educazione civica

  • Autore: Antonio Brusa
     

    Fig. 1. Il populismofenomeno mondiale,  secondo un disegnatore olandese

     

    Una parola carica di storia
    Il dizionario la mette giù semplice: “Populismo è qualsiasi movimento politico diretto all'esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari”. Tuttavia,basta passare alla definizione, per quanto stringatissima,dell’Enciclopedia Treccani, o a quella un po’ più articolata delDizionario di Storiografia della Bruno Mondadori, per mettere in luce il problema che ne complica la spiegazione: come tutti i concetti storici, infatti, anche “populismo” ha un significato che cambia nel tempo, e con questo si arricchisce di sfumature e varianti.

    Dalle sue origini, nella Germania  antisemita dell’Ottocento (come ci racconta Francesco Violi), “populismo” è passato, nello stesso secolo, a designare sia un movimento russo, dai caratteri un po’ anarcoidi e molto rivoluzionari, che opponeva il popolo oppresso alla nobiltà e al clero, sia un partito americano, il Populist Party, avversario acerrimo dei Democratici. Una volta entrato nel Novecento, il concetto ha preso a viaggiare. E’ entrato nelle democrazie occidentali, scrive Marco D’Eramo, spiegandoci che Roosevelt era “populista”, quando si batteva contro le oligarchie economiche del suo paese. Si è acclimatato nell’America latina, il “paradiso del populismo”, secondo Loris Zanatta, dove J.D. Perón, il dittatore argentino, ne ha creato una variante di successo, legando all’idea di popolo quella di un leader carismatico, che ne interpreta la volontà. E, finalmente, è giunto nell’Italia repubblicana, con le tante versioni di populismo, da Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque, fino ai più recenti Berlusconi, Di Pietro, Bossi/Salvini,  Grillo e Renzi. L’Italia, scrive Lucio Caracciolo, pensando anche al sottofondo populista del Fascismo, sembra la culla dei populismi europei. Quello che è certo, è che l’Europa di oggi appare invasa da populismi, un po’ come l’Europa degli anni ’30 fu caratterizzata dal proliferare dei fascismi.  

    Fig. 2 Questa vignetta del 1896 mostra il populistaWilliam Jennings Bryan nelle vesti di un serpente che ingoia l’asinello Democratico.

     

    Movimento di destra o di sinistra?
    Molti movimenti populisti odierni hanno nomi e leaderaccomunati da una chiara ideologia di destra: da Marine Le Pen del Fronte Nazionale in Francia, al Partito per le Libertà di Geert Wilders in Olanda, al Fidesz di Viktor Orbán in Ungheria, allo UKIP di Nigel Farage in Inghilterra, al polacco Giustizia e Libertà degli (ex) gemelli Kaczinsky, e poi i Perussuolamalaiset, ovverossia “I Veri Finlandesi” di Timo Soini, i Democratici Svedesi, il Partito del Progresso Norvegese (e tanti altri). Ne dobbiamo concludere che il populismo è unaideologia politica di destra? (Sul questo si veda l’intervista di Piotr Zygulski a Luca Andriola)   

    Lasituazione spagnola istilla qualche dubbio. Qui, infatti, la partita politica sembra giocarsi fra due movimenti, entrambi inequivocabilmente populisti: Podemos, di sinistra, e l’emergente Ciudadanos, di destra. E, elemento accessorio quanto significativo in quest’epoca di simboli, i loro colori–  rispettivamente il viola e l’arancione - sono emersi nel panorama politico europeo come “colori politici” solo alla fine del secolo passato, avvertendoci che anche “destra e sinistra”, con le loro divise tradizionali, sono realtà soggette a cambiamento.

    Nicolò Talenti, sul “Fatto quotidiano”, discute la definizione che abbiamo visto sopra. La accoglie per il suo richiamo al socialismo ottocentesco, ma la critica per il riferimento alla “demagogia”.E’ una sottolineatura spregiativa ingiusta, argomenta, perché il populismo, proprio perché fa “ricorso al popolo”, rivela una sostanza democratica che va apprezzata positivamente. Dello stesso parere é Nicoletta Tiliacos, dalle pagine del “Foglio”, che, recensendo il libro di Marco Tarchi (L’Italia populista: dal qualunquismo ai Girotondi, Il Mulino, Bologna 2003) afferma come sia soprattutto la sinistra a nutrire un’opinione negativa sul populismo, per quanto ne mostri ampie contaminazioni.

    Fig. 3. Sul fenomeno del populismo, e sulle diverse interpretazioni, si veda il ricco, quanto agile, dossier della Fondazione Feltrinelli, con interventi di Urbinati, Zilioli, Müller e altri

     

    Christian Raimo, su “Internazionale”, ne illustra dapprima il carattere reazionario:“Se c’è una cosa che hanno mostrato la politica italiana ed europea negli ultimi trent’anni, è che ovunque si è affermato un populismo di destra. Antidemocratico, nazionalista, reazionario, sostanzialmente xenofobo, ma non solo: multiforme, mimetico, interclassista, trasversale. La crisi delle ideologie del Novecento si è portata dietro i partiti, i sindacati, ma anche lo stesso impianto dei diritti sociali”. Poi, ne lascia intravvedere le valenze di sinistra, citando Ernesto Laclau (On Populist Reason, London-N.Y, 2005) e, attraverso lui, ricorrendo a Gramsci: “il populismo fino a oggi non è solo stato degradato, è stato proprio denigrato, è stato condannato moralmente. Questo ha significato essenzialmente screditare le masse”.  Come si può, conclude, escludere che sia di sinistra un movimento che considera così centrale l’idea di popolo?

     

    Il concetto di popolo
    Ecco il termine cruciale. “Popolo”. Che cosa intendiamo con questa parola, sulla cui variabilità lo storico ha molto da dire? Popolo aveva un significato ad Atene, come sa qualsiasi insegnante di storia, e un altro a Roma. Nel Medioevo assunse accezioni molto distanti (all’epoca dei regni romano-germanici, per esempio, quando era l’insieme di quelli che potevano combattere; o al tempo delle città comunali, dove spesso fu una consorteria di ceti); nell’Età moderna si definì prima come la totalità dei sudditi, poi come gli abitanti soggetti alle leggi vigenti in un territorio. Dalla fine del Settecento entrò in un rapporto, non sempre lineare, col termine “cittadino”.Oggi è una parola solo apparentemente condivisa e chiara. Infatti, alla domanda “che cos’è il popolo italiano?” ci divideremmo subito. Per alcuni sarebbe l’insieme degli abitanti della penisola; per altri l’insieme dei cittadini italiani; per altri ancora l’insieme dei nati in Italia e dei loro discendenti, per qualcuno anche se viventi all’estero.

    Il “popolo di populismo” è qualcosa di ulteriormente diverso. E’ una sorta di costrutto chimerico, per metà malleabile e per metà solido come la pietra. Da una parte, infatti, esso si riferisce a realtà che vengono rielaborate a seconda delle situazioni. Ma, una volta che questa realtà è stata formata, questa diventa astorica e assoluta.

    Così lo spiega Mario Tarchi (citato da Christian Raimo). Nell’idea populista, il popolo è  una “una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili”.  Esso ha “naturali qualità etiche” in base alle quali contrappone il suo “realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali”.  Esso, quindi, per quanto artificiosamente costruito, rivendica il suo primato contro ogni forma di rappresentanza e mediazione, loro sì, bollate come “politiche”e dunque “artificiose”.Per spiegare la sua natura particolare, Claudio Rise, fa ricorso al concetto di “primordialismo”. Si tratta, scrive, di un “criterio cognitivo, di orientamento a valenza identitaria, in base al quale: a) gli individui classificano sé e gli altri, e b) su queste classificazioni formano poi gruppi, appartenenze che influenzano il comportamento dei membri".

     

    Un popolo compatto, maa geometria variabile
    Il “popolo” dei populisti, dunque, è costruito a partire da una qualche classificazione. E’ il gruppo dei “noialtri”, opposto ai “loro altri”. Ma chi sono i nostri? Dipende. Possono essere quelli d’accordo con il fatto che gli “altri” vadano rottamati; oppure che gli “altri” debbano essere travolti dalla ruspa, o, in alternativa, mandati a quel paese. “Rottamazione”, “ruspa” e “vaffa” sono parole d’ordine che scombinano le classificazioni politiche e sociali abituali, e le ricombinano in nuove appartenenze (è ancora Christian Raimo a parlare). Per questo è difficile identificare un populista con i sistemi che fino al recente passato sono serviti a distinguere la destra dalla sinistra. E per questo, ancora, un populista ha buon gioco nello sfuggire alle etichettature. “Noi, dirà, siamo il popolo. E il popolo non ha colore politico”.

