storia contemporanea

  • La "Cancel Culture"

    I contorni di una controversia*

    di Daniele Boschi

    In Italia, come in altri paesi occidentali, le diverse manifestazioni del 'politicamente corretto' e della cosiddetta cancel culture continuano ad essere oggetto di analisi e studi più o meno approfonditi e di interpretazioni e giudizi assai disparati e, in alcuni casi, del tutto opposti e inconciliabili.

    Immagine1Fig.1: vignetta pubblicata sulla rivista “MR Online” nell’ottobre 2020 FonteDa una parte vi sono coloro che affermano che si starebbe sviluppando una vera e propria guerra contro la storia e l’identità dell’Occidente o che sarebbe in atto una sorta di ‘suicidio’ della nostra civiltà. Sul fronte opposto si collocano invece i commentatori che sostengono che non c’è alcun tentativo di cancellare alcunché che non meriti di essere cancellato e che la cancel culture è un fenomeno inventato ad arte da esponenti della destra per squalificare le lotte di movimenti che si battono in favore dei diritti delle minoranze e per una maggiore equità e giustizia sociale. Non mancano posizioni più sfumate e analisi che mettono a fuoco in modo più preciso particolari aspetti e manifestazioni del fenomeno. In questo articolo, e in altri che seguiranno, cercheremo di dar conto di alcuni degli interventi più significativi su questo argomento.

     

    La cancel culture come guerra contro la Storia

    “I monumenti cadono. Le chiese vengono distrutte. L’intero Occidente è percorso da una pazzia iconoclasta che negli ultimi anni – in particolare dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2016 – ha assunto dimensioni preoccupanti”.1

    Così si apre il prologo del libro di Emanuele Mastrangelo ed Enrico Petrucci, intitolato Iconoclastia. La pazzia contagiosa dellaCancel Culture che sta distruggendo la nostra storia, pubblicato alla fine del 2020. Mastrangelo è il caporedattore della rivista online “Storia in rete”, alla quale collabora anche Petrucci. I due autori dichiarano apertamente la propria simpatia per la destra e in particolare per le posizioni assunte sul tema della cancel culture da Fratelli d’Italia.

    Nel volume edito da Eclettica, Mastrangelo e Petrucci, dopo un’analisi di carattere generale del fenomeno, ricostruiscono in modo dettagliato le molte forme che la guerra alle statue e ad altri monumenti ha assunto in diversi paesi dell’Occidente, spaziando dalla distruzione di statue che ricordavano l’ideologia o i regimi comunisti nei paesi dell’Europa dell’Est all’assalto ai monumenti dedicati ai Confederati e a Cristoforo Colombo negli USA, dall’abbattimento delle statue di Franco in Spagna alla demolizione delle chiese neogotiche in Francia, per arrivare infine all’Italia, dove tuttavia l’ondata iconoclasta fa molta fatica ad attecchire, almeno per ora.

    Immagine2Fig.2: Gli attacchi alle statue di importanti personaggi storici sono stati spesso presentati come una manifestazione della ‘cancel culture’ FonteLa responsabilità di questa ondata di violenza viene addebitata in primo luogo all’attivismo di piccole minoranze di estremisti, come i cosiddetti social justice warriors, alle spalle dei quali vi sarebbero però settori importanti dell’intellighenzia progressista, in particolare quegli ambiti del mondo universitario in cui, secondo i due autori, domina il ‘marxismo culturale’, versione degradata e distorta della originaria dottrina di Marx ed Engels. A un livello ancora più alto vi sarebbero poi i vari governi nazionali e le istituzioni sovranazionali “che sulla spinta dell’ideologia woke preparano le basi per l’imposizione giuridica della cancel culture come prassi legale”2 con strumenti quali le leggi che introducono nuovi reati d’opinione o trattati internazionali come la Convenzione di Faro.3

    Le conclusioni di Mastrangelo e Petrucci sono allarmanti:

    “Quella presente è una vera e propria guerra contro la Storia, contro il passato, contro l’eredità lasciata dagli antenati in ciascuna nazione dell’Occidente. Si vuole spezzare il patto fiduciario fra le generazioni del passato e quelle del futuro”.4

    Vi sono già stati naturalmente altri momenti storici in cui si è tentato di rompere quel legame col passato, ma a farlo sono stati generalmente grandi movimenti religiosi o ideologie para-religiose come il Comunismo, che si proponevano di rigenerare l’umanità:

    “Comunque la si pensi sui monoteismi o sul Marxismo realizzato, non si può disconoscere la loro grandezza e profondità di vedute. La distruzione del passato doveva far posto a un futuro nuovo e, secondo costoro, radioso. Molto hanno distrutto, pure molto hanno costruito. … Ma le orde iconoclaste che oggi assediano la cittadella della cultura in Occidente non hanno alcuna reale prospettiva, non un’ideologia organica né una religione. Non verranno abbattuti templi pagani per edificare cattedrali, né saranno distrutte statue per far posto a giardini delle delizie, non verranno venduti i gioielli dello Zar per un giorno mandare un uomo nello spazio”.5

     

    Il ‘suicidio dell’Occidente’

    La critica nei confronti della cancel culture non viene però soltanto da destra. Basti pensare al libro di Federico Rampini Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori, uscito nel 2021. Rampini, pur essendo molto critico nei confronti della sinistra radicale statunitense ed europea, non è certo un fautore della destra trumpiana o dei vari sovranismi e populismi del nostro continente. La sua analisi, a differenza di quella di Mastrangelo e Petrucci, è incentrata sugli Stati Uniti, paese del quale è da anni un attento osservatore. Egli riconduce la cancel culture a una più generale smania autodistruttiva che sembra essersi impossessata delle élite americane:

    Immagine3Fig.3: Lo scrittore Ian Buruma è stato indicato da Federico Rampini come una delle vittime più illustri della ‘cancel culture’ Fonte“L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica, non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale”.6

    Dopo aver dato conto della campagna denigratoria contro Cristoforo Colombo e della riscrittura della storia americana che ad essa si accompagna, Rampini dipinge a tinte fosche il clima di intolleranza che si è diffuso nelle università e nei media statunitensi e che sta mettendo a repentaglio la lunga tradizione di libertà di parola e di pensiero così fortemente radicata nella storia degli Stati Uniti:

    “Un attacco insidioso rischia di distruggere dall’interno la più preziosa delle tradizioni americane. È stata definita anchecancel culture o ‘cultura della cancellazione’. È l’avanzata di una nuova forma di pensiero unico, solo in apparenza ‘progressista’, che cancella i disobbedienti privandoli del diritto di parola, denuncia pubblicamente persone accusate di avere offeso qualche valore sacro del politically correct e lancia campagne di boicottaggio contro i reprobi”.7

    Rampini non esita a proporre un paragone con i regimi dittatoriali del passato:

    “[La cancel culture] È una sottile forma di dittatura, anche se non ha una singola cabina di regia: non c’è dietro un Mussolini, uno Stalin, un Mao che silenzia chi dà fastidio. Gli effetti sono egualmente pervasivi e deleteri: le epurazioni avanzano nei campus universitari e nel mondo della ricerca, nelle redazioni dei giornali e delle Tv, nelle case editrici, perfino ai piani alti di molti colossi capitalistici”.8

     

    La cancel culture non esiste

    Una tesi diametralmente opposta a quella formulata, in forma diversa ma parzialmente convergente, da Mastrangelo e Petrucci e da Rampini è quella avanzata dallo storico Germano Maifreda in un articolo pubblicato lo scorso 9 maggio sul sito della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli:

    “La ‘cancel culture’ non esiste. È un grande ombrello denigratorio formulato dalla destra conservatrice e integralista statunitense per designare un insieme molto eterogeneo di proposte relative all’uso del linguaggio e a contenuti intellettuali e figurativi fra loro estremamente diversificati. Ad accomunare queste proposte è solo il fatto che vengono (anche se non sempre) avanzate da membri di minoranze discriminate e sono finalizzate al riconoscimento di maggiori o migliori diritti, dignità, spazi pubblici; nonché alla difesa della propria voce quando non della propria incolumità fisica”.

    Maifreda accosta poi il vittimismo di coloro che presumono di esser stati ‘cancellati’ alla vena profonda di vittimismo presente nella radice culturale del nazismo e di altre forme di totalitarismo e aggiunge:

    “Il vittimismo dei vincitori – lo abbiamo più volte visto in atto anche nell’Italia berlusconiana – è uno strumento formidabile di aggregazione del consenso e di mantenimento delle asimmetrie di potere vigenti, ai danni di ogni alterità”.

    Infine, riferendosi più specificamente al mondo dell’editoria, Maifreda si chiede come sia possibile parlare di censura, o di complotto dei censori, per definire “libere pratiche editoriali odierne di modifica linguistica e terminologica di testi – o di mancata pubblicazione o ripubblicazione di determinati testi, o parti di testi”:

    “Anche in questo caso bisognerebbe meglio riflettere sull’uso delle parole. ‘Censura’ – termine che a sua volta parrebbe avvicinare queste pratiche ai roghi dei libri – è fuorviante: non esistendo in questi casi né leggi, né polizie e tribunali politici, né indici di libri proibiti, né pene previste per i trasgressori di inesistenti divieti”.

     

    Immagini contese

    Maifreda aveva già trattato, in modo meno diretto, il tema della cancel culture nel suo libro Immagini contese. Storia politica delle figure dal Rinascimento alla cancel culture, pubblicato da Feltrinelli nel 2022. È uno studio sul modo in cui l’esposizione pubblica e la stessa conservazione di diverse tipologie di immagini, figure o forme visuali sono state di volta in volta permesse, ostacolate o impedite dalle autorità e dalle élite politiche, spesso interagendo con altri soggetti, gruppi di pressione, movimenti sociali.

    Immagine4Fig.4: La statua di Giordano Bruno eretta a Roma in piazza Campo dei Fiori alla fine dell’800 FonteSi parte dalla rimozione, ordinata dal giudice criminale del ducato di Mantova nel giugno del 1625, di un quadro del pittore Vincenzo Sanvito che raffigurava l’impiccagione di sette ebrei, per arrivare alla censura esercitata nei confronti della cinematografia in Italia nel corso del Novecento, passando attraverso altre più o meno note vicende, tra le quali ad esempio le contese politiche che precedettero e accompagnarono la decisione di erigere il celebre monumento a Giordano Bruno in piazza Campo dei Fiori a Roma alla fine dell’Ottocento.

    La tesi generale di Maifreda è la seguente:

    “Come i discorsi, anche le forme che ci sono state consegnate dal passato – e che possiamo decidere se preservare nel presente – non sono né innocenti né neutrali. Ognuna di esse è emersa da un intreccio di rapporti di potere che non procedono solo dall’alto verso il basso della piramide sociale, ma tracciano percorsi variegati, talora minuti, situati nel tempo e nello spazio. In questi fasci di relazioni politiche possono di volta in volta combinarsi o prevalere le logiche di schieramento, la posizione dei soggetti nei sistemi di produzione o nella gerarchia della ricchezza, i divari e le discriminazioni di genere, generazionali, culturali, etnici o di altro tipo”.9

    Immagine5Fig.5: “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini è tra i tanti film che caddero nelle maglie della censura cinematografica in Italia FonteDi qui la critica riguardo al modo in cui molti commentatori hanno trattato il tema degli abbattimenti o delle richieste di rimozione di statue o altre forme visuali collocate in spazi pubblici, etichettandoli sbrigativamente come espressioni di cancel culture:

    “La maggior parte dei commentatori di queste azioni non è andata molto oltre una generica denuncia di lesa maestà storica, rinunciando così ad aprire spazi di discussione. Si è per esempio rinunciato a indagare il significato profondo di quelle immagini e di quelle collocazioni nello spazio pubblico, entrambe –ancora una volta – tutt’altro che neutrali e innocenti; a interrogarsi sulla capacità o meno di specifiche immagini, poste in specifici luoghi, di rappresentare gruppi che in passato non avevano voce ma che guadagnano ora centralità; a denunciare il divario oramai abissale esistente tra manufatti visuali creati e selezionati sulla base di rapporti di forza vigenti in passato e un futuro inesorabilmente pluriculturale”.10

     

     Un possibile terreno di incontro

    A questo punto viene da chiedersi come sia possibile tentare di descrivere e definire in modo oggettivo un fenomeno da alcuni definito come cancel culture, e presentato come una minaccia per l’Occidente, e da altri giudicato come assolutamente insussistente, quantomeno nei termini in cui i primi lo rappresentano. Per cui mentre da una parte si compilano lunghi e minuziosi elenchi di monumenti, opere d’arte, libri, idee, autori, che sarebbero stati ingiustamente ‘cancellati’, dall’altra parte si ribatte che proprio nulla, o quasi nulla, è stato in realtà cancellato che non meritasse di esserlo; e che questo processo è parte di una sana e normale dialettica politica, sociale e culturale.

    Va da sé poi che questa diatriba italiana è in fondo soprattutto un riflesso della battaglia culturale e politica in corso da diversi anni negli Stati Uniti d’America, paese nel quale osservatori e analisti che non hanno posizioni pregiudiziali rimangono non di rado perplessi di fronte alla disparità di valutazioni e opinioni e cercano, a volte, di promuovere un terreno d’incontro tra gli opposti schieramenti.

    Ad esempio Conor Friedersdorf in un articolopubblicato su “The Atlantic” (28/04/2022) ha osservato che la maggioranza degli americani che insistono nel dire che la cancel culture è un problema e la minoranza che lo nega stanno parlando in realtà due lingue diverse senza capirsi.

    Il problema, afferma Friedersdorf, è che si usa un’unica espressione per inquadrare controversie di natura assai differente; e questo non aiuta a capire su che cosa effettivamente i due schieramenti non sono d’accordo. Un primo rimedio potrebbe essere il seguente:

    “Le persone che si lamentano a proposito della ‘cancel culture’ dovrebbero sempre chiarire a che cosa sono contrarie. Bisognerebbe dire loro: dovete specificare meglio le vostre accuse, a meno che non vogliate veramente affermare che nessuno dovrebbe essere licenziato o stigmatizzato per qualsiasi cosa abbia detto o fatto. Analogamente, alle persone che lodano la ‘accountability culture’ o liquidano la cancel culture come un’invenzione bisognerebbe dire: dovete specificare meglio che cosa intendete per giusta punizione, a meno che non vogliate veramente affermare che chiunque sia stato licenziato o stigmatizzato per ciò che ha detto sia stato trattato equamente”.11

    Friedersdorf poi aggiunge:

    “Se tutti quanti specificassero meglio ciò che intendono dire, le persone che sono su opposti schieramenti nell’astratto, generico dibattito sulla cancel culture potrebbero trovare qualche accordo su casi concreti”.

     

    A che cosa si riferisce l’espressione cancel culture

    Sono piuttosto scettico riguardo alla possibilità di arrivare a un accordo tra le diverse correnti di pensiero attorno alla cancel culture, ma una maggiore concretezza e precisione gioverebbero quantomeno a placare gli animi e a rendere più comprensibili i termini della polemica.

    Aggiungo che Friedersdorf ha usato l’espressione cancel culture con un significato piuttosto circoscritto. Ma, come si è visto, questa espressione viene usata anche in un senso molto più ampio. Pertanto, a seconda dell’uso che ne viene fatto, essa può alludere a tutti i seguenti avvenimenti o solo ad alcuni di essi:

    1) la messa sotto pubblica accusa attraverso i social media e la stampa – e la successiva emarginazione - di intellettuali, artisti, ricercatori, docenti, ecc., ma anche di comuni cittadini, per aver detto o fatto cose sconvenienti;
    2) la decisione di non pubblicare, ripubblicare o mettere in mostra - o di farlo solo con opportune modifiche - testi o altre opere prodotte ai nostri tempi perché ‘politicamente scorretti’ o perché i loro autori o autrici sono stati accusati di aver detto o fatto cose sconvenienti;
    3) la decisione di non pubblicare, ripubblicare o mettere in mostra – o di farlo solo con opportune avvertenze o modifiche - o di depennare dai programmi scolastici o universitari, opere letterarie, artistiche, storiografiche, ecc. del passato, perché il loro contenuto, o anche soltanto la condotta dei loro autori o autrici, non sono conformi ai canoni etici odierni;
    4) il divieto di trattare nei libri o nei programmi scolastici argomenti ritenuti controversi o sensibili, come ad esempio negli Stati Uniti quelli attinenti al razzismo e all’antirazzismo o alle questioni di genere;
    5) il deturpamento, l’abbattimento o la rimozione violenta di statue, monumenti, iscrizioni e simili perché celebrano personaggi la cui condotta è ritenuta offensiva o poco in linea rispetto ai codici etici contemporanei;
    6) la decisione legittimamente presa dalle autorità cittadine, locali, o statali, di rimuovere o ricontestualizzare statue, monumenti, iscrizioni e simili per gli stessi motivi sopra indicati.

    Questa lista, che è probabilmente incompleta, evidenzia la notevole complessità dei fenomeni e delle problematiche a cui ci si riferisce o si allude quando si parla di cancel culture. Aggiungo che i problemi sollevati o evocati da chi ha scritto su tali questioni sono almeno di due ordini, in quanto ci si può chiedere se la cancel culture (o qualsiasi cosa si intenda designare con questa espressione):

    a) rappresenti o no una minaccia per la libertà di pensiero e di espressione;
    b) rappresenti o no una minaccia per la conservazione e la trasmissione della storia, dei valori, del patrimonio artistico e culturale, e dell’identità stessa dell’Occidente.

    Queste due domande sono tra loro correlate ma non necessariamente hanno la stessa risposta, negativa o affermativa che sia.
    Ritengo tuttavia che per provare a rispondere a questi e ad altri interrogativi sia necessario esaminare in modo più dettagliato almeno alcuni dei diversi aspetti della questione, come alcuni studi sia italiani che americani hanno cominciato a fare. Li illustreremo nei prossimi articoli.

     


    Note

    *Ho organizzato questo argomento in diversi articoli, che trattano partitamente le singole questioni relative a un tema così complesso come la cancel culture

    1Emanuele Mastrangelo – Enrico Petrucci, Iconoclastia. La pazzia contagiosa dellaCancel Culture che sta distruggendo la nostra storia, Massa, Eclettica Edizioni, 2020, p. 43.

    2Ivi, p. 359.

    3Si tratta della Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società, adottata a Faro in Portogallo il 27 ottobre 2005 e ratificata attualmente da 24 Stati, tra cui l’Italia, che la ha ratificata il 15 dicembre 2020. 

    4Mastrangelo - Petrucci, Iconoclastia, cit., p. 362.

    5Ivi, pp. 362-363.

    6Federico Rampini, Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori, Milano, Mondadori, 2021, p. 3. 

    7Ivi, p.43.

    8Ivi, p.43.

    9Germano Maifreda, Immagini contese. Storia politica delle figure dal Rinascimento alla cancel culture, Milano, Feltrinelli, 2022, pp. 9-10.

    10Ivi, pp. 10-11.

    11 È mia la traduzione dall’inglese di questo brano e di quello immediatamente successivo.

     

    Bibliografia/Sitografia

    - “Cancel culture”, voce di Wikipedia in lingua inglese.

    - Friedersdorf, Conor, The Real Reason Cancel Culture Is So Contentious, “The Atlantic”, 28 aprile 2022.

    - Maifreda, Germano, Immagini contese. Storia politica delle figure dal Rinascimento alla cancel culture, Milano, Feltrinelli, 2022.

    - Maifreda, Germano, La “cancel culture” non esiste, “Fondazione Giangiacomo Feltrinelli”, 9 maggio 2023.

    - Mastrangelo, Emanuele - Petrucci, Enrico, Iconoclastia. La pazzia contagiosa dellaCancel Culture che sta distruggendo la nostra storia, Massa, Eclettica Edizioni, 2020.

    - Messina, Dino, La storia cancellata degli italiani, Milano, Solferino, 2022.

    - Monaco, Emanuele, Fenomenologia della Cancel culture: tra Woke Capitalism e diritti delle minoranze, articolo pubblicato su “CanadaUsa” nel 2022 (senza data precisa).

    - Rampini, Federico, Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori, Milano, Mondadori, 2021.

    - Rizzacasa D’Orsogna, Costanza, Scorrettissimi. Lacancel culture nella cultura americana, Bari-Roma, Laterza, 2022.

     
  • La camera oscura del fascismo. Laboratorio con le fonti iconografiche*

    {jcomments off}

    di Marco Cecalupo

    *per gentile concessione di Clio ‘92. Questo articolo è parte del numero monografico sul fascismo de “Il Bollettino di Clio”, nuova serie n. 23, giugno 2025, scaricabile online.

     

    1. Un laboratorio con le fonti iconografiche

    Questo laboratorio, ideato dall'Associazione Historia Ludens1, si avvale della metodologia didattica del laboratorio con i documenti sviluppata da Antonio Brusa2, ma nella forma descritta in questo articolo si configura come un compito di realtà.

    Nella sua struttura iniziale è stato condotto da docenti dell'associazione decine di volte in scuole secondarie di primo e secondo grado italiane. Negli ultimi anni, con questa diversa configurazione, è stato condotto con classi terze della Scuola Secondaria di Primo Grado “Leonardo da Vinci” di Reggio Emilia3.

    Tra i docenti è purtroppo opinione comune che le immagini siano un mezzo più immediato e più “semplice” per insegnare e apprendere la storia. Una convinzione errata. Lo studente – si afferma – può “vedere” la storia riflessa e raccontata dalle immagini. La forza dirompente dell'immagine in rapporto al testo scritto – si aggiunge – è universalmente nota e riconosciuta nel campo delle tecniche di comunicazione. Peraltro nel linguaggio comune “iconico” significa appunto dotato di un significato simbolico culturalmente condiviso da un grande numero di persone.

    Nella ricerca storica, invece, le immagini rappresentano una tipologia di fonte che – alla pari di tutte le altre – deve essere opportunamente analizzata, interpretata e confrontata con altre fonti per restituire un frammento di ricostruzione storica o per essere una tessera di un puzzle più ricco e complesso. Dal punto di vista degli studiosi, non esiste un “primato dell'immagine” ma, al contrario, c’è una doverosa attenzione alla loro interpretazione, per non cadere nella trappola comunicativa insita proprio nel mezzo. Si può aggiungere, col linguaggio della storia dell'arte, che la lettura iconologica4 dei simboli racchiusi nelle immagini è indispensabile. E quando si tratta di immagini provenienti da un passato più o meno lontano e misconosciuto, il cambiamento o l'azzeramento dei significati simbolici produce una perdita di senso che va ricostruita.

    Ciò risulta ancor più vero e necessario nel caso delle fonti iconografiche di questo laboratorio, poiché queste hanno uno scopo propagandistico acclarato. Dunque esistono in quanto documenti proprio perché hanno lo scopo esplicito di veicolare (di educare e di imporre con la violenza) un mondo valoriale caratteristico e specifico, storicamente determinato, della cultura fascista in Italia.

     

    2. Una mostra fotografica sul fascismo italiano

    Come si articolano le fasi del laboratorio? Divisa la classe in gruppi, si consegna a ciascuno di essi un pacchetto di riproduzioni di una trentina di fotografie, provenienti da giornali e riviste pubblicate in epoca fascista. Le fotografie sono numerate arbitrariamente per permettere una rapida identificazione. Ogni fotografia è dotata di una breve didascalia descrittiva, spesso comprensiva di una data e un luogo specifico.

    Ciascun gruppo deve realizzare una mostra storica fotografica sul fascismo in Italia, utilizzando le foto che sono state fornite. Per simulare un “effetto di realtà” si specifica che il committente della mostra (per esempio il Comune o un altro Ente) ha messo a disposizione quattro sale espositive e che i gruppi devono dunque suddividere le immagini in quattro insiemi tematici e preparare, oltre alla disposizione delle fotografie, il titolo generale, i titoli delle quattro sale, le didascalie delle immagini, pannelli esplicativi per i visitatori e una brochure pubblicitaria attraverso la quale si sintetizzi il contenuto della mostra e si inviti un pubblico potenziale a visitarla.

    Va inoltre aggiunto che il livello delle pre-conoscenze specifiche può essere anche basso o nullo, poiché si consente loro di utilizzare il manuale in adozione durante tutta la durata dell'attività. Spetta quindi al docente scegliere in quale momento dell'unità o del modulo didattico inserire il laboratorio. Tuttavia si suggerisce di non proporlo come attività terminale, ma al principio o a metà del percorso programmato.

     

    3. L'analisi dei documenti

    La disposizione delle immagini nelle sale e la loro lettura seguono le regole della “grammatica del documento” – la definizione è di Antonio Brusa5 – simile a quella utilizzata dagli storici quando fanno ricerca d'archivio o qualsiasi altro tipo di ricostruzione basata su documenti.

    In primo piano, dunque, si pone l'aspetto cognitivo, il “pensare storicamente”.

    La prima operazione consiste nella selezione, da intendere con un duplice significato: scegliere i temi significativi, quelli più “ricchi” di documentazione; scegliere a quale tema far afferire ogni singola immagine (Tab. 1). Se i partecipanti non sono allenati nella pratica del laboratorio con i documenti, si suggerisce di fornire loro una lista di temi predeterminata dal docente. Nel contesto di questa attività, la lista potrebbe contenere i seguenti temi:

     

    Temi Immagini (inserire qui i numeri dei documenti)
    L'infanzia  
    Gli edifici pubblici  
    I lavoratori  
    La guerra  
    Le colonie  
    Le città  
    La donna  
    L'economia  
    La razza  
    Mussolini  
    Lo sport  
    La scuola  

    Tab. 1 – Tabella utilizzata per l’abbinamento dei temi alle immagini

     

    La lista deve comunque contenere un numero di temi maggiore del numero di sale, e anche alcuni temi “distrattori” ai quali afferiscono poche o nessuna immagine.

    La riduzione a quattro temi (per quattro sale) è una operazione non banale, perché obbliga gli allievi a scartare i temi meno o per nulla rappresentati e ad abbinare temi considerati contigui, facendo attenzione a non escludere nessuna fotografia. È importante che il docente intervenga con suggerimenti nel lavoro di selezione solo nel caso in cui un gruppo stia tralasciando temi che non possono essere elusi6.

    Una volta stabilito, all'interno di ciascun gruppo, quali siano i quattro temi o macro-temi prescelti, si passa alla interrogazione del documento.

    1 la camera oscura del fascismo CECALUPOFig. 1 – Le promesse di Mussolini, 2023.

    Gli allievi si chiedono quali informazioni sul tema si possono direttamente o indirettamente ricavare o dedurre da ciascuna immagine. Le domande da sottoporre alle foto non costituiscono un elenco predeterminato, ma cambiano ad ogni documento singolo, poiché dipendono dal punto di vista adottato dal gruppo, dalla sua capacità di analisi e dalla natura stessa della fonte7. L'insieme delle informazioni, raccolto e debitamente trasformato in un testo attraverso connettivi logici e altri strumenti retorici – e soprattutto corredato di un sistema di note di riferimento ai documenti, come nei testi degli storici – costituisce il messaggio che si intende trasmettere in quella sala (ad esempio: qual era l'idea di infanzia del fascismo?) (Fig. 1).

     

    2 la camera oscura del fascismo CECALUPOFig. 2 – La vita nelle grandi città, 2023.4. L'interpretazione dei documenti

    La complessità è un dato costitutivo della ricerca storica. E la fase di interpretazione consente di illuminare il senso di un documento nel suo contesto di ideazione, produzione e conservazione. Il confronto di più documenti, inoltre, consente non solo una validazione incrociata delle informazioni, ma anche una lettura reciproca. In termini semiotici, interpretare vuol dire individuare un insieme fluido di significati dietro un insieme di significanti.

    Mentre ragazzi e ragazze studiano come disporre le foto, si fornisce loro un documento scritto – le Direttive per la stampa, redatte dalla Presidenza del Consiglio8 – che getta una luce nuova sul materiale iconografico già selezionato e interrogato.
    Per fare esempi significativi di come questo documento possa trasformare il senso dell'intera attività, si citano qui solo due articoli del provvedimento:

     

    12. DISEGNI E FOTOGRAFIE DI MODE FEMMINILI
    La donna fascista deve essere fisicamente sana, per poter diventare madre di figli sani, secondo le “regole di vita” indicate dal Duce nel memorabile discorso ai medici. Vanno quindi assolutamente eliminati i disegni di figure femminili artificiosamente dimagrite e mascolinizzate, che rappresentano il tipo di donna sterile della decadente civiltà occidentale.

    15. FOTOGRAFIE
    Le fotografie di avvenimenti e panorami italiani devono essere sempre esaminate dal punto di vista dell’effetto politico. Così se si tratta di folle, scartare le fotografie con spazi vuoti; se si tratta di nuove strade, zone monumentali ecc., scartare quelle che non dànno una buona impressione di ordine, di attività, di traffico ecc.

    (Philip V. Cannistraro, 1975)

     

    3 la camera oscura del fascismo CECALUPOFig. 3 – I ginnasti della guerra, 2015.Dunque le fotografie prese in esame sono “false”? Tutti i documenti raccontano delle falsità, ci ha insegnato Jacques Le Goff9. Queste fotografie lo fanno intenzionalmente, perché coloro che le hanno messe in circolazione sui giornali intendevano presentare una versione “fascistizzata” della società italiana. È questa l'informazione, importantissima, che se ne ricava (Figg. 2 e 3).

    “Affermazioni come “Le donne erano...” o “Durante i comizi di Mussolini...” vanno dunque riscritte in una forma storiograficamente corretta: “Si voleva che le donne fossero...” e “Sui giornali le notizie sui comizi di Mussolini…”.

    4 la camera oscura del fascismo CECALUPOFig. 4 – Siete sicuri di conoscere la realtà dei fatti? 2023.5 la camera oscura del fascismo CECALUPOFig. 5 – La verità, 2023.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    La prova del nove di questo cambiamento di senso, è data dalla deduzione che le fotografie ufficiali non riproducono la realtà della società in epoca fascista, bensì propagandano l'immagine che il fascismo vuole dare di se stesso. Per realizzarla, si fornisce agli allievi un nuovo pacchetto di foto provenienti da archivi privati, mai passate attraverso il setaccio della censura di Stato.

    Questa nuova serie di documenti apre la possibilità di raccontare una “storia densa” e problematica. Gli allievi possono provare a disvelare la realtà occultata nei documenti.

    I partecipanti, quindi, rivedono le operazioni di interrogazione e costruiscono nuovi testi e nuove didascalie. Sostanzialmente a cambiare di segno il proprio racconto attraverso la mostra che stanno allestendo. È ciò che accade quando gli storici, dopo aver interrogato i documenti, li interpretano (Figg. 4 e 5).

     

    6 la camera oscura del fascismo CECALUPOFig. 6 – Guide per i più piccoli, 2023.7 la camera oscura del fascismo CECALUPOFig. 7 – Il fascismo sotto scatto, 2015.5. Raccontare con le immagini: un esercizio di public history

    Quando tutti i materiali richiesti sono stati revisionati, sono pronti per essere assemblati nell'esposizione. Si possono rappresentare le quattro sale su un tradizionale pannello bidimensionale o utilizzare comuni software che consentono la realizzazione di mostre virtuali. Anche questa è una scelta che il docente opera sulla base della conoscenza della classe, delle sue competenze e di quelle degli studenti, degli obiettivi di natura interdisciplinare che ci si pone.

    Ma come valutare l'efficacia didattica di questo laboratorio? I partecipanti che hanno ideato, prodotto e allestito le mostre – nel nostro caso disposte lungo i corridoi della scuola – sono stati invitati a fare da “guida museale” ad altri più piccoli, delle classi prime e seconde dell'Istituto, le cui conoscenze sul fascismo provengono in larga parte dalla comunicazione storica extra-scolastica (Figg. 6 e 7). 

    Successivamente, attraverso un colloquio con questi ultimi, si può misurare il loro grado di consapevolezza su quanto appreso durante la visita alla mostra. 

     8 la camera oscura del fascismo CECALUPOFig. 8 – Il fascismo a scatti. Lea riflette sul laboratorio, 2015.

     

    Fotogallery

    Tutte le immagini si riferiscono ad attività condotte con classi terze della Scuola Secondaria di Primo Grado “Leonardo da Vinci” di Reggio Emilia. Si può notare che tutti i testi dei pannelli esplicativi contengono note di riferimento alle immagini. Si tratta del modello di scrittura documentata tipico degli storici. Altre immagini sono state pubblicate sul blog scolastico “I libri di Leo”.

    (clicca su ogni immagine per ingrandire)

     

     

    Famiglia del Duce
    A – “Famiglia del Duce, non è gradito che se ne parli”, 2015.
    Una razza da difendere
    B – Una razza da difendere, una menzogna da costruire, 2015.
    Ragazzi e ragazze
    C – Ragazzi e ragazze, 2015.
    Il fascismo in mostra Rahel 1
    D – Il fascismo in mostra. Rahel, 2015 (prima parte).
    Il fascismo in mostra Rahel 2
    E – Il fascismo in mostra. Rahel, 2015 (seconda parte).
    Miseria all'estero
    F – “Non si deve dare all'estero la sensazione di una miseria grave che non c'è”, 2015.
    Obiettivo del fascismo
    G – L'obiettivo del fascismo, 2017.
    Lato oscuro del fascismo
    H – Il lato oscuro del fascismo, 2017.
    Obiettivo sul fascismo
    I – L'obiettivo sul fascismo, 2017.
    Maternità fascista
    J – Maternità fascista - I figli della guerra, 2023.
    Soldati bambini
    K – I soldati bambini, 2023.
    Famiglie del fascismo
    L – Le famiglie del fascismo, 2023.

     

    Bibliografia

     

    Le immagini utilizzate nel laboratorio sono tratte da:

    De Felice Renzo (1981), Storia fotografica del fascismo, Bari, Laterza.

     

    Sulla propaganda fascista e i mass-media:

    Cannistraro Philip V. (2022), La fabbrica del consenso. Fascismo e mass-media, Milano, Edizioni
    Res Gestae.

    Filippi Francesco (2019), Mussolini ha fatto anche cose buone, Torino, Bollati-Boringhieri.

    Salustri Simona (2018), Orientare l'opinione pubblica. Mezzi di comunicazione e propaganda
    politica nell'Italia fascista
    , Milano, Unicopli.

     

    Per approfondire più in generale il tema delle fonti iconografiche nella ricerca storica:

    Burke Peter (2002), Testimoni oculari. Il significato storico delle immagini, Roma, Carocci (Eyewitnessing: The Uses of Images as Historical Evidence, 2001).

    Ginzburg Carlo (2000), Miti, emblemi, spie. Morfologia e storia, Torino, Einaudi.

    Haskell Francis (1997), Le immagini della storia. L’arte e l’interpretazione del passato, Torino, Einaudi (History and its Images: Art and the Interpretation of the Past, 1993).

    Hockey David, Gayford Martin (2021), Una storia delle immagini. Dalle caverne al computer, Torino, Einaudi (A History of Pictures: From the Cave to the Computer Screen, 2016).

    Maifreda Germano (2022), Immagini contese. Storia politica delle figure dal Rinascimento alla cancel culture, Milano, Feltrinelli.

    Mignemi Adolfo (2003), Lo sguardo e l’immagine. La fotografia come documento storico, Torino, Bollati Boringhieri.

    Mignemi Adolfo (2020), A proposito di alcune mostre: “Art Life Politics” e il regime fascista.

     

    Sul laboratorio didattico con documenti iconografici:

    Brusa Antonio (2010), L’atlante delle storie, 2 voll., Firenze-Palermo, Palumbo.

    Brusa Antonio (2017), Una grammatica delle immagini: la cultura iconografica tra manuali e didattica della storia, in “Visual History”, vol. 3, pp. 145-56.

    Brusa Antonio (2020), Le foto iconiche: immagini-mondo e strumenti di formazione storica, in “Visual History”, vol. 6, pp 121-138.

    Brusa Antonio (2021), La grammatica dei documenti e i modelli di laboratorio storico.

    Le Goff Jacques (1978), Monumento/documento, in “Enciclopedia Einaudi”, vol. V, pp. 38-43.

    Musci Elena (2006), Il laboratorio con le fonti iconografiche, in Paolo Bernardi (a cura di), Insegnare storia. Guida alla didattica del laboratorio storico, Torino, Utet.

    Prampolini Antonio (2021), Visual History. L’uso didattico delle fonti iconografiche. Sitografia.

     


    Note

    1 http://www.historialudens.it/

    Brusa Antonio (2021), La grammatica dei documenti e i modelli di laboratorio storico.

    3 Un racconto fotografico è stato pubblicato sul blog della scuola

    4 Fra i tanti, si vedano Aby Warburg, Mnemosyne. L’atlante delle immagini, Aragno 2002 e Edwin Panofski, Studi di iconologia, Einaudi, 1999 e, soprattutto, la rivista “Visual History. Rivista internazionale di storia e critica delle immagini”, diretta da Costanza d’Elia, sulla quale A. Prampolini, Visual history, che cos’è e quali storie ci fa conoscere, in Historia Ludens, 10 febbraio 2010. 

