proprio quella tipologia di falso individuata da Sassoon.

    E non sarebbe il caso di parlarne? Magari, qualche docente ora si renderà conto che la storia che ha sempre insegnato, così apparentemente anodina e “non ideologica” (come sottolinea Valditara), ha un chiaro scopo politico: e vuoi vedere che, finalmente, qualcuno comincerà a infastidirsi per questo uso politico della storia?

    Passatempo, 15 gennaio 2025

  • Tre errori delle nuove Indicazioni di Storia

    {jcomments off}

    di Walter Panciera

     

    valditara guarda bloch definitivo Intervengo nel dibattito che si è acceso intorno alla bozza delle Indicazioni di storia, per offrire un contributo come docente universitario che da oltre vent’anni si è occupato dell’insegnamento della Storia nella scuola primaria e secondaria con docenze, incarichi e pubblicazioni. Faccio notare che nessuno dei sette membri della commissione specifica che ha contribuito a predisporre il documento può stranamente vantare un impegno e pubblicazioni specifiche in relazione a quella che tecnicamente si chiama Didattica della Storia.

    Sarà forse per questo che i pur valenti colleghi hanno commesso tre madornali errori, che a mio avviso inficiano l’intero impianto delle nuove Indicazioni di Storia. Questi errori rendono involontariamente regressiva la proposta; regressiva nel senso che va in direzione contraria agli sviluppi scientifici, epistemologici e metodologica della disciplina.

     

    Il primo errore: la storia non problematica

    Il primo errore è la negazione del carattere problematico, interpretativo e multidisciplinare che la Storia ha assunto almeno a partire dalla prima metà del ‘900. «La storia è l’insieme degli eventi [...] costituisce una tappa del percorso», recita il testo: quali eventi? quale percorso?

    Questa concezione meramente fattuale e ‘progressiva’ delle vicende umane appartiene alla scienza storica del XIX secolo ed è stata ampiamente smentita dalle vicende della prima metà del XX. Risulta in questo modo chiara, anche se implicita, la pericolosa confusione, dettata dal senso comune, tra quella che è la Storia come disciplina (anche da insegnare ovviamente) e la Storia come tutto ciò che è passato. La Storia come disciplina è in continuo divenire, non esiste alcuna gerarchia precostituita degli ‘eventi’ né alcun finalismo, se non nei limiti di quanto la comunità scientifica che se ne occupa ritiene di avallare. Tutto quello che è passato nei vari percorsi delle civiltà umane (al plurale) è invece semplicemente un caos, che la disciplina storica si occupa di cercare di capire e di ordinare, individuando quelle ‘linee di forza’ di cui parlava Fernand Braudel.

     

    Il secondo errore: la storia non è un giudizio sul passato

    Il secondo errore riguarda il profilo epistemologico: il ricorso ai termini «giudicare, giudizio, tribunale» rinvia a una finalità antica, rigettata sempre con forza dall’intera storiografia contemporanea. L’idea che la conoscenza storica serva a emettere sentenze contro o a favore è semplicemente anacronistica. Voglio scomodare anch’io il grande Marc Bloch, ma anche Federico Chabod, Raul Hilberg e Carlo Ginzburg, per dire assieme a loro che la sua finalità è la comprensione dei fenomeni, non il «giudizio sul passato», come si legge nel testo ministeriale. Inoltre, per quanto riguarda il suo rapporto con la politica, è vero che la Storia o meglio qualche sua parte piegata a fini simbolici è stata utilizzata (sfruttata) da tutte le correnti ideologiche dei due secoli ormai trascorsi. Ma i risultati ottenuti non sono stati proprio eccellenti e si chiamano: razzismo, colonialismo, autoritarismo, sciovinismo, nazionalismo e infine totalitarismo.

     

    Il terzo errore: apprendere la storia non è memorizzare i fatti

    Il terzo punto riguarda gli aspetti metodologici. Gli estensori del documento sembrano ignorare del tutto che, in generale, la conoscenza non costituisce in sé una competenza. Quest’ultima è infatti ‘una qualità, abilità, capacità o talento che è stata sviluppata da uno studente e che gli appartiene’, coinvolgendo tutta la sua persona, come recita una guida della Comunità europea del 2010 e che, naturalmente, ingloba in sé la conoscenza stessa. Nel documento ministeriale di cui stiamo parlando il termine ‘conoscenza’ (= trasmissione di contenuti) viene ripetuto ben quattro volte tra la lista delle competenze attese (= saper fare, riconoscere, utilizzare, ecc.). Inoltre, alle «conoscenze», suddivise tra scuola primaria e secondaria, viene dedicata la parte più consistente del documento, ovvero la consueta lista di contenuti da trasmettere uno dopo l’altro.

    Naturalmente, questo tipo di conoscenza viene vista come una sequenza di puri fatti, con buona pace delle dimensioni di lungo periodo, comparativa, settoriale e incrociata su cui tanto hanno lavorato e stanno lavorando gli storici negli ultimi decenni. Se l’insegnamento della Storia si riduce a memorizzare una serie di eventi da parte degli alunni, sappiamo già come va a finire, vista la volatilità della memoria legata alle acquisizioni di età infantile e adolescenziale, nonché la conclamata ignoranza riguardo al divenire storico dei cittadini italiani.

    L’articolazione concreta, ovvero la scansione annuale dell’educazione storica dei nostri bambini e ragazzi che ne deriva, è in conclusione la logica conseguenza di questi clamorosi errori. Infatti, inserire «La piccola vedetta lombarda» (racconto un tempo famoso di Edmondo De Amicis) tra i contenuti da trasmettere in seconda elementare significa avviare i giovani a NON saper distinguere tra storia e mito, tra realtà e fiction, tra letteratura e storiografia. E inserire al secondo anno delle medie «Il Risorgimento italiano: cospirazioni mazziniane e diplomazia cavouriana» significa dare un giudizio di valore precostituito. In altre parole: fornire dei contenuti ideologici anziché degli strumenti per la comprensione del passato ossia delle competenze per saper leggere liberamente in profondità il proprio essere nel mondo.

Questo sito utilizza cookies tecnici e di terze parti per funzionalità quali la condivisione sui social network e/o la visualizzazione di media. Chiudendo questo banner, cliccando in un'area sottostante o accedendo ad un'altra pagina del sito, acconsenti all’uso dei cookie. Se non acconsenti all'utilizzo dei cookie di terze parti, alcune di queste funzionalità potrebbero essere non disponibili.