    Questi molti “popoli-populisti” condividono una sorta di narrazione originaria: “Gli altri ci opprimono, ci tolgono diritti e ricchezze. Sono corrotti. Quindi li dobbiamo combattere e eliminare”. E’ un racconto assai simile a quello che le genti europee del diciannovesimo secolo hanno appreso dalla predicazione nazionalistica: che dovevano riscattarsi dal loro lungo servaggio e risorgere. Con una differenza da sottolineare con cura. In fondo, per quanto “inventate”, le nazioni europee si basavano su elementi territoriali, linguistici, storici che venivano ricomposti e riutilizzati alla bisogna. Nei populismi, invece, la libertà nella scelta degli elementi discriminatori è straordinariamente più ampia: si va dal nazionalismo ipertradizionale, all’antieuropeismo, all’egoismo sociale, all’esaltazione parossistica dell’onestà, all’antimeridionalismo, alla xenofobia, al razzismo, alla modernizzazione efficientistica, alla condanna dell’evasione fiscale o alla sua esaltazione, alla ripulsa di ebrei, arabi, zingari (ecc.).

    A onta di questa variabilità, il “popolo-populista” esibisce una compattezza formidabile. E’ la tesi sostenuta da Yves Mény e Yves Surel. La valorizzazione del popolo, scrivono, porta ad una idealizzazione tale della “comunità immaginata”, che questa viene presentata unita, forte e risoluta nel reagire contro chi attenta alla sua identità: esattamente come le nazioni che, due secoli fa, combatterono per acquisire l’indipendenzae il diritto al riconoscimento internazionale (Populismo e democrazia, Bologna, il Mulino 2001. Vedine qui la recensione).

    Fig. 4 Nel disegno di Plantu, populisti di destra e di sinistra sono accomunati nella denuncia del marciume generale. 

    François parla della crescita di una maggioranza popolare antiprogressista in Francia

     

    Perché il populismo
    Si ritiene solitamente che il populismo sia l’antitesi della politica. Gli stessi rappresentanti dei movimenti (o partiti) populisti amano mostrarsi come i suoi nemici. Giovanni Orsina guarda il fenomeno da un punto di vista diverso. Ipotizza che la suadiffusione dipenda da una sorta di ritardo psicologico delle masse. In pratica, secondo lui, è successo questo. Col finire del secolo passato, siamo entrati in una fase storica così diversa, da obbligarci a cercare e costruire nuovi modi di interpretare il mondo. Tuttavia, molte persone pensano di vivere ancora nel XX secolo, “nel secolo delle ideologie e della politica che faceva promesse ambiziose”.  Vivono in un mondo nuovo con gli schemi mentali di un passato, nel quale i partiti costruivano progetti politici di ampio respiro.

    La politica, al posto di “insegnare” che il mondo è cambiato, e di “svegliare la gente dal sogno del Novecento”, prende la strada più facile: insegue i desideri della gente e promette ciò che questa si attende. Impegni che si rivelano, inevitabilmente, irrealizzabili. Di qui la frustrazione e il disprezzo per dei partiti incapaci. Il populismo odierno, quindi, secondo Orsina, nasce da un forte bisogno di politica: solo che chiede una politica d’altri tempi. La sua diffusione esprime uno dei tanti paradossi della nostra epoca, nella quale i partiti sono considerati dei ruderi inefficienti e dannosi, ma, al tempo stesso, se ne rimpiange la capacità di direzione e gli orizzonti verso i quali riuscivano, in un passato che resta ancora fresco nella memoria, a indirizzare masse imponenti di cittadini.

     

    Problemi didattici
    La tesi di Orsina, anche perché espressa con la sinteticità dell’editoriale, va discussa e sfumata. In questa sede – tuttavia - può avere il merito di aprire un dibattito didattico interessante  su due punti. Il primo è che sollecita il docente a collocare il fenomeno “populismo” nelle grandi trasformazioni dei nostri tempi. Per capire questo fenomeno, e la sua spettacolare avanzata in Europa, non basta conoscere la sua definizione (per questo, come per altri concetti analoghi). Occorre ricostruire il contesto, in questo caso dell’età “molto contemporanea”, e, per far questo, l’insegnante deve ritagliare un tempo sufficiente, all’interno della programmazione dell’ultimo anno.

    Il secondo nasce dall’analisi del quadro cognitivo diffuso, che (sempre a giudizio di Orsina) favorirebbe l’avanzata del populismo.  Ecco gli elementi di questo quadro.

    -    Una perdita del senso della realtà, che fa ritenere plausibili operazioni per quanto del tutto improponibili
    -    Un’ostinata ricerca di un capro espiatorio, che porta alla soluzione facile di ogni problema: basta punire un colpevole per risolverlo
    -    La diffusione del “complottismo”: cioè la convinzione che ci sia sempre un soggetto preciso, dietro i problemi che viviamo
    -    L’indignazione cosmica, scatenata dall’osservazione che nessuno adotta soluzioni che appaiono semplici e a portata di mano
    -    L’idea che siamo giunti ad un punto così basso, che peggio di così non si può andare. Tanto peggio, tanto meglio

    Per adoperare categorie cognitive più familiari agli insegnanti di storia, possiamo dire che Orsina allude a quella incapacità di maneggiare situazioni complesse e astratte, che obbliga il soggetto-cittadino a operareipersemplificazioni della realtà e a personalizzare processi storici. E’ il quadro clinico che Anna Emilia Berti delinea nelle pagine di “Mundus”, parlando degli ostacoli alla corretta comprensione della storia. Non è nuovo, e non è per nulla specifico di uno dei tanti “mali” della società che viviamo. Negli anni ’60 del secolo scorso, von Friedberg e Hubner ne scoprivano le tracce nella concezione storica degli adolescenti deltempo. Ecco che come la descrivevano:

    “Gli eventi storici e i loro nessi vengono rappresentati per mezzo di categorie dell’esperienza quotidiana ingigantite, quando non siano semplicemente ridotti (come avviene nei ragazzi fino all’età di circa 13 anni) alle categorie normali della cosiddetta esperienza concreta“immediata”. [...] Tutti gli avvenimenti storici e le situazioni sociali vengono visti sempre come il risultato dello sforzo di singole persone. Le motivazioni e le caratteristiche ad esse attribuite “spiegano” i nessi di condizionamento relativi alla struttura sociale e la continuità della storia” (von Friedeburg, Hubner, Immagine della storia e socializzazione politica (1964), trad. it. in Barbagli (a cura di), Scuola, potere, ideologia, Il Mulino, Bologna, 1972, p. 271, cit. da Berti).

    Il quadro cognitivo tracciato da Giovanni Orsina, dunque, fa pensare ad una mancata formazione storica generalizzata, piuttosto che a un trauma conoscitivo tipico dei nostri contemporanei.  La diffusione del populismo, dunque, sarebbe una spia di un fatto sociale più vasto, non necessariamente limitato né ai nostri tempi, né al successo di questo o quel partito.

    Infatti, l’individuazione di questo deficit risale a diversi decenni fa ed è caratteristico non solo dell’Italia, (come ci autorizza a dire la ricerca tedesca citata sopra). Esso testimonia la difficoltà di avviare i giovani verso una comprensione adulta dei processi storico-sociali. Più che un bisogno di politica (o forse “oltre al bisogno di politica”), questa diagnosi rivelerebbe un drammatico bisogno di storia. Drammatico, perché il “deficit storiografico” inibisce l’intelligenza di strategie complesse per risolvere i problemi sociali; impedisce a larghi strati sociali di comprenderne la natura e, perciò, li spinge a cercare soluzioni elementari e personalizzate; favorisce la cultura politica dello slogan facile e della personalità risolutrice.

    E’ una specie di semialfabetismo storiografico, forse paragonabile a quell’analfabetismo funzionale sul quale ci ha bene informato Tullio De Mauro (La cultura degli Italiani, Bari, Laterza 2010). Dovrebbe preoccupare, e molto, la società e la politica; dovrebbe metterle in guardia sul pericolo che una società democratica corre, quando si disinveste sulla formazione storica e umanistica in generale.  La soluzione che viene adottata – in Italia come all’estero – è quella di una forte spinta all’ Educazione alla cittadinanza. Questa, tuttavia, in mancanza di quegli strumenti fondamentali di analisi sociale, la cui disponibilità non può che essere il frutto di un lungo e sofisticato lavoro scolastico (e quindi di investimenti), rischia di ridursi a un elenco consolatorio di competenze.

    Intanto, e in attesa di tempi scolasticamente migliori, perché non dirsi, almeno, che sarebbe utile sapere di cosa si tratta in realtà, quando si dice “populismo”?

  • Autore: Massimiliano Lepratti

     

    Indice:

    Prologo: il “trentennio glorioso” (1945-'75)

    La crisi degli anni ‘70

    Conclusione: 1979, si esce dalla crisi e si crea un nuovo paradigma

     

    Prologo: il “trentennio glorioso”1 (1945-'75)

    Tra la fine della Seconda guerra mondiale e la fine del 1973 l'economia del cosiddetto Primo mondo (Europa occidentale, Nord America e Giappone) visse un periodo di enorme prosperità.

    Il pianeta intero in quel trentennio vide la sua ricchezza aumentare più di quanto non fosse accaduto nei mille anni precedenti. In alcuni Paesi, come l’Italia, si parlò di miracoli economici e l'idea che  la crescita del benessere fosse un fenomeno inarrestabile si consolidò nella mentalità dell'emisfero Nord del pianeta.