    5 Brusa Antonio (2021), La grammatica dei documenti e i modelli di laboratorio storico.

    6 “I documenti non esistono in natura. È lo storico che, scegliendo dei resti del passato, li trasforma nella materia prima dello storico”, Brusa (2021), La grammatica dei documenti e i modelli di laboratorio storico, cit.

    7 Riprendendo la lezione di Marc Bloch, Antonio Brusa afferma: “I documenti sono muti, anche quelli scritti, addirittura quelli orali. Non furono prodotti per raccontare delle storie, ma per le necessità pratiche dei tempi: fare una guerra, sbarcare il lunario, costruire una città o un’abitazione. Siamo noi moderni che li interroghiamo e ne ricaviamo le informazioni. Trasformiamo quegli “oggetti di uso” in “strumenti di conoscenza”, Ibidem.

    8 Il testo completo in Cannistraro Philip V. (1975), La fabbrica del consenso. Fascismo e mass-media, Bari, Laterza.

    9 Cfr. Le Goff Jacques, Monumento/documento, in “Enciclopedia Einaudi”, Torino 1978, vol. V, pp. 38-43.

     

     

  • La Campagna di Russia 1941-1943. Propaganda e mistificazione nei cinegiornali Luce.

    di Antonio Prampolini

     

    Indice

    1. L’Istituto Luce e la produzione di cinegiornali

    1.1 L’Italia fascista

    1.2 L’Italia in guerra

    1.3 L’Archivio Storico dell’Istituto Luce

    2. I cinegiornali della Campagna di Russia

    2.1 Il Corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR)

    2.2 L’Armata italiana in Russia (ARMIR)

    2.3 La ritirata nella neve

    2.4 Il ritorno in patria

     

    CAMPAGNA DI RUSSIA NEI CINEGIORNALI LUCE IMMAGINE 1Fig.1: Apparato scenografico con gigantografia di Mussolini allestito in occasione della cerimonia di fondazione della nuova sede dell'Istituto Luce (Roma, 10/11/1937) Fonte1. L’Istituto Luce e la produzione di cinegiornali

    1.1 L’Italia fascista

    L’Istituto Luce, che fin dal momento della sua fondazione come ente parastatale (regio decreto legge del 5 novembre 1925) aveva come principale finalità la propaganda del regime fascista attraverso lo sviluppo della cinematografia, nel giugno del 1927 iniziò a produrre e a distribuire cinegiornali1.

    La proiezione del “Giornale Luce”, inizialmente con cadenza settimanale e in seguito con maggiore frequenza, era obbligatoria nelle sale italiane prima di ogni spettacolo. Veniva proiettato anche all’aperto nelle piazze durante le notti estive grazie al “cinema ambulante”, un servizio dell’Istituto Luce che si avvaleva di furgoncini, dotati di un proiettore e di uno schermo, in grado di raggiungere tutti i comuni privi di sale cinematografiche2.

    CAMPAGNA DI RUSSIA NEI CINEGIORNALI LUCE IMMAGINE 2Fig.2: costruzione del ponte del Littorio a Roma (ottobre 1928) FonteIl “Giornale Luce” era un cortometraggio della durata di alcuni minuti che comprendeva una serie di argomenti fissi che andavano dalla politica, nazionale e internazionale, allo sport, dallo spettacolo alla cultura, sempre proposti con un forte taglio propagandistico e solo dopo l’approvazione degli organi di controllo e di censura3.

    Riprendendo pose di prime pietre, vari di navi, inaugurazioni di strade e ponti, linee ferroviarie, fabbriche, arsenali e caserme si voleva dimostrare la capacità del regime fascista e, soprattutto, del suo capo “onnipresente” di fare dell’Italia una grande potenza economica e militare. L’Italia povera e sottosviluppata non veniva ripresa dai cineoperatori del Luce, la loro attenzione doveva concentrarsi sul cammino del paese verso la modernità, non dimenticando però le tradizioni, gli usi e i costumi di una società ancora prevalentemente rurale. 

    CAMPAGNA DI RUSSIA NEI CINEGIORNALI LUCE IMMAGINE 3Fig.3: campo di avanguardisti a Roma (settembre 1929) FonteInsistendo sugli avvenimenti ufficiali del regime e delle sue organizzazioni (come i sabati fascisti, le manifestazioni ginniche e paramilitari della gioventù, l’attività delle colonie estive dell’Opera Nazionale Dopolavoro, ecc.), i cinegiornali Luce offrivano l’immagine di un’Italia i cui ritmi di vita erano scanditi dalle liturgie del fascismo.

    Con l’arrivo del sonoro (la produzione “muta” proseguì fino al gennaio 1931) i cinegiornali iniziarono ad essere accompagnati dalla registrazione della voce di Mussolini, che si rivolgeva dai balconi delle piazze italiane direttamente al popolo raccolto in “adunate oceaniche”, dai commenti e dalle musiche che si caratterizzavano per il timbro solenne e marziale richiesto dal regime. 

     

    CAMPAGNA DI RUSSIA NEI CINEGIORNALI LUCE IMMAGINE 4Fig.4: I Littoriali della neve e del ghiaccio a Cortina D’Ampezzo (febbraio 1936) FonteIl passaggio dal muto al sonoro accrebbe notevolmente il potere persuasivo e manipolatorio dei cinegiornali, i cui messaggi propagandistici, con questa innovazione (che non richiedeva più la lettura delle didascalie a commento delle immagini), riuscivano a raggiungere con maggiore facilità anche il pubblico analfabeta (nell’Italia del Ventennio fascista l’analfabetismo era ancora un fenomeno rilevante e diffuso)4.

    «Grazie al Luce e al suo ruolo istituzionale [ha scritto Gian Piero Brunetta] il fascismo fu il primo governo al mondo a esercitare un controllo diretto sulla cronaca cinegiornalistica e Mussolini il primo capo di stato capace di costruirsi, grazie ai cinegiornali, un gigantesco arco di trionfo per le proprie imprese»5.

     

    CAMPAGNA DI RUSSIA NEI CINEGIORNALI LUCE IMMAGINE 5Fig.5: unità mobile del Reparto Guerra dell’Istituto Luce Fonte1.2 L’Italia in guerra

    Per riprendere visivamente la partecipazione dell’Italia al secondo conflitto mondiale, l’Istituto Luce, come già era avvenuto per la Guerra di Etiopia, aveva organizzato un’apposita struttura formata da numerose squadre di cineoperatori e fotografi, dislocate presso le Forze Armate e denominata “Reparto Guerra”.

    Il materiale prodotto dal “Reparto Guerra” sui vari fronti affluiva alla sede romana dell’Istituto dove veniva sottoposto all’esame preventivo dei consulenti dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, per decidere la composizione ed il montaggio dei filmati, quali conservare nelle cineteche e quali utilizzare nei cinegiornali, previa autorizzazione del Ministero della Cultura Popolare (ministero che non si limitava alla sola attività censoria, ma interveniva anche come committente nella costruzione di quella che doveva essere l’immagine ufficiale della guerra dell’Italia fascista)6.

    Nei cinegiornali, come nelle fotografie, l’Istituto Luce, per enfatizzare e celebrare lo sforzo bellico dell’esercito italiano, e offrire al paese un’immagine rassicurante del conflitto, ricorreva spesso ad una “estetica” della guerra che riproponeva canoni iconografici già consolidati nel passato. Di regola, le immagini erano il prodotto di ricostruzioni degli eventi in modo da esaltare la potenza degli armamenti, le capacità operative dei militari e il loro coraggio. I combattimenti venivano spesso fatti percepire mostrando gli automezzi o i carri armati del nemico distrutti sui campi di battaglia o le file di prigionieri. I morti apparivano solo raramente, tranne quelli dei nemici. Molte immagini, per tranquillizzare i familiari lontani, ritraevano i soldati nelle retrovie, nei momenti di riposo, intenti a mangiare, a scrivere lettere o a leggere la posta in arrivo. I filmati non riprendevano i soldati in situazioni drammatiche. Durante le visite di Mussolini negli ospedali militari, i feriti venivano mostrati distesi nei loro letti, sereni e non doloranti, orgogliosi di ricevere le carezze del duce. Si voleva così dimostrare che il regime fascista si prendeva “amorevolmente” cura di chi combatteva per la patria mettendo a rischio la propria vita. E per i morti, il cimitero militare rappresentava un «luogo di sonno eterno» in cui la patria onorava il loro sacrificio. Le immagini dei cimiteri dovevano contribuire a rappresentare la morte non come una tragedia, un lutto individuale, ma come un «momento della vita collettiva e della storia nazionale»7.

    All’inizio della partecipazione dell’Italia al conflitto mondiale [giugno del 1940], seguendo le direttive di Mussolini, i cinegiornali Luce presentavano la guerra come un’impresa che sarebbe stata di breve durata e che non avrebbe comportato grandi sacrifici per il paese. La forza militare della Germania nazista era incontenibile e la sua rapida avanzata in Europa lo dimostrava. Sconfitta la Francia in poche settimane di combattimenti e rimasta in campo la sola Inghilterra, Mussolini, nonostante l’inadeguatezza dell’esercito italiano, pensava di poter condurre nei Balcani e in Africa una “guerra parallela”, con propri fini e mezzi, a quella dell’alleato tedesco.

    I cinegiornali, mostravano una diversa immagine del duce. Mussolini aveva «smesso le pose istrionesche e gli atteggiamenti esagitati per indossare il cappotto grigioverde [e manifestare] i suoi umori marziali nelle rassegne alle truppe»8.

    E come ha evidenziato Guido Quazza:

    Mussolini nei cinegiornali del 1940-41] è’ sorridente e comprensivo, bonario e incoraggiante in mezzo agli ufficiali e ai soldati, collega ed esperto, quasi pari, tra i generali che studiano le mosse di guerra nelle immediate retrovie del campo di battaglia. E i centri di potere del vecchio stato vengono esposti in primo piano, quasi a dimostrare il profondo radicamento del regime nel paese; più ancora, il servizio che il fascismo fa all’Italia portandola alla guerra come prova necessaria della sua raggiunta grandezza e potenza9.

    Ma la guerra seguì un altro corso, ben diverso da quello auspicato da Mussolini. Il conflitto mondiale, combattuto su fronti molto diversi e geograficamente lontani, fu lungo e logorante, con l’Italia costretta a svolgere un ruolo militare (e politico) del tutto subalterno a quella della Germania nazista10.

    Negli ultimi mesi del 1942 e all’inizio del 1943, quando la sconfitta delle forze dell’Asse si profilava all’orizzonte, lo scollamento tra la propaganda dei cinegiornali dell’Istituto Luce e la realtà della guerra si faceva sempre più evidente e, conseguentemente, più debole la loro capacità persuasiva e mistificatoria nel mantenere il consenso degli italiani al regime fascista. Ne sono un chiaro esempio i cinegiornali della Campagna di Russia.

     

    1.3 L’Archivio Storico dell’Istituto Luce

    Il sito dell’Archivio Storico dell’Istituto Luce, presente in rete dal 2018, permette di visualizzare i cinegiornali prodotti dal 1927 al 1945.

    I “Giornali Luce” sono suddivisi in tre serie cronologiche: Giornali Luce “A” (cortometraggi muti dal 1927 al 1932), Giornali Luce “B” (cortometraggi con commento sonoro dal 1931 al 1940), Giornali Luce “C” (cortometraggi degli anni di guerra, dal 1940 al 1945).

    Selezionata una serie, la ricerca può essere effettuata: per Persone (Benito Mussolini, Italo Baldo, Vittorio Emanuele III, …); per Temi (Manifestazioni del regime fascista, Opere pubbliche del fascismo, Celebrazioni civili, Celebrazioni militari, ecc. - negli anni del Secondo conflitto mondiale vengono elencati nuovi temi relativi alla guerra); per Luoghi. È inoltre prevista la combinazione delle diverse tipologie di ricerca.

    I cinegiornali Luce relativi alla Campagna di Russia sono visualizzabili, contraddistinti da un numero progressivo ed elencati in ordine di data crescente a partire dall’estate del 1941, nella serie “C”: La Guerra in Europa Orientale.

    Il sito dell’Archivio Storico dell’Istituto Luce offre, quindi, l’opportunità di effettuare ricerche sistematiche su un patrimonio iconografico che rappresenta una fonte importante per comprendere sia il progressivo processo di fascistizzazione della società italiana negli anni Venti e Trenta che la “fabbrica del consenso” intorno alle scelte imperialiste e belliciste del regime mussoliniano (dalla Guerra di Etiopia alla Seconda Guerra Mondiale).

    I cinegiornali dell’Istituto Luce, per le loro caratteristiche tecniche e comunicative (montaggio, commenti vocali, registrazioni sonore e colonne musicali), più delle fotografie, svolgevano un’importante funzione propagandistica e mistificatoria. Pertanto, il loro uso didattico deve essere sempre accompagnato da una analisi critica dei loro contenuti e finalità, avendo ben presente che essi erano, allo stesso tempo, testimoni e strumenti attivi della politica del regime fascista.

     

    2 I cinegiornali della Campagna di Russia

    CAMPAGNA DI RUSSIA NEI CINEGIORNALI LUCE IMMAGINE 6Fig.6: ordine del giorno del generale Messe per elogiare l’operato dei soldati dello CSIR (9 maggio 1942) Fonte2.1 Il Corpo di spedizione italiano in Russia (CSIR)

    Nel giugno del 1941, in seguito all’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania nazista (operazione “Barbarossa”), Mussolini decise di partecipare a quel conflitto inviando il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia)11.

    Formato da oltre sessantamila militari al comando del generale Giovanni Messe, il corpo di spedizione raggiunse il fronte orientale a metà luglio dello stesso anno per essere inquadrato nell’XI Armata dell’esercito tedesco e venire subito impiegato nelle ampie manovre di inseguimento dei reparti sovietici in ritirata. Alla metà di ottobre, i militari italiani iniziarono ad operare in una zona compresa fra le rive occidentali del Mar Nero e il bacino del fiume Donec. In dicembre affrontarono l’ultimo ciclo operativo del 1941, in condizioni climatiche estreme (l’inverno russo), riuscendo tuttavia a respingere l’attacco dell’Armata Rossa in quella che la letteratura militare definisce “Battaglia di Natale”12.

    Il Luce diede ampio risalto alla Campagna di Russia con cortometraggi realizzati sulla base delle riprese del “Reparto Guerra” e con materiali filmici delle “Propaganda Kompanie” della Wehrmacht13. Ne sono prova i cinegiornali prodotti tra l’estate del 1941 e quella del 1942, che mostravano la rapida avanzata degli eserciti dell’Asse, la loro capacità di resistere al duro inverno russo, e che, in particolare, enfatizzavano il contributo alla guerra con uomini e mezzi dello CSIR.

    Tra questi, segnaliamo:

    I cinegiornali Luce non solo proiettavano immagini di guerra ma mostravano anche momenti di relativa “serenità”, come ad esempio, in occasione della ricorrenza del Natale 1941, la Distribuzione pacchi natalizi ai nostri combattenti sul fronte orientale (cinegiornale n. 214 del 15 gennaio 1942), oppure la partecipazione dei militari dello CSIR alle attività agricole di aratura e semina dei cereali in una visione bucolica che voleva esaltare la figura dei “bravi italiani” nei rapporti con i contadini delle pianure dell’Ucraina «liberata dal terrore bolscevico» (Il ritorno dei contadini al lavoro dei campi, cinegiornale n. 256 del 19 giugno 1942)14.

     

    CAMPAGNA DI RUSSIA NEI CINEGIORNALI LUCE IMMAGINE 7Fig.7: schieramento dell’ARMIR sul fronte del Don nel novembre 1942 Fonte2.2 L’Armata italiana in Russia (ARMIR)

    La resistenza dell’esercito russo all’avanzata delle forze dell’Asse in direzione del Caucaso (per impadronirsi del petrolio di cui quel territorio era ricco) e l’obiettivo della conquista di Stalingrado (importante per il controllo del traffico sul fiume Volga e per le fabbriche di armamenti presenti in zona, oltre che per il suo alto valore simbolico), spinsero Hitler a richiedere a Mussolini l’invio di nuove divisioni da schierare sul fronte del Don. Fu così che nel luglio del 1942 le unità dello CSIR confluirono nell’Armata Italiana in Russia (ARMIR), posta sotto il comando del generale Gariboldi e composta da circa 230.000 uomini, di cui facevano parte tre divisioni del corpo degli Alpini (“Tridentina”, “Julia” e “Cuneense”). Le nuove divisioni, a causa della mancanza di automezzi, raggiunsero solo dopo lunghe marce il fronte del Don, con armamenti del tutto inadeguati a tenere testa a un nemico dotato di potenti mezzi corazzati, e con equipaggiamenti non adatti ad affrontare il freddo dell’inverno russo. Su quel fronte, le forze dell’ARMIR furono impegnate, fin dai primi giorni, a resistere ai continui e logoranti attacchi dell’esercito sovietico che culminarono nelle grandi offensive del dicembre 1942 e del gennaio 194315.

    Nei cinegiornali Luce dell’estate–autunno 1942 veniva enfatizzata la forza dell’ARMIR e l’efficacia delle sue azioni; ma le immagini mostravano un esercito che si avvaleva di dotazioni e modalità operative che appartenevano più alla Prima che alla Seconda Guerra Mondiale.

    Ne è un esempio il cinegiornale n. 272 del 18 agosto 1942 che documentava l’impiego della cavalleria italiana nell’inseguimento di unità dell’esercito russo, le interminabili file dei soldati dell’ARMIR costretti a raggiungere a piedi (gli alpini accompagnati dai loro inseparabili muli) le zone di combattimento. Nel cinegiornale n. 291 del 21 ottobre 1942 i militari italiani affrontavano con armi leggere i «rossi» dotati di carri armati e di artiglieria pesante; e nel cinegiornale n. 295 del 5 novembre 1942, le fortificazioni italiane sulla linea del Don, simili alle trincee della Grande Guerra, venivano presentate come efficaci difese contro il nemico e i rigori dell’inverno.

     

    CAMPAGNA DI RUSSIA NEI CINEGIORNALI LUCE IMMAGINE 8Fig.8: La ritirata dell’ARMIR dal fronte del Don nel gennaio del 1943 Fonte2.3 La ritirata nella neve

    Le grandi offensive dell’Armata rossa del dicembre 1942 e del gennaio 1943 travolsero le divisioni dell’ARMIR schierate sul Don chiudendole in una sacca e costringendole ad una disordinata e tragica ritirata, in gran parte a piedi, nel pieno dell’inverno16. L’ARMIR perse la metà dei propri effettivi (su circa 230.000 uomini, secondo stime approssimative, 85.000/95.000 furono i morti/dispersi/prigionieri in mano ai sovietici e 30.000 i feriti e i congelati) oltre a gran parte degli armamenti e depositi logistici. Una perdita in uomini e mezzi che per la sua gravità decretò la fine all’intervento italiano sul fronte orientale e il fallimento della Campagna di Russia, che, con i suoi alti costi materiali e morali, inciderà pesantemente sulle residue capacità belliche dell’Italia e sul consenso degli italiani al regime fascista.

    I cinegiornali del Luce prodotti nei mesi di dicembre e gennaio, ovviamente, non mostravano immagini della ritirata dell’ARMIR; il loro compito era quello di nascondere e mistificare la realtà. Il cinegiornale n. 310 del 31 dicembre 1942, intitolato Visioni invernali al fronte russo, riprendeva i soldati italiani mentre si allenavano ad affrontare il freddo dell’inverno arrotolandosi nella neve (quasi un gioco), la distribuzione di cibi caldi e l’abbondanza di scorte alimentari, i “camerati germanici” che combattevano sul fronte di Leningrado (nessun accenno a Stalingrado, dove le divisioni tedesche, accerchiate dai russi, si arrenderanno il 2 febbraio 1943), gli alpini che posavano mine anticarro nella “terra di nessuno”.

    Il cinegiornale n. 322 datato 13 febbraio 1943, il cui titolo era A.R.M.I.R. Come i nostri soldati e le Camicie Nere si battono eroicamente nelle steppe ghiacciate del fronte meridionale, utilizzava immagini di repertorio per celebrare l’eroismo di una armata che di fatto non esisteva più, facendo credere che i suoi soldati fossero ancora pienamente operativi a fianco dell’esercito tedesco.

     

    CAMPAGNA DI RUSSIA NEI CINEGIORNALI LUCE IMMAGINE 9Fig.9: omaggio della città di Firenze ai reduci della Campagna di Russia (giugno 1943) Fonte2.4 Il ritorno in patria

    Il viaggio del rimpatrio dei superstiti dell’ARMIR dai centri di raccolta nelle retrovie in Ucraina fu lungo e faticoso. Dopo le interminabili marce nella neve, con temperature proibitive e i molti compagni morti di freddo nella steppa, le loro forze e il loro morale erano allo stremo. Vennero caricati su tradotte stipate di uomini «continuamente tormentati dalla fame e dai pidocchi, e circondati dal fetore di membra in cancrena, con soste continue – anche di decine di ore – nelle stazioni e stazioncine»17. Diversi di loro morirono durante il viaggio.

    In Italia i treni con i reduci venivano accolti da una folla di familiari che chiedevano notizie dei loro cari; ma era difficile o impossibile rispondere: troppi commilitoni, travolti dalla ritirata, erano rimasti in Russia: morti, dispersi o fatti prigionieri.

    Tutti ritornavano in un paese [ha osservato Maria Teresa Giusti] dove la situazione era drammatica e incerta: solo pochi mesi dopo, il fascismo sarebbe crollato [25 luglio 1943] in conseguenza delle disfatte militari; probabilmente anche i loro racconti avrebbero contribuito a creare nella società italiana disagio e risentimento verso Mussolini per quella guerra inutile18.

    Il cinegiornale n. 354 del 3 giugno 1943 (Tutto il popolo fiorentino tributa il suo più fervido saluto ai gloriosi reparti dell'Armir, reduci dal fronte russo) mostrava la sfilata per le vie di Firenze dei reduci della Campagna di Russia, tra il tripudio della gente, il lancio di coriandoli dalle finestre e l’offerta di fiori ai militari. Un cinegiornale che raggiungeva il vertice della mistificazione propagandistica della realtà facendo apparire il ritorno in patria dell’ARMIR come quello di una armata vittoriosa. Tutto questo in un’Italia esausta, stanca della guerra, delle sue distruzioni e dei suoi lutti, nell’imminenza dello sbarco degli angloamericani in Sicilia (10 luglio 1943).

     


    Note

    Gian Piero Brunetta, Istituto Nazionale L.U.C.E, in «Enciclopedia del Cinema», Treccani, 2003; Serafino Murri, Cinegiornale, in «Enciclopedia del Cinema», Treccani, 2003; Giampaolo Bernagozzi, Propaganda di regime e giudizio della storia. Ciclo di lezioni proiezioni di cinegiornali LUCE, Deputazione Emilia Romagna per la storia della Resistenza, 1973; dello stesso autore, I cinegiornali Luce. L’Italia di cartapesta e la gioventù del regime, in L’Italia in guerra 1940-1943, Roma, 1975; Carlo Bertelli, La fedeltà incostante, in L’immagine fotografica, 1845-1942 di Carlo Bertelli e Giulio Bollati, Storia d’Italia – Annali 2, Tomo primo, Einaudi, Torino, 1979; Tommaso Casini, Lo smontaggio delle cronache artistiche nei cinegiornali come modello critico narrativo, 04/12/2018; Stefano Mannucci, Storia della fotografia dell'Istituto Luce; Philip V. Cannistraro, La fabbrica del consenso. Fascismo e mass media, Res Gestae, Milano, 2022; Antonio Prampolini. L’immaginario coloniale. L’Africa nelle fotografie dell’Istituto Luce, «Historia Ludens», 03/10/2024.

    2 Elisabetta Balducelli, Il cinema come mezzo di propaganda: l’Istituto Nazionale Luce e il cinema ambulante, 15/06/2020.

    3 Sulla censura nell’Italia fascista: la voce Censura fascista in Wikpedia edizione italiana; La censura cinematografica in epoca fascista di Roberto Guli.

    4 Francesco Finocchiaro, L’autorappresentazione musicale del fascismo nei cinegiornali Luce, in L'industria della persuasione. Musica e mass media nella politica culturale del fascismo, a cura di F. Finocchiaro, Accademia University Press, Torino, 2022.

    5 Cfr. Gian Piero Brunetta, Istituto Nazionale L.U.C.E, op.cit..

    6 Vincere, Vinceremo. Ciclo di lezioni proiezioni di cinegiornali Luce 1940-1943 a cura dell’Istituto LUCE e dell’Archivio Nazionale cinematografico della Resistenza, 1975; Stefano Mannucci, La seconda guerra mondiale nelle fotografie dell’Istituto Luce.

    7 Stefano Mannucci, La seconda guerra mondiale nelle fotografie dell’Istituto Luce, op. cit..

    Giampaolo Bernagozzi, La propaganda del regime, in Vincere, Vinceremo. Ciclo di lezioni proiezioni di cinegiornali Luce 1940-1943, op.cit. .

    9 Guido Quazza, La politica del consenso nei cinegiornali Luce, in Vincere, Vinceremo. Ciclo di lezioni proiezioni di cinegiornali Luce 1940-1943, op.cit..

    10 Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, Einaudi, Torino 2008.

    11 Maria Teresa Giusti, La campagna di Russia (1941-1943), Il Mulino, Bologna, 2016.

    12 Cfr Fronte russo 1941, la battaglia di Natale.

    13 I materiali prodotti dalle “Propaganda Kompanie” della Wehrmacht venivano utilizzati nei cinegiornali della Germania nazista proiettati nelle sale cinematografiche negli anni 1940-1945. Sulle “Propaganda Kompanie”: Antonio Prampolini, L’importanza delle immagini: Gerhard Paul e la storia visiva della Germania nazista, in «Historia Ludens», 10/04/2024. Sui cinegiornali nazisti: la voce Die Deutsche Wochenschau in Wikipedia.

    14 Sullo stereotipo del “bravo italiano” nella Seconda Guerra Mondiale: Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Laterza, Roma-Bari, 2013. 

    15 Maria Teresa Giusti, La campagna di Russia (1941-1943), op.cit..

    16 Cfr. Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve e Ritorno sul Don, Einaudi, Torino, 1990. Nuto Revelli, La strada del davai, Einaudi, Torino, 2019.

    17 Eugenio Corti, I più non tornarono. Diario di ventotto giorni in una sacca sul fronte russo (inverno 1942-43), Mursia, Milano, 1990, p. 223.

    18 Maria Teresa Giusti, La campagna di Russia (1941-1943), op.cit., p. 270.

  • La celebrazione e la rimozione. La mostra itinerante per i 100 anni dell’Aeronautica Militare Italiana

    di Antonio De Mario

    01Fig.1: Piloti e specialisti in forza all’Aeronautica Nazionale Repubblicana.Documenti che parlano chiaro

     

     Contro orde barbare pronte compiere ogni orrore quali quelle che avanzano, ritengo non debba essere risparmiata alcuna arma. Chiedo pertanto massima libertà azione per impiego gas asfissianti (…)

     

    Così recita il testo di un telegramma cifrato, il n.375 del 15 dicembre 1935, a firma del generale Rodolfo Graziani, comandante delle armate italiane in Somalia impegnate dell’attacco all’Abissinia, regione dell’Impero di Etiopia. Fra i destinatari, Pietro Badoglio, capo delle operazioni su quel fronte. Ma, come è noto dalla documentazione d’archivio disponibile, quella libertà d’azione venne autorizzata direttamente dal Capo del Governo in persona che, con telegramma 14551 A 1475, datato 12 gennaio 1936, scrisse a Graziani “Sta bene impiego gas nel caso V.E. lo ritenga necessario per supreme ragioni difesa”.

    Poco dopo, lo stesso Graziani avvisò il generale Mario Bernasconi, comandante della Brigata aerea mista in Somalia, che si stava preparando a

     

    ricacciare verso nord l’armata di Ras Destà (…) con azione che dovrà avere esito definitivo e risolutivo. Pertanto, come già verbalmente accennato a vossia, occorre che il concorso dell’aviazione sia portato al massimo della possibilità dei mezzi. Le ultime azioni compiute    hanno dimostrato quanto sia efficace l’impiego dei gas (…).1

     

    La mostra del Centenario

    A cento anni dalla sua fondazione nel 1924, l’Arma aerea d’Italia allestisce una mostra fotografica destinata a essere esposta in diverse città italiane da Roma a Firenze, Bari passando per Milano, Ferrara, Viterbo fino a Lecce, tra marzo e dicembre del 2023, nell’ambito di un ricco programma celebrativo. A Bari la mostra è stata ospitata nelle sale del Palazzo della Provincia, sul lungomare Nazario Sauro

    Alcuni pannelli, con piccoli corredi fotografici e brevi didascalie, schematizzano le tappe principali di una vicenda profondamente legata a un secolo segnato da eventi bellici di immane intensità e tutti tragicamente incistati – a vario titolo - nel nostro immaginario popolare e nazionale. Ma invano cercheremo, tra i documenti d’epoca e i preziosi cimeli esposti, qualche traccia dei documenti appena visti. Cosicché, la celebrazione sembra far rima con rimozione, a spulciare con occhio analitico fra le didascalie, redatte dai curatori della mostra, vagliate e supervisionate dall’Ufficio storico dell’Aeronautica Militare Italiana. Questa struttura, vale la pena notarlo, è quanto mai rilevante in ciascuna delle Armi italiane, corpi e specialità, perché è il vero custode delle tradizioni e dell’identità, della loro corporate reputation. Lo provano le numerose e prestigiose pubblicazioni che da questi enti promanano. Fonti sempre, giustamente, tenute in gran conto dagli storici militari.

     

    02Fig.2: Modello di bomba da lancio caricata a gas Yprite in uso durante la campagna di Etiopia del 1936.L'Etiopia, i bombardamenti, il gas.

    Sulle didascalie che accompagnano il corredo fotostorico della mostra si condensa l’attenzione del visitatore e qui si concentra un forte sapore di rimozione, soprattutto in riferimento a quelle dedicate ad anni cruciali, per l’Italia e per l’evoluzione della Regia Aeronautica.2

    Eccone una.

     

    Etiopia 1936. Quella etiope si dimostra da subito una campagna impegnativa: i reparti della Regia Aeronautica si prodigano in ricognizioni, trasporti, rifornimenti, bombardamenti in uno scenario complesso per le difficoltà ambientali e per la  vastità del territorio. La cooperazione con le truppe di terra viene sviluppata al massimo grado, ma questa lezione non sarà poi tradotta in atto nel secondo conflitto mondiale.

     

     Tutto qui.

     

     

    03Fig.3: Piloti e meccanici in posa con bomba caricata a gas tossico, durante la Campagna d’Etiopia 1936.Ricognizioni, trasporti, cooperazione con le truppe di terra: il freddo e asettico linguaggio militare e neppure il minimo accenno al fatto che fu una guerra di aggressione a una nazione indipendente che vide il ricorso a strumenti bellici espressamente vietati dalle Convenzioni internazionali come i gas asfissianti. Circa 30 tonnellate di aggressivi chimici proibiti furono complessivamente lanciate dagli apparecchi italiani nel corso di tutta la campagna, con effetti atroci non solo sulle bande combattenti ma anche sulle martoriate popolazioni civili. Che altre potenze coloniali nella stessa epoca vi abbiano fatto ricorso, salvo poi celare tutto sotto la coltre del segreto militare, non riduce la gravità dell’azione italiana.3

    Si dirà che non è una mostra celebrativa il luogo per articolate analisi storiografiche. Vero. Ma appare eccessivo ridurre quella feroce invasione a una “campagna impegnativa”. E affidare l’unico accenno critico a una “lezione che non sarà poi tradotta in atto nel secondo conflitto mondiale” pare davvero una scelta fuorviante. Inoltre, quale lezione tattica o strategica si potesse ricavare attaccando una nazione totalmente priva di una propria aviazione o di qualsivoglia difesa antiaerea degna di questo nome è davvero difficile comprendere, pur restando nell’ambito del mero dibattito storico-militare.

     

    La Spagna e gli aviatori che vennero travestiti

     

    Spagna 1936. La Spagna è un importante banco di prova per velivoli ed equipaggi che vengono inizialmente inquadrati nel “Servicio del Aviacion del Tercio”, poi Aviazione Legionaria. Purtroppo non tutte le lezioni apprese saranno adeguatamente sviluppate.4

     

    Anche in questa didascalia nessuno può pretendere l’apertura di una riflessione approfondita di politica militare. Tuttavia, andrebbe notato che in quell’occasione il governo italiano impiegò quote notevoli della forza aerea nazionale, con aviatori travestiti da “volontari” con abiti civili e documenti falsi, spedite a rinforzo del generale Francisco Franco, intento a rovesciare il legittimo governo della Repubblica di Spagna nel 1936. Cosa ci sia stato di così glorioso nell’arrivare a organizzare addirittura un finto atto di vendita di velivoli a un giornalista monarchico iberico, tale Luis Bolìn, e a far arruolare militari italiani nella Legione straniera spagnola, nota come Tercio de extranjeros, è davvero faticoso da comprendere.

    Forse andava fatto notare che, a leggere le cronache del tempo, l’adesione al franchismo fu entusiastica, a partire dal generale Giuseppe Valle, nella doppia veste di Sottosegretario al Ministero della Regia Aeronautica e Capo di Stato Maggiore della medesima, che non esitò a prendere egli stesso i comandi di uno dei primi dodici trimotori S.81, inviati in fretta e furia alle Baleari per trasportare le truppe ribelli franchiste sul suolo iberico.

    Se, dunque, teniamo presenti i fatti ricordati da questi pannelli, il tema, ricorrente nella mostra, delle “lezioni apprese e non adeguatamente sviluppate” suggerirebbe domande imbarazzanti: che cosa non ha ben sviluppato l’Italia? Il modo di fare dei colpi di stato? Come travestire i propri militari o bombardare delle città indifese?

     

    Il topos dell'"unanime ammirazione"

    In un altro pannello si cita lo scrittore Guido Mattioli:

     

    L’opera degli aviatori e dell’Aviazione italiana in Spagna, cioè dell’Aviazione Legionaria, ha già riscosso la unanime ammirazione del mondo e perfino quella dei suoi avversari.

     

    Nel leggerlo pare di udire la voce inconfondibile di Guido Notari, giornalista in forza all’Eiar e all’Istituto Luce. Il Conte Guido Mattioli Belmonte Cima, raccontano le cronache biografiche, fu un provetto pilota, eroe decorato nella Grande Guerra, “il Conte che amava volare”. Negli anni Venti diresse la nota rivista “L’aviazione”. Nel ventennio, poi, fu anche podestà di Rimini, fra il 1933 e il 1939, e durante quel periodo, nel 1938 realizzò e inaugurò l’aeroporto di Miramare.

    Quanto all’unanime ammirazione, davvero non si sa di cosa si parli: per il bombardamento di Guernica? Forse no: l’Italia vi partecipò con tre soli apparecchi Savoia Marchetti S.79. La parte più rilevante di quel modello di bombardamento terroristico di una città priva di difesa nonché di rilevanza militare, fu svolta da diciotto apparecchi Ju.52 che, con 22 tonnellate di bombe, in parte incendiarie, rasero al suolo la cittadina iberica con molte centinaia di vittime civili (1650 secondo alcune fonti). Più probabile allora che il Mattioli volesse riferirsi al bombardamento di Barcellona, compiuto dai regi velivoli il 16-18 marzo 1938, per espresso ordine di Mussolini, con 44 tonnellate di bombe, provocando tra i 600 e i 1300 morti”.5

     

    I due volti di Italo Balbo

    La Regia è, a detta degli analisti storici, il fiore all’occhiello del Regime sin dall’impresa del suo indimenticato fondatore, quell’Italo Balbo che pianificò e condusse la Crociera del Decennale: una imponente e spettacolare trasvolata atlantica condotta con ben 26 idrovolanti S.55, evento che fece epoca ed è oggi considerabile un po’ come il mito fondativo della nostra attuale AMI.

    La Mostra del Centenario gli dedica puntualmente ampio spazio, come è giusto che sia dal punto di vista storico. Ma, anche in questo caso, stonano i termini unicamente encomiastici: Balbo fu certamente un aviatore di notevole livello, capace di fondare e organizzare con moderni criteri l’Arma aerea italiana, ma fu anche uno dei più spregiudicati esponenti della gerarchia fascista, con una fama, un prestigio e un peso politico quasi pari a quello del suo Duce (il quale, peraltro, dopo l’impresa del Decennale, ne fece il governatore della Libia, allontanandolo dalla ribalta dei media internazionali: ma questa è un'altra storia).

