di Nadia Olivieri
I tempi lunghi dell’antifascismo.
“Ci troviamo oggi di fronte al ritorno del fascismo”? è la domanda che Emilio Franzina, presidente onorario dell’Istituto storico della Resistenza di Verona (IVrR) ha rivolto ai relatori e al pubblico del convegno “I tempi lunghi dell’antifascismo”, svoltosi a Verona fra l’8 e il 9 giugno scorsi. Federico Melotto, presidente dell’IVrR, ha, quindi, spiegato che il convegno è nato dall'esigenza di ragionare sulla complessità delle varie traiettorie che hanno portato migliaia di antifascisti a diventare protagonisti della guerra di liberazione e della rinascita democratica del paese, dopo aver vissuto la repressione, il carcere e il confino. E aggiunto altri interrogativi: esiste un fil rouge che unisce i primi oppositori del fascismo alle diverse posizioni che segnarono poi la rinascita democratica? Possiamo dire che questo antifascismo lungo ha reso possibile la serietà e la consapevolezza con cui i protagonisti della stagione costituente hanno traghettato l'Italia da una guerra civile a una democrazia?
In altri termini, furono anche le sconfitte determinate dalle troppe divisioni, le repressioni subite per oltre vent'anni e i tanti morti ad agevolare la disponibilità dei partiti antifascisti a ritrovarsi attorno ad un tavolo, partendo da posizioni radicalmente opposte, riuscendo a trovare una soluzione condivisa?
Fig.1: la popolazione di Verona manifesta nelle strade con i partigiani all’arrivo degli alleati, il 26 aprile 1945.
Fascismo, antifascismo e violenza
La prima sessione, Alle origini dell’antifascismo, che è stata guidata da Emilio Franzina, è riuscita a restituire la “complessità delle traiettorie” delle prime forme di opposizione alla violenta presa del potere del fascismo. Oltre al ricordo di figure di grandezza incommensurabile come Piero Gobetti (Polito) e Giacomo Matteotti (Franzinelli) , di cui si sono sottolineati la difesa del valore della libertà del primo e il profondo antimilitarismo del secondo, per gli anni cruciali del primo dopoguerra l’interrogativo rintracciabile nelle diverse relazioni è quello del rapporto con la violenza: agita in guerra, e poi reiterata o rifiutata nel composito mosaico del reducismo non solo fascista, ma anche antifascista, come nel caso degli aderenti al movimento di “Italia libera” o dei fratelli Guido e Mario Bergamo di Treviso (Melotto e De Bortoli)); pensata o rifiutata (Baldoli) come orizzonte politico per le diverse forze politiche dell’Italia liberale, con un Veneto che, prima e dopo la Grande guerra, fu un Veneto “bianco, rosso e verde”, ma certamente non “nero” (Sbordone); subìta dalle forze antifasciste in tutto il periodo fra le due guerre, che scelsero la “clandestinità” e l’esilio, o sopportarono carcere e confino, talvolta a scapito della propria stessa vita.
Il lungo antifascismo
Quale continuità, dunque, fra questo antifascismo e la Resistenza? Nessun nesso automatico di causa-effetto, come è emerso nella seconda sessione del convegno, dedicata a L’esplodere della Resistenza, moderata da Mirco Carrattieri, ma, ancora una volta, un quadro complesso. Nell’esperienza dei volontari nelle Brigate internazionali della Guerra di Spagna e in alcuni “reduci” della Grande guerra, membri di “Italia libera”, la continuità è accertata in molte biografie (Melotto, Zanetti). Guerra di Spagna e internazionalismo operaio han posto le basi anche per il carattere transnazionale della Resistenza, che, lungi dall’essere scontato, presenta chiaro-scuri tutti da approfondire (Mastrolillo).
Un “lungo antifascismo”, dunque, nelle forze politiche della sinistra che, seppur sconfitte politicamente tra il 1924 e il 1926, si è espresso in esilio e in patria. Un “lungo antifascismo” sopravvissuto anche nelle reti familiari e personali (Baldoli), come emerge dalle biografie di molte donne partigiane, che durante la Resistenza uscirono dal recinto domestico per assumere ruoli anche apicali nella lotta di liberazione (Catania, Spinelli).
Di tutt’altro segno, invece, l'antifascismo cattolico (Santagata), descritto come una "resistenza antimoderna" – e ci si riferisce al post-1789! – che, partendo da premesse dottrinali conservatrici, transitando da un certo collateralismo al fascismo in chiave anticomunista, arrivò gradualmente alla scelta partigiana e democratica.
Nel “lungo antifascismo”, un aspetto non secondario della riflessione ha riguardato, infine, l’aspetto “generazionale”, che ha influito non solo sulle diverse declinazioni delle scelte di campo degli anni Venti e Trenta (l’espatrio per molti vecchi anarchici; l’efficiente gestione della clandestinità dei giovani comunisti; il poco indagato antifascismo storico delle donne), ma anche sulla fase di transizione alla democrazia nel secondo dopoguerra.