     


    Alla radice del trentennio glorioso vi erano tre fenomeni interconnessi:

    1. la ricostruzione post – bellica aveva prodotto in Europa una grande vivacità economica. Il settore edilizio conobbe una grande espansione: si costruivano case e le si riempiva progressivamente di elettrodomestici e di automobili. I lavoratori delle campagne, attratti dalla possibilità del benessere urbano, migravano nelle fabbriche cittadine aumentando la richiesta di nuove case, mobili, elettrodomestici e automobili, in un circolo virtuoso che sembrava inarrestabile.
    2. Il sistema di produzione fordista (la catena di montaggio e l'ottimizzazione dei tempi) continuò la sua corsa negli USA e si diffuse in Europa, aumentando a dismisura la quantità di merci prodotte ogni anno. Ma a differenza di quanto avvenuto negli anni '20 l'aumento delle merci e dei profitti fuaccompagnato da un parallelo aumento dei salari operai che rese possibile ai lavoratori l'acquisto di una buona parte delle stesse merci  da loro prodotte (elettrodomestici, utilitarie...).
    3. L'intervento statale sia nella pianificazione economica, sia nella costruzione dello stato sociale. Entrambe le idee traggono origine dalle teorie di John Maynard Keynes, economista che sviluppò il suo pensiero innovativo soprattutto grazie all'osservazione della crisi del 1929. Secondo Keynes il sistema dei liberi mercati non è sempre in grado di mantenere alta la domanda di beni e quando questo non accade si manifestano le crisi. Per evitarle occorre che lo Stato intervenga a sostenere la domanda, attività che, dopo la prematura morte di Keynes (1946) si realizzò in diversi modi: programmando in modo coordinato la produzione industriale nazionale, sviluppando una serie di servizi sociali pubblici a cui è stato dato il nome di “Stato sociale”, favorendo l'aumento dei salari. La costruzione dello Stato sociale in particolare si è rivelata un'idea economicamente (oltre che socialmente) felice, grazie al “moltiplicatore”, un meccanismo  che può essere spiegato con un esempio. Lo stipendio di un medico dell'ospedale pubblico ad un'osservazione immediata apparirebbe una spesa a perdere per lo Stato. In realtà una parte di quello stipendio verrà utilizzato dal medico per acquistare beni, supponiamo un'abitazione. I soldi transiteranno quindi in due tasche: quelle del dottore e quelle del costruttore, arricchendo entrambi. Ma il costruttore a sua volta utilizzerà una parte del denaro ricevuto dal medico per comprarsi ad esempio un'automobile nuova. E quindi il produttore di automobili diverrà la terza tasca entro la quale il denaro moltiplicherà i suoi effetti, e così via. Ma non è finita: ciascuno tra i diversi soggetti presso cui passeranno i soldi  aumenterà la sua attività economica e la conseguente quantità di tasse che dovrà pagare allo Stato il quale, alla fine del ciclo, si vedrà ripagare lo stipendio versato inizialmente al medico.

     

    La crisi degli anni ‘70

    1973-4: la fine della pace (economica) dei Trent'anni

    Trent'anni di sviluppo economico tumultuoso avevano radicato nella mentalità comune la convinzione che l'economia ormai avesse trovato la ricetta di una crescita infinita, che le generazioni successive avrebbero goduto per sempre di maggior benessere rispetto a quelle precedenti, che la crisi fosse il retaggio di epoche passate.

    A interrompere questi racconti intervenne improvvisa la crisi del 1973-'74, durante la quale il mondo occidentale conobbe un fenomeno di profonda influenza sulle sorti dell'economia: la brusca carenza di petrolio e il conseguente aumento a livelli stellari dei prezzi dell'energia.

    Tuttavia la crisi di quel biennio fu l'ultima tappa di un processo di svuotamento degli elementi che avevano sostenuto i miracoli economici post bellici. Per questo occorre ripercorrere cronologicamente i fatti strutturali che resero  così esplosiva la carenza petrolifera.

     

    1968 – '69: salari crescenti e profitti calanti

    Il 1968 è passato alla storia per la traccia indelebile lasciata in quell'anno dal movimento studentesco. In Italia il 1969 è stato un anno altrettanto importante a causa delle lotte sviluppate da un altro movimento, quello degli operai, il cui esito più significativo è rappresentato dall'adozione nel 1970 dello Statuto dei lavoratori. Ma se l'Italia rappresenta un caso specifico per la vivacità delle lotte sociali che ha espresso in quegli anni, in linea generale la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 hanno espresso un momento di forza operaia e di crescente difficoltà per l'economia capitalista all'interno del Primo mondo. Il processo innescato negli anni '50 e (soprattutto) negli anni '60, prevedeva la ripartizione fra imprenditori e lavoratori degli utili crescenti generati dalle attività economiche.

     

     

    Tuttavia in alcuni Paesi (e l'Italia ne è un esempio) la forza delle rivendicazioni operaie aveva portato i lavoratori ad ottenere aumenti percentualmente superiori a quelli riportati dalla controparte. I profitti crescevano meno dei salari, un fatto anomalo nell'intera storia del capitalismo, dovuto principalmente alle condizioni di forza sindacale e politica sviluppatesi nel secondo dopoguerra.


    1971: dollari, lire e  altre monete iniziano a fluttuare

    Un secondo passaggio fondamentale nella storia economica dei primi anni '70 fu rappresentato dall'abbandono della stabilità monetaria.

    All'origine del fenomeno vi era la guerra che gli Stati Uniti conducevano contro il Vietnam; per finanziarne i costi il governo USA stampava continuamente dollari il cui valore era garantito dalle riserve in oro detenute a Fort Knox. Ma ad un certo punto la quantità di dollari circolanti divenne eccessiva perché si continuasse ad assicurare la loro trasformazione in oro. Perciò il 15 agosto 1971 il presidente statunitense Nixon dichiarò nullo il legame fra dollaro e oro: il dollaro valeva di per sé, scisso da ogni riferimento a beni concreti e garantito solo dalla forza politica del governo USA.

     

     

    Le conseguenze inizialmente non furono gravi, il sistema mondiale fece finta di nulla e le altre monete continuarono ad essere cambiate allo stesso valore (nel 1964 ci volevano 624 lire per un dollaro, 627 nel 1974), ma   nel corso degli anni '70 e all'inizio degli anni '80 i valori delle divise cominciarono ad oscillare pericolosamente (il 19 luglio del 1985 si arrivò ad un cambio di 2200 lire per un dollaro!) e  questo fattore contribuì a potenziare la crisi del 1973-'74 e la successiva del 1979, soprattutto per quei Paesi che dovevano importare petrolio, pagandolo in dollari e che erano pertanto obbligati ad esborsi sempre maggiori man mano che sia il greggio, sia la divisa statunitense si apprezzavano.

     

    Anni '70: la sovrapproduzione

    Ma i successi dei lavoratori prima e l'instabilità dei cambi fra monete da soli non avrebbero spiegato la portata di ciò che avvenne negli anni '70.

    Il fattore più importante nel favorire il mutamento storico fu la crisi da sovrapproduzione che fin dagli anni '60 negli USA e negli anni '70 e '80 in Europa iniziò a far sentire la sua morsa.

     

     

    A differenza della crisi da sottoconsumo del 1929 questa volta il problema non era la mancanza di domanda da parte di lavoratori troppo mal pagati per potersi comprare le automobili che producevano. Al contrario, le paghe operaie crescenti e l'intelligenza di alcuni imprenditori - che avevano cominciato a produrre beni di prezzo accessibili ai loro dipendenti (un caso per tutti: la 500 FIAT) - avevano evitato il ripetersi delle dinamiche degli anni '20. Il problema del 1973 era un altro: dopo alcuni decenni di acquisti di massa (il famoso consumismo, alimentato da grandi strategie pubblicitarie) le case di molte famiglie occidentali cominciavano ad essere colme e in alcuni casi perfino a strabordare di merci. In abitazioni in cui era già presente un frigorifero, una lavatrice, una lavastoviglie, un mobilio adeguato, due o tre televisori e un paio di automobili, di quali altri beni di un certo valore si poteva aver bisogno ?

    Inevitabilmente si arrivò a un calo della domanda di nuove merci e di conseguenza le strategie di produzione e di vendita delle imprese dovettero riorientarsi per far sì che le famiglie anziché comprare ex novo un bene che prima non possedevano (televisore, automobile), si limitassero a sostituire i beni che già avevano  con altri, più belli, più grandi, più colorati e pieni di optional. In termini tecnici finiva l'epoca dei  mercato di riempimento e iniziava quella dei mercati di sostituzione (assai meno redditizi perché la concorrenza nel disputarsi la sostituzione di un prodotto obbligava le diverse case produttrici a ribassare i prezzi e a farsi una guerra commerciale feroce).  

     

    1973: la prima crisi energetica

    Il miracolo economico degli anni '60 si era tradotto in crescite impressionanti del Prodotto interno lordo (PIL), ossia della ricchezza prodotta dalle nazioni: in Giappone, per l'intero decennio il PIL, aumentò di una media del 10,1% all'anno, in Italia del 5,4%2. All'inizio degli anni '70 i fattori ricordati sopra stavano già ridimensionando la forza propulsiva dei miracoli economici e in questo contesto l'aumento impressionante del costo dell'energia rappresentò il colpo definitivo per le speranze di crescita sostenuta.