     

    La tragedia della scelta

    Proseguendo nel cammino cronologico proposto dalla mostra, si giunge a un altro momento chiave, tra i più controversi della vicenda nazionale legata all’ultimo conflitto mondiale. Siamo ai terribili mesi della crisi finale: la guerra irrimediabilmente persa, la crisi del regime fascista culminata con le dimissioni del 25 luglio, e poi l’armistizio dell’8 settembre. Trauma nazionale, totale, trasversale e delle cui tragiche conseguenze le nostre Forze Armate furono probabilmente le principali vittime. Momenti difficilissimi da ricostruire e raccontare, nella loro complessità e nell’ampiezza delle diverse articolazioni e interpretazioni.

    Il lacerante dramma che travolse gli oltre due milioni di italiani in divisa, in quelle ore fu forte e nella mostra lo si riassume così:

     

    La regia aeronautica segue il Re e il Governo monarchico al Sud per combattere l’invasore tedesco al fianco degli Alleati e sui velivoli i fasci littori lasciano spazio alle coccarde tricolori. Una minoranza di uomini tuttavia rimane al Nord, nella repubblica Sociale Italiana dove, inquadrati nell’Aeronautica Nazionale Repubblicana, combatterono per difendere il territorio italiano martoriato dalle incursioni anglo-americane. Altri aviatori, invece impossibilitati a raggiungere i Reparti costituiti al sud, si uniscono alle formazioni partigiane.

     

    Qui la questione interpretativa si fa delicata. La consecutio degli eventi fornita dalla didascalia è corretta. Tuttavia, è arduo spiegare con la sola registrazione dei fatti il nodo storico della vicenda dell’A.N.R. (Aeronautica Nazionale Repubblicana), ovvero quel simulacro di arma aerea concesso di malavoglia dai vertici militari germanici occupanti alla Repubblica Sociale fondata da Mussolini, e operante dall’ottobre del 1943 all’aprile del 1945 alle dirette dipendenze degli stessi tedeschi.

    Fu una scelta, quella dei piloti e del personale della Regia che preferirono restare fedeli al Fascismo nella sua ultima e più feroce versione, quella di Salò, che non appare affatto risolvibile nella formula “combatterono per difendere il territorio italiano martoriato dalle incursioni anglo-americane”: proprio per il rispetto che si deve a chi si orientò secondo scienza e coscienza in ciò che andava accadendo in Italia in quei mesi, nel calderone della Seconda Guerra Mondiale.

    Forte è il sospetto che questa sia più una motivazione auto-assolutoria elaborata ex post, che l’espressione del sentimento che animò chi scelse di confermare la sua fedeltà al Fascismo e all’alleanza con la Germania nazista. Infatti, fu chiaro da subito, soprattutto ai militari, il vero volto di questa alleanza, dal momento che, con l’Operazione “Achse”, i tedeschi assunsero il pieno controllo delle regioni italiane del centro-nord e della condotta della guerra in Italia.

     

    Tutte le scelte furono giustificabili?

    Ci si domanda qui se sia corretta questa sorta di equiparazione fra chi, tra il personale della Regia, volle e poté obbedire agli ultimi ordini del Governo Badoglio che, in coerenza con le clausole armistiziali firmate a Cassibile il 3 settembre 1943, prevedevano lo spostamento di personale, mezzi e materiali presso le basi del Mezzogiorno occupate dagli Alleati; tra chi, non potendo materialmente eseguire tali ordini, successivamente si unì alle formazioni partigiane operanti al Nord; e chi invece scelse prima di mettersi a disposizione degli occupanti nazisti (diversi piloti italiani furono assorbiti nei reparti di volo della Luftwaffe operanti sul suolo italiano) e successivamente optò per farsi inquadrare nelle formazioni della A.N.R. della Repubblica Sociale Italiana.

    Questione annosa, delicata, che tocca un nervo da sempre scoperto della nostra storia recente quello della “scelta” che molti, moltissimi italiani, in divisa e no, dovettero fare nelle circostanze più drammatiche.6

    Il sentimento imperante che sembra aleggiare oggi, tra gli hangar e sulle piste di volo della nostra AMI - e la didascalia in qualche misura lo rappresenta – è che tutte le scelte furono giustificabili.

    Valgano, per meglio spiegare questo sentimento, le parole di Giulio Lazzati in un bel libro del 1965 dedicato al sacrificio degli aviatori italiani tra il 1940 e il 1945. Parlando della A.N.R. egli scrive: “Tanti morti, proprio come noi giù al Sud, anzi, peggio di noi perché i piloti della “repubblica” hanno dovuto combattere contro forze enormemente superiori e con la certezza che ormai era tutto perduto. Perché lo hanno fatto? Me lo sono chiesto pure io, ma chi di noi può scandagliare l’animo umano e spiegare il perché di certe supreme decisioni? Solo, per me, contano la spontaneità e la dirittura morale, con cui si segue una strada, non il perché della sua scelta”.7

     

    Un'asetticità solo apparente

    Queste didascalie, che inducono il visitatore a focalizzare la sua attenzione sul dramma personale degli aviatori, lo disorientano per quanto riguarda le scelte interpretative odierne dell’aeronautica: un’arma che, oggi, difende una nazione democratica, nata dalla lotta al fascismo e che, di conseguenza, sarebbe obbligata a rivedere criticamente il proprio passato.

    L’asciuttezza e l’asetticità delle didascalie, quindi, non sono un fatto tecnico. Nascondono un’interpretazione univoca del passato, fuorviante e distonica, soprattutto ove si consideri che queste occasioni pubbliche sono rivolte anche agli studenti delle scuole che, in particolare attraverso lo studio e la conoscenza delle vicende più dolorose e laceranti della storia nazionale, dovrebbero costruire la propria capacità di leggere il presente. Può davvero una mostra costruita con questi criteri contribuire a fornire un onesto e limpido bagaglio cognitivo a quanti, giovani e no, vogliano capire e sapere di più e meglio dei momenti cruciali del nostro passato?

     


    Note

    1 Questi documenti sono conservati all’Archivio Centrale dello Stato e ora in Alessandro Cova,Graziani, un generale per il regime, Roma, Newton Compton Editori, 1987.

    Data al 1884 la nascita di un primo Servizio aeronautico a Roma, con l’uso di aerostati da ricognizione. Fino a tutta la Prima guerra mondiale, l’arma aerea operò come branca del Regio Esercito. Fu poi elevata ad Arma autonoma con Regio Decreto del 28 marzo 1923, mentre il 30 agosto 1925 venne costituito il Ministero dell’Aeronautica. Dopo l’8 settembre, la Regia Aeronautica continuò a operare sotto il controllo degli Alleati in alcuni aeroporti pugliesi nella fase della cosiddetta co-belligeranza. Al centro-nord, una volta costituitasi la Repubblica Sociale Italiana, a partire dal 27 ottobre 1943 venne costituita l’Aviazione Repubblicana, dal giugno 1944 Aviazione Nazionale Repubblicana (ANR). L’attuale denominazione Aeronautica Italiana risale invece al 1946, poco dopo la nascita della Repubblica italiana.

    Fra gli storici che si sono occupati delle guerre coloniali italiane, segnalo Nicola Labanca, Oltremare storia dell’espansione coloniale italiana, Il Mulino, Bologna, 2007; Franco Bandini, Gli italiani in Africa, Longanesi Milano, 1971; Angelo Del Boca, I gas di Mussolini, il fascismo e la guerra d’Etiopia, Editori Riuniti 2021. Il colonialismo nei nostri libri di testo: Cajani L., Colonialism and Decolonization in History Textbooks for Italian Upper Secondary School, in The Colonial Past in History Textbooks. Historical and Social Psychological Perspectives, (a cura di K.V. Nieuwenhuyse e J.P. Valentim), IAP, Charlotte NC, 2018; A. Desio, La decolonizzazione nei manuali di storia italiani per le scuole secondarie di secondo grado: 1990-2020, in “Dimensioni e problemi della ricerca storica”, 1/2021, pp. 159-182.

    4Cfr.http://www.icsm.it/articoli/ri/civispagnola2.html Alberto Rosselli, Breve Storia dell’aviazione legionaria in Spagna 1936-1939: “Per cercare di non urtare la suscettibilità dei governi europei favorevoli alla Repubblica, i 12 aerei, ai quali vennero cancellate tutte le insegne nazionali e i distintivi di reparto, vennero venduti, tramite un finto atto, al giornalista spagnolo Luis Bolìn. A scopo prudenziale tutti gli equipaggi italiani vennero inoltre forniti di abiti civili e documenti falsi”. Sull’apporto dell’Italia alla Guerra civile spagnola: cita qualche testo o riferimenti online.

    5Giorgio Rochat, Le guerre degli italiani, Torino, Einaudi, 2006, pp. 113-114.

    Su questo aspetto la letteratura storica è autorevole e ha dato luogo a un dibattito pubblico molto partecipato. Fa specie che non se ne trovi nemmeno l’eco in questa mostra: Claudio Pavone, Una guerra civile, Bollati Boringhieri, Torino, 1991; Angelo Del Boca, La scelta, Neri Pozza Venezia, 2006. Come esempio di “letteratura dei vinti”, gli esempi sono assai precoci: Giose Rimanelli, Tiro al piccione, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1953.

    Giulio Lazzati,I soliti quattro gatti, Milano, Mursia, 1965, p. 295. Per una ricostruzione aggiornata delle vicende A.N.R. vedi Guido Garello,L’Aeronautica Nazionale Repubblicana, in “Rivisita di Storia Militare”, 20 – 21, Luglio-settembre 2015.

     

  • La Cupola di Hiroshima. Un fotoracconto della bomba

    Autore: Ilaria Sabbatini


    Il mattino del 6 agosto 1945, alle 8:15, l’Aeronautica militare statunitense sganciò la bomba atomica “Little Boy” sulla città giapponese di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno “Fat Man” su Nagasaki.

    Genbaku Dome, ossia Cupola della bomba atomica, era nata nel 1915 come edificio per ospitare la Fiera commerciale della prefettura di Hiroshima. La  Sala espositiva dei prodotti della prefettura di Hiroshima era stata progettata dall’architetto ceco Jan Letzel, che aveva realizzato la struttura in stile occidentale, usando mattoni e cemento. Il palazzo, sul lato sud, si apriva su un giardino anch’esso tipicamente all’occidentale e la cupola, oggi sventrata, aveva una copertura in rame. Nel 1933 il nome fu cambiato in  Sala promozionale dell’industria della prefettura di Hiroshima e nel 1944, a causa della guerra, l’edificio venne adibito a uffici governativi.

    Il 6 agosto 1945 l’esplosione nucleare avvenne ad appena 150 metri di distanza dall’edificio. Gli occupanti morirono all’istante mentre la struttura prendeva lentamente fuoco. Al momento dell’esplosione, avvenuta a un’altezza di circa 580 metri dal suolo, tutte le costruzioni in legno, tipiche dell’urbanistica giapponese, vennero spazzate via. Le foto aeree successive all’esplosione mostrano un panorama completamente piatto, quasi vuoto. Spiccano soltanto alcuni edifici di mattoni che, pur gravemente danneggiati, sopravvissero alla bomba. Tra le strutture che resistettero alla bomba, quella della fiera era la più vicina all’ipocentro. Essa rimane tutt’oggi nello stesso stato in cui si trovava subito dopo l’attacco atomico.
     
    La posizione dell’ex Palazzo della Fiera di Hiroshima si può vedere su Google Map

    Si può fare un tour virtuale dentro la Cupola della bomba atomica

    Questa è la visione dall’esterno della Cupola della bomba atomica

    Ecco una collezione di fotografie contemporanee, che risulta interessantissima per comprendere come oggi viene vissuta la memoria di Genbaku Dome

    Quivengono documentate le prime attività di soccorso, quelle in cui si cominciano a rilevare le proporzioni degli effetti della bomba

    A questo link dell’Hiroshima Peace Memorial Museum si possono vede una serie di di fotografie degli effetti dell’esplosionesu vari oggetti conservati

     

    Il palazzo della Fiera di Hiroshima in costruzione, completato nel 1915 su progetto dell’architetto ceco Jan Letzel

     


     Il palazzo della Fiera della prefettura di Hiroshima sul lato sinistro del fiume Motoyatsu, uno dei sette rami dell’estuario del fiume Ota

     

     
    Hiroshima Prefectural Industrial Promotion Hall seen from the west end of Motoyasu Bridge. 1933. Taken by Masao Okuno / Courtesy of Katsuhiko Okuno
     


    Il palazzo della Fiera della prefettura di Hiroshima vicino al Ponte Motoyatsu, sulla biforcazione tra il fiume Ota e il fiume Motoyatsu
     


    Il ponte Motoyatsu sulla biforcazione tra il fiume Ota e il suo effluente Motoyatsu

     

     

    Il palazzo della Fiera della prefettura di Hiroshima dopo l’esplosione atomica, 8 settembre 1945


     
    ll palazzo della Fiera della prefettura di Hiroshima dopo l’esplosione atomica

     


     Enola gay, bombardiere B-29 Superfortress, l’aereo che sganciò la bomba il 6 agosto 1945. Enola Gay era il nome della madre del pilota Paul Tibbets.
     


    Little Boy, la bomba Mk.1, la seconda atomica costruita nell’ambito del Progetto Manhattan, è la prima arma nucleare della storia a essere stata utilizzata in un conflitto. Si tratta dell’ordigno originale prima dell’esplosione.


    Little boy, usata su Hiroshima, era la seconda bomba atomica realizzata mentre Fat man, usata su Nagasaki, era la terza. La prima nucleare era una bomba a implosione che venne fatta esplodere nel Nuovo Messico, vicino a Sonora, il 16 luglio 1945 nel Trinity test.

     

    Il fungo atomico sopra Hiroshima circa un’ora dopo l’esplosione, 6 agosto 1945


    Si incontra un problema nella ricostruzione per immagini delle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki. Spesso è difficile stabilire a quale luogo si riferiscano i rispettivi funghi di fallout. In alcuni video, non sufficientemente curati, Nagasaki va sotto il titolo di Hiroshima e viceversa. Altri usano addirittura il Trinity test o l’esplosione di Bikini.

    Le foto che seguono si riferiscono alle due esplosioni di Hiroshima e Nagasaki. Nel caso di Hiroshima la foto è avallata dal Museo della Memoria di Hiroshima, nel caso di Nagasaky dal Museo della Bomba Atomica di Nagasaky.

           Hiroshima                                Nagasaki  

                                                           

    La foto di sinistra è Hiroshima. È stata presa da un aereo che accompagnava Enola Gay con lo scopo di scattare fotografie. La foto di destra è Nagasaki, scattata il 9 agosto1945 da Charles Levy da uno degli aerei che accompagnavano l’attacco.


      Questa foto ricognizione del 1945, fornita dal Museo della Seconda Guerra Mondiale di Boston, mostra le informazioni di targeting per la missione di bombardamento atomico di Hiroshima.L’esplosione, che coinvolse il palazzo della fiera, avvenne sulla verticale dell’ospedale. Sotto il numero 22 si vede il ponte Motoyatsu sulla biforcazione tra il fiume Ota e il suo effluente Motoyatsu


     
    Diorama dell’esplosione di Little Boy. La prospettiva è con le spalle alla sorgente del fiume Ota che, dopo la prima triforcazione, a sinistra si biforca ulteriormente. Il ramo sinistro della seconda biforcazione è il fiume Motayatsu. Dopo il ponte sulla biforcazione, sulla riva sinistra, è collocato l’edificio della Fiera di Hiroshima.
     
     
    Diorama dell’esplosione di Little Boy. Sotto, a 150 metri di distanza dall’ipocentro, sulla riva sinistra del ramo sinistro dell’effluente Motayatsu (individuabile dal ponte), si trovava l’edificio della Fiera di Hiroshima, uno dei pochi a rimanere in piedi (vedi foto successiva)


     
    Sulla riva sinistra del ramo sinistro dell’effluente Motayatsu (individuabile dal ponte), si trovava l’edificio della Fiera di Hiroshima

     

     

    Vicino al ground zero, prima dell’esplosione

    Vicino al ground zero, dopo l’esplosione

     

     

     

     

    L’orario dell’esplosione, fissato da un orologio da polso esposto agli effetti della bomba


     
    L’effetto ombra creatosi durante l’esplosione

     

     
    Ragazze con le mascherine nelle strade di Hiroshima, 6 ottobre 1945

     


    Genbaku Dome, la Cupola della bomba atomica, oggi
     


    Genbaku Dome, la Cupola della bomba atomica, dall’alto, oggi

     

     

     

     

     

     

    Foto rare scattate nei giorni successivi all’evento

     

     

    Il racconto di Sunao Tsuboi sopravvissuto all’esplosione



     

  • La Grande guerra poteva essere evitata?

    Autore: Daniele Boschi*  

    Un modulo Clil, ma non solo1

     

    1. Un’esperienza didattica
    2. Due opposte tesi storiografiche
    3. Il ruolo del “caso” nella storia: un colpo di pistola ha cambiato la storia del mondo?
    4. Determinismo, libertà, caso
    5. Conclusioni

     

    1.    Un’esperienza didattica

     

    In questo articolo riferirò un’esperienza didattica realizzata nel passato anno scolastico in una classe quinta del Liceo Scientifico Statale “Nomentano” di Roma. Ho proposto ai miei studenti un modulo sul tema: la Grande guerra poteva essere evitata?

    Il modulo è stato svolto in modalità CLIL: ovvero in lingua inglese e con una metodologia didattica che attribuisce allo studente il ruolo di protagonista del processo di apprendimento2 .

    L’idea di un percorso didattico su questo argomento è nata da un articolo di Luigi Cajani dedicato alle origini della Prima guerra mondiale e alla didattica della storia controfattuale3 . In questo articolo Cajani aveva esaminato le posizioni assunte dalla recente storiografia e dalla manualistica scolastica riguardo alla questione se la Prima guerra mondiale fosse o meno evitabile. Ed aveva spezzato decisamente una lancia in favore della storia controfattuale, considerandola come un utile ed interessante strumento di analisi storica, dal quale può trarre spunto anche la pratica didattica.

    Cajani aveva inoltre osservato che da parecchio tempo la storia controfattuale ha smesso di essere un tabù per gli storici: sia alcuni storici contemporaneisti italiani, sia un buon numero di studiosi dell’area anglosassone hanno fatto ricorso, in diverse occasioni, alla controfattualità, superando così l’anatema lanciato contro di essa da storici del calibro di Edward Carr e di Edward P. Thompson4 .  

    La prospettiva controfattuale è stata perseguita, con cautela, anche nel mio modulo. Questo ha impegnato la classe per un totale di nove ore di lezione, delle quali sei ore dedicate allo studio dell’argomento e tre ore destinate alle relazioni e alle verifiche finali.

    La classe è stata divisa in sei gruppi di lavoro composti da quattro o cinque studenti ciascuno. Nella prima parte del modulo (le prime sei ore) ho sottoposto agli studenti una serie di testi della lunghezza di una pagina/una pagina e mezzo, seguiti da alcune domande. Gli studenti dovevano leggere e discutere questi testi, rispondere alle domande nell’ambito del loro gruppo e poi riferire brevemente le loro conclusioni al resto della classe.

    Successivamente ho assegnato ulteriori testi da leggere a casa per approfondire vari aspetti dell’argomento. I gruppi avevano un mese di tempo per riesaminare e ridiscutere tutti i testi e per preparare una relazione scritta nella quale dovevano sostenere una propria tesi, argomentandola in modo adeguato. Il modulo si è concluso con la presentazione orale delle sei relazioni, seguita da una verifica scritta finale di tipo individuale (questa fase conclusiva ha occupato le ultime tre ore del modulo).

    Un aspetto importante della preparazione dell’attività didattica è stato quello relativo alla predisposizione dei testi da sottoporre agli studenti. Occorrevano infatti dei testi non troppo lunghi o complessi, ma allo stesso tempo dotati di un livello di articolazione e di approfondimento sufficiente a porre le basi per un confronto tra punti di vista differenti e adeguatamente motivati. Sottolineo questo aspetto perché ho l’impressione che la difficoltà di reperire o elaborare testi e materiali didattici adeguati sia uno dei principali ostacoli allo sviluppo di una pratica didattica alternativa al modello di stampo tradizionale.

    Mi soffermerò ora sulle principali tematiche affrontate nel modulo e su alcuni dei testi proposti agli studenti.

     

    2.    Due opposte tesi storiografiche

     Nella prima parte del modulo ho proposto anzitutto agli studenti le due opposte tesi di Eric Hobsbawm e di Margaret MacMillan riguardo alla questione se la Grande guerra poteva o no essere evitata. Eric Hobsbawm nel suo classico studio sulla “età degli imperi” affermò che i contrasti tra le potenze europee, derivanti dallo sviluppo del capitalismo e dall’espansione coloniale e imperialistica, avrebbero inevitabilmente prodotto, prima o poi, una guerra generale. Margaret MacMillan, nel suo recente libro intitolato The War that Ended Peace, ha invece affermato che la Grande guerra poteva essere evitata. Laddove Hobsbawm aveva posto l’accento sui processi storici di lungo e medio periodo, la MacMillan pone l’accento sulle scelte individuali, sulla cattiva qualità degli statisti che si trovarono a capo delle principali potenze europee e sul ruolo svolto da alcuni eventi che potremmo definire “casuali”5.

    Date le caratteristiche e la complessità dei due libri, non era possibile estrarre da essi dei brani che contenessero sia la tesi fondamentale dello storico, sia le argomentazioni addotte per sostenerla.

    Hobsbawm sviluppa il suo lungo e complesso ragionamento circa le origini della Prima guerra mondiale nelle quasi trenta pagine del cap. XIII dell’Età degli imperi6 . E’ stato indispensabile effettuare una sintesi di questa parte del suo libro.

    La Macmillan afferma subito con chiarezza che la Grande guerra non era inevitabile7 , ma le “prove” a sostegno di questa tesi sono sparse per l’intero suo volume, lungo circa settecento pagine. In questo caso ho preferito prendere come testo di base quello di una conferenza tenuta dalla MacMillan a Sarajevo il 27 giugno 2014 sul tema Was World War I Inevitable? e farne un breve riassunto8 .    

                                           

    Ho presentato quindi agli studenti le due opposte tesi storiografiche in un unico testo di circa trenta righe. Dopo un primo esame gli studenti si sono quasi tutti schierati a favore della tesi di Hobsbawm. Questa uniformità di giudizi mi ha lasciato alquanto perplesso e ho ipotizzato che essa fosse dovuta al fatto che la tesi di Hobsbawm faceva riferimento a fatti già noti agli studenti, come lo sviluppo del sistema capitalistico, il colonialismo, l’imperialismo; mentre la MacMillan rinviava a fatti non altrettanto noti, come ad esempio lo sviluppo di varie associazioni e movimenti di orientamento “pacifista” nel periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

    Ho deciso perciò di presentare la tesi della MacMillan in un secondo testo più dettagliato; a questo punto diversi studenti hanno cambiato opinione, motivando questa decisione con il fatto che la tesi della storica canadese non era risultata del tutto chiara dopo la lettura del primo testo. Questo episodio mi ha fatto comprendere un fatto importante: quando si vuole sollecitare una presa di posizione degli studenti su tesi contrapposte, è necessario che esse siano presentate non soltanto in modo equilibrato, ma anche tenendo conto delle conoscenze già in possesso degli studenti.

     

    3.    Il ruolo del “caso” nella storia: un colpo di pistola ha cambiato la storia del mondo?

     La MacMillan richiama l’attenzione sul ruolo svolto dal “caso” nella lunga catena di eventi che condussero alla Prima guerra mondiale9 . Ho deciso allora di affrontare più direttamente il tema della apparente casualità di molti eventi storici, a partire da una narrazione molto dettagliata degli avvenimenti della giornata del 28 giugno 1914 a Sarajevo, culminati nell’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede al trono austro-ungarico, e di sua moglie Sofia.

    Tutti sappiamo che l’attentato ai danni dell’arciduca stava per fallire e andò a segno, alla fine, soltanto per il concorso di una serie di circostanze apparentemente fortuite.

    I fatti sono noti, ma li riassumo brevemente. Nel giugno del 1914 un gruppo di nazionalisti serbi, informati della decisione dell’arciduca Francesco Ferdinando di visitare la Bosnia, provincia annessa all’Impero austro-ungarico nel 1908, aveva preparato un attentato per uccidere l’erede asburgico. Nonostante l’evidente pericolo al quale l’arciduca si stava per esporre, ben poche misure furono prese per garantire la sua incolumità. La sua visita ufficiale a Sarajevo avvenne, come previsto, il 28 giugno.

     
    L’attentato di Sarajevo nel disegno di Achille Beltrame per la copertina della «Domenica del Corriere» del 5 luglio 1914.

    La mattina di quel giorno ben sette giovani terroristi serbo-bosniaci erano appostati nel centro di Sarajevo sul lungofiume Appel, dove il corteo di auto nel quale viaggiava Francesco Ferdinando doveva transitare prima di arrivare al municipio. Il primo terrorista ad entrare in azione fu Čabrinović che lanciò una bomba in direzione dell’autovettura scoperta sulla quale sedevano l’arciduca e la moglie, ma mancò il bersaglio e l’ordigno esplose sotto la vettura che seguiva, ferendo diverse persone. Mentre gli altri terroristi si dileguavano, Francesco Ferdinando proseguì il suo viaggio fino al palazzo del municipio dove ci fu una breve cerimonia. In seguito l’arciduca espresse il desiderio di recarsi in ospedale per visitare i feriti. Il corteo di auto ripercorse a ritroso il lungofiume Appel, ma l’autista che guidava il corteo, non essendo stato informato del nuovo programma, sbagliò strada girando a destra in via Francesco Giuseppe, dove si era nel frattempo appostato Gavrilo Princip. Le auto si fermarono per tornare indietro e Princip poté allora facilmente avvicinarsi all’auto dell’arciduca e uccidere lui e la moglie Sofia con due colpi di pistola esplosi da distanza ravvicinata10

    Per il racconto di questi eventi mi sono servito di un video in lingua inglese abbastanza ben fatto, tratto da una canale di “YouTube” dedicato alla Grande guerra11 . Ho proposto agli studenti la visione di questo filmato e la lettura della trascrizione del testo audio. Ho chiesto quindi agli studenti di immaginare se la Prima guerra mondiale sarebbe ugualmente scoppiata qualora l’attentato fosse fallito. La domanda non è nuova, ovviamente. In un dibattito sulla rivista on-line “Caffè Europa”, Giovanni Sabbatucci si è spinto fino alla seguente affermazione:
    «Se mentre Gavrilo Princip, l’attentatore di Sarajevo, puntava la pistola contro l’arciduca Francesco Ferdinando, una mosca fosse passata davanti al suo naso e gli avesse fatto sbagliare mira, sono assolutamente convinto che la storia del mondo sarebbe cambiata»12 .

    Avendo più tempo a disposizione, la prospettiva controfattuale avrebbe potuto essere ampliata fino a domandarsi che cosa sarebbe accaduto in Europa e nel mondo se la Grande guerra non fosse mai scoppiata.

    Ho preferito invece partire dall’attentato di Sarajevo per sollecitare gli studenti ad una riflessione di tipo filosofico sul concetto di “caso”: il “caso” esiste davvero oppure ciò che noi chiamiamo “caso” è soltanto il continuo incrociarsi, inevitabile ma impossibile da ricostruire interamente, di diverse sequenze o catene di eventi indipendenti l’una dall’altra?13

     

    4.    Determinismo, libertà, caso

     A questo punto abbiamo abbandonato del tutto l’indagine storica e ci siamo concentrati sulla riflessione filosofica. La discussione sulla inevitabilità o meno della Grande guerra evoca infatti non soltanto il tema del “caso”, ma anche quelli, ad esso correlati, del determinismo, nelle sue varie sfaccettature, e della libertà dell’uomo, ovvero del “libero arbitrio”. Sono temi attorno ai quali i filosofi hanno dibattuto fin dall’antichità e sui quali continuano a discutere ancora oggi.

    Stimolato anche dai materiali che avevo trovato sul web14 , ho pensato di proporre agli studenti, in forma sintetica, le principali posizioni presenti nel dibattito filosofico contemporaneo sul tema del libero arbitrio. Esse si possono riassumere nello schema seguente:
        
     

    In breve, il determinismo radicale afferma che essendovi un unico possibile corso di eventi gli uomini non sono liberi; il compatibilismo sostiene al contrario che determinismo e libertà non sono in contraddizione tra loro; per l’incompatibilismo radicale non solo il determinismo, ma anche l’indeterminismo rende impossibile la libertà; mentre il libertarismo afferma, al contrario, che proprio perché la realtà non è interamente soggetta a leggi di tipo deterministico, la libertà è possibile, almeno per l’uomo15.

    I testi che avevo trovato su internet erano troppo lunghi e complessi, oppure erano in lingua italiana16.  Ho deciso allora di utilizzare il testo presente sull’edizione di Wikipedia in lingua inglese alla voce Free Will17.  Anche in questo caso gli studenti, dopo aver letto il testo, dovevano rispondere ad alcune domande: non soltanto dovevano dire quale di queste quattro dottrine filosofiche sembrava a loro più plausibile, ma anche suggerire quale fosse l’atteggiamento più corretto da assumere per uno storico su questa questione, che ha carattere eminentemente filosofico, ma presenta anche evidenti implicazioni per la valutazione delle decisioni e delle scelte dei grandi protagonisti della storia.

    Lo svolgimento di questa parte del modulo è stato abbastanza problematico. I concetti filosofici implicati nel dibattito sul libero arbitrio nella filosofia contemporanea sono abbastanza complessi, a volte oscuri, e a ciò si aggiungeva la difficoltà di doverli trattare in lingua inglese; inoltre il testo di Wikipedia è in alcune parti poco chiaro e ha richiesto ulteriori spiegazioni da parte mia. Penso tuttavia che gli studenti abbiano tratto beneficio dall’aver affrontato il tema delle cause della Grande guerra in una prospettiva filosofica e sono convinto che questo approccio interdisciplinare potrebbe essere ulteriormente sviluppato attraverso un percorso didattico di respiro più ampio, basato su testi adeguati rispetto alle competenze linguistiche e all’attrezzatura mentale di uno studente di Liceo.

     

    5.    Conclusioni

     In generale gli studenti hanno partecipato all’attività didattica con notevole interesse e ci sono state discussioni abbastanza accese all’interno dei gruppi. Le relazioni finali hanno mostrato che la classe si è spaccata grosso modo a metà tra le due opposte tesi di Hobsbawm e della MacMillan, con divisioni anche interne ad alcuni dei gruppi. Tutti i gruppi hanno argomentato le proprie tesi in modo abbastanza articolato e tre su sei hanno fatto riferimento non soltanto alle tesi storiografiche esaminate, ma anche al dibattito filosofico contemporaneo.

    Anche se il mio giudizio su questa esperienza è nell’insieme positivo, non voglio nascondere le criticità che da essa sono emerse: per gli studenti la difficoltà maggiore è stata quella di dover affrontare in lingua inglese un argomento molto complesso; per me quella di organizzare, gestire e infine valutare il lavoro dei gruppi; anche la valutazione finale dei risultati raggiunti dai singoli studenti si è rivelata alquanto problematica, per la difficoltà di distinguere quanto era frutto di una elaborazione personale da quanto proveniva invece dal lavoro del gruppo. Intendo comunque riproporre di nuovo il modulo che ho illustrato, ma al di fuori del CLIL e facendo tesoro dell’esperienza già fatta.   

    *(Liceo Scientifico Statale “Nomentano”, Roma)

     

    NOTE

    1Questo articolo è un ampliamento della relazione presentata al convegno della SISSCO (Società italiana per lo studio della storia contemporanea) sul tema Insegnare la storia ai millennials, svoltosi a Roma il 27 gennaio 2017.
     2Sul CLIL (Content and Language Integrated Learning) esiste una abbondante letteratura, sia cartacea sia on-line. Chi voglia approfondire l’argomento può partire dai siti istituzionali del MIUR e dell’INDIRE  . Su “Historia ludens” si può leggere l’articolodi PAOLO CECCOLI, I dolori del professore CLIL.
     3 LUIGI CAJANI, Le origini della Prima guerra mondiale e la didattica della storia controfattuale, in “Didactica historica”, I (2015), pp. 45-50.
     4Sulla storia controfattuale e la sua rilevanza per la didattica si può leggere su questo stesso sito l’articolo di ANTONIO BRUSA, E se Alessandro avesse combattuto contro i Romani? Problemi teorici e pratici di didattica controfattuale.
     5ERIC J. HOBSBAWM, L’Età degli imperi 1875-1914, Roma-Bari, Laterza, 1987 (ed. orig.: The Age of Empire, 19872); MARGARET MACMILLAN, 1914. Come la luce si spense sul mondo di ieri, Milano, Rizzoli, 2013 (ed. orig.: The War that Ended Peace: the Road to 1914, 2013).
     6HOSBAWM, L’Età degli imperi, cit., pp. 345-373.
     7MACMILLAN, 1914. Come la luce si spense sul mondo di ieri, cit., p. 21.
     8La conferenza si può ascoltare su YouTube. Sempre sullo stesso tema la MacMillan ha curato una pagina del sito della BBC, intitolata How close did the world come to peace in 1914? . Quest’ultimo testo è abbastanza semplice ed è quindi accessibile anche agli studenti del quinto anno del Liceo.
     9Che cosa sarebbe successo – si chiede ad esempio la MacMillan - se il figlio e successore dell’imperatore tedesco Guglielmo I, Federico III, di orientamento liberale, non fosse morto di cancro nel 1888 e avesse regnato sulla Germania per i successivi vent’anni? La Grande guerra sarebbe scoppiata ugualmente, se nel 1914 alla guida dell’Impero tedesco vi fossero stati uomini della tempra di un Bismarck? Come sarebbero andate le cose, se non fossero usciti di scena in modo abbastanza fortuito uomini come il ministro degli Esteri tedesco Kiderlen, il ministro delle Finanze francese Caillaux, il monaco Rasputin, o lo stesso Francesco Ferdinando? Tutti uomini che avrebbe potuto dare un valido contributo al mantenimento della pace, se fossero stati ancora presenti sulla scena politica nell’estate del 1914, o nei mesi ed anni successivi. Cfr. MACMILLAN, 1914. Come la luce si spense sul mondo di ieri, cit., pp. 107, 615, 627, 645.
     10Cfr. MACMILLAN, 1914. Come la luce si spense sul mondo di ieri, cit., pp. 607-614.  Un resoconto molto più dettagliato sia dei preparativi e dei retroscena dell’attentato, sia degli eventi del 28 giugno 1914, si può leggere in CHRISTOPHER CLARK, I sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande guerra, Roma-Bari, Laterza, 2012, pp. 54-71, 401-410 (ed. orig.: The Sleepwalkers. How Europe Went to War in 1914, 2012).
     11Si tratta del video di INDY NEIDELL intitolato A Shot that Changed the World tratto dal canale The Great War.
     12SIMONA COLARIZI, GIOVANNI DE LUNA, GIOVANNI SABBATUCCI, NICOLA TRANFAGLIA, Forum/Il nostro "posto al sole" sotto Hitler, in “Caffè Europa”, n. 124, 10 marzo 2001 . Il testo è citato in CAJANI, Le origini della Prima guerra mondiale, cit., p. 48.
     13Gli studenti dovevano approfondire questo tema sulla voce Caso del Dizionario di filosofia on-line della Treccani.
     14Cfr. ad esempio le seguenti due voci della Stanford Encyclopedia of Philosophy: Compatibilism a cura di MICHAEL MCKENNA e di D. JUSTIN COATES, e Free Will a cura di TIMOTHY O'CONNOR; oppure la voceLibertà e determinismo, a cura di MARIO DE CARO, nella Enciclopedia Italiana - VII Appendice (2007).
     15Un buon punto di partenza per i docenti che vogliano affrontare questo tema è MARIO DE CARO, Il libero arbitrio. Una introduzione, Roma-Bari, Laterza, 2004.
     16Vedi la nota 14.
     17Cfr. https://en.wikipedia.org/wiki/Free_will. Più esattamente ho utilizzato la parte introduttiva di questo articolo.