Antifascismo e democrazia
A quest’ultimo tornante è stata dedicata la terza sessione, Uscire dalla guerra e immaginare la democrazia (discussant: Andrea Martini). Attraverso il caso di studio di Venezia all’indomani della Liberazione, con il forte attrito fra CLN e occupanti Alleati (Bobbio), la biografia intellettuale dello scienziato e partigiano Egidio Meneghetti, tutto teso al dialogo e a “tenere uniti, per quanto possibile, gli uomini della Resistenza” (Focardi) e l’analisi iconografica di artisti come Guttuso, Casarini, Salazzari per identificarne continuità e fratture con l’estetica del fascismo, prima, durante e dopo la guerra (Nezzo), anche in questa sessione si è cercato di restituire complessità alla fase di transizione alla democrazia.
Antifascismo o antifascismi?
A Luca Baldassara è toccato il compito di sintetizzare in un quadro d’insieme il tema del convegno e lo ha fatto con un respiro di lungo periodo, iniziando con il correggerne il titolo: non di “antifascismo” al singolare, ma di “tempo lungo degli antifascismi” occorre parlare, ricordando come, nel secondo dopoguerra, della democrazia ci fossero almeno due diverse visioni, rintracciabili nel famoso dibattito fra Ferruccio Parri e Benedetto Croce nella seduta della Consulta nazionale del 26 settembre 1946, dove l’uno sostenne che l’Italia non avesse mai conosciuto la democrazia, mentre il secondo affermò che, chiusa la “parentesi” del fascismo, fosse tempo di “tornare” alla democrazia dell’Italia liberale.
Fra le due posizioni, tutto il tema di una democrazia pensata come inclusiva delle masse popolari, o escludente e appannaggio delle élite. Da due diverse visioni della democrazia, discendono due diverse letture di fascismo e antifascismo. Baldissara ha proposto quindi una periodizzazione che vede da una parte l’“antifascismo storico” – dal 1919 al 1945 – e dall’altra l’“antifascismo repubblicano”, coagulato attorno alla Costituzione e alla difesa dell’Italia repubblicana, motore di democratizzazione e modernizzazione dopo il 1945. Fra i due, un “intermezzo”, fra il 1943 e l 1948, in cui è avvenuta una sorta di “guerra rivoluzionaria” tesa ad affermare una democrazia “progressiva”; intermezzo chiuso nel 1948 con la repressione delle proteste operaie e l’affermazione della logica della Guerra fredda.
Fig.2: nel 1965 la Resistenza viene ricordata a Padova con questa lapide.Antifascismo o antitotalitarismo
Antifascismo e Resistenza vanno allora distinti, non sono categorie sovrapponibili. La lettura di Luca Baldissara si è però spinta sino al presente. L’“antifascismo repubblicano” è andato in crisi già negli anni ’80 – ha affermato – e non per un ritorno del fascismo, ma per l’inizio dei tentativi di riforma della Costituzione. Sono gli anni in cui si afferma che “non basta essere antifascisti per essere democratici” (i comunisti additati come esempio di antifascismo non democratico) e la categoria di “antitotalitarismo” si afferma a discapito di quella di “antifascismo”. Mentre a destra l’antifascismo viene allora derubricato a generica lotta per la libertà, a sinistra inizia a svolgere una funzione identitaria.
Siamo di fronte a un nuovo fascismo?
L’ “antifascismo” è dunque una categoria ancora valida oggi? La risposta dipende da un’altra domanda: siamo davanti a un nuovo fascismo? L’espansione della destra è oggi un dato di fatto. A sinistra è mancata una riflessione sul biennio 1989-1991 e sulla traiettoria del capitalismo contemporaneo. Vediamo lo svuotamento della rappresentanza degli interessi, il tentativo di eliminazione dei contrappesi fra i poteri e una crescente concentrazione del potere politico ed economico. Quanto l’attuale “crisi della democrazia” nasce dalla trasformazione della democrazia stessa e dalla fine della “fase dei diritti” iniziata nel 1789? La “storia contemporanea” iniziata con la Rivoluzione francese è finita nel 1989? Trump ha reso evidente il crescente ritorno alla violenza e la delegittimazione delle istituzioni internazionali. Mentre le destre dialogano fra loro ovunque, in Italia procede il processo di “de-costituzionalizzazione” avviato dalla “Grande riforma” (della Costituzione) di Craxi. Siamo di fronte a qualcosa di nuovo, conclude Baldissara, e il ricorso a categorie del passato non ci aiuta.
Il convegno si è dunque chiuso con tanti interrogativi aperti e una lettura del (o degli) antifascismi che, a mano a mano che ci si avvicina ai nostri giorni, diviene sempre più complessa e problematica. In tutto questo spicca, secondo me, il grande valore della nostra Costituzione, ancora “rivoluzionaria” in quanto ha trovato attuazione, ma ancor più in quanto non l’ha avuta. Da studiare a scuola con molta attenzione. Quanto all’antifascismo storico, non ci darà forse le chiavi di lettura del tempo presente, ma, se vogliamo trovare un senso nello studiarlo ancora oggi, va forse cercato nella dirittura morale di quegli uomini e quelle donne che, di fronte ad orrori come quelli che sono quotidianamente sotto i nostri occhi e che credevamo consegnati per sempre al passato, seppero scegliere da che parte stare.
Il convegno “I tempi lunghi dell’antifascismo” si è svolto al Museo Archeologico Nazionale di Verona, l’8 e 9 giugno 2026, organizzato dall’ANPPIA e dall’Istituto veronese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (IVrR), con il patrocinio dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri e del Comune di Verona.
La registrazione del convegno è disponibile qui.