     

    1973: l’Opec chiude i rubinetti del petrolio

    Nel secondo dopoguerra l'economia dei Paesi industrializzati era fortemente dipendente dal petrolio, da tempo divenuto la più importante fonte di energia per la produzione industriale, la produzione agricola e il sistema dei trasporti. La sua relativa scarsità (come è noto il petrolio non è una fonte rinnovabile) veniva vista come un problema solo guardando a tempi molto lunghi, e il suo prezzo molto basso permetteva di non appesantire i costi delle economie occidentali. Ma nel 1973 accadde l'imprevisto: l'OPEC (l'alleanza dei Paesi produttori di petrolio, quasi tutti di lingua araba) decise di sospendere improvvisamente le forniture di greggio agli Stati occidentali. Questi ultimi avevano infatti appoggiato Israele, facilitandogli la vittoria nella guerra dello Yom Kippur, che nell'ottobre di quell'anno lo aveva opposto agli Stati arabi di Siria ed Egitto. La ritorsione dell'OPEC si tradusse in un aumento improvviso e molto elevato del prezzo del petrolio, che nel girò di poco tempo crebbe di oltre tre volte. Fu in quel momento che l’Italia conobbe la prima crisi da “penuria di energia”, che obbligò a ridurre le spese per il riscaldamento o a impedire l’uso delle automobili nelle domeniche.

     

     

    La scarsità di petrolio e la forte crescita dei suoi costi si tradussero rapidamente nell'intero Occidente in una riduzione generalizzata delle attività di produzione e di trasporto, in un ulteriore calo dei profitti imprenditoriali e in un aumento del prezzo di tutte le merci, ossia in un meccanismo di inflazione.

     

    1970/1980: l'inflazione, spauracchio dell'Occidente

    La parola “inflazione” evoca in tutti coloro che hanno vissuto negli anni '70 e '80 uno spauracchio, un avvenimento di gravità tale che qualunque meccanismo per porvi rimedio acquista un'aura di positività.

    In realtà il fenomeno di aumento generalizzato dei prezzi non è un male o un bene in assoluto, ma come molti fenomeni ha effetti diversi a seconda del gruppo sociale da cui lo si osserva. Per i lavoratori dipendenti l'inflazione è negativa solo se non esistono meccanismi di adeguamento automatico dei salari all'aumento del costo della vita (la cosiddetta “scala mobile”); è invece tendenzialmente neutra negli altri casi. Per coloro che sono indebitati l'inflazione è un aiuto: al momento della restituzione del prestito il valore del debito in termini reali sarà infatti diminuito (mentre invece per coloro che detengono crediti l'inflazione si rivela un danno, poiché per loro vale il ragionamento contrario).

     

     

    Nella mentalità comune il manifestarsi di aumenti continui e diffusi nei generi di prima necessità portò ad associare l'inflazione ad un male tout court. E nel corso di pochi anni la lotta contro l'aumento dei prezzi, scatenatasi a partire dal 1979, fu uno dei cavalli di Troia utilizzati cambiare il volto all'economia e alla società mondiali.


    Conclusione: 1979, si esce dalla crisi e si crea un nuovo paradigma

    Se la crisi del 1973 - '74 ha lasciato un segno profondo nella memoria comune in quanto primo momento di difficoltà delle economie occidentali a partire dal 1945 (difficoltà plasticamente rappresentate dalle domeniche senza auto nell'Italia di fine 1973), la crisi del 1979 ebbe minore impatto comunicativo, ma lasciò tracce ancora più profonde nelle politiche economiche del trentennio successivo.

     

    1979: la seconda crisi petrolifera

    La cronaca del 1979 registrò una seconda crisi petrolifera con dinamiche molto simili a quella del 1973-'74: un forte aumento del prezzo del petrolio dovuto a un evento politico nell'area asiatica (in quest'occasione si trattò dell'avvento al potere di Khomeyni in Iran e della successiva guerra con l'Iraq di Saddam Hussein; entrambi gli avvenimenti determinarono un brusco calo della produzione di petrolio). Anche in questo caso l'aumento dei prezzi del greggio si tradusse in  una forte inflazione, diffusa in tutto il mondo occidentale.

     

     

    1979-'82: le risposte neoliberiste cambiano la politica economica mondiale

    Alla fine degli anni '70 la situazione economica del cosiddetto Primo mondo aveva quindi accumulato diversi elementi critici da un punto di vista capitalistico: crisi di sovrapproduzione, crescita dei salari/calo dei profitti, incertezza nei valori delle monete, inflazione.

    Nell'arco di un triennio (1979-'82) le risposte di politica economica a questo stato di cose, provenienti dal mondo anglosassone e diffuse poi in tutto l'Occidente, modificarono profondamente gli orientamenti economici planetari.

    Per comodità l'insieme di queste risposte viene chiamato neoliberismo e sebbene il termine sia molto impreciso è ormai indubbio che in quel periodo si sia passati dal keynesismo del “trentennio glorioso”, al declino dello Stato come regista e attore dello sviluppo economico (complice anche l'avvento al potere di due politici fautori della primazia del privato, Margareth Tatcher nel Regno Unito dal 1979 e Ronald Reagan negli USA dal 1980).

     

     

    Tra i tanti segnali di questo cambio di paradigma per semplicità qui ne vengono ricordati solo tre, il cui impatto ha segnato profondamente anche i decenni successivi.

     

    1. Dal primato del lavoro al primato della lotta all'inflazione. Come si diceva sopra, l'inflazione danneggia in particolare chi detiene un credito, ossia colui che si ritroverà ad essere ripagato a distanza di tempo dal prestito concesso con una moneta ormai svalutata. Il principale detentore di crediti è il sistema bancario nel suo complesso e fu da lì che il più importante fra i suoi rappresentanti, il governatore della Banca centrale statunitense Paul Volcker, mosse l'attacco all'aumento dei prezzi. Nel giro di poco tempo Volcker, appena assurto nell'agosto 1979 al ruolo più importante nella politica monetaria mondiale, ridusse bruscamente la quantità di banconote in circolazione per operare un raffreddamento dell'attività economica e dell'inflazione3.

     

     

    Il piano diede i suoi frutti, ma le conseguenze di medio e lungo periodo furono pesanti: la riduzione dell'inflazione e del denaro circolante determinò una diminuzione delle attività industriali e dei posti di lavoro, nonché l'inizio di un lungo processo di perdita di valore dei salari (spiegabile attraverso la dinamica del mercato del lavoro: essendoci meno posti disponibili, pur di accedervi le persone tendono ad accontentarsi di paghe e condizioni meno vantaggiose).

     

    2. I capitali iniziano a viaggiare in modo compulsivo. Il secondo segnale di un cambiamento economico duraturo si ebbe con la deregolamentazione dei movimenti dei capitali. Fino alla fine degli anni '70 i capitali bancari e finanziari di un Paese avevano grossi vincoli se volevano muoversi verso altri lidi. Nella nuova situazione di crisi questi impedimenti furono giudicati eccessivi e le leggi che limitavano il movimento internazionale dei capitali furono abolite, a cominciare dagli USA. Il principio che informava le nuove disposizioni era la necessità di rendere più “liquidi” i capitali, ossia più facilmente in grado di arrivare laddove vi fossero occasioni di profitto. Nel tempo tuttavia la deregolamentazione si rivelò un'arma potentissima nelle mani di chi muoveva capitali non per aprire nuove attività produttive in luoghi differenti, ma per operare in un'ottica speculativa di breve e brevissimo periodo, muovendo freneticamente grosse cifre laddove vi fosse l'occasione di spuntare guadagni immediati e ritirandole subito dopo.

     

    3. Addio a Keynes e al consumo illimitato di energia. Rispetto alla crisi del 1929, la crisi degli anni '70 ha interpretazioni rese più difficili dalla vicinanza storica del periodo e dall'intenso  dibattito ideologico che si è avuto da allora fino ad oggi su quali  fossero le migliori risposte di politica economica allo stato di crisi.

    Quanto si può affermare con ragionevole sicurezza è che tra il 1973 e il 1979 entrò in crisi il modello keynesiano costruito nel lungo secondo dopoguerra e che ciò che ne è seguito non è stato in grado di ricostruire condizioni stabili di crescita economica, tanto è vero che dagli anni '90 in poi una serie di crisi finanziarie ha fatto da prodromo alla grande crisi iniziata nel 2008.

    Un'ulteriore considerazione va infine spesa sullo spartiacque rappresentato dagli anni '70 anche per ciò che riguarda le politiche energetiche. Prima di quegli avvenimenti la riflessione sul petrolio, sui suoi impatti ecologici e sulla mancanza di rinnovabilità avevano interessato solo pochissimi ambientalisti ante litteram. Dagli anni '80 in poi il dibattito su un modello di sviluppo ecologicamente compatibile e su possibili alternative energetiche al petrolio e agli altri fossili è divenuto progressivamente sempre più centrale.