  • La guerra del Vietnam e i movimenti di protesta del ‘68. Sitografia

    di Antonio Prampolini

    GUERRA DEL VIETNAM IMMAGINE 3Civili in fuga dalle zone di guerra nel Vietnam del Sud. http://www.apimages.com/Collection/Landing/Vietnam-The-Real-War/d52ea03a0ea2468399f694459d4c0fb7

    Negli anni Sessanta la “Guerra del Vietnam” (dove, dal 1954, si confrontavano e si scontravano, sia sul piano politico che militare, due stati indipendenti, uno al Nord e l’altro al Sud del 17° parallelo, nati in applicazione degli accordi della Conferenza di Ginevra sull’Indocina ex colonia francese) si trasforma sempre più in una “Guerra dell’America nel Vietnam”. Un conflitto regionale originato dal rifiuto degli Usa di accettare le elezioni che avrebbero portato Ho Chi Minh a governare un Vietnam unito sotto un regime comunista, ma che, proprio per questo, coinvolgeva i due blocchi, capeggiati rispettivamente dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, che si contendevano, a partire dalla seconda metà degli anni Quaranta, l’egemonia mondiale.

    Parallelamente all’intensificarsi dell’intervento militare americano in Vietnam (la “guerra più lunga” combattuta dagli Stati Uniti) aumentava il malcontento dell’opinione pubblica per la conduzione del conflitto e si diffondevano i movimenti e le manifestazioni di protesta sia in America che in Europa, a cui partecipavano in particolare i giovani.

    Gli storici si chiedono quale sia stato il peso dei movimenti giovanili e in genere di protesta in quel lungo e complicato processo che portò alla pace del 1975. Infatti, dal punto di vista meramente elettorale, si deve osservare che - in America come in Francia e anche in Italia – le elezioni del ’68 e immediatamente successive, furono insoddisfacenti per la sinistra e in genere per gli oppositori alla guerra. Dal punto di vista sociale e culturale, e sul lungo periodo, invece, questi movimenti ebbero un grande risultato, perché contribuirono in tutto il mondo al formarsi di gruppi – politici e culturali – di sostegno alle politiche internazionali di pace.

    L’opposizione alla Guerra del Vietnam, che all’inizio degli anni ‘60 era circoscritta a  una ristretta cerchia di critici che esprimevano il loro dissenso su di un conflitto in gran parte sconosciuto al di fuori del Sud-Est asiatico, alla fine del decennio divenne un fenomeno di massa che si estese in tutto il mondo, superando confini nazionali, di classe e di genere e fu il catalizzatore di tutti i movimenti per la pace successivi.

    «Una volta il Vietnam era un nome senza eco /.../ora il Vietnam è ovunque» (Jack Lindsay, poeta e scrittore australiano, 1971).

    La globalità dell’opposizione alla Guerra del Vietnam non deve però far dimenticare che essa assunse forme particolari, contenuti diversi e modalità di azione specifiche nei differenti contesti nazionali/locali. Essa fu ogni volta diversa, a seconda del livello di sviluppo democratico della società, del grado di partecipazione dei cittadini alla vita politica, delle posizioni deivari governi nei confronti del conflitto e dei loro rapporti con gli Stati Uniti. Convisse in forme più o meno collaborative con altri movimenti di protesta e di lotta. Ci furono movimenti che si ispiravano ad un pacifismo universale (di matrice religiosa o laica) o che, all’opposto, erano portatori di istanze più radicali, anti-capitaliste e anti-imperialiste, o sostenitori del comunismo nella sua versione cinese e nord-vietnamita (identificato nelle due figure carismatiche di Mao Tse-tung e Ho Chi Minh).

    La doppia natura, globale e nazionale/locale, della contestazione della Guerra del Vietnam richiede oggi agli storici ricerche e riflessioni approfondite in più direzioni, e ai docenti, che intendono affrontare l’argomento nei loro corsi, di avere ben presente la complessità del fenomeno.

    Si è ritenuto, pertanto, utile affiancare alla sitografia generale sul Sessantotto una nuova sitografia dedicata specificatamente alla Guerra del Vietnam e ai movimenti di protesta del ‘68. La sitografia è suddivisa in due parti. La prima, introduttiva, contiene le risorse digitali sulla storia del conflitto; la seconda è dedicata ai movimenti di protesta in America (USA) e in Europa (Francia, Germania, Inghilterra e Italia). Anche questa sitografia, come la precedente, è completata da un indice in ordine alfabetico degli autori citati.

    Tutti i link sono stati controllati alla data del 30 giugno 2020.

     

    PARTE PRIMA: la guerra

    Enciclopedie 

     

    GUERRA DEL VIETNAM IMMAGINE 2Elicotteri americani in azione nel Vietnam del Sud. http://www.apimages.com/Collection/Landing/Vietnam-The-Real-War/d52ea03a0ea2468399f694459d4c0fb7

     

     

    L’Enciclopedia Britannica dedica alla Guerra del Vietnam una voce a firma di Ronald H. Spector, studioso americano di storia militare. La voce, Vietnam War 1954-1975 (il cui ultimo aggiornamento risale al 28 aprile 2020) è strutturata in diversi capitoli corredati da carte geografiche, fotografie e video: French Rule Ended, Vietnam Divided; The Diem Regime And The Viet Cong; The U.S. Role Grows; The Conflict Deepens; The Gulf Of Tonkin; The United States Enters The War; Firepower Comes To Naught; Tet Brings The War Home; De-Escalation, Negotiation, And Vietnamization; The United States Negotiates A Withdrawal; The Fall Of South Vietnam.Oltre alla voce Vietnam War 1954-1975, l’enciclopedia comprende una voce redazionale sull’offensiva nord vietnamita del Tet,Tet Offensive (1968),una sul ruolo dei media nella guerra,The Vietnam War and the media (l’autore è Ronald H. Spector), ed una timeline,Vietnam War Timeline, a cura dello storico americano Michael Ray.  Alla geografia e alla storia del paeseasiatico l’enciclopedia dedica la voceVietnam.

    Nell’Enciclopedia Larousse troviamo le voci:Guerre du Viêt Nam,  nell’ambito del dossier sulla “guerra fredda” (la voce è suddivisa in quattro capitoli: Le deux Viêt Nam; L’intervention américaine,1965-1968; Le retrait américain, 1969-1973; La fin de la guerre, 1973-1975);Viêt Nam : histoire,con una sintesi della storia del Vietnam dalle origini ad oggi;Ho Chi Minh(1890-1969), sulla figura del patriota e presidente nord-vietnamita (la voce fa parte del dossier sulla “decolonizzazione”).

     

    Dal portale della Treccaniè possibile accedere alle voci: Vietnamdell’Enciclopedia online (voce redazionale sulla geografia e la storia del paese asiatico); Storia del Vietnam(voce scritta da Francesco Tuccari) nell’Enciclopedia dei Ragazzi (2006). Il portale propone anche, nella sezione “Scuola”, una lezione per la LIM sulla Guerra del Vietnam, tra decolonizzazione e guerra fredda.

     

    Tra le voci di Wikipedia sulla Guerra del Vietnam nelle diverse edizioni linguistiche dell’enciclopedia online segnaliamo:Vietnam War (indice: Background; Transition period; Diệm era, 1954–1963; Kennedy's escalation, 1961–1963; Johnson's escalation, 1963–1969; Vietnamization, 1969–1972; U.S. exit and final campaigns, 1973–1975; Opposition to U.S. involvement, 1964–1973; Involvement of other countries; War crimes; Aftermath; References: Primary and Secondary sources);Guerre du Viêt Nam (indice: Origine du conflit: l’après-guerre d'Indochine; Contexte médiatique de l'entrée en guerre des États-Unis; Escalade; Enlisement; Retrait américain; Bilan; Conséquences de la guerre; Chronologie; Notes et références; Bibliographie).LaCategory:Vietnam War e laCatégorie:Guerre du Viêt Nam contengono l’elenco delle voci delle due edizioni linguistiche (inglese e francese) che trattano argomenti inerenti alla Guerra del Vietnam.

     

    Archivi, Agenzie, Istituti di ricerca e divulgazione, Enti radiotelevisivi

     

    GUERRA DEL VIETNAM IMMAGINE 4 OFFENSIVA DEL TET 30 31 GENNAIO 1968Vietcong nell'Offensiva del Tet (30-31 gennaio 1968). http://www.apimages.com/Collection/Landing/Vietnam-The-Real-War/d52ea03a0ea2468399f694459d4c0fb7

     

     

    LaNational Archives and Records Administration (NARA)conserva una vasta gamma di documenti e informazioni sul conflitto del Vietnam (visto dagli USA) che consistono in testi, fotografie, registrazioni audiovisive, risorse educative, articoli. Il sito web dispone di un proprio motore di ricerca interno e di una sezione dedicata allaVietnam War che propone un’esplorazione per grandi temi:Diplomacy,In Country,The War at Home,Post-Conflict Events

    Per una selezione dei documenti ai fini didattici, si può consultareDOCSteach/VietnamWar (The online tool for teaching with documents, from the National Archives).

     

    Il Virtual Vietnam Archive (The Vietnam Center and Sam Johnson Vietnam Archive at Texas Tech University) consente di effettuare ricerche(Search The Archives) su una grande archivio di documenti digitalizzati (fotografie, diapositive,  storie orali, immagini in movimento, registrazioni sonore, mappe, ecc.)riguardanti la Guerra del Vietnam.

     

    La CIA (Central Intelligence Agency) ha pubblicato in rete due raccolte di documenti recentemente desecretati relativi all’attività dell’agenzia durante la Guerra del Vietnam:The Vietnam CollectioneVietnam Histories.

     

    La NSA/CSS (National Security Agency/Central Security Service) ha messo a disposizione del pubblico della rete la propria documentazione relativa alla Conferenza di Pace di Parigi(Declassified Records Related to the Vietnam Paris Peace Talks 1972 – 1973).

     

    Sul sito dell’Istituto di studi politici Sciences Po si possono leggere articoli che affrontano alcuni aspetti ed eventi della “Guerre du Viêt Nam”:Napalm in American Bombing Dottrine and Practice, 1942-1975 (Marine Guillaume);Ecocide (de Pompignan Nathalie);The March 1968 Massacre in My Lai 4 and My Khe 4 (Greiner Bernd).

     

    La Bundeszentrale für politische Bildung (l’Agenzia federale tedesca per l’educazione civica) ha pubblicato nel 2008 sul proprio sito, nella sezione “Aus Politik und Zeitgeschichte” un dossier dedicato alVietnam che contiene un interessante articoloDie USA und Vietnam di Stephen Maxner sugli effetti a lungo termine della guerra e sulla sua presenza nella cultura americana.

     

    Sul sito della BBCè possibile consultare una serie di schede illustrative dedicate alla Guerra del Vietnam:The main events during the Vietnam War;Reasons for US involvement in Vietnam;Reasons for US failure in defeating the Vietcong;Vietcong military tactics;Changing views of the war in the USA;Impact of the war;Impact on international relations.

     

    La RAI mette a disposizione del pubblico della rete le registrazioni di programmi televisivi sulla Guerra del Vietnam:Guerre di liberazione del Vietnam (“Il Tempo e la Storia”, 15/11/2013);Il 30 aprile 1975.Quarant'anni fa la fine della guerra del Vietnam, un percorso di video e photogallery per ricordare quel giorno (30/04/2015);La Guerra del Vietnam: un viaggio all’inferno (“La Storia siamo noi”, 12/10/2017).

     

    Articoli, Schede informative, Saggi e Approfondimenti

     

    Guerra del Vietnam,raccolta di articoli sull’argomento pubblicati dal settimanale «L’Espresso» dal 1965 al 1969.

    Guerre du Vietnam 1959-1975, i numerosi articoli sulla guerra della rivista «Le Monde diplomatique».

    Vietnam eLa guerra del Vietnam (1964-1975), schede informative sulla storia del paese asiatico e sul conflitto con gli USA consultabili nel portale per la scuola della casa editrice Zanichelli.

    Das Scheitern des „begrenzten Krieges“. Vietnamkrieg und Indochinakonflikt diMarc Frey, in «Zeithistorische Forschungen/Studies in Contemporary History, Online-Ausgabe», 2 (2005).

    La Guerra del Vietnam. Un inutile massacro che ha segnato un’intera generazione di Luigi Buonanno, in «InStoria», n.22 - marzo 2007.

    Der Vietnamkrieg di Rolf Steininger – Bundeszentrale für politische Bildung, 10/10/2008.

    Children of the Vietnam War diDavid Lamb, in «Smithsonian Magazine», giugno 2009.

    Sechs Gründe, warum die USA in Vietnam verloren di Sven Felix Kellerhoff, 28/04/2015.

    40 Jahre nach dem Vietnam-Krieg. “Der Stolz hat sich übertragen” di Udo Schmidt, Deutschlandfunk, 29/04/2015.

    Lessons from the Vietnam War di John Marciano, in «Monthly Review», dicembre 2016.

    Vietnam and the Sixties di W. D. Ehrhart, in «Monthly Review», dicembre 2016.

    The Vietnam War, ampia e documentata ricostruzione storica della Guerra del Vietnam proposta dal sito <United States Foreign Policy – History & Resource Guide> sponsorizzato dalla Peace History Society, 2017.

    The Vietnam War in History di Michael G. Kort, inThe Vietnam War Reexamined,Cambridge University Press, 2017.

    Why the United States Went to War in Vietnamdi Heather Stur – Foreign Policy Research Institute,28/04/2017.

    Studying the Vietnam War diMark Atwood Lawrence,in «Humanities»,autunno 2017, volume 38, numero 4.

     

    Immagini (mappe, foto, audiovisivi)

     GUERRA DEL VIETNAM IMMAGINE 1Divisione del Vietnam in due stati indipendenti secondo gli accordi della Conferenza di Ginevra sull'Indocina francese (aprile-luglio 1954) https://libguides.nps.edu/vietnamwar/maps

     

     

    Vietnam Conflict –Maps, elenco siti web contenenti diversi tipi di mappe sulla guerra.

    Mapping the War,mappa interattiva sulla Guerra del Vietnam.

    Vietnam War Maps,mappe relative alle guerre combattute nel Vietnam dal XIX° al XX° Secolo.

    Vietnam: The Real War, vasta collezione di fotografie sulla guerra (1963-1975).

    Vietnam War, collezione di foto dell’agenzia fotografica Getty Images.

    Iconic photos of the Vietnam War,selezione di foto della CNN.

    Guerra del Vietnam, playlist su YouTube con numerosi audiovisivi che coprono l’intera storia del conflitto.

     

    Cronologie

      

    The Vietnam War Timeline: Understanding the nature of a controversial conflict, National Archives – DOCSteach (The online tool for teaching with documents, from the National Archives).

    The Vietnam War, The History Place.La cronologia della guerra è articolata in quattro sotto-periodi:Seeds of Conflict1945 – 1960;America Commits1961 – 1964;The Jungle War1965 – 1968;The Bitter End1969 – 1975.

    Il sito della History of American Wars propone una cronologia dellaGuerra del Vietnam suddivisa in due parti:Vietnam War Historical Causes 1802-1965Vietnam War Facts 1965-1973.

     

    Bibliografie

     

    Vietnam War Bibliography, vasta bibliografia sulle diverse fasi e sui molteplici aspetti della Guerra del Vietnam a cura dello storico Edwin E. Moïse.

    Vietnam War Bibliography, ampia e articolata bibliografia a cura dello storico Richard Jensen

    Guerre du Vietnam 1959-1975,  bibliografia a cura di Le Monde Diplomatique che comprende sia libri che articoli.

    Guerra del Vietnam: libri da leggere per capirne la storia,selezione di libri in lingua italiana sul sitoTuttoVietnam.

    Guerra del Vietnam, libri in lingua italiana proposti in vendita dalla <libreriauniversitaia.it>.

     

    PARTE SECONDA: i movimenti di protesta

    NEL MONDO

     

    PROTESTE CONTRO LA GUERRA DEL VIETNAM IMMAGINE 1Proteste contro la guerra del Vietnam negli USA e in Europa nel corso del 1968. https://www.pinterest.it/larryhellie/vietnam-protests/

    Lists of protests against the Vietnam War, cronologia delle proteste contro la guerra (1955-1973) in Wikipedia edizione in lingua inglese.

    Guerre du Vietnam 1959-1975, i numerosi articoli sulla guerra della rivista «Le Monde diplomatique», di cui alcuni dedicati ai movimenti pacifisti.

    Guerra del Vietnam,raccolta di articoli sull’argomento pubblicati dal settimanale «L’Espresso» dal 1965 al 1969, di cui alcuni relativi alla contestazione della guerra.

    Dal no alla guerra in Vietnam al no alla guerra contro i Curdi,rassegna di materiali a cura di Jacopo Perazzoli, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

    Laprotesta contro la guerra in Vietnam, photogallery con materiali tratti dall’archivio della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

    The Anti-Vietnam War Movement. International Activism and the Search for World Peace diChris Dixon and Jon Piccini, 2018.

    17-18 Février 68: La jeunesse européenne avec le Vietnam di Jean Marc B.,17/02/2018.

    L’année 68 débute au Vietnam – L’offensive du Têt, la solidarité internationale, la radicalité di Pierre Rousset, 20/02/2018.

     

    IN AMERICA (USA)

     

    PROTESTE CONTRO LA GUERRA DEL VIETNAM IMMAGINE 2Proteste contro la guerra del Vietnam a Washington dopo l'Offensiva del Tet. https://www.pinterest.it/larryhellie/vietnam-protests/ 

    Opposition to United States involvement in the Vietnam War, voce dell’edizione in lingua inglese di Wikipedia.

    Vietnam War protests at the University of Michigan, voce dell’edizione in lingua inglese di Wikipedia.

    Moratorium to End the War in Vietnam, voce dell’edizione in lingua inglese di Wikipedia.

    Vietnam War di William W. Riggs, in «The First Amendment Encyclopedia».

    Protesting in the 1960s and 1970s, fonti archivistiche sull’argomento proposte dal sito American Archive.

    Vietnam War Bibliography:The Antiwar Movement a cura di Edwin Moise, History Department Clemson University.

    Vietnam Protests, fotografie sulle proteste contro la Guerra del Vietnam pubblicate sul sito di Pinterest.

    Vietnam Antiwar Movement: Selected full-text books and articles, selezione di libri e articoli sull’argomento nel sito Questia.

    Widerstand gegen den Vietnamkrieg in den USA di Michaela Jandl, Universität Salzburg, Institut für Geschichte, WS 1996/97.

    Mythed Opportunities: The Truth About Vietnam Anti-War Protests di Adam Garfinkle, 01/06/2000.

    Voices of Southern Protest during the Vietnam War Era: The University of South Carolina as a Case Study di Andrew Grose, in «Peace & Change», April 2007.

    Etudiantes américaines, militantisme et guerre du Vietnam: guerre, paix et «genre» dans les années 1960diAlexandra Boudet-Brugal, in «Amnis», n.8/2008.

    The US Anti-Vietnam War Movement (1964-1973) diStephen Zunes and Jesse Laird, ICNC – International Center on Nonviolent Conflict, January 2010.

    1968: The Democrats and the antiwar movement di Joe Allen, in«ISR– International Socialist Review», n. 74, November 2010.

    Composantes sociales et politiques du mouvement anti-guerre aux Etats-Unis (1965-1975) di John Barzman,Europa Solidaire Sans Frontières,13/01/2012.

    Il potere dimenticato delle proteste contro la guerra del Vietnam, 1965-1975, Tom Hayden, 29/04/2015.

    Une recontre transatlantique: les  Viêt-Nam  nés du mouvement anti-guerre en France et aux États-Unis di John Broucke,Université du Québec à Montréal, Mai, 2015.

    ► I movimenti di protesta USA contro la guerra in Vietnam di Alessandro Pagani,ALBAinformazione, 19/07/2015.

    A Three Part Analysis of the Antiwar Movement during the Vietnam War di Gus Anchondo - University of Nebraska – Lincoln, Spring 2016.

    The campus and the Vietnam War: protest and tragedy di Lyle Denniston, 26/09/2017.

    Backgroung to 68 Student Movements in the United States di Matthew Baker, SciencesPo, Avril 2018.

    Anti-Vietnam War Movement, 1963-1973 di Sharon Park, last modified: April 3, 2019.

    An Overview of the Vietnam War Protests di Robert J. McNamara, 28/07/2019.

     

    IN FRANCIA

     

    PROTESTE CONTRO LA GUERRA DEL VIETNAM IMMAGINE 3Proteste contro la guerra del Vietnam a Parigi (maggio 1968). https://www.pinterest.it/larryhellie/vietnam-protests/

     

     

    Aux origines de la génération 1968: les étudiants français et la guerre du Vietnam di Laurent Jalabert, in «Vingtième Siècle. Revue d'histoire», Année 1997/55.

    La solidarité envers les luttes indochinoises dans la «France de 68»: les années 1960-1970 di Pierre Rousset,Europa Solidaire Sans Frontières, février 2008.

    Mai 1968 et la guerre du Vietnam di Jean-Michel Krivine, Europa Solidaire Sans Frontières, avril 2008.

    Une recontre transatlantique: les Viêt-Nam  nés du mouvement anti-guerre en France et aux États-Unis di John Broucke,Université du Québec à Montréal, Mai, 2015.

     

    IN GERMANIA (REPUBBLICA FEDERALE)

     

    PROTESTE CONTRO LA GUERRA DEL VIETNAM IMMAGINE 4Proteste contro la guerra del Vietnam a Berlino Ovest https://www.pinterest.it/larryhellie/vietnam-protests/

     

     

    Berlin und der Vietnamkrieg.Studenten gegen die Schutzmacht di Uwe Soukup, in «Der Tagesspiegel», 30/04/2015.

    68er-Proteste in Berlin: Stimmungsbild der revolutionären Bewegung di Maritta Adam-Tkalec, «Berliner Zeitung», 12/02/2018.

    Studenten demonstrierten gegen den Vietnamkrieg di Monika Köpcke, Deutschlandfunk, 18/02/2018.

    Vietnam war das Fanal zum Aufstand di René Lüchinger, 20/06/2019.

     

    IN INGHILTERRA (UK)

     

    PROTESTE CONTRO LA GUERRA DEL VIETNAM IMMAGINE 5Proteste contro la guerra del Vietnam a Londra https://www.pinterest.it/larryhellie/vietnam-protests/

     

     

    Anti Vietnam war – files overview, doumenti del Ministero degli Interni inglese sui movimenti di protesta contro la Guerra del Vietnam.

    The Viet Nam War and the British Student Left: A Study in Political Symbolism di Anthony O. Edmonds, History Department, Ball State University, 25/01/1999.

    The British Movement against the Vietnam War: An Example of Transnational Solidarity? di Claire Mansour, Université Toulouse 2 Jean Jaurès, in «Revue Miroirs» (en ligne), 5 Vol.I, 2017.

    My part in the anti-war demo that changed protest for ever di Donald Macintyre, «The Guardian», 11/03/2018.

    50 Years On: The Anti-Vietnam War Protest in London, fotografie di David Hurn, Magnum Photos, 12/03/2018.

    1968 – Protest and Special Branch diDónal O’Driscoll, 14/04/2018.

     

    IN ITALIA

     

    PROTESTE CONTRO LA GUERRA DEL VIETNAM IMMAGINE 6Manifestazioni contro la guerra del Vietnam a Milano https://www.pinterest.it/larryhellie/vietnam-protests/

     

     

    I documentari “militanti” italiani, Casa del Cinema, schede di presentazione di alcuni filmati di registi italiani sul Vietnam ela contestazione in Italiadell’intervento militare americano, realizzati tra il 1965 e il 1972.

    Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico: filmati di manifestazioni contro la Guerra del Vietnam che si sono svolte in Italia negli anni sessanta.

    La contestazione della guerra del Vietnam, in Controcultura e politica nel Sessantotto italiano. Una generazione di cosmopoliti senza radici di Silvia Casilio, «Storicamente»,5 (2009), no. 12.

    Vietnam, Ho Chi Minh, Italia molti annidopo… di Agostino Bagnato, maggio-giugno 2018.

    Il Vietnam e le parole della rivolta, a cura del Centro Studi Movimenti, 29/06/2018.

    Cattolici di Francia e d’Italia dinanzi alla guerra in Vietnam: verso la rottura del “fronte filoatlantico” (1963-1965) di Francesca Ghezzi, in «Chrétiens et Sociétés XVIe-XXIe siècles», 26, 2019.

     

    INDICE AUTORI

     

    A

    ► Adam-Tkalec Maritta,68er-Proteste in Berlin: Stimmungsbild der revolutionären Bewegung, «Berliner Zeitung», 12/02/2018.

    ► Allen Joe,1968: The Democrats and the antiwar movement, in«ISR– International Socialist Review», n. 74, November 2010.

    American Archive,Protesting in the 1960s and 1970s, fonti archivistiche sulle proteste contro la Guerra del Vietnam negli anni sessanta e settanta.

    ► Anchondo Gus,A Three Part Analysis of the Antiwar Movement during the Vietnam War, University of Nebraska – Lincoln, Spring 2016.

    ► Archivi AAMOD,Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico: filmati di manifestazioni contro la Guerra del Vietnam che si sono svolte in Italia negli anni sessanta.

    B

    ► Bagnato Agostino,Vietnam, Ho Chi Minh, Italia molti annidopo…, maggio-giugno 2018.

    ► Baker Matthew,Backgroung to 68 Student Movements in the United States, SciencesPo, Avril 2018.

    Barzman John,Composantes sociales et politiques du mouvement anti-guerre aux Etats-Unis (1965-1975),Europa Solidaire Sans Frontières,13/01/2012.

    ► BBC,The main events during the Vietnam War;Reasons for US involvement in Vietnam;Reasons for US failure in defeating the Vietcong;Vietcong military tactics;Changing views of the war in the USA;Impact of the war;Impact on international relations.

    ► Boudet-Brugal Alexandra,Etudiantes américaines, militantisme et guerre du Vietnam: guerre, paix et «genre» dans les années 1960, in «Amnis», n.8/2008.

    ► Broucke John,Une recontre transatlantique: les  Viêt-Nam  nés du mouvement anti-guerre en France et aux États-Unis,Université du Québec à Montréal, Mai, 2015.

    Bundeszentrale für politische Bildung, Vietnam; Die USA und Vietnam (Stephen Maxner).

    ► Buonanno Luigi,La Guerra del Vietnam. Un inutile massacro che ha segnato un’intera generazione, in«InStoria», n.22 - marzo 2007.

    C

    ► Casa del Cinema,I documentari “militanti” italiani, schede di presentazione di alcuni filmati di registi italiani sul Vietnam ela contestazione in Italiadell’intervento militare americano, realizzati tra il 1965 e il 1972.

    ► Casilio Silvia,La contestazione della guerra del Vietnam, inControcultura e politica nel Sessantotto italiano. Una generazione di cosmopoliti senza radici, «Storicamente»,5 (2009), no. 12.

    ► Centro Studi Movimenti (a cura di),Il Vietnam e le parole della rivolta, 29/06/2018.

    CIA (Central Intelligence Agency), The Vietnam Collection e Vietnam Histories.

    CNN,Iconic photos of the Vietnam War,selezione di foto sulla Guerra del Vietnam.

    D

    ► Denniston Lyle,The campus and the Vietnam War: protest and tragedy, 26/09/2017.

    ► DePompignan Nathalie,Ecocide, Sciences Po, 03/11/2007.

    Dixon Chris e Piccini Jon, The Anti-Vietnam War Movement. International Activism and the Search for World Peace, 2018.

    E

    ► Edmonds Anthony O.,The Viet Nam War and the British Student Left: A Study in Political Symbolism, History Department, Ball State University, 25/01/1999.

    Ehrhart W. D.,Vietnam and the Sixties, in«Monthly Review», dicembre 2016.

    ► Enciclopedia Treccani online,Vietnam;Guerra del Vietnam, tra decolonizzazione e guerra fredda.

    ► Enciclopedia dei Ragazzi Treccani,Storia del Vietnam (Francesco Tuccari), 2006.

    ► Encyclopædia Britannica,Vietnam War 1954-1975 (Ronald H. Spector);Tet Offensive (1968);The Vietnam War and the media (Ronald H. Spector);Vietnam War Timeline (Michael Ray);Vietnam.

    Encyclopédie Larousse,Guerre du Viêt Nam;Viêt Nam: histoire;Ho Chi Minh(1890-1969).

    F

    ► Fondazione Giangiacomo Feltrinelli,Dal no alla guerra in Vietnam al no alla guerra contro i Curdi,rassegna di materiali a cura di Jacopo Perazzoli;Laprotestacontro la guerra in Vietnam, photogallery con materiali tratti dall’archivio della fondazione.

    Frey Marc,Das Scheitern des „begrenzten Krieges“. Vietnamkrieg und Indochinakonflikt, in«Zeithistorische Forschungen/Studies in Contemporary History, Online-Ausgabe», 2 (2005).

    G

    Garfinkle Adam,Mythed Opportunities: The Truth About Vietnam Anti-War Protests, 01/06/2000.

    ► Getty Images,Vietnam War,collezione di foto proposte dall’agenzia fotografica.

    ► Ghezzi Francesca,Cattolici di Francia e d’Italia dinanzi alla guerra in Vietnam: verso la rottura del “fronte filoatlantico” (1963-1965), in«Chrétiens et Sociétés XVIe-XXIe siècles», 26, 2019.

    Greiner Bernd, The March 1968 Massacre in My Lai 4 and My Khe 4, Sciences Po, 05/10/2009.

    Grose Andrew, Voices of Southern Protest during the Vietnam War Era: The University of South Carolina as a Case Study, in «Peace & Change», April 2007.

    Guillaume Marine,Napalm in American Bombing Dottrine and Practice, 1942-1975, Sciences Po, 26/01/2017.

    H

    ► Hayden Tom,Il potere dimenticato delle proteste contro la guerra del Vietnam, 1965-1975, 29/04/2015.

    ► History of American Wars,Vietnam War Historical Causes 1802-1965Vietnam War Facts 1965-1973, cronologia dellaguerra suddivisa in due parti.

    ► Home Office (UK),Anti Vietnam war – files overview,doumenti del Ministero degli Interni (Home Office) inglese sui movimenti di protesta contro la Guerra del Vietnam.

    ► Hurn David,50 Years On: The Anti-Vietnam War Protest in London,fotografie, Magnum Photos, 12/03/2018.

    J

    ► Jalabert Laurent,Aux origines de la génération 1968: les étudiants français et la guerre du Vietnam, in «Vingtième Siècle. Revue d'histoire», Année 1997/55.

    ► Jandl Michaela,Widerstand gegen den Vietnamkrieg in den USA, Universität Salzburg, Institut für Geschichte, WS 1996/97.

    Jensen Richard,Vietnam War Bibliography,ampia e articolata bibliografia.

    K

    Kellerhoff Sven Felix,Sechs Gründe, warum die USA in Vietnam verloren,28/04/2015.

    Köpcke Monika, Studenten demonstrierten gegen den Vietnamkrieg, Deutschlandfunk, 18/02/2018.

    Kort Michael G.,The Vietnam War in History,inThe Vietnam War Reexamined,Cambridge University Press, 2017.

    Krivine Jean-Michel,Mai 1968 et la guerre du Vietnam, Europa Solidaire Sans Frontières, avril 2008.

    L

    ► Laird Jesse e Zunes Stephen,The US Anti-Vietnam War Movement (1964-1973),ICNC – International Center on Nonviolent Conflict, January 2010.

    Lamb David,Children of the Vietnam War, in«Smithsonian Magazine», giugno 2009.

    Lawrence Mark Atwood,Studying the Vietnam War, in «Humanities»,autunno 2017, volume 38, numero 4.

    Le Monde diplomatique, Guerre du Vietnam 1959-1975, i numerosi articoli sulla guerra pubblicati dalla rivista nel corso degli anni fino ad oggi.

    L’Espresso,Guerra del Vietnam,raccolta di articoli sull’argomento pubblicati dal settimanale dal 1965 al 1969.

    Lüchinger René,Vietnam war das Fanal zum Aufstand,20/06/2019.

    M

    Macintyre Donald, My part in the anti-war demo that changed protest for ever,«The Guardian», 11/03/2018.

    Mansour Claire,The British Movement against the Vietnam War: An Example of Transnational Solidarity?, Université Toulouse 2 Jean Jaurès, in «Revue Miroirs» (en ligne), 5 Vol.I, 2017.

    Marciano John,Lessons from the Vietnam War, in«Monthly Review», dicembre 2016.

    Maxner Stephen,Die USA und Vietnam, Bundeszentrale für politische Bildung, 19/06/2008.

    McNamara Robert J.,An Overview of the Vietnam War Protests, 28/07/2019.

    Moïse Edwin E. (a cura di),Vietnam War Bibliography eVietnam War Bibliography:The Antiwar Movement.

    N

    National Archives and Records Administration (NARA),Vietnam War;DOCSteach/VietnamWar;The Vietnam War Timeline: Understanding the nature of a controversial conflict.

    NSA/CSS (National Security Agency/Central Security Service),Declassified Records Related to the Vietnam Paris Peace Talks 1972 – 1973.

    O

    O’Driscoll Dónal,1968 – Protest and Special Branch,14/04/2018.

    P

    Pagani Alessandro,I movimenti di protesta USA contro la guerra in Vietnam, ALBAinformazione, 19/07/2015.

    ► Park Sharon,Anti-Vietnam War Movement, 1963-1973, 03/04/2019.

    ► Perazzoli Jacopo (a cura di),Dal no alla guerra in Vietnam al no alla guerra contro i Curdi, rassegna di materiali, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

    Pinterest,Vietnam Protests, fotografie sulle proteste contro la Guerra del Vietnam.

    Q

    Questia,Vietnam Antiwar Movement: Selected full-text books and articles, selezione di libri e articoli sull’argomento proposta dal sito Questia.

    R

    RAI,Guerre di liberazione del Vietnam (“Il Tempo e la Storia”, 15/11/2013);Il 30 aprile 1975.Quarant'anni fa la fine della guerra del Vietnam,un percorso di video e photogallery per ricordare quel giorno (30/04/2015);La Guerra del Vietnam: un viaggio all’inferno (“La Storia siamo noi”, 12/10/2017).

    ► Ray Michael,Vietnam War Timeline, Enciclopedia Britannica.

    ► Riggs William W.,Vietnam War, in«The First Amendment Encyclopedia».

    Rousset Pierre,La solidarité envers les luttes indochinoises dans la «France de 68»: les années 1960-1970, Europa Solidaire Sans Frontières, 01/02/2008;L’année 68 débute au Vietnam – L’offensive du Têt, la solidarité internationale, la radicalité, 20/02/2018.

    S

    ► Schmidt Udo,40 Jahre nach dem Vietnam-Krieg. “Der Stolz hat sich übertragen”, Deutschlandfunk, 29/04/2015.

    ► Sciences Po,Napalm in American Bombing Dottrine and Practice, 1942-1975 (Marine Guillaume);Ecocide (de Pompignan Nathalie);The March 1968 Massacre in My Lai 4 and My Khe 4 (Greiner Bernd).

    ► Soukup Uwe,Berlin und der Vietnamkrieg. Studenten gegen die Schutzmacht, in «Der Tagesspiegel», 30/04/2015.

    ► Spector Ronald H.,Vietnam War 1954-1975 eThe Vietnam War and the media,  Enciclopedia Britannica.

    ► Steininger Rolf,Der Vietnamkrieg,Bundeszentrale für politische Bildung, 10/10/2008.

    Stur Heather, Why the United States Went to War in Vietnam, Foreign Policy Research Institute, 28/04/2017.

    T

    The History Place,The Vietnam War, cronologia della guerra.

    Tuccari Francesco,Storia del Vietnam, Enciclopedia dei Ragazzi Treccani, 2006.

    TuttoVietnam, Guerra del Vietnam: libri da leggere per capirne la storia,selezione di libri in lingua italiana, 15/03/2020.

    U

    ► United States Foreign Policy,The Vietnam War, 2017.

    V

    ► Virtual Vietnam Archive, Search The Archives

    W

    ► Wikipedia, edizione in lingua inglese,Vietnam War;Category:Vietnam War;Lists of protests against the Vietnam War;Opposition to United States involvement in the Vietnam War;Vietnam War protests at the University of Michigan;Moratorium to End the War in Vietnam.

    ► Wikipedia, edizione in lingua francese,Guerre du Viêt Nam;Catégorie:Guerre du Viêt Nam.

    Z

    ► Zanichelli Editore,Vietnam eLa guerra del Vietnam (1964-1975), schede informative sulla storia del paese asiatico e sul conflitto con gli USA.

