Sul libro di Giuseppe Albertoni

di Amedeo Feniello

Immagine1 Giuseppe Albertoni ha scritto un libro raro: colto senza essere pesante, specialistico senza chiudersi nello specialismo, capace di affrontare un tema oggi sensibilissimo – il colore della pelle, la nerezza, l’Africa non vera ma immaginata – evitando però tanto l’anacronismo quanto la facile assoluzione. Il santo, l’etiope e il diavolo parte da una sorpresa: nella cattedrale di Magdeburgo, sul sepolcro di Ottone I, sta un san Maurizio guerriero, cavaliere e martire, ma soprattutto un santo africano rappresentato con il volto nero. È da quel corpo scolpito e colorato un tempo di «un nero bluastro» che prende avvio una lunga storia di sguardi, paure, attrazioni, equivoci e proiezioni.

L’originalità del volume sta anzitutto qui: Albertoni non scrive una storia sul razzismo medievale, né si limita a dire che il medioevo “inventò” la razza. Al contrario, lavora in una dimensione complessa, mostrando come nel mondo medievale il criterio decisivo di inclusione ed esclusione fosse prima di tutto di natura religiosa, in una distinzione netta, come scriveva la Chanson de Roland, opera nella quale solo i cristiani fossero nel giusto, mentre tutti gli altri, pagani, eretici e soprattutto saraceni nel torto. Tuttavia, l’A. non rimuove le forme di pregiudizio cromatico o morale. Il nero, nella cultura cristiana, poteva diventare il colore del peccato, del demonio, dell’impurità; però, poteva anche essere ricondotto alla santità, alla regalità, alla dimensione universale dell’impero e della Chiesa. Questa ambivalenza rende il libro prezioso: ci obbliga a pensare non per slogan, ma per stratificazioni.

 

Tutti gli “etiopi” del Medioevo

Tra i passaggi più efficaci vi è quello sugli “etiopi”, nome con cui il medioevo designò in modo larghissimo gli africani dalla pelle scura. L’A. ricorda l’etimologia antica, gli etiopi come «quelli col viso bruciato», e segue il modo in cui questa definizione geografica e climatica si caricò di significati morali. L’Etiopia è insieme lontanissima e vicina, reale e immaginata: terra posta ai confini del mondo, prossima al sole e al paradiso, ma anche regno cristiano esistente, più antico nella fede di molte regioni europee, mondo estremo della leggenda del Prete Gianni. Alcuni episodi interni al libro sono poi memorabili. Nelle vite dei padri del deserto, il diavolo non ha ancora una forma fissa: può apparire come serpente, drago, ladro, donna, giovane seducente. Nel caso di sant’Antonio da Padova, il demonio assume invece l’aspetto di un ragazzo nero e si presenta come «amico dell’impurità». Ancora più impressionante è l’episodio di Pacone, l’anziano eremita tormentato dal desiderio. Il demonio gli appare come una fanciulla etiope conosciuta in gioventù, e Pacone racconta: «Finì per eccitarmi a tal punto» da crederla congiunta carnalmente a sé. Ma era solo il sogno di una tentazione: per vincerla la soluzione fu premersi la testa di un rettile sui genitali, nella speranza di avvelenare ciò che Albertoni ricorda essere «all’origine della tentazione». È una scena crudele, quasi insostenibile: nel corpo della fanciulla etiope si concentrano desiderio, paura, fetore, peccato, memoria e demonizzazione. In un’immagine che si accompagna ancora oggi a certe aberrazioni razzistiche legate all’immagine delle persone di colore e alla loro pelle.

 

Immagine2Musa I, re del Mali, raffigurato sull'Atlante catalano di Abraham Cresques di Maiorca del 1375 (da Wikipedia)Mansa Mussa, il nero più ricco della storia

Non meno significativa è la Navigazione di san Brendano, dove compare «un piccolo etiope nero» che tiene in mano una briglia: il dettaglio sembra minimo, ma rivela quanto il colore della pelle potesse essere trasformato in segno visibile di una minaccia invisibile. Eppure, Albertoni non si ferma ad una galleria di soli elementi negativi. Il suo percorso mostra anche l’altra faccia della medaglia: la moglie etiope di Mosè, la regina di Saba, il già citato prete Gianni, l’imperatore del Mali Mansa Musa – l’uomo più ricco del Mondo, come si suole dire anche oggi, basta leggere Forbes - e soprattutto san Maurizio, santo africano, venerato dagli Ottoni, che diventa protettore dell’impero romano-germanico. Qui, forse, il cuore del libro: un santo nero, armato, cavaliere, posto a difesa della tomba del primo imperatore sassone, con una presenza che non cancella il pregiudizio, ma lo complica; non elimina la distanza, ma la trasforma in simbolo. Più complesse sono le pagine dedicate al passaggio dall’Africa immaginata all’Africa reale: gli etiopi nei porti, nei cortei, nei luoghi santi, nelle mappe; l’ambasceria etiope raccontata da Galvano Fiamma; il richiamo a Mansa Musa nell’Atlante catalano, sono tutti aspetti che allargano lo sguardo dell’uomo medievale verso una storia concreta di uomini e di appartenenze, nonostante il medioevo europeo continui a deformare l’Africa, proprio nel momento in cui, paradossalmente, comincia per davvero ad incontrarla.

 

Un santo nero per bianchi

La forza maggiore del volume sta, in definitiva, nel tenere insieme tre piani: la storia delle idee, la storia delle immagini e la storia del potere. San Maurizio non è solo un santo, l’etiope non è solo una figura dell’alterità, il diavolo non è solo immaginario religioso. Tutti e tre diventano modi attraverso cui l’Europa medievale pensa sé stessa: ciò che include, ciò che respinge, ciò che teme, ciò di cui ha bisogno per proclamarsi universale. Il libro è importante allora perché mostra che il colore della pelle nel medioevo non fu un dettaglio marginale, ma una superficie su cui si depositarono teologia, geografia, desiderio, violenza, politica e memoria. Il finale è tra i più convincenti. Albertoni parla di «una storia di specchi»: l’Etiopia riflessa dall’Europa, l’Europa che guarda l’Etiopia e in realtà guarda anche a sé. Prima dell’età moderna, prima della tassonomia razziale dello schiavismo e della conquista coloniale esistevano certo zone di ambiguità pericolose, discriminatorie e spesso crudeli ma non irrigidite in un sistema biologico chiuso. E quando arriviamo all’ultima immagine, quella di «un santo nero per bianchi», capiamo che Albertoni non ci ha raccontato soltanto come il medioevo guardò gli africani. Ci ha mostrato come ogni società costruisce le proprie alterità, le tema, le adoperi e, talvolta, affidi proprio a loro il compito di custodire il centro più sacro della propria identità.

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