     

     

     

    Note:

    1. La definizione di Trentennio glorioso proviene dagli economisti francesi. Individua un periodo in cui il progresso  economico e sociale nei Paesi del Primo mondo ha conosciuto una crescita mai vista né prima, né dopo.
    2. Negli anni '90 in entrambi i Paesi si era scesi all'1% circa, e alla fine degli anni 2000 a valori negativi.
    3. Tecnicamente il risultato si ottiene aumentando il tasso di interesse riconosciuto a chi lascia depositati i soldi in banca (e in questo modo non li immette in nuove attività industriali). Tuttavia coloro i quali hanno precedentemente contratto prestiti a tassi variabili si trovano a dover restituire rate di debito aggravate dall'aumento dei tassi di interesse. Il fenomeno toccò in maniera drammatica i Paesi del Sud del mondo che dalla decisione di Volcker in poi videro crescere i propri debiti con l'estero in misura insostenibile (il primo a denunciare le enormi difficoltà della nuova situazione fu il presidente del Messico nell'agosto del 1982) e per ripagarli dovettero tagliare buona parte della spesa sociale, danneggiando pesantemente le ampie fasce povere delle loro popolazioni.
  • Autore: Antonio Brusa

     

    La storia

    Galvanizzati dal successo dello sbarco in Normandia e, insieme, preoccupati dalla resistenza feroce organizzata dai tedeschi nelle Ardenne, gli angloamericani azzardarono un assalto dietro le loro linee, per tagliarne i rifornimenti e accerchiarle. Obiettivo dell’attacco: le città di Njimegen e di Arnhem, nell’Olanda meridionale, e i ponti che attraversano i loro fiumi. Nome dell’operazione “Market Garden”, tragicamente ottimistico per come andò a finire. Tempo: dal 17 al 26  al settembre. Nove giorni di battaglia, per un autentico disastro. Migliaia di morti, il ponte di Arnhem perso, decine di migliaia di prigionieri. Obiettivo militare completamente fallito. La guerra continuò per tutto il terribile inverno del ’44 e solo nei mesi iniziali dell’anno successivo gli alleati riuscirono a sfondare la resistenza tedesca. Il Museo della Liberazione di Groesbeek, nei dintorni di Nijmegen, è uno dei tre che, sul luogo della battaglia, ne conservano la memoria. L’ho visitato e sono stato colpito sia dallo sforzo didattico che i suoi progettisti vi hanno profuso, sia dallo spirito degli oltre ottanta volontari che mantengono in vita questa istituzione. Ecco il resoconto.

     

    Il teatro dell’operazione “Market Garden”, con le due città di Nijmegen e Arnhem. Groesbeek è in basso a destra. Qui vennero paracadutate le truppe d’assalto americane. Le truppe inglesi aviotrasportate attaccarono Arnhem.

     

    Indice

    • Il museo
    • Gli oggetti didattici
    • Il memoriale

     

    Il museo

    Il complesso è composto da due edifici: il museo e il memoriale.

    Ancora prima di visitarli, ascoltando la loro storia e osservandoli dall’esterno, scopro che sono essi stessi il primo monumento storico. Infatti l’edificio museale non è altro che uno stabile “industriale”, residuato dell’immensa opera di bonifica che gli olandesi intrapresero dopo la catastrofe dello Zuidersee del 1953, quando il mare ruppe le dighe e inondò i Paesi Bassi. La bonifica terminò a metà degli anni ’80 e uno dei capannoni di lavoro, in luogo di essere smantellato, venne riciclato come contenitore museale. E’ un edificio basso, senza pretese architettoniche, dunque, ma capace di trasmettere una forte carica emotiva al visitatore olandese (ma anche allo straniero che viene informato), perché unisce due momenti di tradizione nazionale, la guerra contro il nazismo e quella contro la furia del mare.

    Il percorso museale è scandito in tre periodi, riconoscibili da colori diversi: l’avvento del nazismo, la guerra, la liberazione postbellica. Non ne parlo, né descrivo i documenti raccolti e la loro sistemazione (non sono un esperto museologo), perché sono attratto dai dispositivi didattici. Anche questi sono una testimonianza di un periodo preciso: vi riconosco la didattica post sessantotto, quella che dura fino al principio degli anni ’90, nella quale si osservano i primi tentativi (e il loro entusiasmo) di costruire un rapporto con l’oggetto storico basato sull’interazione, e non solo sul racconto delle guide. Ma è anche la didattica del Novecento, basata sulla tecnologia di quel periodo: elettricità, carta, legno e metallo. Un mondo didattico recente, ma ormai scomparso nel nostro secolo, dominato dai computer e dall’elettronica. Simile a quel mondo che ci ostiniamo a cercare, noi adulti, nei giocattoli esposti nelle librerie della Città del Sole.

     

    Il Museo della Liberazione Nazionale di Groesbeek è alloggiato in una costruzione riciclata, utilizzata originariamente per le opere di bonifica dopo l’alluvione del 1953

     

    Gli oggetti didattici

    La realtà virtuale ha conquistato il ruolo di unica via per “far vedere la storia” e ha privato di credibilità ogni altro tentativo di visualizzazione. Questo museo ci mostra come si faceva una volta: attraverso i diorami o i plastici. La realtà virtuale li ha relegati al ruolo di giocattoli scaduti. Un tempo erano uno strumento didattico di avanguardia. Costoso, richiedeva cura, capacità tecniche e studi. In questi musei ne troviamo esemplari di diverso formato. Alcuni, piccoli, rappresentano momenti emblematici dell’avvento nazista o di guerra, come lo sbarco in Normandia. Uno, a grandezza naturale, fissa una scena drammatica, del tentativo di attraversamento del fiume da parte di soldati americani, costretti a ripiegare e a curare i feriti.

    Piccoli plastici: scene di età nazista e lo sbarco in Normandia

     

     

    Quasi a grandezza naturale un momento drammatico del tentativo di attraversamento del fiume

     

    L’interattività è la parola d’ordine dell’odierna didattica digitalizzata. Come si faceva un tempo? Con le lucette e i pulsanti. Un plastico circolare, di alcuni metri di diametro, con delle sedie attorno. Il visitatore si accomoda. Una voce racconta le fasi della battaglie e, man mano, si accendono le luci che rappresentano l’avanzata di una colonna corazzata tedesca, o l’atterraggio degli alianti inglesi. Un faretto illumina i luoghi interessati dal racconto. Puoi anche premere dei pulsanti e vedere fasi particolari: come nel plastico “elettrico” degli scontri sui ponti di Nijmegen. Entrare dentro la storia? Il computer odierno rende reale questa magia. Nella didattica eroica novecentesca è ancora questione di pulsanti e lampadine. Ecco una schermata che mostra delle scelte. Siamo sotto la dominazione nazista. Ci sono dei collaborazionisti. Tu che faresti? Fai la tua scelta, premi il bottone e vedrai le conseguenze. E, infine, lo vediamo il computer, sempre collegato al pannello elettrico. Una scrittura antica (quella dei primi Word o di Wordstar: ve li ricordate?) accoppiato all’onnipresente pannello, con la sua aria da sommergibile del capitan Nemo.

     

    Seduto ai bordi del plastico, il visitatore italiano, riconoscibile dalle scarpe da ginnastica, ascolta la storia e guarda le lucette.

     

     

    Gli scontri intorno al ponte sono visualizzati dalle lucette intermittenti

     

     

    Tre scelte empatiche sulla collaborazione con i tedeschi

     

     

    Un antico computer affiancato da un pannello elettrico

     

    Anche la didattica ludica, oggi, sembra non poter fare a meno del computer, dei suoi scenari realistici, della complessa interazione garantita da programmi sempre più complessi (e costosi). Un tempo, era il regno del gioco dell’Oca, che in questo museo è utilizzato per ricostruire gli eventi dal Nazismo alla liberazione; oppure del Monopoli, che riprende lo stesso percorso e lo riformula con le sue regole specifiche. In questo caso, sono documenti autentici: giochi stampati e diffusi nell’immediato dopoguerra. Ma ci sono giochi (o attività ludiche) progettate apposta per il museo. Non sono meno interessanti. Una bilancia e dei pesi: i fatti e i pregiudizi. Riuscite a trovare un equilibrio (il fatto che sconfigge il relativo pregiudizio)? Oppure uno scaffale con  22 caselle. Accoppiatele nel modo giusto. Si accenderà la lucetta verde e avrete vinto. Infine, il gioco che mi ha commosso: un pannello verde con dei buchi, attraverso i quali si vede un colore diverso. Si chiede alla classe di scegliere il colore della pelle che preferisce (immaginate una classe olandese multicolore). Ognuno sceglie il suo, ovviamente. Si solleva il pannello, compare il petto di un giovanotto. Quei colori diversi erano variazioni della stessa pelle, dello stesso uomo. Un giochino senza pretese, oggi diremmo dall’alto della nostra ipertecnologia iperpedagogizzata. Ma un ottimo punto di partenza per una discussione sul tema (e anche un buon modo per chiudere una visita ad un museo sulla guerra).