  • La Guerra fredda ritorna sulla scena mondiale. Sitografia didattica.

    di Antonio Prampolini

     

     

    Indice

    1. L'attualità della Guerra fredda

    2. Lo Student Center dell'Enciclopædia Britannica

    3. Le risorse didattiche sulla Guerra fredda

     

    GUERRA FREDDA ENCICLOPEDIA BRITANNICA IMMAGINE 1Fig.1: Raffigurazione simbolica della Guerra fredda Fonte1. L'attualità della Guerra Fredda

    Il riferimento alla Guerra fredda è oggi sempre più ricorrente nell’interpretazione della crisi ucraina da parte dei media occidentali (stampa, televisione, internet), e il linguaggio della guerra fredda è ritornato nelle parole di molti protagonisti della politica internazionale.1
    I giornalisti e gli studiosi di geopolitica parlano di “Seconda guerra fredda” per definire lo stato dei rapporti tra l’America, con i suoi alleati europei, e la Russia di Putin dopo l’aggressione russa dell’Ucraina. Una definizione che richiede che si conoscano le relazioni Est-Ovest nella seconda metà del Novecento, per potere individuare le analogie e le differenze tra la situazione di ieri e quella di oggi.
    Come ha osservato acutamente Carlo Galli: la “Prima guerra fredda” era stata combattuta in un clima di paura per la minaccia nucleare ma anche di «fiducia nel progresso e nelle risorse di sviluppo sociale che ciascuno dei due mondi [quello capitalista e quello comunista] attribuiva a sé stesso», mentre la “Seconda guerra fredda” si presenta «nel segno dell’incertezza, come un momento particolarmente intenso del disordine che caratterizza la fine della globalizzazione».2

    In rete sono numerose le fonti a cui accedere per intraprendere un percorso conoscitivo sulla Guerra fredda. Di seguito prenderemo in esame l’Enciclopædia Britannica come opera di consultazione che propone un interessante uso didattico dei propri contenuti storici.3

    GUERRA FREDDA ENCICLOPEDIA BRITANNICA IMMAGINE 2Fig.2: Logo dello Student Center dell’Enciclopædia Britannica Fonte2. Lo Student Center dell’Enciclopædia Britannica

    La Britannica ha creato uno Student Center che si rivolge al mondo della scuola (americano e non solo) selezionando ed integrando le voci enciclopediche dedicate ad argomenti specifici. E tra questi, in particolare, trova posto la storia, così suddivisa: Storia degli Stati Uniti (United States History), Storia del mondo (World History), Storia antica(Ancient History: Significant Places and Institutions of Ancient Rome; Key People and Enemies of Rome; Ancient Rome; Ancient Cities Videos: Rome, Paestum, The Acropolis and The Parthenon).

    Gi argomenti vengono trattati utilizzando testi di facile comprensione e immagini (Historic Image Galleries, Educational Student Videos), nella consapevolezza che la multimedialità può svolgere una funzione importante nell’apprendimento della storia da parte degli studenti. Numerose sono le infografiche: mappe, tabelle, linee del tempo (Educational Infographic Series) e le registrazioni audio (Podcasts) al fine di vivacizzare le narrazioni. Per mettere alla prova le conoscenze degli studenti vengono proposti divertenti quiz su temi specifici (History Quizzes).

     

     

     

    GUERRA FREDDA ENCICLOPEDIA BRITANNICA IMMAGINE 3Fig.3: Composizione di immagini relative ad alcuni eventi della Guerra fredda Fonte3. Le risorse didattiche sulla Guerra fredda

    Lo Student Center dell’Enciclopædia Britannica affronta la Storia del mondo (World History) limitandola al Novecento e suddividendola in quattro grandi aree tematiche: Prima guerra mondiale (World War I), Seconda guerra mondiale (World War II), Guerra del Vietnam (Vietnam War), Guerra fredda (Cold War).
    Alla storia della Guerra fredda sono dedicati diversi capitoli: Introduzione (Introduction), Eventi principali (Major Events), Alleanze e Lider (Alliances & Leaders), Paura rossa (Red Scare), Guerra nucleare e controllo degli armamenti (Nuclear War & Arms Control), Competizione (Competition), Politiche e propaganda (Policies & Propaganda).

     

    Introduzione (Introduction)

    Nell’Introduzione troviamo una sintesi delle origini storiche della Guerra fredda: la crisi, alla fine della Seconda guerra mondiale, della difficile alleanza che aveva unito nella lotta contro la Germania nazista gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica; l’imposizione di regimi comunisti da parte dell’URSS nell’Europa orientale; la nascita nel 1949 della Repubblica popolare cinese, in seguito alla vittoria dei comunisti nella guerra civile con i nazionalisti di Chiang Kai-shek, che aggiungeva la Cina al blocco sovietico; la creazione di alleanze militari contrapposte (NATO e Patto di Varsavia).

    Per approfondimenti, il capitolo iniziale rinvia alle voci enciclopediche: Cortina Di Ferro (Iron Curtain), Muro di Berlino (Berlin Wall), Comunismo (Communism), Terzo mondo (Third World), Superpotenza (Superpower).

    Le Guerre calde. A volte i nemici della Guerra fredda si affrontavano tramite sostituti in conflitti armati locali-regionali. Tuttavia ci furono delle eccezioni. Nella Guerra di Corea, gli Stati Uniti e i loro alleati, operando sotto la bandiera delle Nazioni Unite, si impegnarono direttamente in una “guerra calda" con uno dei giganti comunisti (la Cina). In questo caso la Corea del Nord fu rifornita e consigliata dall'Unione Sovietica mentre le forze armate della Repubblica popolare cinese si unirono ai combattenti nord-coreani. Così pure nella Guerra del Vietnam, dove gli Stati Uniti intervennero direttamente nel conflitto, alleati dei sudvietnamiti, contro il Vietnam del Nord comunista, sostenuto dalla Cina e dall'Unione Sovietica. A ruoli invertiti nell’invasione sovietica dell’Afghanistan, dove gli americani appoggiarono i mujaheddin (i guerriglieri mussulmani anticomunisti).

     

    Eventi principali (Major Events)

    Tra gli Eventi principali della Guerra fredda vengono indicati in ordine cronologico:

    - il Blocco di Berlino (Berlin blockade), ovvero il blocco, a partire dal giugno 1948 e fino al maggio 1949, da parte dell’Unione Sovietica dei collegamenti ferroviari, stradali e idrici tra Berlino Est (controllata dai russi) e Berlino Ovest (controllata dagli anglo-franco-americani);

    - la Crisi di Suez (Suez Crisis), luglio 1956 – marzo 1957: la nazionalizzazione del Canale di Suez, di proprietà di una compagnia franco-britannica, da parte del presidente egiziano Nasser e il conseguente intervento militare di Francia e Regno Unito, insieme a Israele, nel tentativo di riprendere il controllo del canale e di deporre Nasser;

    - la Rivoluzione ungherese(Hungarian Revolution), ottobre – novembre 1956: il tentativo del premier riformista ungherese Imre Nagy di uscire dal Patto di Varsavia e di riformare in senso liberale il regime comunista, represso nel sangue dall’intervento militare sovietico;

    - l’Incidente dell’aereo spia americano U2(U-2 Incident), maggio 1960: l’abbattimento dell’aereo pilotato da Frances Gary Powers durante un volo di ricognizione sul territorio dell’URSS;

    - l’Invasione della Baia dei Porci (Bay of Pigs invasion), aprile 1961: il tentativo, fallito, organizzato dalla CIA, di invadere Cuba inviando sull’isola caraibica esuli cubani armati in attesa di una rivolta popolare di massa contro il regime comunista di Fidel Castro;

    - la Crisi di Berlino del 1961 (Berlin crisis of 1961): l’isolamento della parte occidentale della città e la costruzione di un muro di separazione in seguito al rifiuto degli Stati Uniti e alleati (Regno Unito e Francia) di rinunciare alla loro occupazione di Berlino;

    - la Crisi dei missili cubani, ottobre 1962: in seguito alla costruzione da parte dei russi di siti missilistici a Cuba, il presidente degli Stati Uniti John Kennedy ordina il blocco navale dell’isola caraibica per ottenere la rimozione dei missili sovietici;

    - la Primavera di Praga (Prague Spring), 1968: tentativo del segretario del Partito Comunista Cecoslovacco Alexander Dubček di riformare in senso liberale e democratico il regime comunista d’impronta staliniana e conseguente intervento delle forze armate sovietiche e del Patto di Varsavia per impedire la realizzazione di un “socialismo dal volto umano”;

    - l’Ascesa di Solidarność (The Rise of Solidarity): fondato nel settembre 1980, il sindacato polacco Solidarność è stato il primo sindacato indipendente in un paese del blocco sovietico. Soppresso dal governo polacco nel dicembre 1981, sotto la guida di Lech Waƚᶒsa è riemerso nel 1989 per diventare il primo movimento di opposizione a partecipare a libere elezioni nel blocco sovietico dagli anni '40;

    - l’Incidente Di Piazza Tienanmen (Tiananmen Square Incident): la manifestazione di protesta a Pechino per una svolta democratica del regime comunista cinese repressa violentemente dal governo nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989;

    - il Crollo dell’Unione Sovietica(Collapse of the Soviet Union): le riforme della “perestrojka” e della "glasnost” introdotte in Unione Sovietica a metà degli anni '80 da Mikhail Gorbaciov hanno creato un conflitto tra il vecchio e il nuovo ordine che è culminato in un fallito colpo di stato dei sostenitori della linea dura del Partito Comunista nell'agosto 1990, contrastato in parte da Boris Yeltsin. Successivamente le ambizioni sovrane delle repubbliche costituenti l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) portarono allo scioglimento ufficiale dell'unione nel dicembre 1991.

     

    • Alleanze e Leader (Alliances & Leaders):

    - Alleanze

    Al blocco sovietico dei settori occidentali di Berlino Ovest nel giugno 1948, gli Stati Uniti risposero con un massiccio ponte aereo che rifornì Berlino Ovest di cibo, medicine e carburante. Il blocco spinse le potenze occidentali ad adottare nuove misure più forti di contrasto all’espansionismo sovietico, inclusa la creazione nell’aprile del 1949 di un’alleanza militare NATO (North Atlantic Treaty Organization). L’Unione Sovietica rispose nel maggio del 1955 con la formazione di una propria alleanza, il Patto di Varsavia (Warsaw Pact). Di fronte all’intensificarsi della Guerra fredda, i paesi del “terzo mondo” intrapresero la via del neutralismo fondando nel 1961 il Movimento dei Non Allineati (NAM);

    - Leader

    Ogni epoca storica ha i suoi leader straordinari e la Guerra fredda non ha fatto eccezione, a cominciare da Joseph Staline Winston Churchill che guidarono l'Unione Sovietica e il Regno Unito, rispettivamente, durante la Seconda guerra mondiale e nei primi anni della “Guerra fredda”. A causa della natura bipolare delle rivalità della Guerra fredda, i leader dell'epoca sono spesso ricordati in coppia, insieme all’avversario. Il leader sovietico Nikita Khruschev e il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy sono per sempre legati dalla crisi dei missili cubani, e il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e il segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica Mikhail Gorbaciov dai ruoli che hanno giocato nel porre fine alla Guerra fredda.

     

    • Paura rossa (Red Scare)

    Con l'intensificarsi della Guerra Fredda negli anni '50, l'anticomunismo pervase la società americana. La ricerca dei “sovversivi” è stata al centro della spietata crociata anticomunista del senatore Joseph McCarthy e lo smascheramento di una minaccia rossa a Hollywood l’obiettivo principale delle indagini della House Un-American Activities Committee (HUAC). Queste indagini, che spesso erano autentiche cacce alle streghe, alla fine scoprirono ben pochi “traditori”. La pratica dello spionaggio (CIA, KGB) era però assai diffusa su entrambi i lati della “cortina di ferro” (Iron Curtain) ed era una fonte inesauribile per la narrativa e la cinematografia del periodo insieme alla minaccia della guerra nucleare.

     

    GUERRA FREDDA ENCICLOPEDIA BRITANNICA IMMAGINE 4Fig.4: Esplosione nucleare a Nagasaki in Giappone, 9 agosto 1945 Fonte• Guerra nucleare e controllo degli armamenti (Nuclear War & Arms Control)

    Il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, in Giappone, nell'agosto del 1945, pose fine bruscamente alla Seconda guerra mondiale e cambiò per sempre il panorama delle relazioni internazionali. L'era atomica era iniziata. Durante la guerra, gli Stati Uniti e la Germania avevano gareggiato nell’utilizzo della fissione nucleare al fine di produrre un'arma di ineguagliabile distruttività. Vincendo quella gara, gli Stati Uniti divennero la prima superpotenza del mondo. Uno status privilegiato che presto cessò con l’accesso alla tecnologia nucleare da parte dell'Unione Sovietica. Nel momento in cui due stati potevano ricorrere all’arma nucleare, chiunque avesse pensato di iniziare una guerra utilizzando tale arma avrebbe dovuto d'ora in poi considerare la possibilità di ritorsioni ugualmente distruttive. Lo sviluppo e l'accumulo di armi nucleari sempre più potenti divenne il perno della rivalità tra USA e URSS durante la Guerra fredda.

    Il capitolo segnala diverse voci enciclopediche, tra queste: Atomic Bomb, International Atomic Energy Agency, Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons.

     

    GUERRA FREDDA ENCICLOPEDIA BRITANNICA IMMAGINE 5Fig.5: Francobollo sovietico commemorativo dell’orbita dello Sputnik 1 Fonte• Competizione (Competition)

    - Corsa allo spazio

    La rivalità tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica era totale, nessun campo era escluso. Ciascuna delle due superpotenze cercava di convincere il mondo e il proprio popolo della superiorità delle rispettive società. Non solo la potenza militare, l'integrità ideologica e l'efficienza economica erano oggetto della loro competizione, ma anche la gara per la preminenza tecnologica era di enorme importanza. Di conseguenza, la cosiddetta “corsa allo spazio” (essere il primo a lanciare un essere umano nello spazio e poi a farlo atterrare sulla Luna) aveva un enorme valore simbolico. Il 4 ottobre 1957, il lancio dello Sputnik 1 fu uno shock per la maggior parte degli americani. Prima del lancio, vi era un diffuso scetticismo sulle capacità tecniche dell'URSS di sviluppare sia un sofisticato satellite che un razzo abbastanza potente da metterlo in orbita. La conquista sovietica scosse la fiducia americana ed europea nel deterrente nucleare degli Stati Uniti inaugurando una nuova fase della Guerra fredda.
    Per approfondimenti, il capitolo rinvia alle voci enciclopediche: NASA, Astronaut, Neil Armstrong.

    - Competizione sui campi di gioco

    Negli anni della Guerra fredda ci fu anche un'intensa rivalità atletica tra il blocco sovietico e quello occidentale (Stati Uniti e suoi alleati). Entrambe le parti pubblicizzavano le vittorie sportive come prova della loro superiorità. Il successo dipendeva dall'identificazione e dal reclutamento di atleti, dalle innovazioni nell'allenamento, dai progressi nella medicina e nella psicologia dello sport e dall'investimento di ingenti somme per sostenere questi sistemi sportivi d'élite. Beneficiando di elaborati programmi di medicina sportiva e scienza dello sport, i paesi del blocco sovietico avevano superato le loro controparti occidentali fino a quando le principali nazioni sportive occidentali iniziarono ad adottare programmi simili sponsorizzati dallo stato.

     

    • Politiche e propaganda (Policies & Propaganda)

    La Guerra Fredda è stata una gara strategica e tattica per influenzare la natura dei governi e delle società dei paesi del mondo. Da un lato, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno cercato di diffondere il capitalismo (più o meno democratico); dall'altro, l'Unione Sovietica e la Repubblica popolare cinese hanno tentato di esportare le loro versioni del comunismo. Per fare questo, le superpotenze hanno fornito aiuti militari, materiali, tecnici e finanziari ai paesi che speravano di portare nelle loro sfere di influenza, e ricorso massicciamente agli strumenti della propaganda ideologica. L’obiettivo delle loro agende geopolitiche consisteva nel bloccare l'avanzata delle potenze rivali e intervenire negli affari degli altri paesi per affermare i propri interessi. Molti studi sono stati dedicati al tentativo di comprendere le motivazioni, gli obiettivi e le strategie reciproche e il modo di contrastarle al meglio.

    Per approfondimenti, il capitolo rinvia a diverse voci enciclopediche: Piano Marshall (Marshall Plan), Destalinizzazione (De-Stalinization), Contenimento (Containment), Teoria del dominio (Domino Theory), Dottrina Breznev (Brezhnev Doctrine), Eurocomunismo (Eurocommunism), Distensione (Détente), Ostpolitik, Glasnost, Perestrojka.

     


     

    Note

    1 Sara Lorenzini, Focus Ucraina. Ritorno alla guerra fredda? La Russia e l'uso della storia.

    Carlo Galli, La seconda guerra fredda.

    Sulla storia dell'Enciclopædia Britannica e sulla sua organizzazione editorale, la voce: 

     https://en.wikipedia.org/wiki/Encyclopædia_Britannica.

  • La libertà di espressione nelle università e nei college americani/1

    di Daniele Boschi1

    Immagine 1 Laura KipnisFig.1: Laura Kipnis, docente universitaria messa sotto inchiesta per un articolo pubblicato su una rivista FonteNel febbraio del 2015 Laura Kipnis, docente alla Northwestern University di Chicago, pubblicò un articolo nel quale deprecava la ‘paranoia sessuale’ che a suo dire si era diffusa nei campus americani. Alcuni studenti chiesero e ottennero che l’università aprisse un’indagine su di lei per le opinioni che aveva espresso nel suo saggio. L’accusa era quella di creare un ambiente ostile nei confronti delle donne vittime di molestie e violenze sessuali e di scoraggiare le denunce per questo tipo di abusi2.

    Nell’ottobre dello stesso anno Nicholas e Erika Christakis, marito e moglie, entrambi docenti all’università di Yale, furono aspramente criticati da un gruppo di studenti dopo che Erika Christakis aveva scritto una e-mail nella quale si diceva perplessa circa le raccomandazioni date dall’amministrazione universitaria agli studenti riguardo ai costumi da indossare per Halloween. Nicholas Christakis fu aggredito verbalmente e insultato da alcuni studenti. Successivamente gli studenti organizzarono una ‘Marcia di Resilienza’ e chiesero la destituzione dei due docenti dall’incarico di master e associate master del Silliman College. In seguito a queste proteste i due coniugi si dimisero da quel ruolo ed Erika Christakis abbandonò anche il suo posto di insegnante all’università di Yale3.

    Nell’aprile del 2017 Heather Mac Donald avrebbe dovuto presentare agli studenti del Claremont McKenna College (in California) il suo nuovo libro, The War on Cops, molto critico nei confronti del movimento Black Lives Matter. Sulla pagina Facebook dedicata all’evento la scrittrice fu accusata di essere un’esponente del suprematismo bianco e dell’ideologia fascista e fu annunciata l’intenzione di impedire lo svolgimento della conferenza. In effetti una folla di circa 170 manifestanti impedì poi alla Mac Donald di entrare nell’edificio dove avrebbe dovuto parlare e lei non poté far altro che tenere la sua presentazione in una sala vuota dalla quale fu trasmessa in streaming4.

     

    Cancel culture o lotta contro i pregiudizi e le discriminazioni?

    Questi tre eventi che ho sommariamente rievocato sono soltanto alcuni tra gli innumerevoli episodi dello stesso tipo accaduti negli ultimi anni nei campus americani: una controversia o uno scontro verbale portano qualcuno a pretendere, e talvolta ad ottenere, una qualche forma di censura o sanzione nei confronti di qualcun altro accusato di aver fatto un commento, o espresso un’opinione, giudicati offensivi.

    Perciò molti analisti hanno visto nei college e nelle università statunitensi uno dei principali terreni di coltura del ‘politicamente corretto’ e della cancel culture. Non pochi commentatori hanno espresso serie preoccupazioni riguardo alla crescente intolleranza e alle restrizioni alla libertà di espressione, che sembrano essersi instaurati nei campus americani. Altri osservatori pensano invece che questo allarme sia eccessivo, o addirittura fuorviante, perché ciò che sta accadendo nelle università americane è semplicemente una ulteriore tappa della lunga lotta per il riconoscimento dei diritti di minoranze e gruppi sociali storicamente discriminati e svantaggiati, ad esempio le persone di colore, gli omosessuali e le donne.

    Immagine 2 Greg LukianoffFig.2: Greg Lukianoff, presidente della Foundation for Individual Rights and Expression (FIRE) FonteIl dibattito che si è sviluppato su queste problematiche negli Stati Uniti è molto ricco e articolato e prosegue tuttora. In questo articolo, e in quello che seguirà a breve, intendo rendere conto di due differenti e autorevoli punti di vista sul tema della libertà di espressione nei college e nelle università statunitensi. Entrambi gli approcci sono supportati da originali e approfondite ricerche sui cambiamenti e sugli eventi avvenuti negli ultimi anni nei campus americani. Il primo punto di vista è quello proposto da Greg Lukianoff, da Jonathan Haidt e dalla Foundation for Individual Rights and Expression (FIRE). Il secondo punto di vista è quello proposto dalla associazione PEN America in due importanti rapporti pubblicati nel 2016 e nel 2019.

     

     

    La Foundation for Individual Rights and Expression (FIRE)

    La FIRE è una organizzazione nata nel 1999, col nome di Foundation for Individual Rights in Education, con lo scopo di difendere e promuovere la libertà di espressione e di pensiero nelle università e nei college americani. Per oltre vent’anni ha perseguito questo obiettivo con campagne di informazione, con un’attività di ricerca e pubblicazione di dati, col sostegno offerto anche sul piano legale a docenti e studenti i cui diritti erano stati violati e con proposte di riforme legislative.

    Dal 2006 la presidenza della FIRE è stata assunta da Greg Lukianoff, che nel 2015 ne è diventato anche l’amministratore delegato. Nel 2022 l’organizzazione ha assunto la nuova denominazione di Foundation for Individual Rights and Expression e ha annunciato di volere estendere il suo raggio d’azione al di fuori del mondo universitario allargandolo all’intera società statunitense.

     

    The Coddling of the American Mind

    Greg Lukianoff, oltre a dare il suo importante contributo alla FIRE, ha analizzato il tema delle restrizioni alla libertà di espressione nei campus americani sotto due diversi aspetti. In un saggio pubblicato nel 2015 con il titolo The Coddling of the American Mind, scritto insieme allo psicologo sociale Jonathan Haidt, si è soffermato soprattutto sull’impatto che tali restrizioni stavano avendo sugli studenti sul piano emotivo e culturale. In un altro saggio, The Second Great Age of Political Correctness, pubblicato nel 2022, ha esaminato principalmente le cause del fenomeno e i suoi effetti sulla libertà di ricerca e di insegnamento5.

    Immagine 3 The Coddling of the American MindFig.3: Il libro tratto dall’articolo che Lukianoff e Haidt hanno scritto nel 2015 FonteNel primo testo, ben noto agli studiosi del ‘politicamente corretto’ e della cancel culture, la tesi principale dei due autori è la seguente: nelle università e nei college americani si sta diffondendo una tendenza ad eliminare qualsiasi discorso, idea o argomento che potrebbe provocare disagio tra gli studenti o offendere alcuni di loro. Sono anzitutto gli studenti stessi ad invocare diverse forme di protezione, ma sono le autorità accademiche e persino il governo federale che stanno ormai istituzionalizzando una serie di politiche e di interventi che vanno in quella direzione.

    Riemerge in tal modo la stessa inclinazione al ‘politicamente corretto’ che si era già affermata tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, ma con due importanti differenze. La prima è la maggiore enfasi che ora viene posta sul benessere emotivo degli studenti. La seconda è che il movimento attuale mira a punire chiunque possa interferire con i suoi scopi. Questo impulso alla ‘protettività vendicativa’ (vindictive protectiveness) sta creando una cultura nella quale ognuno deve pensare due volte prima di parlare, per non essere accusato di insensibilità o aggressività, o subire conseguenze ancora peggiori.

    Secondo i due autori, tutto ciò non solo rappresenta una minaccia per la libertà di ricerca e di insegnamento, ma rischia anche di avere conseguenze disastrose sul piano emotivo e psicologico per gli stessi studenti che sono oggetto di queste inusitate ed esagerate attenzioni (le ‘coccole’ cui allude il titolo del saggio). Finora si era sempre pensato che il miglior metodo educativo fosse quello socratico, che consiste nell’insegnare agli studenti non che cosa pensare, ma come pensare. Questo metodo mirava ad incoraggiare lo sviluppo del pensiero critico e della capacità di mettere in discussione le idee proprie e altrui.

     

    Un nuovo e pericoloso approccio educativo

    Del tutto diverso è invece l’approccio educativo basato sulla ‘protettività vendicativa’, che ha un impatto negativo sugli studenti per almeno due motivi. In primo luogo, non li prepara in modo adeguato alla loro futura vita professionale, nella quale essi dovranno confrontarsi, senza alcuna protezione, con persone che hanno idee diverse dalle loro. In secondo luogo, questo metodo genererà probabilmente negli studenti dei modelli di pensiero molto simili a quelli che la psicoterapia cognitivo-comportamentale ha da tempo identificato come cause della depressione e dell’ansia.

    Tali modelli di pensiero si configurano come vere e proprie distorsioni cognitive, tra le quali vi sono anzitutto il ragionamento emotivo, la costante previsione di futuri eventi negativi, la tendenza ad esagerare l’importanza delle cose, il catastrofismo, nonché l’abitudine ad etichettare globalmente in modo negativo sé stessi e gli altri focalizzando l’attenzione soltanto su alcune caratteristiche di una persona.

    Secondo Lukianoff e Haidt tali modelli di pensiero sono chiaramente operanti dietro alcune pratiche che si sono diffuse nei campus americani, come ad esempio la tendenza a giudicare offensivi determinati comportamenti o parole soltanto sulla base delle reazioni emotive di chi si ritiene offeso, i trigger warning, la denuncia delle micro-aggressioni e la pratica delle disinvitations.

     

    Immagine 4 trigger warningFig.4: Un esempio di ‘trigger warning’ FonteTrigger warning, micro-aggressioni, disinvitations

    Qualche chiarimento per chi non sia già addentro a questo dibattito. Con l’espressione trigger warning ci si riferisce alla pratica molto diffusa negli Stati Uniti per cui un docente avvisa in anticipo i propri studenti che in una prossima lezione o corso affronterà un argomento, o presenterà testi o materiali didattici, che potrebbero suscitare disagio in alcuni suoi allievi. Sebbene in molti casi siano gli studenti a chiedere queste precauzioni, a volte sono le stesse autorità accademiche a raccomandare questa pratica. Ad esempio nel 2013 allo Oberlin College in Ohio una apposita commissione ha pubblicato una guida (poi ritirata per le proteste di alcuni docenti) che raccomandava di usare trigger warning prima di trattare argomenti come il classismo e i privilegi, e di eliminare completamente o rendere facoltativi i materiali che avrebbero potuto scatenare reazioni negative tra gli studenti. In altre università gli studenti hanno richiesto trigger warning per testi come Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, in quanto avrebbe potuto incoraggiare inclinazioni al suicidio (è accaduto alla Rutgers University nel New Jersey), e le Metamorfosi di Ovidio, perché mostrano episodi di violenza sessuale (è accaduto alla Columbia University di New York).

    Il termine ‘micro-aggressioni’ ha origine, invece, negli anni Settanta e si riferiva già allora a sottili e spesso inconsapevoli provocazioni o allusioni razziste. Ma questa definizione, sostengono gli autori del saggio, si è estesa negli ultimi anni fino a comprendere virtualmente qualsiasi cosa che possa essere percepita come offensiva. Essi riportano a titolo di esempio il caso di un docente della Università di California di Los Angeles, accusato di ostilità nei confronti degli studenti di colore perché correggendo un elaborato aveva segnato come errore il fatto che la parola ‘indigeni’ fosse stata scritta con la lettera iniziale maiuscola. Persino scherzare sulle micro-aggressioni può essere considerata una micro-aggressione, come ha scoperto uno studente della Università del Michigan, il quale è stato licenziato per questo motivo dal quotidiano del campus per il quale lavorava.

    Infine, con il termine disinvitation ci riferisce alla pratica di cancellare una conferenza o un altro evento organizzato presso una università in seguito a proteste di studenti o docenti. A questo proposito gli autori riportano i dati raccolti dalla Foundation for Individual Rights in Education (FIRE), secondo la quale negli Stati Uniti tra il 2000 e il 2015 sono state lanciate almeno 240 campagne per impedire a personaggi pubblici di partecipare ad eventi nei campus. La maggior parte di questi episodi si è verificata dopo il 2009 e tra i casi più eclatanti vi sono le disinvitations dell’ex-Segretario di Stato Condoleezza Rice e della direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde entrambe avvenute nel 2014.

     

    Immagine 5 microaggressioneFig.5: Un esempio di micro-aggressione FonteLe conclusioni del saggio del 2015

    Lukianoff e Haidt concludevano il loro saggio ribadendo che i tentativi di proteggere gli studenti da parole, idee e persone che potrebbero provocare loro un disagio a livello emotivo sono un male non solo per gli studenti stessi, ma anche per il loro futuro inserimento nel mondo del lavoro e più in generale per la democrazia americana, già paralizzata da una crescente faziosità. E suggerivano diverse contromisure, come l’adozione a livello federale di una più rigorosa definizione dei comportamenti sanzionabili come molesti e offensivi e una diversa e più liberale politica da parte dei college e delle università. Questi ultimi avrebbe dovuto eliminare i codici di linguaggio, scoraggiare ufficialmente la pratica dei trigger warning e far crescere la consapevolezza dell’importanza di trovare un equilibrio tra la libertà di espressione e la necessità di far sentire ben accetti tutti gli studenti.

     

    I cambiamenti nelle università e nei college americani negli anni Duemila

    Fin qui il saggio del 2015. Ma come ho già anticipato, Greg Lukianoff ha poi ripreso e sviluppato la sua analisi secondo una diversa prospettiva in un saggio pubblicato all’inizio del 2022, incentrato non più sull’impatto emotivo e psicologico della nuova atmosfera intellettuale sulla popolazione studentesca, ma sui mutamenti avvenuti a livello amministrativo e politico nelle università e nei college americani e sulle conseguenti restrizioni alla libertà della ricerca e dell’insegnamento.

    In questo nuovo saggio, Lukianoff parte dalla distinzione tra due ‘grandi ere’ del politicamente corretto. La prima è quella che si aprì negli anni Ottanta e si concluse nel 1995 quando un tribunale decretò che il codice di linguaggio (speech code) adottato dalla Stanford Law School era incostituzionale. Seguì un lungo periodo durante il quale il politicamente corretto, scomparso dal dibattito pubblico, si sviluppò sotterraneamente nel mondo delle università, per poi riemergere clamorosamente nella seconda decade degli anni Duemila, quando ebbe inizio la seconda delle due ‘ere’.

    Secondo Lukianoff, una serie di importanti mutamenti precedettero e prepararono l’avvento della seconda stagione del politicamente corretto. Anzitutto nei primi anni Duemila aumentò il numero dei college che adottavano codici di linguaggio molto restrittivi. Parallelamente molte università introdussero appositi programmi che miravano a individuare e sanzionare i comportamenti che manifestavano una qualche forma di pregiudizio (‘bias-related incident programs’, ‘bias response teams’o BRTs). Non a caso fu in quel periodo che si cominciò a parlare di trigger warning, micro-aggressioni e disinvitations, fenomeni che ho già descritto sopra.

    Questi cambiamenti furono promossi non tanto dai docenti, ma da una classe di amministratori in forte espansione numerica. L’istruzione universitaria divenne molto più costosa e notevolmente più burocratizzata. Tra i docenti e ancor più tra gli amministratori crebbe il peso del personale di orientamento politico progressista e diminuì corrispondentemente quello dei conservatori. Infine, il National Council for Accreditation of Teacher Education (NCATE) raccomandò che ai futuri docenti fosse richiesto di dimostrare il proprio impegno a favore della giustizia sociale; e non pochi college aderirono a tale richiesta.

     

    La seconda ‘grande era’ del politicamente corretto

    Tutti questi processi ebbero una serie di effetti a cascata che, unitamente ad altri fattori come la diffusione dei social media, aiutano a spiegare l’avvento della seconda ondata del politicamente corretto che si manifestò a partire dal 2014, sia con una ripresa dell’interesse per l’argomento nel dibattito pubblico, sia con una serie di conflitti scoppiati in varie università e degenerati poi in alcuni casi anche in aperta violenza. Lukianoff cita come casi emblematici lo scontro avvenuto nel 2015 tra gli studenti e il sociologo Nicholas Christakis sui costumi di Halloween, che ho ricordato all’inizio di questo articolo, e gli episodi di violenza verificatisi nel 2017 a Berkeley e al Middlebury College nel Vermont, dove una docente di nome Allison Stanger fu aggredita e riportò gravi lesioni durante le proteste scoppiate in occasione di una conferenza del controverso politologo Charles Murray6.

    Immagine 6 protesta contro murrayFig.6: Le proteste contro Charles Murray al Middlebury College FonteNegli stessi anni aumentarono enormemente i tentativi, non di rado riusciti, di censurare docenti o altri intellettuali, impendendo loro di parlare, chiedendo loro pubbliche scuse o incoraggiando sanzioni disciplinari nei loro confronti. A partire dal 2015 vi sarebbero stati almeno 200 tentativi, dei quali 101 coronati da successo, di ottenere la revoca dell’invito a parlare pubblicamente in un campus.
    Nello stesso periodo, quindi tra il 2015 e il 2021, sono stati riferiti alla FIRE 471 tentativi di ottenere il licenziamento o la punizione di un docente universitario in contrasto con la libertà di espressione garantita dalla costituzione americana. In quasi tre quarti di questi episodi vi è stata una sanzione di qualche tipo e in 106 casi la perdita di un incarico. La frequenza di questi tentativi è enormemente aumentata da 30 nel 2015 a 122 nel 2020. E vi sono stati ben 172 docenti di ruolo che hanno ricevuto sanzioni, dei quali 27 sono stati licenziati.

     

    Le conclusioni del saggio del 2022

    Lukianoff conclude il suo saggio affermando che durante la seconda ‘grande era’ del politicamente corretto l’istruzione universitaria in America è diventata troppo costosa, troppo illiberale e troppo conformista ed è entrata in un periodo di crisi profonda, per uscire dal quale occorre agire in modo risoluto adottando urgenti contromisure.

    Le università dovrebbero abbandonare immediatamente tutti i codici di linguaggio; adottare una dichiarazione che definisca la libertà di espressione come un valore essenziale della loro missione educativa; difendere in modo chiaro e forte il diritto alla libertà di espressione degli studenti e dei docenti; insegnare la libertà di parola, il metodo della libera indagine e la libertà accademica; raccogliere dati e consentire ricerche sull’esistenza nei campus di un clima favorevole al dibattito, alla discussione e al dissenso. Infine coloro che fanno donazioni ai college dovrebbero subordinarle alla realizzazione di questi cambiamenti.

     

    Le critiche nei confronti della FIRE

    Le analisi svolte da Lukianoff, da Haidt e dalla FIRE, per quanto autorevoli, hanno comunque suscitato diverse critiche. Lo stesso Lukianoff ha riportato alcune obiezioni avanzate nei confronti di coloro che come lui hanno espresso allarme per le crescenti restrizioni alla libertà di espressione nel mondo universitario e più in generale nella società americana.

    In particolare Lukianoff ha riferito le obiezioni fatte da Adam Gurri, fondatore della rivista online “Liberal currents”, sulla quale ha pubblicato il 20/09/2021 un lungo articolo nel quale ha preso di mira soprattutto il ben noto saggio di Anne Applebaum The New Puritans. L’argomento principale di Gurri è che i critici della cancel culture sostengono tesi che non vengono dimostrate perché non tengono conto di alcune fondamentali caratteristiche e imperfezioni di tutte le società umane:

    “Tutte le relazioni sociali creano vulnerabilità e dipendenze che possono dar luogo ad abusi. Questo è un fatto fondamentale, tipico della natura sociale degli esseri umani, una condizione di base rispetto alla quale tutte le più specifiche modalità organizzative devono essere giudicate. La maggior parte dei nostri dibattiti pubblici, tuttavia, danno per scontato che la semplice occorrenza di alcune specifiche ingiustizie sia sufficiente per mettere sotto accusa l’intero sistema. Sebbene non si debba divenire arrendevoli nell’affrontare i problemi dei nostri giorni, il quesito diagnostico dovrebbe sempre essere: ‘qual è il nostro termine di confronto’?. In nessun altro caso l’incapacità di effettuare confronti ragionevoli porta più spesso a conclusioni ridicole che nel dibattito sulla ‘cancel culture’7”.

    Benché gli strali di Gurri fossero rivolti soprattutto contro la Applebaum, egli ha poi esteso le sue critiche anche ai dati raccolti dalla FIRE e riportati da Lukianoff nei suoi saggi. Scrive infatti Gurri che, tenendo conto anche dei dati raccolti da altre associazioni, il numero totale dei casi riportati dalla FIRE “è molto piccolo sia in relazione all’ampiezza delle popolazioni da cui sono tratti che in rapporto al periodo di tempo in cui sono accaduti. Se un qualsiasi altro problema nella vita sociale accadesse con questa frequenza e a questa scala, noi lo considereremmo effettivamente risolto”.

    Lukianoff ha risposto alle critiche di Gurri osservando in primo luogo che fino a poco tempo fa anche il licenziamento di un singolo docente di ruolo per le sue opinioni o pubblicazioni sarebbe stato giudicato come un fatto assai grave; il licenziamento di ben ventisette docenti di ruolo nel giro di pochi anni non ha precedenti e non può non suscitare allarme. In secondo luogo, le restrizioni alla libertà di espressione non sono uniformemente diffuse in tutte le università americane, ma si concentrano in quelle considerate migliori, cioè quelle in cui si sta formando la gran parte della futura classe dirigente del paese. Infine, afferma Lukianoff, Gurri non considera il cosiddetto chilling effect, ossia il fatto ben noto che quando le persone non sanno quali opinioni, battute scherzose o idee potrebbero metterle nei guai, tenderanno ad autocensurarsi.

     

    Dietro la campagna della FIRE ci sono i conservatori?

    Un’altra critica riguarda l’indipendenza e la neutralità politica che la FIRE, della quale Lukianoff è presidente dal 2006, ha sempre rivendicato. La natura super partes della fondazione è stata però contestata da Jim Sleeper, giornalista e scrittore, in un articolo pubblicato sulla rivista online “The American Prospect” (19/10/2016). Sleeper ha richiamato l’attenzione sul fatto che la FIRE riceve fondi cospicui da organizzazioni vicine ai conservatori come la Earhart Foundation, la Lynde and Harry Bradley Foundation e la Scaife Family Foundation. Tutte queste organizzazioni - sostiene Sleeper – alimentano l’ostilità nei confronti della political correctness presentandola come una minaccia per la libertà accademica e per l’economia di mercato. Inoltre alcuni tra i più stretti collaboratori di Lukianoff sono di orientamento conservatore. Dunque la campagna della fondazione, lungi dall’essere ispirata da un nobile ideale di libertà, avrebbe una ben precisa connotazione politica e ideologica.

    Lukianoff ha risposto a queste critiche evidenziando il fatto che lo staff della FIRE comprende collaboratori di orientamento politico molto vario e che in moltissimi casi la fondazione ha preso le difese di docenti e studenti che avevano espresso idee di sinistra o prive di una precisa connotazione politica.

    I dati e le analisi pubblicate sul sito della FIRE supportano almeno in parte le affermazioni di Lukianoff. Ad esempio nel database Scholars Under Fire sono registrati gli attacchi alla libertà di espressione subìti dai docenti di qualsiasi colore politico e, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, i docenti presi di mira per le loro idee di sinistra non sono affatto così rari e sono divenuti più numerosi negli ultimi anni. Inoltre nel suo saggio del 2022 Lukianoff ha condannato espressamente le molte iniziative prese recentemente dai repubblicani, in singoli Stati o località, per introdurre leggi o direttive che proibiscono nelle scuole la lettura di libri o addirittura la trattazione di argomenti che possono risultare diseducativi o offensivi per gli studenti.

     

    Un diverso possibile approccio al problema

    Infine una terza possibile critica nei confronti delle posizioni sostenute da Lukianoff e dai suoi collaboratori è quella che secondo cui il loro approccio, anche se evidenzia la reale difficoltà di garantire una effettiva ed ampia libertà di espressione nei college e nelle università, è comunque parziale perché non tiene conto della complessa situazione sociale, culturale e politica nella quale vanno collocate le tensioni e i conflitti registrati nei campus americani negli ultimi anni. Quest’ultima è in estrema sintesi la prospettiva adottata da PEN America, una associazione di scrittori ed artisti che si batte anch’essa da lungo tempo per la libertà di espressione negli Stati Uniti. Esamineremo in dettaglio le sue analisi in un prossimo articolo.

     


    BIBLIOGRAFIA / SITOGRAFIA

    APPLEBAUM, Anne, The New Puritans, “The Atlantic”, 31/08/2021.

    BOLLAG, Sophia, Investigators find Prof. Laura Kipnis did not violate Title IX, “The Daily Northwestern”, 05/06/2015.

    GOLDBERG, Michelle, The Middle-Aged Sadness Behind the Cancel Culture Panic, “The New York Times”, 20/09/2021.

    GURRI, Adam, The Case Not Made: A Response to Anne Applebaum's "The New Puritans", “Liberal Currents”, 20/09/2021.

    KIPNIS, Laura, Sexual Paranoia Strikes Academe, “The Chronicle of Higher Education”, 27/02/2015.

    KIPNIS, Laura, My Title IX Inquisition, “The Chronicle of Higher Education”, 29/05/2015.

    KIRCHICK, James,New Videos Show How Yale Betrayed Itself By Favoring Cry-Bullies, “Tablet”, 22/09/2016.

    LUKIANOFF, Greg – HAIDT, Jonathan,The Coddling of the American Mind, “The Atlantic”, settembre 2015.

    LUKIANOFF, Greg, Jim Sleeper Gets It Wrong in ‘The New York Times’, FIRE, 04/09/2016.

    LUKIANOFF, Greg, The Second Great Age of Political Correctness, “Reason”, gennaio 2022.

    PEN America, AND CAMPUS FOR ALL Diversity, Inclusion, and Freedom of Speech at U.S. Universities, 17/10/2016.

    PEN America, CHASM IN THE CLASSROOM. Campus Free Speech in a Divided America, 02/04/2019.

    RIZZACASA D’ORSOGNA, Costanza, Scorrettissimi. La cancel culture nella cultura americana, Bari-Roma, Laterza, 2022.

    SLEEPER, JIM, Political Correctness and Its Real Enemies, “The New York Times”, 03/09/2016.

    SLEEPER, JIM, The Conservatives Behind the Campus ‘Free Speech’ Crusade, “The American Prospect”, 19/10/2016.

     

    Note

    1 Ringrazio Steven C. Hughes, professore emerito di storia della Loyola University Maryland, per aver letto e commentato questo articolo e per le sue preziose indicazioni in merito al dibattito sullacancel culture negli Stati Uniti.

    2 Una accurata ricostruzione di questa controversia si può leggere in PEN America,AND CAMPUS FOR ALL Diversity, Inclusion, and Freedom of Speech at U.S. Universities, 17/10/2016, pp. 59-63. 

    3 Anche questa vicenda è stata ricostruita in modo assai dettagliato e preciso in PEN America, AND CAMPUS FOR ALL, cit., pp. 46-51

    4 Questo caso è stato riportato in PEN America, CHASM IN THE CLASSROOM. Campus Free Speech in a Divided America, 02/04/2019, pp. 30-31. 

    5 Lukianoff ha affrontato queste tematiche anche in numerose altre pubblicazioni. Ma qui per esigenze di sintesi mi soffermo soltanto su questi due testi. Sulle tesi di Lukianoff vedi anche l’intervista da lui rilasciata a Costanza Rizzacasa D’Orsogna e da lei riportata nel suo libro Scorrettissimi. La cancel culture nella cultura americana, Bari-Roma, Laterza, 2022, pp. 29-38. 

    6 Vedi anche su questo episodio PEN America, CHASM IN THE CLASSROOM, cit., p. 30.

    7 È mia la traduzione dall’inglese di questo brano e di quello riportato nel capoverso immediatamente successivo.

  • La libertà di espressione nelle università e nei college americani/2

    di Daniele Boschi

    Come abbiamo visto nel mio precedente articolo del 6 marzo 2024, la Foundation for Individual Rights and Expression (FIRE) è una delle principali organizzazioni che si battono per la libertà di espressione negli Stati Uniti d’America. Ve ne sono però diverse altre e tra queste PEN America, una associazione nata nel 1922 con lo scopo di promuovere il diritto di scrivere liberamente. PEN era infatti in origine un acronimo che stava per Poets, Essayists, Novelists, ma ora non è più considerato tale, essendosi di molto ampliate le categorie di persone che PEN mira a rappresentare: non più soltanto scrittori in senso stretto, ma anche giornalisti, editori, traduttori e altre persone ancora, compresi i semplici lettori.

    Immagine 1 Suzanne nosselFig.1: Suzanne Nossel, Chief Executive Officer di PEN America FonteNegli ultimi anni PEN America ha dedicato molta attenzione alle controversie nate nei campus americani attorno alla questione del free speech. L’organizzazione ha svolto molte ricerche e numerose indagini sul campo, dialogando con amministratori, docenti e studenti di molte università americane. Ne sono nati parecchi articoli e rapporti pubblicati sul sito dell’associazione. Tra questi vanno segnalati in particolare due rapporti che hanno affrontato in termini generali il tema della libertà di espressione nelle università e nei college americani e sono stati pubblicati rispettivamente nel 2016 e nel 2019. In questo articolo descriverò il contenuto di questi due testi e accennerò ad alcune delle reazioni che hanno suscitato.

     

    Il primo rapporto: AND CAMPUS FOR ALL

    Il primo rapporto si intitola AND CAMPUS FOR ALL. Diversity, Inclusion, and Freedom of Speech at U.S. Universities ed è stato pubblicato nel 2016. È un testo di oltre settanta pagine che ha il grande merito di ricostruire in modo assai dettagliato le circostanze e gli episodi che sembrano aver messo a rischio la libertà di espressione nei campus americani, e di riferire le analisi e i dibattiti che su questo tema si sono moltiplicati sulla carta stampata e sul web nel periodo compreso grosso modo tra il 2011 e il 2016.

    Fin dalle prime pagine il rapporto di PEN America sottolinea che il tema del free speech nelle università e nei college americani deve essere affrontato tenendo conto degli enormi cambiamenti avvenuti nella popolazione statunitense, nella popolazione studentesca e nella mentalità collettiva negli ultimi cinquanta o sessant’anni.

    I bianchi, che nel 1960 rappresentavano l’85% della popolazione degli Stati Uniti, sono scesi al 64% nel 2010, a fronte di un 16% di ispanici, di un 12% di neri e di un 5% di asiatici. Nello stesso arco di tempo è cambiata anche la composizione della popolazione dei college. Secondo il National Center for Education Statistics, dal 1976 al 2013 la percentuale degli studenti ispanici è cresciuta dal 4 al 16 per cento, quella degli studenti neri dal 10 al 15 per cento e quella degli studenti asiatici dal 2 al 6 per cento. Sono stati inoltre riconosciuti e ampliati i diritti degli studenti che hanno un orientamento sessuale o un’identità di genere diversi da quelli della maggioranza delle persone. Era inevitabile che questi enormi cambiamenti modificassero anche le politiche e le regole adottate dai college e dalle università, che hanno da lungo tempo riconosciuto l’imperativo di diversificare la popolazione studentesca, di rendere i campus più aperti e accoglienti per studenti con differenti background, e di creare curricoli e approcci didattici che preparino i giovani a diventare adulti in una nazione e in un mondo sempre più eterogenei e compositi.

    Ma la diversificazione della popolazione studentesca e della nazione nel suo complesso ha fatto anche sorgere molte controversie e conflitti, che riguardano le modalità con cui la società americana può tutelare e ampliare i diritti di tutti, divenendo sempre più aperta e inclusiva, senza però introdurre nuove forme di intolleranza o di censura che ledano il fondamentale diritto alla libertà di pensiero e di espressione.

     

    Controversie, conflitti, nuove pratiche

    A questo proposito il rapporto propone una tassonomia delle diverse categorie di controversie o conflitti avvenuti nei campus americani negli ultimi anni:
    - le proteste contro le persone invitate nelle università per tenere discorsi o ricevere titoli onorifici;
    - la richiesta di modificare denominazioni e simboli che rievocano il passato schiavista e razzista degli Stati Uniti;
    - i tentativi di limitare la libertà di opinione di docenti o studenti e nel caso dei docenti la loro stessa libertà accademica;
    - l’ampliamento della lista delle opinioni che si ritengono assolutamente inammissibili e impronunciabili.

    Immagine 2 Christine LagardeFig.2: Christine Lagarde, all’epoca direttrice del FMI, ha rinunciato nel 2014 a tenere un discorso presso lo Smith College nel Massachusetts dopo le proteste degli studenti FontePer ciascuna di queste categorie di conflitti si riportano a titolo di esempio alcuni eventi accaduti nei campus.

    Si descrivono poi le nuove pratiche che si sono diffuse nei campus per prevenire i danni che potrebbero essere arrecati da un uso scorretto o offensivo del linguaggio o da attività didattiche su temi sensibili: la campagna contro le micro-aggressioni, i trigger warning, la creazione di ‘spazi sicuri’ (safe spaces). Di nuovo si riferiscono alcuni episodi avvenuti nei campus e soprattutto le argomentazioni pro e contro ciascuna di queste pratiche. Un intero capitolo viene dedicato alle controversie riguardanti il tema delle molestie sessuali.

     

    Due opposte interpretazioni

    Successivamente, nella parte centrale del rapporto, si mettono a confronto le due opposte e più generali interpretazioni che sono state date rispetto a questa complessa situazione che si è venuta a creare nei campus.

    Da una parte vi sono coloro che affermano che è stata istituita una sorta di polizia del pensiero che agisce con metodi dittatoriali; che si è promossa una cultura del vittimismo che indebitamente considera come violenza psicologica l’inevitabile disagio emotivo provocato da un vivace dibattito intellettuale; che tutto ciò si ripercuote a danno degli stessi studenti, sia limitando la loro libertà di pensiero e di azione, sia rendendoli meno pronti ad affrontare il mondo che li aspetta al di fuori dello spazio protetto e del ristretto orizzonte delle loro università.

    Sul fronte opposto, invece, vi sono i commentatori che sottolineano che il principale obiettivo delle proteste esplose nei campus è quello di lottare contro le persistenti manifestazioni di razzismo, sessismo e altre forme di disuguaglianza; che sebbene in alcuni casi vi siano state manifestazioni di intolleranza, questi eccessi non devono oscurare il significato enormemente positivo di queste mobilitazioni e dei dibattiti che hanno suscitato; e che nel complesso la libertà di parola non è stata compressa, ma anzi ampliata perché si è data voce a persone e gruppi sociali finora marginalizzati o discriminati. Non pochi si spingono ancora oltre, affermando che la campagna per il diritto alla libertà di espressione non è altro che una manovra diversiva messa in atto da gruppi e intellettuali conservatori per ostacolare e contrastare la battaglia per una società più equa e inclusiva.

    Qui di seguito riporto alcune prese di posizione che illustrano queste due opposte correnti di pensiero, traendo le citazioni dal rapporto di PEN America.

     

    Prima tesi: nei campus americani la libertà di espressione è in pericolo e con essa la preparazione delle future classi dirigenti

    Nell’ottobre del 2015 un’editoriale di Catherine Rampell sul “Washington Post” ha così commentato alcuni fatti accaduti alla Wesleyan University nel Connecticut:

    “Stroncare la libertà di esprimere opinioni impopolari è una lezione terribile da mandare a menti sensibili e a futuri leader, alla Wesleyan come altrove. Insegna agli studenti che il dissenso sarà punito, che piuttosto che alzare la testa, essi dovrebbero abituarsi ad abbassarla. Insegna loro, inoltre, che potrebbero essere troppo fragili per tollerare parole che li fanno sentire a disagio; che invece di confutare, essi dovrebbero mettere a tacere, togliere fondi, distruggere, disinvitare”1.

    Un mese dopo sulla rivista “New York” Jonathan Chait ha esposto i rischi che la political correctness comporta per la democrazia americana, scrivendo quanto segue:

    “Negli Stati Uniti la political correctness non ha mai ovviamente perpetrato le brutalità di un governo comunista, ma non ha neanche mai acquistato i poteri che si accompagnano a un totale controllo della macchina dello stato. La continua sequenza di reazioni di sdegno che essa genera su piccola scala è la prova di un atteggiamento illiberale che in essa è profondamente radicato”.

    Immagine 3. Jonathan ChaitFig.3: Jonathan Chait, editorialista e scrittore molto critico nei confronti del ‘politicamente corretto’ FonteNell’agosto del 2014 una commissione della American Association of University Professors ha pubblicato un rapporto sui trigger warning in cui ha espresso questa preoccupazione:

    “Il presupposto secondo cui in classe gli studenti devono essere protetti piuttosto che sfidati è allo stesso tempo infantilizzante e anti-intellettuale. Esso mette il comfort al primo posto rispetto all’impegno intellettuale … Una qualche misura di disagio è inevitabile durante le lezioni, se l’obiettivo è esporre gli studenti a nuove idee e spingerli a mettere in discussione le credenze che hanno dato per scontate, ad affrontare problemi etici che non hanno mai considerato e, più in generale, ad espandere i propri orizzonti affinché diventino cittadini informati e responsabili in un paese democratico”.

     

    Seconda tesi: la posta in gioco non è la libertà di espressione, ma la costruzione di una società più equa e inclusiva

    Aaron Lewis, uno studente dell’università di Yale, ha scritto su “Quartz” il 10/11/2015 a proposito delle controversie relative alla questione dei costumi di Halloween2:

    “Le proteste non riguardano veramente i costumi di Halloween o la festa di una confraternita studentesca. Riguardano la scarsa corrispondenza tra il modo in cui l’università di Yale viene presentata negli opuscoli al momento dell’iscrizione e il modo in cui la viviamo tutti i giorni. Riguardano la realtà del razzismo in questo campus, che per troppo tempo non è stata riconosciuta. L’università vende se stessa come un posto accogliente e inclusivo per persone che vengono da qualsiasi background, ma spesso purtroppo non lo è”.

    In un intervento pubblicato sul “New York Times” nel maggio del 2014 Henry Reichman, professore emerito alla California State University, ha fatto notare che nelle proteste studentesche dei nostri giorni non c’è niente di particolarmente nuovo:

    “In occasione del discorso inaugurale, al quale ho assistito da studente quarantacinque anni fa, gli studenti neolaureati protestarono silenziosamente uscendo dall’aula quando parlò il presidente dell’università, che era considerato un sostenitore della guerra del Vietnam. La libertà accademica è sopravvissuta. … In realtà dovrebbe essere incoraggiante per noi il fatto che gli studenti siano coinvolti e desiderosi di sostenere il loro punto di vista senza accettare passivamente le scelte imposte da altri. La protesta, dopo tutto, è un elemento vitale di quello stesso spirito democratico che il nostro sistema universitario cerca di coltivare”.

    Immagine 4 protesta studentescaFig.4: Una protesta studentesca contro il razzismo all’Università del Minnesota a Minneapolis nel 2016 FonteInfine, Jon Gould, docente alla American University di Washington, in un articolo pubblicato su “The Hill” il 17/11/2015, ha sostenuto che la campagna sul free speech distoglie l’attenzione dal ben più importante tema del razzismo:

    “Quando si sposta l’attenzione sulle restrizioni alla libertà di espressione, si perde di vista la più ampia vicenda che ha dato origine all’attivismo degli studenti. Già negli anni Ottanta gli studenti di colore protestavano contro il razzismo soft delle derisioni, delle provocazioni, delle offese, eppure trent’anni dopo stiamo ancora qui a parlare degli stessi comportamenti. Certamente li definiamo con nomi differenti, come pregiudizi impliciti o micro-aggressioni, ma quando il presidente del corpo studentesco dell’università del Missouri riferisce i molteplici insulti razzisti scagliati contro di lui, quando una svastica disegnata con degli escrementi compare sulla parete di un dormitorio, quando la polizia fa alcuni arresti per minacce di morte contro studenti afro-americani, è evidente che i college hanno ancora molto da fare per respingere il razzismo e gli atti di odio”.

     

    La posizione di PEN America

    Rispetto ai due opposti schieramenti PEN America ha assunto una posizione intermedia. Da un lato essa afferma che la libertà di espressione nei campus americani non è affatto in crisi, ma è ben viva e gode di buona salute; ma, dall’altro lato, essa riconosce che vi sono stati dei casi in cui la libertà di espressione è stata limitata in modo abbastanza inquietante. La libertà di parola dovrebbe essere quindi meglio protetta, salvaguardata e ampliata. Tutte le parti coinvolte – dirigenti delle università, personale amministrativo, studenti e docenti - dovrebbero impegnarsi affinché il legittimo e lodevole sforzo di creare nei campus un ambiente più inclusivo e rispettoso dei diritti delle minoranze e dei gruppi storicamente discriminati non porti a comprimere la libertà di pensiero e di espressione, anche quando le parole e le opinioni possono essere, o sembrare, provocatorie e offensive.

    Il rapporto prende poi posizione e fornisce indicazioni e consigli pratici in merito ai diversi aspetti delle controversie che si sono accese nei campus negli ultimi anni. Riporto in sintesi i principali suggerimenti, perché esprimono bene la posizione assai articolata e sfumata di PEN America:

    - quando una personalità esterna all’università è stata invitata a tenere un discorso, eventuali proteste non sono quasi mai una buona ragione per revocare l’invito, e non lo è nemmeno il pericolo che possano scoppiare violenze; ma anche i contestatori hanno diritto alla libertà di parola e quindi anche le proteste devono essere permesse, purché non si arrivi fino al punto di impedire all’oratore di parlare;
    - in linea di massima nessun docente o studente dovrebbe essere mai sanzionato o punito per le cose che ha detto o scritto, in tutti i casi in cui la libertà di espressione è protetta dalla legge; anche la richiesta di sanzioni è un modo di esercitare la libertà di parola, ma bisogna essere consapevoli che richieste di questo tipo tendono a soffocare il libero dibattito;
    - i singoli docenti devono sentirsi liberi di usare i trigger warning, ma le università non dovrebbero mai raccomandare o incoraggiare questa pratica;
    - dato il carattere sempre più eterogeneo e composito della popolazione studentesca, le università dovrebbero incoraggiare un uso attento e rispettoso del linguaggio, senza però arrivare a definire nel dettaglio quali parole o insulti devono essere vietati nella conversazione quotidiana perché così facendo rischierebbero di comprimere la libertà di espressione;
    - non c’è alcuna contraddizione tra l’adozione di politiche più rigorose contro le molestie e gli abusi sessuali e la tutela della libertà di parola; tuttavia lo Office for Civil Rights del Department of Education dovrebbe chiarire che la presunta creazione di un ‘ambiente ostile’ per mezzo di discorsi a sfondo sessuale non può essere considerata come una forma di molestia unicamente sulla base di impressioni soggettive circa il carattere offensivo di un discorso.

    Immagine 6. Campagna vs hate speechFig.5: La campagna per il ‘free speech’ all’università di Berkeley in California nel 1964 FonteNella sua parte finale il rapporto di PEN America mostra apprezzamento per il lavoro svolto dalla Foundation for Individual Rights in Education (FIRE), aggiungendo però che questa fondazione è considerata da molti come una organizzazione ‘libertaria’3 o conservatrice. E poiché la FIRE svolge un ruolo di primo piano nella campagna per il free speech, e dato che alcuni dei più vigorosi promotori di questa campagna sono effettivamente ‘libertari’ o conservatori, questa battaglia viene da molti considerata come parte dell’agenda politica della destra. Eppure, sottolinea il rapporto:

    “la libertà di espressione storicamente ha goduto dell’appoggio di sostenitori provenienti da una vasta gamma di posizioni politiche e dovrebbe continuare ad essere così. Tutti i gruppi che appoggiano la libertà di espressione dovrebbero raddoppiare i loro sforzi per garantire che la libertà di parola sia una causa che sta a cuore agli studenti di qualsiasi posizione politica”4.

     

    Le reazioni al primo rapporto di PEN America

    Tra le reazioni a questo primo rapporto di PEN America va segnalata quella della Foundation for Individual Rights in Education (FIRE), che lo ha commentato positivamente con un post di Will Creeley pubblicato il 20/10/2016. Creeley afferma che il rapporto di PEN America è rigoroso, equilibrato e completo, e osserva che su molti aspetti controversi la posizione di PEN America è molto vicina a quella della FIRE. Solo due sono i punti di disaccordo. In primo luogo PEN America lascia intendere che la FIRE aderisca a un’ideologia ‘libertaria’ o conservatrice, laddove la FIRE rivendica orgogliosamente di aver sempre tutelato la libertà di parola prescindendo dal punto di vista, dall’ideologia e dall’identità delle persone prese di mira, e di avere spesso difeso docenti e studenti progressisti. In secondo luogo, PEN America, a differenza della FIRE, nega che esista una vera e propria ‘crisi’ della libertà di parola nelle università e nei college americani; Creeley ritiene tuttavia che questa divergenza abbia poca importanza sul piano pratico, dato che entrambe le organizzazioni sostengono la necessità di una vigorosa battaglia in difesa della libertà di espressione.

    Meno conciliante è stata invece la reazione di altri analisti. Ad esempio Floyd Abrams, avvocato in prima linea nella lotta per la difesa del Primo Emendamento, intervistato dal “New York Times” il 16/10/2016, ha detto che è difficile leggere una descrizione così straordinariamente efficace dei fatti accaduti nei campus americani, come quella presentata da PEN America, senza concludere che sia in atto una crisi di grandi proporzioni. Sulla stessa linea anche Robby Soave che in un articolo pubblicato sulla rivista “Reason” il 21/10/2016, dopo essersi dichiarato d’accordo con Floyd Abrams, afferma che il rapporto di PEN America è un documento ammirevole che indica soluzioni ragionevoli per i problemi nei campus, ma ciononostante in alcuni punti è troppo accondiscendente nei confronti delle posizioni di alcuni gruppi studenteschi.

     

    Il secondo rapporto di PEN America: CHASM IN THE CLASSROOM

    Il secondo rapporto di PEN America, pubblicato nel 2019, si intitola CHASM IN THE CLASSROOM. Campus Free Speech in a Divided America e differisce notevolmente dal precedente, perché mette in primo piano il cambiamento del clima politico e culturale avvenuto in seguito alle elezioni presidenziali del 2016 e l’impatto di tale mutamento sulla vita dei college e delle università.

    Già nella presentazione del testo sul sito della associazione leggiamo che il rapporto, pubblicato poco dopo l’emanazione di un decreto del Presidente Donald Trump sulla libertà di parola nei campus, mira anzitutto a smontare la tesi dell’amministrazione Trump secondo cui le minacce alla libertà di espressione vengono soltanto dalla sinistra. Si afferma inoltre che il nuovo studio demolisce i miti, le rappresentazioni caricaturali e la cattiva informazione che caratterizzano gran parte del dibattito pubblico e dimostra che molte controversie insorte negli ultimi anni nei college e nelle università scaturiscono da tensioni tra i princìpi della libertà di espressione, dell’uguaglianza e dell’inclusione.

    Sono due a mio avviso le principali novità osservate nei campus rispetto agli anni precedenti: l’aumento dei discorsi e dei crimini di odio e un generale inasprimento delle polemiche e dello scontro politico. Nel nuovo studio vengono inoltre approfonditi molti aspetti non trattati, o appena accennati, nel rapporto del 2016 e tra questi l’opinione degli studenti e gli interventi legislativi a sostegno della libertà di parola nei college e nelle università.

     

    L’aumento dei discorsi e dei crimini di odio

    CHASM IN THE CLASSROOM richiama anzitutto l’attenzione sul fatto che, dopo l’elezione di Donald Trump nel 2016, sono aumentati i discorsi e i crimini di odio e diversi gruppi estremisti, come i cosiddetti suprematisti bianchi, hanno acquistato maggiore spazio. Questo è accaduto in generale nella società americana e di riflesso anche nei college e nelle università. I crimini di odio perpetrati nei campus e denunciati alla FBI sono aumentati da 194 nel 2015 a 257 nel 2016; e sono saliti a quasi 280 nel 2017. Ad essere presi mira sono stati di volta in volta studenti e studentesse di colore, di religione ebraica o musulmana, omosessuali e transessuali. Nell’anno accademico 2017-18 sono stati riportati circa 300 episodi di diffusione di messaggi di odio, mediante volantini, poster e simili, da parte di gruppi suprematisti bianchi, con un aumento del 77% rispetto all’anno precedente.

    Immagine 6. Campagna vs hate speechFig.6: La campagna conto lo ‘hate speech’ FonteTutto ciò ha portato molti studenti appartenenti a gruppi minoritari o storicamente svantaggiati a sentirsi più insicuri, vulnerabili, e discriminati. È aumentata quindi la pressione sugli amministratori delle università e dei college affinché adottassero politiche più restrittive circa i limiti della libertà di espressione e sanzionassero docenti e studenti accusati di aver tenuto discorsi di odio. Tuttavia, secondo non pochi commentatori, non è facile stabilire che cosa sia esattamente un discorso di odio distinguendolo dalla semplice espressione o propaganda di opinioni e idee politiche o personali, che negli Stati Uniti è protetta dal Primo Emendamento. Ad esempio, alcuni possono sentirsi offesi da uno slogan come ‘Make America great again’, ma se questo venisse definito e sanzionato come discorso di odio si aprirebbe la strada a gravi limitazioni alla libertà di espressione. Dopo aver riportato le diverse opinioni in materia, il rapporto di PEN America conclude su questo punto nel seguente modo:

    “Date queste preoccupazioni, e la probabilità che la censura di alcune idee porti facilmente alla richiesta di censurarne altre, PEN America ritiene che sia meglio permettere l’espressione di idee nocive piuttosto che aprire un varco alla repressione. Tuttavia, gli studenti hanno ragione nel domandare che i discorsi di odio debbano provocare una forte reazione da parte di coloro che dirigono i campus, i quali hanno la responsabilità morale di sostenere valori come l’equità e l’inclusione. Forti reazioni sono possibili senza entrare in conflitto col Primo Emendamento”5.

     

    L’inasprimento delle polemiche e dello scontro politico

    Nel periodo compreso tra il 2016 e il 2018 vi sono stati, come negli anni immediatamente precedenti, numerosi casi in cui un invito rivolto da un campus a uno speaker controverso ha suscitato proteste che hanno portato alla cancellazione dell’invito o al tentativo di mettere a tacere lo speaker mentre parlava. Simili eventi non hanno nulla di nuovo, ma in alcuni casi le polemiche sono state più accese che in passato e vi sono stati anche episodi di violenza fisica. Oltre a fare una nuova rassegna di questo genere di eventi, il rapporto mette in evidenza anche il fatto che alcuni speaker, soprattutto di orientamento conservatore, si sono specializzati nel proporre e tenere discorsi che hanno un deliberato intento provocatorio, piuttosto che essere diretti ad allargare le prospettive degli ascoltatori e a suscitare un vero dibattito. Tra questi professionisti della provocazione ci sono il giornalista Milo Yiannopoulos e il presidente del National Policy Institute Richard Spencer. Entrambi sono stati invitati a parlare in diverse università suscitando proteste che hanno determinato in alcuni casi la cancellazione dell’evento.

    Inoltre, tra il 2016 e il 2018 vi sono stati ancora parecchi casi di critiche e contestazioni, non di rado accompagnati dalla richiesta di provvedimenti disciplinari, contro docenti accusati di aver fatto discorsi o espresso opinioni giudicati offensivi e inammissibili. Sebbene questi attacchi siano venuti sia da sinistra che da destra, il rapporto sottolinea in modo particolare il ruolo svolto da diversi organi di informazione e associazioni non profit di orientamento conservatore, che hanno alimentato campagne dai toni molto accesi rivolte a dimostrare l’esistenza di un liberal bias nell’insegnamento universitario, dato che i docenti sono in gran parte di sinistra.

    Immagine 7. feminism is cancerFig.7: Milo Yiannopoulos all’università di Berkeley in California (24 settembre 2017) FonteTra gli organi di informazione che hanno alimentato queste campagne vi sono “Fox News”, “Breitbart”, “The Daily Caller”, “The Blaze” e “The Red Elephants”. Tra le associazioni non profit il rapporto cita il Leadership Institute, che ha creato nel 2015 un apposito sito web denominato Campus Reform. In alcuni casi i docenti presi di mira hanno subito molestie o minacce online, oppure sono stati oggetto di indagini e provvedimenti disciplinari da parte della propria università.

    Sembra insomma che i conservatori, pur continuando ad accusare i progressisti di voler soffocare la libertà di espressione nel mondo accademico e non solo, abbiano poi cominciato ad usare le stesse armi di cui deploravano e deplorano l’uso da parte dei loro avversari politici. Tanto è vero che anche Greg Lukianoff, il presidente della FIRE, che è accusato da alcuni di essere un conservatore, ha segnalato questa tendenza nel suo saggio del 2022 (sul quale vedi questo mio articolo su HL).

     

    L’opinione degli studenti

    Poiché diversi studiosi hanno sostenuto che le università e i college hanno introdotto varie restrizioni alla libertà di espressione per lenire il disagio degli studenti o per venire incontro alle loro proteste, non è privo di interesse cercare di capire che cosa pensino gli studenti stessi in merito alla situazione dei campus.

    Il rapporto di PEN America prende in esame i risultati di diversi sondaggi, che gettano luce solo parzialmente su una situazione che è resa assai complessa dalla sempre maggiore disomogeneità della popolazione studentesca. Da un lato risulta che la grande maggioranza degli studenti attribuisce grande valore alla libertà di espressione. Ma dall’altro lato si riscontra che molti di loro si dichiarano favorevoli all’adozione nei campus di codici di linguaggio e di altre politiche restrittive della libertà di parola. PEN America considera problematici questi risultati, perché implicano che molti studenti non si rendano conto di fornire risposte contraddittorie, oppure non capiscano quale sia l’elevato livello di protezione garantito alla libertà di parola dal Primo Emendamento. Ancora più allarmante è il fatto che una parte rilevante, anche se minoritaria, degli studenti affermi che sia giustificato rispondere con la violenza fisica a discorsi di odio o di contenuto razzista.

    È possibile però che questi sondaggi non siano lo strumento più adeguato per comprendere e rappresentare in modo adeguato ciò che davvero pensano gli studenti. Recenti ricerche basate sul metodo dell’intervista aperta dimostrano che molti studenti si rendono conto abbastanza bene della complessità e della delicatezza delle questioni sollevate dalle più recenti controversie e agitazioni scoppiate nei campus. E se alcuni di loro mostrano qualche grado di incertezza e confusione circa l’importanza del Primo Emendamento, questa è solo una ragione di più per potenziare nelle università e nei college una campagna per la difesa della libertà di espressione, che faccia meglio comprendere che essa non è in contrasto con altri valori sociali, ma è un prerequisito fondamentale della democrazia.

     

    Gli interventi legislativi a sostegno della libertà di parola nei college e nelle università

    A partire dal 2017 vi sono state diverse proposte di legge e interventi legislativi rivolti a definire meglio e a proteggere la libertà di espressione nelle università e più in particolare la libertà accademica.

    In parecchi Stati sono state proposte leggi che si ispiravano a modelli come il Campus Free Speech Act redatto dal Goldwater Institute, un think tank di orientamento libertario, o il FORUM Act, redatto dallo American Legislative Exchange Council. PEN America ha analizzato 37 proposte di legge ispirate a questi modelli, 11 delle quali sono state poi tradotte in provvedimenti legislativi in singoli Stati. Sulla base di un’attenta e circonstanziata analisi di questi testi, PEN America, pur condividendo in parte il loro contenuto, ritiene che stabilire mediante apposite norme di legge i limiti della libertà accademica porti con sé il pericolo che la sorveglianza esercitata dai governi sull’applicazione di tali norme possa indurre poi in alcuni casi, anche contro le intenzioni dei legislatori, a comprimere piuttosto che a tutelare meglio la libertà di espressione.

    Sotto l’amministrazione Trump vi sono stati poi interventi diretti del governo federale rivolti a tutelare la libertà di parola e di ricerca nelle università e nei college. Il Dipartimento della giustizia è sceso in campo in diversi casi per difendere la libertà di parola contro eccessive ingerenze da parte delle autorità accademiche. In sé e per sé tali interventi appaiono lodevoli, ma secondo PEN America non si può fare a meno di constatare la natura faziosa della retorica che li ha accompagnati e il mancato intervento dell’amministrazione Trump in alcuni casi di palese violazione della libertà di espressione di docenti e studenti di sinistra.

    Anche altri interventi dell’amministrazione Trump, come il tentativo di riscrivere le linee guida per l’applicazione della legge contro le discriminazioni sessuali nelle scuole e nelle università, e soprattutto l’ordine esecutivo emesso dal presidente Trump intitolato “Improving Free Inquiry, Transparency, and Accountability at Colleges and Universities” rischiano, secondo PEN America e stando anche alle critiche espresse da altri commentatori, di creare problemi più gravi di quelli che vorrebbero risolvere.