    Funzionano queste semplici macchinette didattiche? A giudicare dai visitatori, sì. 40 mila annuali non sono pochi, per un piccolo museo, con soli tre impiegati stabili e 80 volontari che lo mandano avanti, fanno le guide o gli animatori, puliscono, tengono il bar (ampio e confortevole, come mi capita spesso di vedere oltrealpi) e il piccolo bookshop, che non vende modellini di armi, ma cappellini, magliette, agende e penne, papaveri di stoffa rossa, e libri.

     

    Il gioco dell’Oca e il Monopoli sulla liberazione

     

     

    La bilancia dei fatti e dei pregiudizi e lo scaffale delle corrispondenze

     

     

    Gioco interculturale: scegliete il colore della pelle, poi sollevate il pannello verde

     

    Il memoriale

    Il memoriale ha l’aspetto di un paracadute. Forse non fu progettato da un archistar, ma questa forma e il materiale trasparente con cui è realizzato, creano un ambiente luminoso che non ti aspetti per un luogo di memoria. Tutto è chiaro, anche il corridoio che circonda la sala delle conferenze, sulle cui pareti sono appesi i simboli dei reggimenti che parteciparono all’impresa. Da un albero stilizzato dondolano dei foglietti. Sono le riflessioni dei bambini al termine della visita. Scrive Bodine: “mai più guerre”. Sarà retorica, buonismo, quello che volete. Ma è meglio che scrivano frasi di questo genere, piuttosto che quelle che, al tempo del nazismo e durante la guerra, i bambini di entrambi i fronti erano portati a scrivere.

    Una didattica ingenua? Passata di moda? Una didattica povera, superata dai tempi? E’ facile pensarlo e qualcuno, a questo punto sarà di questa idea. La mia è divisa in due ordini di riflessioni. Il primo riguarda questa struttura e le persone che la fanno andare avanti e il flusso dei visitatori, incessante, anche in un giorno di pioggia, come quando ci sono andato io. Il confronto con l’Italia è spontaneo. Anche da noi ci sono musei di guerra: quelli del Risorgimento; quelli della prima e della seconda guerra mondiale, ai quali ho dedicato un lavoro che vedrete presto su HL; quelli della Resistenza. Ora, al di là del loro successo di pubblico, molto vario (per esempio quelli del Risorgimento non è che ne riscuotano tanto, nonostante il recente 150esimo), nei nostri musei di guerra si celebra qualcosa di nostro: il patriota che combatte per l’Indipendenza, o contro il nemico, o per la libertà e una società più giusta. Ma sempre un italiano. A Groesbeek no. Gli eroi sono americani, canadesi, inglesi, polacchi, e tanti altri. Altri, appunto. Eppure, la cura, la passione per la memoria sono palpabili e concreti, come abbiamo visto, nell’imponente numero di volontari. Memoria nazionale, certamente, ma non assistita e concretizzata da eroi egualmente nazionali. Tanta passione, mi sembra di poter dire, per “l’episodio in sé”. Qualcuno è venuto qui e ha combattuto per la libertà. E questo va ricordato.

    Sono solo i pensieri di un visitatore. Nulla di scientifico, ma non posso fare a meno di ricordare il cimitero di Corpusu (Capurso), che i baresi conoscono benissimo, dove sono sepolti i soldati polacchi che caddero in Italia, combattendo contro il nazismo. Confesso di non esserci mai entrato. Mi chiedo quanti miei concittadini hanno fatto come me e mi rammento di un esame (l’argomento era “i luoghi di memoria”), durante il quale la studentessa non seppe dirmi se questi polacchi combattevano con gli Alleati o con i Nazisti.

     

    Il secondo ordine di riflessioni è più tecnico. Quella didattica che ho cercato di raccontarvi è essa stessa un cimelio di un passato. Rende palpabile l’enorme distanza che ormai separa gli anni ’80 dall’oggi. E, paradossalmente o miracolosamente, funziona bene ancora. So che in quella regione (la crisi c’è ovunque) si fa l’ovvio ragionamento che tre musei vicini sono troppi e che sarebbe bene accorparli. Mi piacerebbe che non buttassero via questi giocattoli didattici e avessero l’intelligenza di creare loro uno spazio museale. Anche loro, come gli ambienti e le scene di vita degli anni ’40 e ’50, così ben ricostruite, meritano un posto nella memoria sociale.

     

    Il memoriale di Groesbeek a forma di paracadute

     

     

    L’interno del memoriale

     

     

    Lungo il corridoio perimetrale i simboli dei reggimenti di diversa nazionalità impegnati negli scontri

     

     

    I ragazzi scrivono le loro impressioni su biglietti, che vengono appesi a un albero.

    Mai più la guerra. Bodine

     

    *La prima parte è stata già pubblicata su HL. Descrive la didattica dei musei di guerra in Francia. Le parti successive sono dedicate alla didattica di guerra in Italia.

  • Passatempo, 14 agosto

    In Europa non si parla d’altro (facile pensare anche nel mondo, ma mi limito alle persone con le quali ho avuto a che fare negli ultimi tempi). La crisi. Ha il potere, questa parola, di trasformare in incubo tutto ciò che, in altri periodi, è un problema: i giovani, la disoccupazione, il futuro, l’ambiente, il debito pubblico e così via. La disoccupazione giovanile è un problema di oggi, nel sud? Da sempre, avremmo risposto quattro anni fa. Oggi no. Oggi ribattiamo quasi automaticamente: è una disoccupazione speciale. Oggi non ha speranza. Anche la politica italiana, per la quale “la crisi” è stata forse la parola corrente, dal dopoguerra in poi, assume toni apocalittici, quando paventa “la crisi in tempo di crisi”.

    La crisi annulla decenni di esperienze, di vissuti, di problemi affrontati, i sofferenze sopportate e superate. Annulla le differenze geografiche. Noi italiani abbiamo questo senso di angoscia, è vero, e leggiamo che lo stesso accade per gli spagnoli e i greci. Siamo i Pigs e ce lo meritiamo. Ma hanno paura, eccome, anche gli altri, i virtuosi che se la dovrebbero spassare, dagli olandesi ai tedeschi.

    La crisi ci mette a nudo, come le anime in attesa del Giudizio universale. Al punto che ci dobbiamo chiedere: quella di cui parliamo è la crisi, una delle crisi economiche (o di qualsiasi altro genere) che si sono periodicamente abbattute nel mondo contemporaneo (non parliamo naturalmente delle altre, più antiche, quelle di sussistenza, di penuria, di guerra:a peste, fame et bello libera nos domine, pregavano senza fermarsi i nostri avi). Parliamo, ascoltiamo, vediamo scene e dati di una crisi, oggetto storico, o della crisi “argomento politico-mediatico-retorico”? Non voglio affatto dire che la crisi non esiste ed è una bufala. Lasciamo queste volgarità ad altri. Vorrei, invece, avanzare l’ipotesi che quando parliamo di crisi, dentro questa parola ci mettiamo tante cose che non “appartengono a una crisi storica”. Ma appartengono all’uso pubblico e politico che di questa si fa e, dal momento che siamo in una società di una complessità estrema, anche all’uso pubblico che della “critica alla crisi” si fa.

    Tutto questo interessa chi fa storia e chi la insegna? Of course. Certamente. Natuerlich (non scriverò mai “assolutamente si”, ma cavolo, è quello che mi viene subito in testa). Gli storici hanno studiato le crisi. Le sanno ricondurre alla loro dimensione reale, una dimensione beninteso nella quale le favole e le storie inventate circolano e muovono soldi e persone con straordinaria efficacia. E i professori debbono insegnare le crisi, affinché i loro allievi abbiano gli strumenti intellettuali per comprendere, distinguere, orientarsi. Saranno i cittadini di domani, e dobbiamo sperare con forza che sappiano comportarsi meglio dei cittadini di oggi, i quali si arrangiano con strumenti intellettuali autoprodotti, misconcezioni economiche, sentiti dire, i dixit della tv e di internet e, infine, l’amico mio che sta in banca mi ha detto che. Fortunatamente per noi, gli insegnanti di storia coltivano (non tutti, quelli che leggono Historia Ludens sì, anche se non assolutamente) la speranza che questa umiliazione venga risparmiata ai cittadini prossimi.

    Così, per venire incontro a questi insegnanti, propongo due iniziative. Una piccola, di HL, e un’altra più grande e solida, dell’Insmli. Per la prima, sfogliate il sito. Vi troverete tre piccoli saggi di Massimiliano Lepratti sulle tre crisi (1929, 1973, 2008). Semplici, con esempi chiari. Possono essere uno strumento quasi manualistico da adoperare in classe, o per una rapida messa a punto di una storia economica che percorre e si intreccia profondamente con la storia del Novecento. Un modo anche per sintetizzarlo in tre battute forti, tre periodi, attorno ai quali costruire la programmazione di fine corso.