     

    Conclusione

    Fin qui il secondo rapporto di PEN America pubblicato al principio del 2019. Negli anni successivi la situazione dei campus si è poi ulteriormente complicata, dapprima per la nuova ondata di proteste del movimento Black Lives Matter dopo l’uccisione di George Floyd, e da ultimo per le controversie nate dopo l’attacco di Hamas a Israele lo scorso 7 ottobre e la furibonda reazione del governo di Netanyahu. Anche il dibattito sulla libertà di espressione nei campus è andato avanti, confluendo nella più generale controversia sul politicamente corretto e sulla cancel culture. Questa controversia, se la osserviamo e la analizziamo con riferimento a situazioni concrete, come abbiamo fatto soffermandoci a lungo sul mondo dei college e delle università americane, presenta problematiche molto più delicate e complesse di quanto a volte non traspaia nel dibattito pubblico. Prestare attenzione ai fatti, al loro contesto e alle diverse possibili interpretazioni: è questo il contributo che noi storici possiamo dare anche quando il nostro sguardo si posa sull’attualità piuttosto che sul passato più lontano.

     


     

    SITOGRAFIA

    AMERICAN ASSOCIATION OF UNIVERSITY PROFESSORS, On Trigger Warnings, agosto 2014.

    BAUER-WOLF, Jeremy, Report: No ‘Crisis’ in Free Speech, “Inside Higher Ed”, 02/04/2019.

    CHAIT, Jonathan, Can We Start Taking Political Correctness Seriously Now?, “The New York”, 10/11/2015.

    CREELEY, Will, Reviewing PEN America’s Campus Free Speech Report, FIRE, 20/10/2016.

    GOULD, Jon, Getting the story wrong on campus racism, “The Hill”, 17/11/2015.

    LEWIS, Aaron, I’m a Yale student, and this school’s problems with race go much deeper than Halloween costumes, “Quartz”, 10/11/2015.

    LUKIANOFF, Greg, The Second Great Age of Political Correctness, “Reason”, gennaio 2022.

    MANGAN, Katherine, If There Is a Free-Speech ‘Crisis’ on Campus, PEN America Says, Lawmakers Are Making It Worse, “The Chronicle of Higher Education”, 02/04/2019.

    NIELSEN, Laura Beth, Space, Speech, and Subordination on the College Campus, “The Smart Set”, 16/05/2016.

    PEN America, AND CAMPUS FOR ALL Diversity, Inclusion, and Freedom of Speech at U.S. Universities, 17/10/2016.

    PEN America, Chasm in the Classroom. Campus Free Speech in a Divided America, 02/04/2019.

    RAMPELL, Catherine, Free speech is flunking out on college campuses, “The Washington Post”, 22/10/2015.

    REICHMAN, Henry, Protesting a Graduation Speaker Is a Sign of a Healthy Democracy, “The New York Times”, 19/05/2014.

    SOAVE, Robby, PEN America's Report on Campus Free Speech Gets the Yale Debacle Really Wrong, “Reason”, 21/10/2016.

     

    Note

    1 È mia la traduzione dall’inglese di questo brano e di quelli successivi riportati tra virgolette.

    2 Vedi il mio articolo pubblicato su HL il 6 marzo 2024.

    3 Il termine ‘libertario’ (libertarian) allude genericamente a quelle correnti di pensiero politico che tendono ad assolutizzare i diritti individuali e a nutrire la massima fiducia nel libero mercato, mirando quindi a ridurre il più possibile l’intervento dello Stato nelle diverse sfere della vita collettiva. 

    PEN America, AND CAMPUS FOR ALL. Diversity, Inclusion, and Freedom of Speech at U.S. Universities, 17/10/2016, p. 77.

    5 PEN America, CHASM IN THE CLASSROOM. Campus Free Speech in a Divided America, 02/04/2019, p. 19. 

     

  • La lunga guerra tra uomo e microbi

    Con una postilla sul “Laboratorio del tempo presente” (di HL)

    di Salvatore Adorno*

    Illustrazione di apertura dell’articolo di Salvatore Adorno, pubblicato da «La Sicilia», 20 marzo 2020

    Domesticazioni riuscite e no

    La vicenda del corona virus ci permette di utilizzare come chiave di lettura della storia dell’umanità il conflitto tra uomo e microbi.

    I microbi, virus e batteri, hanno una storia più lunga di quella dell’uomo. L’uomo è comparso sul pianeta 4 milioni di anni fa, quando i virus e i batteri erano già presenti da due miliardi di anni. Erano allora le più numerose forme di vita, i veri padroni della terra. Da quel momento l’uomo a grandi tappe ha forgiato il pianeta e ha riorganizzato il mondo degli altri esseri viventi in funzione del suo dominio: alcuni sono stati addomesticati come il cane e il cavallo, altri sono risultati restii al processo, come il bisonte che è stato così sterminato, altri sono rimasti ribelli come i virus e i batteri, i cosiddetti microbi: i nemici più pericolosi della specie umana.

    Per lungo tempo la forza di virus e batteri stava nel loro essere invisibili e quindi nella possibilità di agire indisturbatamente, uccidendo l’uomo. La scoperta del cannocchiale (siamo con Galileo nella prima metà del XVII secolo) e quindi del microscopio ha permesso di individuarli. Successivamente Pasteur e Kock, nel corso dell’Ottocento, hanno definito il loro ruolo nella trasmissione delle malattie, arrivando alla preparazione dei vaccini. Fleming nel primo Novecento ha scoperto gli antibiotici.

    La guerra degli uomini ai microbi

    Vaccini, antibiotici e risanamento dell’ambiente (si pensi alle bonifiche dei terreni malarici) sono state le armi con le quali l’uomo nel Novecento ha compiuto un vero “colpo di stato” nei confronti della maggioranza delle forme di vita fino ad allora dominanti, i microbi, che nella storia dell’umanità hanno ucciso mille volte più uomini di quanti ne abbiano ucciso guerre e disastri naturali.

    Non a caso, la ricerca scientifica e l’organizzazione dei sistemi sanitari nazionali hanno portato al ridimensionamento dell’azione di virus e batteri e in particolare all’eliminazione del virus del vaiolo e all’eradicazione di quello della difterite, del morbillo e di altre malattie endemiche. Tutto ciò ha contribuito in modo rilevante ad allungare la vita delle persone, migliorandone il controllo sanitario e la qualità. Un solo esempio: il vaiolo nel XX secolo, prima di scomparire definitivamente nel 1980, ha fatto 300 milioni di vittime.

    La risposta dei microbi

    La nostra epoca dei consumi di massa individuali, che inizia dopo la seconda guerra mondiale ed evolve nella globalizzazione, ha visto così un netto miglioramento delle condizioni di vita e lo sterminio dei più feroci nemici dell’uomo. Nei principali libri di storia della medicina si legge come nella seconda metà del Novecento siano diminuite le patologie legate alla trasmissione e al contagio e siano aumentate quelle tumorali e cardiopatiche legate all’inquinamento, all’alimentazione allo stress, ovvero all’attività umana. Il paradosso sta nel fatto che questa vittoria è avvenuta in un’epoca in cui si sono moltiplicate vertiginosamente le condizioni che favoriscono la diffusione e il contagio di batteri e virus: l’aumento dell’irrigazione, la crescita esponenziale dei trasporti, il deterioramento degli ecosistemi, il cambiamento delle relazioni tra animali e uomini, la nascita delle megalopoli e il moltiplicarsi all’infinito dei contatti quotidiani tra gli uomini.

    Ecco allora che la vittoria strategica sui microbi, realizzata tra la fine del XIX secolo e la seconda metà del XX secolo, risulta sempre più instabile, anche perché i batteri hanno risposto all’attacco degli antibiotici diventando resistenti MDR (multi drug resistence), producendo così nuove forme di malaria e di tubercolosi, e i virus, approfittando del sovvertimento ecologico del pianeta, sono mutati sfuggendo al controllo dei vaccini. Nel 1977, ad esempio, circa 50 milioni di esseri umani sono stati affetti da tubercolosi MDR. Per cui oggi la transizione epidemiologica che sembrava portare al trionfo dell’uomo pare essersi fermata e il nemico ritorna più pericoloso che mai nelle forme dell’HIV, della Sars, del corona virus.

    La coevoluzione tra uomo e microbi sembra di nuovo sfuggire al controllo dell’uomo.

    Una guerra che cambia la storia

    L’epidemia attuale di corona virus rappresenta l’altra faccia del dominio dell’uomo sulla natura, è la risposta della natura alla pretesa superiorità biologica dell’uomo. Un microbo sta mettendo a repentaglio il sistema dell’economia, della cultura e della società globale. L’uomo con la sua intelligenza riuscirà probabilmente a vincere questa guerra (così ormai viene rappresentata dei media) che però è anche l’ennesimo e forse più netto segnale del nostro essere entrati in un’altra fase della storia della specie. La pandemia di oggi per un verso si pone in continuità con la guerra infinita tra uomini e microbi, per un altro segna una cesura profonda perché agisce, per la prima volta e quindi in modo imprevedibile, in un pianeta iperconnesso e ipertecnologico che l’uomo ha forgiato come non mai a sua misura.

    Ambiente, migrazioni e virus

    C’è infatti uno stretto nesso tra l’emergenza ambientale, quella migratoria e quella sanitaria. Tutte e tre sono il frutto della globalizzazione e sono strettamente connesse tra loro. Tutte e tre pongono alla società globale una doppia sfida: mantenere la sicurezza e modificare gli stili di vita.

    Fino ad oggi il tema della sicurezza è stato affrontato polarizzando la paura e alzando barriere di odio nei confronti dei migranti, che tolgono lavoro, portano malattie e violenza. Questo atteggiamento spinge così a blindare il nostro stile di vita basato sui consumi di massa individuali e sull’uso indiscriminato delle risorse naturali.

    Il corona virus ribalta questa narrazione e ci dimostra all’improvviso che l’insicurezza, sanitaria ed economica, viene dalle aree più ricche ed è il prodotto della nostra società dei consumi e dell’alterazione degli equilibri ambientali che noi stessi abbiamo creato. Oggi per bloccare il virus tutte le autorità richiedono di rimodulare temporaneamente il nostro stile di vita rendendolo più controllato e più parco. A ben vedere è la stessa richiesta di Greta Thumberg, che ci invita a un cambiamento strutturale delle nostre modalità di produzione, di mobilità, di alimentazione e di svago, per salvare il pianeta dal riscaldamento globale e dall’esaurimento delle risorse.

    Di fronte all’insicurezza e alla precarietà prodotta dalla globalizzazione possiamo rispondere individuando un nemico esterno, trincerandoci nella certezza della bontà del nostro modello di vita, oppure prendendo atto che è il nostro modello di vita che genera instabilità e insicurezza, spingendoci a ripensarlo. La pandemia da corona virus e il riscaldamento globale, sono due facce di un pianeta iperconnesso e profondamente alterato nelle sue matrici naturali (acqua, suolo, aria, vita animale e vegetale), che la specie umana ha messo sotto stress.

    I segnali di questa malattia della terra sono ormai molti, forse è arrivato il momento di fermarsi a riflettere sul nostro futuro come individui, come società e come specie. Forse la politica dovrebbe occuparsi proprio di questo.

    *****
    ***

    Una postilla sul “Laboratorio del tempo presente” (di HL)

    Un’infermiera della Croce Rossa indossa una mascherina durante la pandemia del 1918 (da Jstor)

    A cosa serve parlare a scuola di corona virus? Certo, non ad aggiungere dati e polemiche a quelle che già inondano i media. Non c’è bisogno di una tabella in più o di una ulteriore raccomandazione a comportarsi correttamente. Quello che manca, e che i media non sono molto interessati a dare (comprensibilmente, vista l’emergenza), è la risposta a una folla di domande, che – per quanto inespresse – ci angosciano quanto quelle quotidiane, perché riguardano il destino della nostra società. Dopo, ci chiediamo, che cosa succederà? Ci stiamo accorgendo, infatti, che questo evento sta agendo nel nostro modo di vivere in modo molto profondo. Quindi, intuiamo, più o meno confusamente, che “il dopo” sarà diverso.

    È fondamentale cominciare a capire che cosa questo evento sta mettendo in discussione. La storia è uno degli strumenti a nostra disposizione. Lo fa in due direzioni. Quella del tempo, in primo luogo. La storia mette il nostro evento in una prospettiva temporale che, in questo caso, è lunghissima. Dura quanto l’intera vicenda umana. Coinvolge l’idea stessa di evoluzione. Adorno richiama il concetto di “coevoluzione”: quella dell’uomo e quella del virus. Se non conosciamo bene la dinamica di questo confronto, non potremo mai immaginare quale “mossa” ci convenga fare contro un avversario, adattabile almeno quanto lo siamo stati noi.

    La seconda direzione è quella della contestualizzazione. In quale contesto inserire questo evento? In quello del piccolo paese, della regione o del singolo stato? C’è una risposta ovvia: nel contesto dell’ambiente globale. C’è, infatti, una seconda coevoluzione che viene messa in gioco oggi: quella fra umanità e ambiente. E questa chiama in causa – come sottolinea Adorno – la globalizzazione con i suoi aspetti più visibili, quali le migrazioni, le crisi climatiche e i nostri stili di vita (ma potremmo aggiungere anche la finanza mondiale, le politiche internazionali e così via). Anche in questo caso, nessuna previsione futura, ma solo la lettura di una situazione con le possibili scelte: rispondiamo chiudendoci (e cioè cercando di conservare i vecchi assetti)? Oppure proveremo a modificare quegli aspetti che sembrano incidere negativamente nel dialogo fra noi e il nostro pianeta?

    Un laboratorio di cittadinanza

    Sono problemi che riguardano la vita di tutti. Quindi, è fondamentale, in una società democratica, che diano luogo a una discussione pubblica. Discuterne a scuola significa affermare il principio che, per essere buoni cittadini, occorre intervenire nel dibattito con cognizione di causa. Usando gli strumenti giusti. Quelli della storia, per esempio.

    Le piattaforme, che molti docenti usano o stanno affannosamente imparando a usare, consentono di discutere, di inviare materiali. Un laboratorio è possibile. Anzi, è molto più adatto alle tecnologie digitali di una lezione in video. L’articolo di Adorno può essere il punto di partenza. È certamente leggibile in una secondaria superiore. È una possibile apertura del dibattito. Il tempo e la contestualizzazione, come ho suggerito sopra, costituiscono la guide della discussione. All’insegnante il compito di ricondurvi i discorsi dei ragazzi che, come può succedere quando si tratta di “temi caldi”, tenderanno a scivolare nella “ricerca del colpevole” o nei “buoni o cattivi sentimenti”. Sempre in rete potremo trovare materiali da far leggere, da assegnare per gruppi, con i quali far lievitare il discorso e tenerlo aderente ai fatti e alle problematizzazioni storiche. Jstor, la più grande raccolta di riviste storiche, ne ha messi online parecchi (alcuni molto belli). Sono in inglese (ma Google traduttore si rivela una delle più grandi invenzioni del XXI secolo!). Vi permetteranno excursus nel passato e approfondimenti nelle problematiche del presente. Vi permetteranno, se saprete organizzarvi, di lavorare trasversalmente su molte discipline, da storia a scienze a letteratura.

    Insomma: anche su questo versante il “durante” – ciò che facciamo oggi – può annunciare un “dopo” alquanto diverso.

     


     

    * Questo articolo è stato scritto da Salvatore Adorno, docente di Storia dell’ambiente presso l’Università di Catania, per “La Sicilia” del 19 marzo 2020. HL ringrazia l’autore per averci consentito di riprenderlo qui, con qualche modifica, e di rilanciarlo fra i docenti.

  • La normalità dello sterminio. I nazisti, gli ebrei e gli altri

    Autore: Luigi Cajani

     

    Introduzione

    E’ ben noto il proverbio arabo, fatto proprio da Marc Bloch nell’ Apologia della storia, secondo il quale siamo figli più dei nostri tempi che dei nostri padri. E’ un detto che, quando si affronta il tema doloroso e difficile della comprensione della Shoah, suggerisce riflessioni dirimenti per uno storico. In molte ricostruzioni, infatti, si tende a privilegiare “l’asse dei padri”, cioè il lungo periodo dell’antisemitismo, invocato come la spiegazione predominante dello sterminio. Questo asse, tuttavia, va incrociato con l’asse della contemporaneità, e, quindi, con la specificità del Nazismo. Non è una differenza da poco. Nel primo caso, la Shoah è il culmine tragico di un antisemitismo secolare. Nel secondo, è l’applicazione agli ebrei della logica dello sterminio nazista.  E’ una differenza importante dal punto di vista dello storico, attento alla natura dei fenomeni che analizza. Lo è dal punto di vista della conoscenza diffusa e dell’uso sociale della storia, perché la specificità del fenomeno nazista è il baluardo più forte contro la banalizzazione della Shoah  e contro le continue analogie con situazioni tragiche del nostro mondo. Lo è, infine, dal punto di vista dell’insegnante di storia, perché riconduce all’interno di un territorio metodologicamente determinato un tema che, nelle scuole, è diventato un contenitore estremamente variegato. In questa prospettiva, hl pensa utile ripubblicare questo articolo di Luigi Cajani, uscito nella rivista “Giano”, nel 1996, la cui analisi resta valida nonostante gli anni trascorsi e le ricerche successive. (A.B.) *

     

    Le strategie naziste di occupazione

    Durante la Seconda guerra mondiale, la Germania perseguì due diverse strategie di occupazione, distinte a seconda degli ambiti territoriali  e razziali a cui si applicavano. Per l’Europa occidentale era prevista un’occupazione che, pur sfruttando le risorse locali, lasciasse però sostanzialmente immutata la struttura demografica e sociale e garantisse alla popolazione un discreto livello di vita. Per l’Europa orientale, abitata da slavi, che erano considerati razzialmente inferiori non solo ai tedeschi, ma anche agli altri europei occidentali di stirpe latina, era invece prevista un’occupazione di tipo coloniale, con l’insediamento di popolazione tedesca e con uno sfruttamento senza scrupoli delle risorse. Il popolo tedesco, secondo la propaganda nazista, mancava di Lebensraum (spazio vitale), e se lo sarebbe conquistato con la guerra in Europa orientale, dove sarebbe diventato lo Herrenvolk (popolo dei signori).

     

    Fig. 1. Il nuovo Atlante Scolastico del 1942 insegna ai bambini tedeschi “lo spazio vitale” del loro popolo 

     

    I progetti  di espansione vennero formulati nel cosiddetto Generalplan Ost (piano generale per l’est), il quale prevedeva che la zona comprendente la Polonia, la Bielorussia e l’Ucraina occidentale fosse svuotata della maggior parte dei suoi abitanti: su circa 45 milioni, 31 milioni sarebbero stati deportati al di là degli Urali, mentre gli altri sarebbero rimasti a disposizione dei coloni tedeschi che vi si sarebbero insediati1 .


    L’asservimento della Russia

    Si trattava dunque di modificare radicalmente la struttura demografica e sociale dei paesi occupati ad oriente, in funzione dell’asservimento ai tedeschi. Le conseguenze che questo sconvolgimento avrebbe avuto sulle popolazioni locali non preoccupavano affatto la dirigenza nazista, se non, appunto, nell’ottica dell’interesse del Terzo Reich. L’assoluto disinteresse per la sorte degli Untermenschen, gli uomini inferiori, emerge da più parti. Un esempio significativo è rappresentato da un progetto per lo sfruttamento delle risorse alimentari della Russia, redatto circa un mese prima dell’inizio delle ostilità. Dal punto di vista della produzione di generi alimentari la Russia presentava due zone: una eccedentaria, cioè la parte meridionale (la Russia nera) e quella caucasica, e una deficitaria, cioè la parte settentrionale, o delle foreste, e i bacini industriali di Mosca e Leningrado. Le eccedenze della prima zona sarebbero state totalmente assorbite dalla Germania, che avrebbe lasciato alla popolazione locale solo di che sopravvivere. Ciò significava che la zona deficitaria sarebbe rimasta totalmente priva dei suoi consueti rifornimenti, e pertanto i suoi abitanti, soprattutto quelli delle città, sarebbero stati ridotti alla fame.

    Di fronte a questa prospettiva - scriveva l’estensore del progetto - “l’amministrazione tedesca può certo cercare di mitigare le conseguenze della carestia... e accelerare il processo di ritorno ad un’economia di natura. Ci si può sforzare di sviluppare queste regioni nel senso di estendere la coltivazione delle patate e delle altre piante più importanti per il consumo alimentare. Ma comunque la carestia non può essere evitata. In queste regioni molte decine di milioni di uomini diverranno superflui e moriranno oppure dovranno emigrare in Siberia. Tentativi di salvare questa popolazione dalla morte per fame importando il surplus dalla Russia nera possono essere realizzati solo a spese dell’Europa. Ma così si mina la capacità di tenuta della Germania in guerra, la capacità della Germania e dell’Europa di resistere al blocco continentale.  Ciò deve essere assolutamente chiaro”2.

     

    Fig.2. Hitler e Mussolini studiano la carta geografica europea con il Feldmaresciallo Wilhelm Keitel e il generale Jodl.

     

    Lo sterminio dei prigionieri di guerra sovietici

    Lo stesso disprezzo per la vita umana ispirò il trattamento dei prigionieri sovietici: considerati solo bocche inutili da sfamare, essi vennero lasciati morire in massa di fame, di maltrattamenti e di malattie (soprattutto tifo petecchiale), quando non venivano direttamente fucilati al momento della cattura. Dei 3.350.000 prigionieri sovietici catturati dall’inizio dell’attacco all’Unione sovietica, al 1 febbraio 1942 circa il 60% aveva perso la vita3.

    Il tasso di mortalità cominciò ad abbassarsi solo quando la dirigenza nazista si rese conto che in tal modo stava dilapidando un utile capitale di forza lavoro: pertanto i prigionieri di guerra sovietici cominciarono ad essere trattati un po’ meglio, per essere impiegati nell’industria pesante e soprattutto in miniera. Nonostante questo cambiamento di politica, la loro sorte rimase comunque molto dura, la più dura fra i prigionieri in mano tedesca: si calcola che alla fine del conflitto su un totale di circa 5.700.000 prigionieri di guerra sovietici i morti siano stati circa 3.300.0004.

     

    Gli ebrei: deportazione e sterminio

    Deportazione e sterminio erano dunque due misure complementari e contigue nella politica nazista nei confronti degli slavi. Lo sterminio non era in questo caso un obiettivo diretto e autonomo, ma semplicemente la conseguenza di misure come la deportazione in Siberia o la requisizione delle risorse alimentari. Si può parlare di uno sterminio indiretto, come elemento di passaggio dalla deportazione allo sterminio diretto.

    Deportazione e sterminio fecero parte della politica nazista nei confronti degli ebrei, che prima dello sterminio aveva preso in considerazione alcune ipotesi di deportazione. Dapprima, dopo la vittoria  sulla Polonia, si era pensato di concentrare gli ebrei polacchi in una “riserva” vicino a Lublino. La deportazione in quella regione implicava consapevolmente uno sterminio: infatti, come notava Arthur Seyss-Inquart, si trattava “di una regione molto paludosa... il che avrebbe portato ad una grande decimazione degli ebrei”5.

    Questa prima idea di deportazione si rivelò inadeguata e venne sostituita, dopo la vittoria sulla Francia, dal progetto di deportazione degli ebrei in Madagascar, che venne però abbandonato nel settembre del 1940, a causa della mancata vittoria sulla Gran Bretagna, che era necessaria alla realizzazione del nuovo progetto. Il passaggio dalla deportazione allo sterminio si realizzò con la guerra contro l’Unione sovietica, iniziata il 22 giugno 1941.

     

    Lo sterminio degli ebrei

    Il rapporto fra questa guerra e lo sterminio degli ebrei è molto complesso. Un elemento di cui tener conto è che si trattava non soltanto di una guerra di espansione territoriale, ma anche di una guerra ideologica, che aveva lo scopo di annientare il comunismo, che i nazisti consideravano il loro nemico mortale, insieme all’ebraismo. Dunque all’interno di questa guerra, oltre ai piani di deportazione o eliminazione della popolazione slava, c’era un piano di sterminio mirato, una vera e propria caccia all’uomo, degli elementi politicamente pericolosi. A questo scopo vennero impartiti ordini per l’eliminazione della dirigenza comunista sovietica: la Wehrmacht, prima dell’inizio delle ostilità, emanò il cosiddetto Kommissarbefehl, che prevedeva l’eliminazione di tutti i commissari politici dell’Armata Rossa;  e subito dopo vennero organizzate quattro Einsatzgruppen, reparti  speciali incaricati della “pacificazione” delle retrovie attraverso l’eliminazione di tutti i funzionari di partito, di tutti gli elementi pericolosi (come sabotatori e agitatori) e di tutti gli ebrei nel partito e nell’amministrazione statale.

    Gli ebrei rientravano dunque, in quanto politicamente pericolosi, in questo primo piano di sterminio. Ma ben presto l’annientamento degli ebrei venne esteso oltre questo ambito politico, e investì l’intera popolazione ebraica in quanto tale. Infatti le Einsatzgruppen già dalla metà di agosto del 1941 iniziarono a fucilare in massa gli ebrei, senza distinzione di sesso o di età6, e intensificarono la loro attività nei mesi successivi: a metà aprile del 1942 il numero degli ebrei uccisi era arrivato a circa mezzo milione7.

    Gli ebrei sovietici diventavano così oggetto di sterminio totale. E la loro sorte divenne quella di tutti gli ebrei europei. Infatti proprio in quei mesi venne decisa e messa a punto la “soluzione finale del problema ebraico”. Nel dicembre del 1941 entrò in funzione il primo campo sterminio, Bełzec, seguito ben presto da Chełmno, Sobibór e Treblinka, e il processo di sterminio fece un salto tecnologico, passando dalle fucilazioni delle Einsatzgruppen ai camion a gas e alle camere a gas. Infine il 20 gennaio 1942 si tenne infatti la conferenza di Wannsee, che definì le modalità della deportazione degli ebrei europei. Le Einsatzgruppen continuavano intanto i loro massacri, utilizzando anch’esse i camion a gas, oltre alle fucilazioni: nella primavera del 1943 - secondo alcune stime - avevano ucciso complessivamente 1.250.000 ebrei, oltre ad altre centinaia di migliaia di cittadini sovietici non ebrei8.

     

    Fig. 3. In questa cartina interattiva, realizzata dall’Istituto Maiorana di Bergamo, le notizie sintetiche sui principali campi di concentramento tedeschi

     

    Problemi aperti: la tesi di Browning

    Se è indubbio che la “soluzione finale” venne decisa durante la prima fase della guerra contro l’Unione sovietica, nell’estate o nell’autunno del 1941, ci sono ancora questioni irrisolte riguardo alla cronologia e alle motivazioni di questa decisione, e al ruolo avuto non solo da Hitler, ma anche dai vari esponenti della dirigenza nazista. Non sono infatti stati rintracciati ordini scritti, ed è anche possibile che non siano mai esistiti, dato il segreto di cui si voleva circondare la materia. Gli storici si dividono sostanzialmente intorno a due ipotesi. Christopher Browning, ad esempio, sostiene che Hitler decise di sterminare gli ebrei intorno alla metà di luglio del 1941, quando la vittoria definitiva sull’Unione sovietica sembrava facile e imminente. Sarebbe stata dunque l’euforia del successo a spingerlo a compiere il salto di qualità nella persecuzione degli ebrei, facendogli abbandonare ogni esitazione rispetto alle misure estreme9. In questo contesto va inserito un documento, recante una data imprecisata del  luglio 1941, nel quale Göring conferiva a Heydrich i pieni poteri per la “soluzione globale” (Gesamtlösung) della questione ebraica in Europa10, e  la prima gasazione sperimentale con lo Zyklon B, fatta ad Auschwitz il 3 settembre su un gruppo di prigionieri di guerra sovietici.

     

    Problemi aperti: la tesi di Mayer

    Opposta è invece l’ipotesi di Arno Mayer, secondo il quale Hitler avrebbe deciso di sterminare gli ebrei non durante la prima fase dell’attacco all’Unione sovietica, ma  durante l’autunno, di fronte alle prime serie difficoltà, che facevano fallire il sogno di un nuovo Blitzkrieg. Secondo Mayer, dopo l’euforia delle prime due settimane di guerra già a fine luglio la dirigenza nazista doveva ammettere che l’avanzata rallentava e si faceva sempre più costosa, contrariamente a quanto previsto. I primi insuccessi militari avrebbero spinto dunque Hitler a eliminare intanto coloro che considerava i principali responsabili di tutti i mali della Germania: gli ebrei.

    Mayer sostiene che i primi massacri di ebrei sovietici, nel luglio, furono opera non tanto delle Einsatzgruppen, ma degli antisemiti locali, che scatenavano dei pogrom appena arrivavano le truppe tedesche. I reparti tedeschi - egli scrive - iniziarono i grandi massacri di ebrei solo “dopo l’autunno del 1941, quando l’Armata Rossa aveva rallentato l’avanzata tedesca imponendo i più tremendi e sanguinosi combattimenti.... Da quel momento, i comandanti della Wehrmacht e delle Einsatzgruppen denunciarono specificatamente gli ebrei come mandanti, membri e fiancheggiatori delle attività partigiane dietro le linee tedesche e si servirono di queste accuse per giustificare il fatto di averli scelti come capri espiatori dell’ostinata resistenza sovietica....”.  

    Secondo Mayer,  per Hitler e la dirigenza nazista lo sterminio degli ebrei fu un’opzione che venne adottata solo a causa del fallimento dei piani legati alla guerra contro l’Unione sovietica. Egli scrive infatti: “Non si può... affermare che lo sterminio degli ebrei sovietici sia stato parte integrante del grande disegno di Hitler di creare un Reich millenario. Dopo una breve e vittoriosa campagna; i nazisti si proponevano di trasferire gli ebrei d’Europa, compresi quelli russi, in una riserva come quella di Lublino, al di là del Volga o degli Urali. E’ soltanto dopo aver preso coscienza dell’enorme difficoltà di vincere la guerra e di ”liberare” Mosca... che i fanatici nazisti concentrarono la loro attenzione sugli ebrei, la più accessibile e vulnerabile incarnazione del “giudebolscevismo”...” 11.

    Secondo Mayer sarebbero dunque state l’”angoscia” e la “paura” di fronte al fallimento dei suoi sogni di potere a spingere Hitler a decidere lo sterminio degli ebrei.

     

    Le obiezioni di Vidal-Naquet

    Questa tesi non ha mancato di suscitare perplessità: in particolare Pierre Vidal-Naquet, nella prefazione all’edizione francese del libro di Mayer, ha messo in discussione proprio la cronologia della consapevolezza del fallimento da parte della dirigenza nazista, rimproverando a Mayer di non essere stato chiaro in proposito: “Quando è cominciata la sconfitta? - scrive Vidal-Naquet - Negli ultimi giorni di luglio? In agosto? Il 19 settembre, giorno in cui fu conquistata a caro prezzo Kiev? Il 1° dicembre, con le dimissioni di von Rundstedt? Oppure l’8 dicembre, quando venne sospesa l’offensiva? Lo storico può certo stabilire qual è stato il momento della sconfitta,  e Arno Mayer ha tutto il diritto di ritenere che  sia stato l’autunno del 1941, e non l’autunno-inverno del 1942 (Stalingrado e sbarco il Africa settentrionale), a segnare il punto di svolta nella guerra. Ma dovrebbe anche provare... che già a settembre, o al più tardi in ottobre, Hitler e i suoi crociati erano consapevoli di essere ormai sconfitti”12.

     

    La normalità dello sterminio

    Al di là di queste due ipotesi, se la decisione di sterminare gli ebrei sia stata in frutto di un delirio di onnipotenza o di un senso di frustrazione, dell’euforia o della rabbia, ipotesi che rimangono aperte e che non necessariamente si escludono totalmente l’un l’altra, mi sembra che ci sia comunque un punto fermo: e cioè che la dimensione dello sterminio, già insita nella cultura nazista, divenne proprio nel contesto della guerra contro l’Unione sovietica un’opzione tranquillamente accettata e praticata. Si sterminarono gli slavi e si sterminarono gli ebrei, perché inutili o pericolosi. Ma prima di allora erano stati sterminati oltre 70.000 malati mentali, tedeschi, questa volta, e non appartenenti a razze inferiori, ma comunque “lebensunwerte Leben”, vite senza valore13. E poi sarebbe venuto il momento degli Zingari.

     


    Fig. 4. “Il trasporto del ricordo”, è il titolo del monumento eretto a Pirna, una delle località tedesche dove, fra il 1940 e il 1941, si compì l’Aktion T4, con l’uccisione sistematica di oltre 70mila malati psichici

     

    Questi stermini, pur tanto diversi fra loro nelle motivazioni e nelle modalità di esecuzione, hanno in comune il fatto di essere  “normali”. Se fra una deportazione e uno sterminio diretto esiste un salto di qualità, esiste però anche, ed è forse più importante, un elemento di continuità, se osserviamo queste due strategie dal punto di vista nazista, per i quali l’obiettivo era quello di una pulizia etnica del Reich e dell’Europa occidentale, eliminandone la presenza ebraica, e di una pulizia ancora più radicale, un vero e proprio svuotamento etnico, nei territori dell’est. La scelta delle due opzioni, deportazione o sterminio, non rappresentava tanto un salto culturale, la brusca radicalizzazione di una strategia, ma dipendeva piuttosto dalla loro efficacia e dalla loro praticabilità. In questo senso la guerra contro l’Unione sovietica, che faceva aumentare considerevolmente il numero degli ebrei nella zona di influenza tedesca, ma rendeva impraticabile, almeno a breve, l’opzione di una deportazione al di là degli Urali, fece diventare l’opzione dello sterminio come l’unica praticabile.

     

    Tra le letture più recenti, si consigliano

    Enzo Traverso, Simon Levi Sullam, Marcello Flores, Marina Cattaruzza (a cura di), Storia della Shoah, Torino, UTET, 2005-2006
    Christopher Browning, Le origini della soluzione finale: l'evoluzione della politica antiebraica del nazismo: settembre 1939-marzo 1942, Milano, Il Saggiatore, 2008

     

    Note

    1. Cfr. DIETRICH EICHHOLTZ, Geschichte der deutschen Kriegswirtschaft 1939-1945, II, Berlin, Akademie Verlag, 1985, pp. 434-435.

    2.  Bericht des Wirtschaftsstabes Ost, Gruppe Landwirtschaft vom 23. Mai 1941: Richtlinien für die Wirtschaftspolitik zur Ausnutzung russischer Quellen für die Ernährung der deutschen Wehrmacht und zum Teil für die deutsche Zivilbevölkerung (doc. 126 EC), in Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher vor dem Internationalen Militärgerichtshof. Nürnberg 14. November 1945 - 1. Oktober 1946, Nürnberg, 1949, XXXVI, pp. 135-157, qui pp. 144-145.

    3.  CHRISTIAN STREIT, Keine Kamaraden. Die Wehrmacht und die sowjetischen Kriegsgefangenen 1941-1945, Bonn, Verlag J.H.W. Dietz Nachf., 1991, p. 136.
    4.  Ibidem, p. 244.

    5.  Bericht über eine Inspektionsreise Seyss-Inquarts in Polen vom 17. bis 22. November 1939  (doc.  2278-PS), in Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher..., cit.,  XXX, pp. 84-101, qui p. 95.
    6.  Cfr. PHILIPPE BURRIN, Hitler and the Jews. The Genesis of the Holocaust, London, Melbourne,Auckland, Edward Arnold, 1994, p. 110 (ed. orig. Hitler et les juifs. Genèse d’un génocide, Paris, Seuil, 1989).
    7.  Cfr. GERT ROBEL, Sowjetunion, in Dimension des Völkermords. Die Zahl der jüdischen Opfer des Nationalsozialismus, a cura di Wolfgang Benz, München, Oldenbourg, 1991, p. 543.
    8.  Cfr. Einsaztgruppen, in Enzyklopädie des Holocaust, München - Zürich, Piper, I, 1995, p. 399. L’edizione originale di questa enciclopedia è stata pubblicata contemporaneamente in ebraico in Israele, col titolo  Entsiklopedja shel ha-shoa, e in inglese negli USA, col titolo Encyclopedia of the Holocaust.
    9.  CHRISTOPHER BROWNING, L’origine de la solution finale: du contexte militaire et politique à la prise de décision (1939-1941), in La politique nazie d’extermination (a cura di François Bédarida), Paris, Albin Michel, 1989, pp. 156-176.
    10.   Auftrag Görings an Heydrich vom Juli 1943 zur Vorbereitung einer Gesamtlösung der Judenfrage im deutschen Einflussgebiet in Europa (doc. 710-PS), in Der Prozess gegen die Hauptkriegsverbrecher..., cit.,  XXVI, pp. 266-267.
    11.  ARNO MAYER, Soluzione finale. Lo sterminio degli ebrei nella storia europea, Milano, Arnoldo Mondadori, 1990, pp. 242-243 (ed. orig. Why Did the Heavens not Darken? The “Final Solution” in History, New York, Pantheon Books, 1988).
    12.  ARNO MAYER, La “solution finale” dans l’histoire, Paris, Éditions La Découverte, 1990,  p. VI.
    13.   Cfr. MICHAEL BURLEIGH, WOLFGANG LIPPERMANN, Lo stato razziale, Germaia 1933-1945, Milano, Rizzoli, 1992, pp. 127-151.