    Il secondo è la Summer School che si svolgerà a San Marino, dal 9 all’11 settembre. Abbiamo invitato tre storici italiani, Carlo Fumian, Marcello Flores, Giovanni Gozzini a parlarci rispettivamente delle tre crisi. Per ciascuna di esse, poi, con l’aiuto di dieci colleghi degli Istituti Storici cercheremo, con i partecipanti, di individuare i problemi didattici, le modalità migliori di insegnamento e di delineare dei progetti. E’ la Summer School denominata “Laboratorio del Tempo Presente”. L’idea di base è “trasformare in oggetto di insegnamento” tutto ciò che costituisce motivo di angoscia, di discussione pubblica. Cominciamo con la crisi, l’anno prossimo potremo parlare di guerre (è l’anniversario della Grande Guerra e dello Sbarco in Normandia e il settantesimo della Resistenza) e così via. (altre informazioni sul sito www.novecento.org)

     

    Le grandi crisi del mondo contemporaneo: 1929-1973-2008

     

    9-11 settembre 2013


    Repubblica di San Marino - Hotel San Giuseppe

     


     VIA DELLE FELCI, 3  47893 VALDRAGONE - REPUBBLICA DI SAN MARINO


    TEL. +378 (0)549 903 121 FAX +378 (0)549 907 595

    www.hotelsangiuseppe.sm - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

     

     

    Da inviare entro il 5 settembre 2013 a:
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  • Autore: Massimiliano Lepratti

     

    Indice

    Prologo: Come funziona (e non funziona) l’Economia

    La crisi del 1929
    Una crisi da sottoconsumo
    Il contagio negli USA (la crisi diventa profonda)
    Il contagio all'estero (la crisi diventa ampia)

    Conclusione: la crisi diventa lunga


    Prologo: come funziona (e non funziona) l'economia

    Uno Stato non è una famiglia

    Per capire come funziona l'economia contemporanea e per capire come mai ogni tanto va in crisi profonda (1929, anni '70, oggi...) occorre prima di tutto dimenticarsi una tesi tanto accattivante  quanto errata: l'idea che per capire come funzioni  uno Stato basti fare il paragone con i conti di una famiglia. Questa idea poteva avere un maggior grado di approssimazione fino all'avvento del capitalismo, ma oggi non ha più senso per almeno due ragioni collegate: 1) all'interno di uno Stato esistono quattro soggetti, ciascuno dei quali agisce economicamente in modo molto differente dagli altri tre:  le banche, le imprese, le famiglie, le istituzioni pubbliche; 2) la famiglia è l'unico tra questi quattro soggetti che prima guadagna e poi spende, mentre tutti gli altri tendono a fare il contrario.

     

    I tre mercati dell'economia contemporanea

    Per capire come il punto 2) qui sopra non sia un paradosso, si proverà ad analizzare il funzionamento dell'impresa, ossia del soggetto chiave nell'economia contemporanea; lo si farà attraverso un viaggio lungo i tre mercati in cui si suddivide il mondo economico. Nel corso di questo breve viaggio, svolto negli USA alla vigilia della crisi del 1929, l'impresa incontrerà le banche e le famiglie (le istituzioni pubbliche per ora non verranno trattate), ciascuna nel proprio mercato.

     

    Il mercato finanziario

    Il primo ambito di incontro viene qui chiamato per semplicità mercato finanziario e vede come protagonisti da una parte un'impresa nascente, al cui titolare assegniamo il nome di Mr. Jones, e dall'altra parte una banca. Nel mercato finanziario in generale si comprano e si vendono pezzi di carta che pur non valendo nulla in sé, per convenzione rappresentano una ricchezza monetaria. Nel nostro esempio supponiamo di trovarci nel 1928 quando Mr Jones si ritrova ad aver bisogno di  1 milione di dollari in prestito monetario (ossia in pezzi di carta comunemente chiamati banconote) allo scopo di aprire una impresa che produca viti e bulloni. Il direttore della banca a cui il nostro uomo si è rivolto, nell'ascoltare la richiesta di Mr Jones si sforzerà di valutare se quel signore è credibile, ossia meritorio di credito, e nel caso in cui la risposta tenda al “sì” gli offrirà un prestito a determinate condizioni (supponiamo che queste siano: un tasso di interesse del 5%, un'ipoteca sulla casa in caso di insolvenza, un tempo di restituzione non superiore a 10 anni). Mr Jones a sua volta intraprenderà una trattativa di mercato, domandando tassi di interesse più bassi, garanzie inferiori, tempi di restituzione più lunghi. Nel caso in cui fra i due si arrivi a un accordo Mr Jones se ne tornerà felicemente a casa con il suo milione, fatto di pezzi di carta stampati forse ad hoc dalla Banca centrale statunitese e convenzionalmente capaci di comprare un sacco di cose.

     

    Il mercato dei beni e dei servizi

    A quel punto il nostro imprenditore dovrà recarsi sul mercato dei beni e dei servizi per iniziare a spendere parte di quel milione (spendendo, prima di aver guadagnato... appunto). Tra i molti mercati di beni e di servizi Mr. Jones sceglierà quelli in cui può trovare quanto gli serve per avviare la sua produzione di viti e bulloni (mercato dei capannoni, mercato dei macchinari che producono viti, mercato dell'acciaio...) e con ciascuno degli offerenti cercherà di spuntare  le condizioni migliori di prezzo, di tempi di consegna, di garanzie in caso di imprevisti (guasti...) etc.

     

    Il mercato del lavoro

    La terza e ultima tipologia di mercato attraverso cui Mr Jones dovrà viaggiare per avviare la sua attività è il mercato del lavoro, dove tratterà con alcune famiglie di statunitensi del 1928 domandando loro tot ore di lavoro giornaliero e offrendo in cambio un certo salario. Anche qui supponiamo che la trattativa con i lavoratori vada a buon fine, che Mr. Jones dopo un mese abbia speso un'altra parte del suo milione nei salari dovuti, e che dopo tre mesi abbia iniziato finalmente a vendere viti e bulloni. Immaginiamoci infine che all'alba dell'ottobre del 1929 Mr. Jones abbia venduto tante e tali viti e bulloni alle imprese automobilistiche statunitensi da aver guadagnato un sacco di soldi (per un totale cioè che superi la somma del milione ricevuto in prestito, degli interessi dovuti e dei soldi destinati  a pagare i lavoratori e le altre spese nei tre mesi successivi).
    A quel punto il bravo imprenditore potrà andare alla banca che gli ha permesso di indebitarsi e di iniziare il ciclo produttivo, per restituire le banconote avute. Così facendo la banca potrà prestare le stesse banconote a Mr. Smith i cui programmi a fine 1929 prevedono l'avvio di una fabbrica di pneumatici...

     

    Due precisazioni

    Prima di proseguire con la storia della crisi che sta abbattendosi su Mr Jones, Mr. Smith e tanti altri, sono opportune due precisazioni:

    1a precisazione: come si può desumere dal viaggio nei tre mercati, il nostro imprenditore ha speso soldi (per acquistare macchinari, lavoro dipendente etc.) prima di averli guadagnati con la vendita di viti e bulloni, ossia indebitandosi; lo stesso ha fatto la banca della sua città che si è fatta prestare dalla Banca centrale USA i soldi e li ha spesi, prestandoli a Mr Jones, ben prima di aver ricevuto da lui  il guadagno relativo agli interessi.

     

    Charles Ponzi era un immigrato italiano che arrivò in America nel 1919 con poche decine di dollari in tasca. Dopo pochi anni, riuscì a farsi accreditare come un mago della finanza. Donald Dunn ne racconta la storia e, insieme, spiega nel suo romanzo, l’atmosfera economica e mentale di quegli anni

     

    2a precisazione:  il mercato finanziario non è composto solo dal mercato creditizio (ossia dalle banche), ma anche dalle borse. Se Mr. Jones o Mr. Smith all'epoca avessero avuto tempo di allargare i loro affari, magari avrebbero pensato di trasformare la loro impresa in una società per azioni quotata in borsa. I vantaggi? La possibilità di sfuggire alle condizioni spesso difficili imposte dalle banche, e di chiedere invece ai risparmiatori (famiglie, investitori professionisti, altre imprese) un prestito, dando in cambio obbligazioni oppure azioni. Mentre le obbligazioni sono solo impegni a restituire prestito e interessi, le azioni fanno diventare gli acquirenti titolari di un pezzetto dell'impresa e se questa va bene danno diritto a una parte degli utili.


    La crisi del 1929

    Una crisi da sottoconsumo

    Una volta chiariti i meccanismi fondamentali entro i quali si muoveva il sistema economico europeo e statunitense dopo la prima guerra mondiale, è finalmente possibile analizzare cosa accadde alla fine del 1929.

     

    IL venerdi nero, il 26 ottobre del 1929, giorno in cui crollò la borsa di N.Y.


    La crisi del 1929 non fu la prima crisi conosciuta dal sistema capitalistico, ma fu la più lunga (storicamente), profonda (economicamente) e ampia (geograficamente) mai conosciuta nel secolo passato. Rispetto alle grandi crisi che la seguirono (quella degli anni '70 e quella iniziata nel 2008) ha avuto inoltre una caratteristica unica: è stata un'enorme crisi da sottoconsumo. La crisi da sottoconsumo è una variante specifica delle crisi da sovrapproduzione e si manifesta quando le persone smettono di acquistare perché non hanno soldi a sufficienza per farlo a causa di salari medi troppo bassi.

     

    L’esempio dell’industria automobilistica

    Il settore dell'industria automobilistica USA permette di rendere concreto questo ragionamento. Negli anni '20 il settore aveva conosciuto un grande slancio e aveva trascinato verso l'alto anche le industrie  collegate (le viti per i cofani di Mr Jones, gli pneumatici di Mr. Smith...). Lo slancio era dovuto a due fattori: a) da una parte  l'adozione del sistema di fabbrica taylorista (quello raccontato da Chaplin in Tempi Moderni) aveva aumentato notevolmente il numero di pezzi realizzati a parità di ore lavorative; b) dall'altra parte l'aumento di produttività e dei relativi profitti nell'industria automobilistica aveva attirato molti investitori, disponibili a prestare i propri risparmi affinché venissero utilizzati per ulteriori allargamenti del settore. Le banche e le borse ampliavano il fenomeno, invitando a convogliare depositi delle famiglie e acquisti di azioni verso l'ampliamento della produzione di automobili.

     

    Le famiglie non possono comprare l’auto

    Ma il problema del sottoconsumo era dietro l'angolo e iniziò a colpire  una volta che tutte le famiglie della borghesia statunitense si erano finalmente comprate a rate o in contanti la tanto agognata e tanto pubblicizzata automobile. A quel punto, sistemato quel numero tutto sommato non altissimo di acquirenti sufficientemente benestanti, a chi vendere le migliaia e migliaia di altri esemplari che le fabbriche scatenate continuavano a produrre? La risposta, qualche decina di anni e qualche grande battaglia sindacale dopo, avrebbe potuto essere: agli operai... ma nel 1929 vi era un problema fondamentale: i salari operai erano fermi, i  lavoratori non ricevevano sufficienti benefici dall'aumento di produttività e le loro disponibilità economiche erano troppo distanti  dal prezzo delle automobili che si moltiplicavano  invendute nei magazzini delle grandi industrie.

     

    Auto in svendita durante la Crisi

     

    Il contagio negli USA (la crisi diventa profonda)

    Ogni sistema economico è interrelato e il sistema capitalistico lo è assai più di quelli che lo avevano preceduto: i bassi salari operai e la conseguente crisi da sottoconsumo in un settore strategico come quello dell'automobile non potevano restare fenomeni senza conseguenze. Il contagio si mosse da subito verso due ambiti: 1) il resto dell'industria statunitense, 2) gli altri due mercati (finanziario e del lavoro).

     

    Il contagio

    1. il meccanismo del contagio tra settori industriali è intuitivo: se non si possono produrre altre automobili perché mancano gli acquirenti è evidente che anche chi produce parti di automobili (viti, pneumatici...) è destinato a chiudere.
    2. anche il meccanismo di contagio fra i diversi mercati diviene intuitivo se si segue lo schema con cui all'inizio abbiamo descritto la nascita dell'attività di Mr Jones. Supponiamo che, a differenza di quanto postulato qualche capoverso sopra, il nostro imprenditore sia stato colto dalla crisi dell'industria automobilistica prima di aver potuto restituire il prestito alla banca, e moltiplichiamo il suo caso per “n” volte. La banca in questione, in presenza di così tante “sofferenze” (ossia prestiti non più esigibili) nel corso del 1930 è destinata a fallire, scatenando ulteriori retroazioni: gli impiegati agli sportelli vengono licenziati  (contagio del mercato del lavoro) e la banca non è in grado di fornire nuovi prestiti ad industrie che con  l'ausilio di crediti aggiuntivi sarebbero riuscite a modificare la propria produzione e ad uscire dalla crisi. Anche queste industrie sono quindi destinate al fallimento e a lasciare a casa altri lavoratori, continuando l'effetto contagio (si calcola che tra il 1929 e  il 1932 la produzione industriale USA diminuì quasi del 50%!).

     

    Il domino catastrofico

    Ma il domino catastrofico non si ferma qua e prosegue, rafforzato dal mancato intervento dello Stato e dall'assenza di servizi sociali a tutela dei settori più deboli. Tutti i lavoratori licenziati di cui sopra di fatto sono obbligati a smettere di acquistare buona parte dei beni di consumo anche basilari, che prima potevano permettersi. La crisi di conseguenza si trasmette agli agricoltori che per vendere alimenti a  città rimaste senza  base economica devono abbattere i loro prezzi del 40, 50 o anche 60%, obbligandosi a loro volta a tagliare i propri consumi e a licenziare una parte dei lavoratori stagionali, senza avere più garanzie sufficienti ad ottenere nuovi prestiti bancari (Steinbeck in Furore ne ha parlato...).

     

    John Steinbeck raccontò la Crisi in Furore, romanzo tradotto in film nel 1940 (John Ford) e al cui protagonista, Tom Joad Bruce, Springsteen ha dedicato il suo album The Ghost of Tom Joad (1995)

     

    Dall'altro lato i piccoli e medi risparmiatori, che nelle città avevano investito i propri soldi nella borsa, si trovano dopo il 24 ottobre del 1929 (il famoso giovedì nero di Wall street) quasi senza quattrini risparmiati. A quest'ultimo esito nefasto avevano in gran parte contribuito gli speculatori finanziari, ossia coloro i quali intervenivano in quel settore del mercato finanziario che è la borsa, con atteggiamento rapace. Costoro infatti acquistavano azioni non per tenerle nel cassetto in attesa che l'impresa dividesse gli utili, ma per rivenderle rapidamente a prezzo maggiorato dopo aver deliberatamente messo in giro voci che presagivano futuri splendidi per le imprese rappresentate dalle azioni. Questo processo  speculativo provocò un aumento fittizio del valore dei titoli (non sostenuto da un parallelo aumento dei fatturati d'impresa), a cui nel giovedì nero seguì un brusco e profondo crollo, capace di rovinare buona parte dei piccoli e medi risparmiatori che il 24 ottobre si erano trovati con il cerino acceso in mano.

     

    Il contagio all'estero (la crisi diventa ampia)

    Se negli USA la crisi fu di una profondità mai vista nel '900, anche il resto del mondo ne fu toccato drammaticamente, con la sola eccezione dell'URSS che, costituitasi in sistema economico autonomo, di fatto negli anni '30 non aveva scambi economici con  gli USA. Il resto del mondo invece aveva all'epoca un grado di interconnessione molto alto con gli Stati Uniti sia nel mercato finanziario, sia nel mercato dei beni e dei servizi.

    Da un punto di vista finanziario la grande crisi si propagò a quei Paesi che avevano stretti rapporti di debito con gli Stati Uniti, a partire da quelli europei che si erano affidati all'aiuto economico degli USA dopo la Prima guerra mondiale. In tutti questi Paesi si verificò un vertiginoso aumento dei disoccupati e gli effetti furono particolarmente drammatici in Germania dove 6 milioni di senza lavoro in più, in un Paese già frustrato dalla guerra, diedero un importante aiuto all'ascesa al potere del nazismo.

    Anche per ciò che riguarda i mercati internazionali dei beni la crisi picchiò duro, in particolare verso quei Paesi che rifornivano di materie prime gli Stati Uniti.

     


    Georg Grosz ha ritratto in celebri disegni il contrasto fra ricchi e poveri e l’avvento di un nuovo ceto di sfruttatori nella Germania degli anni ‘20/30

     

    Conclusione: la crisi diventa lunga

    La profondità e l'ampiezza della crisi mondiale erano dei pessimi presupposti relativamente alla sua durata che infatti fu lunga e poté concludersi solo dopo il dramma della Seconda guerra mondiale. Un ingrediente che contribuì senza dubbio non solo ad originare il 1929, ma anche a spiegarne ampiezza e durata fu l'assenza di un intervento statale efficace. Se si eccettuano le politiche di impiego pubblico realizzate da Franklin Delano Roosevelt negli anni '30 (dimostratesi comunque insufficienti rispetto alla portata della crisi), l'atteggiamento degli Stati fu coerente con i principi del liberismo: una sostanziale inazione, giustificata dall'aspettativa che i mercati autonomamente ponessero fine ai problemi.

     

    John Maynard Keynes

     

    Sarà solo dopo la Seconda guerra mondiale che le idee di Lord Keynes, rivoluzioneranno il rapporto tra Stato ed economia. Secondo l'economista inglese lo Stato, al contrario della famiglia può indebitarsi anche parecchio per pagare stipendi ad insegnanti, medici, impiegati pubblici etc. perché costoro a loro volta spenderanno i soldi ricevuti per comprare elettrodomestici, automobili...  e a loro volta i venditori di automobili compreranno  viti,  bulloni, pneumatici, il cerchio si allargherà e tutti gli imprenditori attivati dal ciclo favorevole potranno pagare  una quantità di tasse che alla fine permetterà allo Stato di rientrare dal debito iniziale.

    Si chiama principio del moltiplicatore, ma se ne parlerà più diffusamente nell'introduzione allo scritto sulla crisi degli anni '70.

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