  • La shoah spiegata ai ragazzi

     Autore: Antonio Brusa

     

     

     

    Ricavo dal libro di Francesca Romana Recchia Luciani quelle che mi sembrano “le conoscenze storiche essenziali per la giornata della memoria”, un momento che molti (della scuola come dell’Università) vorrebbero smettesse i panni della celebrazione e della commemorazione per acquistare quelli dello studio.

    Per realizzare questo obbiettivo occorre costruire la profondità temporale della Shoah. Questa si articola su tre livelli. I tempi lunghissimi dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo, che accompagnano l’intera storia del cristianesimo e delle società che a questa religione si rifanno. I tempi intermedi della scientifizzazione del concetto di razza (e quindi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento). Il tempo breve, infine, quello dei dodici anni dell’esperienza nazista.

    Zoomando su quest’ultimo periodo, si osserva il percorso che conduce alla “Soluzione finale”, e quindi a Auschwitz. Anche questo è un percorso niente affatto lineare. Le sue prime mosse sono quelle della violenza diffusa che culmina con le rapine, le botte e le uccisioni della Notte dei Cristalli. Poi si cambia registro. Basta violenza nelle città, i nazisti provano a utilizzare le strutture dello stato: leggi e burocrazia. Gli ebrei vengono censiti, segregati, spogliati progressivamente, messi ai margini della società, costretti a emigrare. L’entrata in guerra – infine -  mette i nazisti di fronte agli ebrei dell’Europa orientale. Fino ad allora se l’erano vista con gli appena 500 mila ebrei interni, ora devono vedersela con i milioni di ebrei slavi, ungheresi,  baltici.

    Ci si avvia alla fase finale. Anche questa segue un percorso tortuoso. Fermo dal punto di vista ideologico, si avvale di soluzioni empiriche, messe a punto qua e là: la logistica, sperimentata da Eichmann in Austria; le uccisioni di malati e di portatori di handicap; gli omicidi di massa degli ebrei, ai quali si danno sia gli Einsatzgruppen, sia le popolazioni civili; l’uso dei gas di scarico dei camion; il complesso dei campi di concentramento che, fin da subito, il regime ha cominciato a costruire.

    Sulle sponde del Wannsee, nel gennaio del 1942, si tirano le somme di queste pratiche dell’orrore. Tutte insieme concedono ai nazisti il potere di sterminare un popolo. In questa impresa, essi profondono ricchezze, uomini, strutture, industrie, capacità organizzative collettive e individuali. Costruiscono una macchina così possente e funzionale che continua a produrre morte anche quando le loro armate si ritirano sconfitte. Un’impresa ciclopica che li mette in grado di “dimostrare -  sono parole di Goebbels  - che tutto è possibile”.

    Messa a punto la contestualizzazione,  si entra nell’universo concentrazionario, un termine - ormai passato nell’uso storiografico - con il quale si sottolinea il fatto che esso era costituito da una rete fitta di campi, che innervava sia la Germania, sia molti dei territori conquistati, dall’Italia fino alla Polonia. Campi di diverso genere, da quelli destinati alla raccolta e al transito, alla detenzione, al lavoro, fino a quelli specializzati nello sterminio, con un gradiente di violenze – tuttavia - che faceva sì che l’omicidio e la morte per fame o per stenti fossero di casa ovunque.

    Questo universo ha uno scopo che persegue con determinazione. Non si tratta, soltanto, di uccidere. Occorre produrre un essere meritevole di essere ucciso. Occorre “dimostrare” che l’ebreo è un subumano. Questo universo, dunque, lo “produce”.  Lo fa creando un clima di sofferenze, di privazioni, di perdita di identità, di routine della violenza che conducono l’individuo a perdere tutto ciò che lo rende umano. Facendogli percorrere l’ultimo tratto della sua vita in una terra che ricrea l’inferno, con la sua logica capovolta: premiare i cattivi, punire i buoni. Il “mussulmano”, parola che Primo Levi ci ha fatto conoscere, è l’abitante di questo inferno.

    Attraversarlo per intero  in classe è impossibile. Bisogna scegliere e focalizzare la propria attenzione. Francesca Romana indica tre luoghi -  Teresienstadt, Varsavia, Auschwitz – quali esempi di “studi di caso” capaci di illustrare la varietà delle situazioni storiche;  e due personaggi, Primo Levi e Hanna Arendt, perché non solo ci parlano dell’orrore, ma pongono le basi per tematizzare il nostro rapporto con quei fatti. Quello che ci conduce alla giornata del 27 gennaio, momento nel quale si affronta la questione, vitale per la formazione storica dei cittadini, dell’educazione della memoria.

     

    Francesca R. Recchia Luciani, La Shoah spiegata ai ragazzi,il melangolo, Genova 2014

  • La storia alla radio: i podcast di storia della Rai. Da Napoleone al Muro di Berlino

    di Antonio Prampolini

    La storia non solo possiamo “leggerla” sui libri, le riviste e i giornali (in formato cartaceo o digitale), “guardarla” al cinema, alla televisione o sui video, che circolano numerosi in Internet, ma possiamo anche “ascoltarla” nelle registrazioni audio.

    Nei podcast, come ha osservato acutamente Enrica Salvatori, sottolineandone le potenzialità, «la narrazione storica viene “recitata”, riportata alla dimensione uditiva, che in quanto tale ha stili, effetti speciali, pause e ritmi suoi propri» funzionali ad una comunicazione più partecipata e coinvolgente dei contenuti.

  • La storia contemporanea nel Web. L’esempio della Germania: il Centro per la storia contemporanea di Potsdam.

    di Antonio Prampolini

    Prampolini Zeitgeschichte Digital immagine 1Fig.1: logo del Leibniz-Zentrum für Zeithistorische Forschung Potsdam (ZZF) Fonte1. L’istituto di ricerca

         IlLeibniz-Zentrum für Zeithistorische Forschung Potsdam (ZZF) è un istituto di ricerca interdisciplinare creato nel 1996 con sede in Germania a Potsdam (capoluogo del Brandeburgo). Studia la storia contemporanea tedesca ed europea del XX secolo e i suoi effetti fino ai giorni nostri. L’attività scientifica dell’istituto è organizzata in dipartimenti (attualmente quattro) che si dedicano ciascuno ad una specifica area tematica: Comunismo e società,Storia dell'economia, Storia della società, Storia dei media e della società dell'informazione.

    Le ricerche e le pubblicazioni dell’istituto riguardano in particolare: 

    - la “Guerra fredda”

    - le crisi e il crollo dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est

    - la storia della Repubblica Democratica Tedesca (DDR).

     

     

     

     

     

     

     

    Prampolini Zeitgeschichte Digital immagine 2Fig.2: homepage del portale Zeitgeschichte Digital Fonte2. Il portale

       L’istituto è presente in rete con un’ampia e articolata offerta open access di informazioni e riflessioni sulla storia contemporanea. Attraverso il portale Zeitgeschichte Digital (Storia Contemporanea Digitale) è possibile accedere ai siti dello ZZF:

    -      Docupedia-Zeitgeschichte

    -     Zeithistorische Forschungen

    -     Zeitgeschichte online

    -     ZZF e-Dok-Server

                                                                                 -     Visual History

    Il portale mette a disposizione degli utenti un catalogo di tutti gli articoli online pubblicati dall‘istituto nei diversi siti. Gli articoli possono essere ricercati con differenti modalità (per Autori/autrici, Argomenti, Anni/periodi storici, Stati/territori, Siti di pubblicazione), attivabili sia separatamente che collegate fra di loro. Ad esempio, scegliendo l‘argomento antisemitisno, si può circoscrivere la ricerca (tra le varie opzioni) agli Anni Venti o agli Anni Trenta del Novecento, all‘Europa Occidentale o a quella Orientale.

    Gli articoli vengono visualizzati a mosaico (segundo l‘ordine cronologico inverso di pubblicazione) in una schermata-indice che riporta per ciascuno un‘immagine-icona accompagnata dalle tradizionali informazioni bibliografiche (autori, titolo, sito e data di pubblicazione). Selezionando un articolo si accede ad una scheda con le prime righe del testo, la didascalia e la fonte dell‘immagine-icona, la segnalazione degli articoli correlati consultabili online sui siti ZZF, le classificazioni tematiche, geografiche e cronologiche (oltre alle informazioni già contenute nella schermata-indice e agli estremi per la citazione dell‘articolo).

    Dalla scheda si accede al testo completo dell‘articolo.

    Gli articoli sono pubblicati prevalentemente in lingua tedesca (gli utenti possono sempre attivare il traduttore online di Google, che in questo caso fornisce una versione in lingua italiana dei testi nel complesso accettabile).

     

     

    Prampolini Zeitgeschichte Digital immagine 3Fig.3: logo di Docupedia-Zeitgeschichte Fonte3. Un’enciclopedia storica rivolta a tutti

        Docupedia-Zeitgeschichte (Docupedia – Storia Contemporanea) è il sito ZZF che si rivolge ad un pubblico più vasto di quello degli specialisti del settore per trasmettere le conoscenze di base relative alla storia contemporanea e per documentare i dibattiti sui fondamenti metodologici e teorici della ricerca storica. Contiene articoli autoriali suddivisi in sette categorie: Fondamenti(Grundlagen), Concetti (Begriffe), Metodi (Methoden), Campi di ricerca (Forschungsfelder), Dibattiti (Debatten), Paesi (Länder), Storici (Klassiker).

     

    Appartengono alla prima categoria Fondamenti (Grundlagen), insieme ad altri, gli articoli:

    -     Modelli teorici della storia contemporanea (Theoriemodelle der Zeitgeschichte) di Stefan Haas. L’autore, dopo avere riconosciuto l’importanza della teoria nel definire la logica progettuale e funzionale della ricerca storica, spiega i diversi modelli teoriciutilizzabili dagli storici dell’età contemporanea.

    -      Narrazione e narratologia. Teorie narrative nella storiografia(Narration und Narratologie. Erzähltheorien in der Geschichtswissenschaft) di Achim Saupe e Felix Wiedemann. Gli autori affrontano le teorie narrative e le loro applicazioni negli studi storici.

    -      Storia contemporanea e Digital Humanities (Zeitgeschichte und Digital Humanities) di Peter Haber. L’autore traccia lo sviluppo delle Digital Humanities e si chiede se la digitalizzazione ha cambiato solo la qualità e la quantità delle fonti o anche l'intero processo di lavoro degli storici contemporanei.

    -      Didattica della storia (Didaktik der Geschichte) di Lars Deile. Per l’autore la didattica della storia riguarda la visibilità del passato nel presente.  Del passato rimangono solo dei frammenti. Attraverso le domande del presente questi frammenti possono diventare una fonte di conoscenza.

     

    Alla seconda categoria, Concetti (Begriffe), appartengono, insieme ad altri, gli articoli:

    -      Tempo e concezioni del tempo nella storia contemporanea(Zeit und Zeitkonzeptionen in der Zeitgeschichte) di Rüdiger Graf. L’autore, dopo avere introdotto il concetto del tempo alla luce delle teorie più recenti, afferma che la storiografia dovrebbe occuparsi maggiormente delle connessioni tra passato, presente e visioni del futuro.

    -      Cittadino, Borghesia, Attitudini borghesi (Bürger, Bürgertum, Bürgerlichkeit) di Manfred Hettling. Nel suo contributo l’autoreapprofondisce il concetto di "cittadino", la formazione sociale della "borghesia", il suo modello culturale, e presenta gli approcci e i metodi della ricerca storica sull’argomento.

    -      Burocrazia (Bürokratie) di Peter Becker. L’autore ricostruisce i cambiamenti di significato del temine “burocrazia” nel corso dei secoli XIX e XX e analizza i nuovi indirizzi storiografici che la riguardano.

    -      Antisemitismo e ricerca sull’antisemitismo (Antisemitismus und Antisemitismusforschung) di Wolfgang Benz. Nell’articolo viene descritta la storia dell'antisemitismo dal primo Medioevo al XXI secolo. L’autore fornisce una panoramica dei vari metodi e modelli esplicativi utilizzati nella ricerca interdisciplinare sull'antisemitismo.

    -      Fordismo (Fordismus) di Rüdiger Hachtmann. L’autore descriveil pensiero el’ideologia di Henry Ford e ladiffusione del termine “fordismo”,approfondendone i livelli di significato più importanti.

    -      Fascismo – Concetto e teorie (Faschismus – Begriff und Theorien) di Fernando Esposito. L’autoreprende in esame ilsignificato del termine fascismo alla luce dell’attuale uso/abuso da parte dei media e della politica e discute gli approcci delle più recenti ricerche sul fascismo.

    -      Antifascismo. Concetto, storia e campo di ricercanell'Europa occidentale (Antifaschismus. Begriff, Geschichte und Forschungsfeld in westeuropäischer Perspektive) di Jens Späth. L'articolo fornisce, con un’ottica comparativa transnazionale, una panoramica della storiadell’antifascismonell’Europa occidentale.

    -      Anticomunismo (Antikommunismus) di Bernd Faulenbach. L’autore analizza l’anticomunismo dal 1917 al 1989-91 considerandolo una irrinunciabile categoria interpretativa della storia del Novecento.

     

    Alla terza categoria, Metodi(Methoden), appartengono, insieme ad altri, gli articoli:

    -      Storia Globale (Global History) di Dominic Sachsenmaier. L’articolo spiega come la “Global History” si identifica con una vasta gamma di approcci di ricerca che vanno dalla storia economica alla storia culturale e dalla storia di genere alla storia ambientale, caratterizzati da un crescente interesse per concezioni alternativeal nazionalismo metodologico e all'eurocentrismo.

    -      Storia Visiva (Visual History) di Gerhard Paul. Per l’autore, che è uno dei fondatori della “Visual History” nell’ambito della storia moderna e contemporanea, le immagininon sono solo “fonti”ma anche “oggetti indipendenti”dellastoriografia.

    -      Storia Culturale – (Kulturgeschichte) di Achim Landwehr. L’articolo offre una breve panoramica della Storia Culturalesottolineando come essa abbia risposto alle nuove sfide politiche e sociali dagli anni '90.

    -      Storia dei Media (Mediengeschicte) di Frank Bösch e Annette Vowinckel. Nell’articolo viene analizzato il ruolo che i media giocano nella ricerca interdisciplinare sulla storia contemporanea.

    -      Storia sociale e Scienze sociali storiche (Sozialgeschichte und Historische Sozialwissenschaft) di Klaus Nathaus. L’autore prende in esame le macroaree in cui la storia socialetrova oggi applicazione offrendo un utile orientamento in un campo di ricerca assai vasto.

     

    Alla quarta categoria, Campi di ricerca (Forschungsfelder), appartengono, insieme ad altri, gli articoli:

    -     Storia dei lavoratori (Arbeitergeschichte) di Peter Hübner. L’articolo spiega in una prospettiva interdisciplinare i vari aspetti della “Storia dei lavoratori”, che coinvolge la storia del lavoro, della classe operaia e del movimento operaio.

    -      Storia afroamericana (Afroamerikanische Geschichte) di Christine Knauer. L’autricetraccia la genesi della storiografia afroamericana e fa riferimento alla stretta connessione tra storiografia, lotta per la libertà e movimento per i diritti civili nel XIX e soprattutto nel XX secolo.

    -      Ricerca biografica storica (Historische Biografieforschung) di Levke Harders. In questo contributo l’autrice, dopo avere offerto una panoramica dello sviluppo delle biografie nelle scienze storiche di lingua tedesca e inglese, prende in esame le attuali ricerche biografiche.

    -      “Guerra fredda” (Kalter Krieg und “Cold War Studies”) di Bernd Greiner. L‘autore,analizzandogli studi sulla “Guerra fredda” emersi negli ultimi dieci anni,evidenzia come il campo di ricerca si stiaemancipando dalla prospettiva storicalimitata alla politica delle due superpotenze (USA e URSS) per interrogarsi sul ruolo dei piccoli attori della scena internazionale.

     

    Fanno parte della quinta categoria Dibattiti (Debatten), insieme ad altri, gli articoli:

    -      Potere carismatico e nazionalsocialismo (Charismatische Herrschaft” und der Nationalsozialismus) di Rüdiger Hachtmann. L’articolo prende in esame il modello idealtipico del sociologo tedesco Max Weberper applicarloal regime nazista, mostrandone i limiti e riconoscendone, allo stesso tempo, i meriti.

    -      La “disputa degli storici” (Der Historikerstreit) di Klaus Große Kracht.Per l’autore la “Historikerstreit” (il dibattito pubblico oltre che scientifico che ha avuto inizio nell'estate del 1986 a seguito di un articolo del filosofo sociale Jürgen Habermas sul settimanale di Amburgo "Die Zeit") rappresenta un importante punto focale all'interno della cultura politica della Repubblica federale di Germania negli anni '80.

    -      Storia vivente (Living History) di Juliane Tomann. L’autrice passa in rassegna le varie definizioni, forme ed espressioni della “Living History” sia negli Stati Uniti che in Europa.

     

    Della sesta categoria, Territori (Länder), fanno parte, insieme ad altri, gli articoli:

    -      Francia: Histoire du Temps présent tra problemi nazionali e apertura internazionale(Frankreich - Histoire du Temps présent zwischen nationalen Problemstellungen und internationaler Öffnung) di Rainer Hudemann.L’autore, in qualità di osservatore esterno, individua alcune aree problematiche importanti per lo sviluppo della Histoire du temps présent e ne presenta la forza innovativa e la diversificata produzione tematica.

    -      Gran Bretagna: "Storia contemporanea" oltre il consenso e il declino (Großbritannien - "Contemporary History" jenseits von Konsens und Niedergang) di Detlev Mares. L’articolo offre una panoramica dei problemi centrali della periodizzazione della ricerca storica contemporanea in Gran Bretagna.

    -     Spagna: Tra memoria e storia contemporanea  (Spanien – Zwischen Erinnerung und Zeitgeschichte) di Walther L. Bernecker e Sören Brinkmann.Gli autori esaminano la gestione della storia contemporanea in Spagna alla luce l'elaborazione dei due grandi eventi del Novecento: la guerra civile eil passaggio alla democrazia.

     

    Della settima e ultima categoria, Storici (Klassiker), fanno parte, insieme ad altri,  gli articoli:

    -      Max Weber e la storia contemporanea (Max Weber und die Zeitgeschichte) di Gangolf Hübinger. L’articolosi interroga sull’importanza e sull’attualitàdi Max Webernello studio della storia contemporanea.

    -      Raul Hilberg. “Fantasia della Buocrazia”. Studio pionieristico sullo sterminio degli ebrei europei (Raul Hilberg. “Phantasie der Bürokratie”. Pionierstudie zur Vernichtung der europäischen Juden) di Nicolas Berg. L’autore racconta la vita e gli studi di Raul Hilberg, storico statunitense di origini austriache, autore della monografia The Destruction of the European Jews, pubblicata per la prima volta nel 1961.

    -      Francis Fukuyama e la “Fine della storia” (Francis Fukuyama und das "Ende der Geschichte” di Stefan Jordan. In questo contributo l’autore discute la tesi di Fukuyama così come i dibattiti sul suo libroThe End of History and the Last Man (1992).

     

    Oltre a questa suddivisione, Docupedia-Zeitgeschichte raggruppa gli articoli in tre macroaree (Cluster): Ricerca sul Comunismo (Kommunismusforschung), Ricerca sul Nazionalsocialismo (Nationalsozialismus-Forschung), Storia Pubblica – Storia Applicata (Public History - Applied History).

     

    Nel sito DZ è sempre possibile (come pure nel portale Zeitgeschichte Digital) effettuare ricerche per Autori/autrici e per Argomenti, oltre a ricerche testuali libere.

    Docupedia-Zeitgeschichte non segue un piano editoriale predefinito, è un progetto dinamico, aperto alle proposte e ai contributi degli storici. In continua crescita, dai 20 articoli del febbraio 2010 - quando il sito è stato messo online - agli attuali 169  (15/12/2020). Gli autori che hanno contribuito al progetto con i loro articoli dal 2010 ad oggi sono 155.

    Il riferimento a Wikipedia è implicito, oltre che nel nome, nell’utilizzo dello stesso software open source MediaWiki(che permette di supportare processi editoriali snelli e in continuo aggiornamento), nella possibilità di partecipazione dei lettori, a cui viene offerto uno spazio per i commenti agli articoli pubblicati (Kommentar) e per le discussioni sui temi trattati (Debatten), nella modifica degli articoli dopo la loro pubblicazione, nell’accesso libero e gratuito ai testi e nel loro utilizzo. Ma allo stesso tempo ci sono grandi differenze tra le due “enciclopedie”: gli articoli (come pure i commenti e gli interventi nelle discussioni) in Docupedia non sono anonimi (o individuati da pseudonimi) come in Wikipedia e sono sottoposti, prima della loro pubblicazione, a unprocesso di valutazione(peer review) o all’autorizzazione redazionale.

     

    Docupedia(che è un’opera di reference specialistica) propone contributi concisi e panoramiche sulla storia/storiografia contemporanea, in grado di fornire un corretto orientamentoin un contesto scientifico e di stimolare ulteriori approfondimenti. Ciò che, invece, è l’eccezione e non la regola nelle voci di Wikipedia dedicate alla storia.

     

     

    Prampolini Zeitgeschichte Digital immagine 4Fig.4: copertina della rivista Zeithistorische Forschungen, n. 1/2019 Fonte4. “Zeithistorische Forschungen”: la rivista

         Zeithistorische Forschungen / Studies in Contemporary History” - ZF / SCH (Ricerche di Storia Contemporanea) è una rivista bilingue (tedesco/inglese) pubblicata in formato cartaceo con cadenza quadrimestrale e accessibile liberamente in rete dal 2004. La rivista propone articoli sulla storia contemporanea tedesca, europea e globale. La “Guerra fredda” e i media audiovisivi del XX e XXI secolo (origine, natura, ricezione, effetti) costituiscono i focus privilegiati della rivista. Tra i temi affrontati rientraanche l’attualità, esaminata però in una prospettiva storica.

    Il sito web consente ricerche sui numeri quadrimestrali della rivista dal 2004 ad oggi (Archiv), sugli autori (Autorenregister), sulle rubriche/categorie (Rubrikenregister), sulle parole chiave/tag (Sclagwortregister).

    Tra gli articoli pubblicati sugli ultimi numeri della rivista disponibili online (2019-2020/2) segnaliamo:

     

    Sulla storia sanitaria:

    -     La salute come investimento. La doppia storia dell’economia sanitaria(Gesundheit als Investment. Die doppelte Geschichte der Gesundheitsökonomie) di Martin Lengwiler. Indice: 1. All'ombra delNew Deal: la genesi dell'economia sanitaria; 2. Dall'efficienza dei costi al nuovo universalismo: approcci economici nell'OMS; 3. Distanza dall’economia neoclassica: l’economia sanitaria in Occidente.

    -      Sul mercato. L'ospedale tedesco - Schizzi per una storia del tempo presente (Auf dem Markt. Das bundesdeutsche Krankenhaus – Skizzen zu einer Gegenwartsgeschichte)di Richard Kühl e Henning Tümmers. Indice: 1. L'ospedale malato; 2. Più mercato; 3. Concorrenza come ordine e principio di ottimizzazione; 4. Outlook.

     

    Sulla diversità:

    -    Diversità. Prospettive storiche su un termine chiave del presente (Diversität. Historische Perspektiven auf einen Schlüsselbegriff der Gegenwart) di Georg Toepfer. Indice: 1. La lunga storia della diversità; 2. Diversità nel XX secolo; 3. I quattro paradigmi della diversità.

     

    Sulle fonti digitali:

    -     Studi sulle fonti digitali. Compiti futuri delle scienze storiche di base (Digitale Quellenkunde. Zukunftsaufgaben der Historischen Grundwissenschaften) di Nicola Wurthmann e Christoph Schmidt. Indice: 1. Una nuova scienza delle fonti digitali; 2. Implicazioni del continuo cambiamento dellefonti digitali; 3. Garanzia di fonti digitali affidabili einalterate; 4. Prospettive: valutare con competenza le fonti digitali autentiche.

     

    Sul processo di Norimberga:

    -     Voci nella testa. Ascolto e partecipazione ai processi di Norimberga, 1945-1949(Stimmen im Kopf. Mithören und Mitmachen in den Nürnberger Prozessen, 1945–1949)di Kim Christian Priemel. Indice: 1. Il suono nell’immagine; 2. Traduzioni; 3. Ilpaesaggio sonoro di Norimberga; 4. L’uso delle cuffie; 5. Ascoltare correttamente.

     

    Sul Gioco e sulla Guerra Fredda:

    -     Giocare alla “Guerra fredda”. Giochi da tavolo e per computer nel confronto tra sistemi (Den Kalten Krieg spielen. Brett- und Computerspiele in der Systemkonfrontation) diFlorian Greiner e Maren Röger. Indice: 1. Il gioco come fattore economico e tecnica culturale in tempi di confronto tra i blocchi;2. Giochi competitivi? La guerra fredda come competizione; 3. I giochi come mezzo di identificazione - confronto tra i blocchi e cultura nazionale; 4. Giochi di resistenza - Critica sociale nella "Seconda Guerra Fredda"; 5. Ansia per la limitazione del gioco: i giochi come pericolo; 6. Conclusione.

     

    Prampolini Zeitgeschichte Digital immagine 5Fig.5: screenshot della piattaforma digitale Zeitgeschichte online Fonte5. Zeitgeschichte online: la piattaforma digitale

       Zeitgeschichte online (Storia Contemporanea online)fornisce informazioni sulle nuove tendenze della ricerca e sui dibattiti in corso in materia di storia contemporanea, con l’obiettivo principale di farli conoscere al di fuori della comunità degli storici. I contributi e i dossier pubblicati sulla piattaforma analizzano le questioni politiche, culturali e sociali del presente, contestualizzandole storicamente, e riflettono in particolare su come vengono affrontate dai media.

    Il sito si presenta con una homepage colorata, dove i contributi e i dossier sono identificati, in ordine cronologico inverso, da riquadri con immagini e/o titoli, con i nomi degli autori e le date di pubblicazione. Cliccando sui riquadri è possibile accedere ai testi con le relative classificazioni (e liste dei tag) tematiche, geografiche e cronologiche.

     

    Tra i i contributi e i dossier più recenti, segnaliamo:

    -      Storicizzazione di una Icona. Willi Brandt in ginocchio a Varsavia 50 anni fa (Historisierung einer Ikone. Willy Brandts Kniefall in Warschau vor 50 Jahren) di Kristina Meyer;

    -      Ora sappiamo tutto. Un dossier sulla situazione attuale in Bielorussia(Jetzt kennen uns alle*. Ein Dossier zur gegenwärtigen Situation in Belarus) diMelanie Arndt e Annette Schuhmann;

    -      Ricerca sull'antisemitismo come progetto politico (Fragen über Fragen. Antisemitismusforschung als politisches Projekt) diChristian Mentel;

    -     Gli USA nella storia contemporanea. Una raccolta di materiale sulle elezioni presidenziali statunitensi del 3 novembre 2020(Die USA in der Zeitgeschichte. Eine Materialsammlung zur US-Präsidentschaftswahl am 3. November 2020) di Alina Müller;

    -      La memoria dell'Olocausto ai tempi del COVID-19. Un inventario (Die Erinnerung an den Holocaust in Zeiten von COVID-19. Eine Bestandsaufnahme) di Tobias Ebbrecht-Hartmann;

    - Immagini della liberazione. Rappresentazioni dell'8 maggio e 75 anni di cultura della memoria(Bilder der Befreiung. Perspektiven auf den 8. Mai und 75 Jahre Erinnerungskultur), dossier a cura di Sophie Genske e Rebecca Wegman.

     

    6. ZZF e-Dok-Server: l’archivio

       Il Leibniz-Zentrum für Zeithistorische Forschung (ZZF) offre l'opportunità di pubblicare (previa autorizzazione) documenti attinenti la storia contemporanea su un proprio server dedicato. I documenti possono essere: libri o parti di libri, articoli di  riviste, pubblicazioni digitali.

    E' possibile impostare le ricerche con diverse modalità: Ricerca Avanzata (Advanced Search: Author(s), Title, Additional Person(s), Referee(s), Abstract, Fulltext, Year(s)); Tutti i Documenti (All documents); Ultimi Documenti (Latest documents).

    La navigazione può essere circoscritta ai differenti tipi di documenti archiviati (Browse documents by type) e agli anni di pubblicazione (Browse documents by year).

     

    Prampolini Zeitgeschichte Digital immagine 6Fig.6: fotografia di Klaus Bergmann pubblicata su Visual History (articolo di Christine Bartlitz, 10/02/2020) Fonte7. Visual History: la storia per immagini

      L'indagine sulle immagini del passato è una parte importante dello studio della storia. Lo testimonia la nascita della Visual History come nuovo campo di ricerca.

    Per gran parte del Novecento gli studi storici sono stati principalmente studi testuali; solo negli ultimi decenni le immagini sono state sempre più incluse come fonti e, allo stesso tempo, come oggetto di indagine.

    Nel corso del 2013 lo ZZF di Potsdam ha messo in rete una piattaforma digitale dedicata specificatamente alla Visual History per fornire informazioni sulle attività degli storici e degli altri specialisti in tale ambito, per accogliere e diffondere i risultati dei loro studi, per approfondire i fondamenti teorici e metodologici della ricerca storica delle immagini.

    La piattaforma consente di effettuare ricerche per Rubriche (Rubriken): Archivi e collezioni (Archive und Sammlungen), Fonti (Quellenbestände), Progetti di ricerca (Forschungsprojekte), Dossier tematici (Themendossiers), Concetti e metodi (Konzepte und Methoden), Dibattiti (Debatten), Recensioni (Rezensionen); per Temi/tag(Themen); per Archivi (Archiv).

    I documenti/articoli vengono visualizzati in ordine cronologico inverso.

     

    Tra i Dossier tematici segnaliamo:

    -      Etica dell’immagine. Per gestire le immagini in Internet (Bildethik. Zum Umgang mit Bildern im Internet) a curadi Christine Barlitz, Sara Dellmann e Annette Vowinkel;

    -      Immagini antisemite – Produzione, Uso, Effetti (Antisemitische Bilder – Herstellung, Gebrauch, Effekte) a cura di Isabel Enzenbach.

     

    Tra gli Articoli nella rubrica/sezione Concetti e metodi:

    -      Immagini storiche nell’arte contemporanea. Strategie artistiche per mettere in discussione le immagini della storia dagli anni '90   (Geschichtsbilder in der Gegenwartskunst) di Melanie Franke;

     

    Tra i Progetti di ricerca:

    • L’immagine digitale (Das Digitale Bild). Il progetto (attivo dalla fine del 2019 sotto la guida congiunta di Hubertus Kohlen, e Hubert Locher) vuole contribuire a una migliore comprensione del ruolo delle immagini nello spazio digitale;
    • Storia visiva dell’Olocausto nell’era digitale(Visuelle Geschichte des Holocaust im digitalen Zeitalter). Il progetto (condotto dall'Istituto Ludwig Boltzmann per la storia digitale di Vienna) è focalizzato sulle possibilità e sui limiti delle tecnologie digitali nella conservazione, indicizzazione e comunicazione dei documenti dell’Olocausto;
    • Il colonialismo italiano nella cultura visuale e nella memoria familiare(Italian Colonialism in Visual Culture and Family Memory). Ricerca di dottorato di Markus Wurzer che, in primo luogo,esplora le pratiche fotografiche private, i loro legami con la cultura visiva coloniale e fascista e la loro partecipazione alla costruzione e diffusione della conoscenza della storia del colonialismo italiano. In secondo luogo, esamina il posto delle fotografie coloniali nella memoria familiare del dopoguerra.

    8. Dalla carta al Web

       Nell’offerta digitaledelLeibniz-Zentrum für Zeithistorische Forschung Potsdam(ZZF) sono rappresentate le diverse modalità organizzative e comunicative del sapere storico, da quelle tradizionali nate nel “mondo della carta” (l’enciclopedia, la rivista, l’archivio), alle nuove forme che appartengono al Web: il portale, la piattaforma digitale, il blog.

    Ciò che le accomuna è l’obiettivo di mettere in contatto la produzione del mondo accademico con un più vasto pubblico formato non solo da ricercatori, ma, anche e soprattutto, da insegnanti, studenti, divulgatori e appassionati di storia.

    Una produzione che, pur rimanendo fedele ai propri statuti disciplinari, deve essere consapevole della necessità di adeguarsi alle nuove esigenze comunicative e partecipative dell’era digitale di cui il Web si è fatto portatore.

  • La storia contemporanea nella Biblioteca digitale della Fondazione Feltrinelli

    di Antonio Prampolini

    Una biblioteca per tutti

    Biblioteca della Fondazione Feltrinelli1. Biblioteca della Fondazione Feltrinelli (Fonte)

    La digitalizzazione del patrimonio archivistico e bibliografico è un processo in forte crescita, che da anni coinvolge anche in Italia sia istituzioni pubbliche che private, la cui indubbia utilità al fine di una più agevole fruizione è stata evidenziata dalle recenti misure di lock down.

    La Fondazione Giangiacomo Feltrinelli è in prima fila in questo processo di digitalizzazione, e sul proprio sito, <https://fondazionefeltrinelli.it/>, offre agli utenti della rete, e in particolare agli insegnanti e agli studenti delle scuole italiane, una ricca documentazione sulla storia contemporanea, di grande interesse sia dal punto di vista divulgativo che didattico.

    Con la Biblioteca digitale la Fondazione permette di accedere a porzioni crescenti del proprio vasto patrimonio, proponendo percorsi di lettura collegati a specifici progetti di ricerca; ad oggi:

    Il Risorgimento e la costruzione dell’Italia

    La storia del Risorgimento italiano viene affrontata attraverso cinque percorsi di lettura:

    Camillo Benso di Cavour2. Camillo Benso di Cavour (1810-1861) – ritratto di Francesco Hayez (Fonte) Carlo Cattaneo3. Carlo Cattaneo (1801-1869) - xilografia (Fonte)

    Al centro del primo percorso, Diventare nazione (I linguaggi dell’identità nazionale), la nascita e la definizione dell’identità nazionale tra fine Settecento e gli anni Settanta dell’Ottocento nei diversi scenari politici e sociali del Risorgimento italiano, per evidenziare la specificità dei loro linguaggi: la comunicazione pubblica, la cultura popolare, la Chiesa cattolica e i sostenitori del suo primato, l’esperienza dell’esilio, la cultura politica di Cavour e quella di Felice Cavallotti. Il percorso propone in formato pdf la scansione di 85 documenti a stampa, tra cui: Silvio Pellico, Dei doveri degli uomini,1834; Vincenzo Gioberti, Il gesuita moderno, 1846-1847; Massimo D’Azeglio, Proposta d’un programma per l’opinione nazionale italiana, 1847; Giuseppe Mazzini, La rivoluzione italiana, 1851 e La questione italiana e i repubblicani, 1861; Cavour, Discorsi alla Camera dei deputati e al Senato del regno, 1860-1861; Felice Cavallotti, Opere,1881-1885.

    Tema del secondo percorso, Costruire la nazione (Gli economisti nell’Italia Risorgimentale), è il “modello di sviluppo” indagato attraverso testi in cui il dibattito sul progetto politico e la discussione sulle questioni economiche s’intrecciano in un’unica riflessione. Tra i 55 testi digitalizzati, segnaliamo: Antonio Scialoja, I principi dell’economia sociale, 1840 e Carestia e governo, 1853; Nicolò Tommaseo, Delle nuove speranze d’Italia: presentimenti,1848; Stefano Jacini, Gli interessi cremonesi e lombardi nella questione delle strade ferrate, 1856; Cavour, Ouvrages politiques-economiques, 1858; Francesco Ferrara, La tassa sul macinato: dev’ella abolirsi, mantenersi o riformarsi? Considerazioni, 1871; Quintino Sella, Sulla discussione del progetto di legge per modificazioni della legge sulla tassa del macinato, 1878; Carlo Cattaneo, Proemi e considerazioni, in Scritti politici ed epistolario, 1892 – 1901.

    Stefano Jacini4. Stefano Jacini (1826-1891) - ritratto (Fonte) Luigi Luzzatti5. Luigi Luzzatti (1841-1927) - foto (Fonte)

    Nei documenti (187) del terzo percorso, Essere italiani (Conoscenza e sviluppo economico), ritorna la riflessione sull’organizzazione dell’economia, sulla conoscenza del territorio, sulla costruzione del mercato nazionale. Tra questi segnaliamo: Melchiorre Gioia, Nuovo prospetto delle scienze economiche, 1815-17; Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi, Histoire des républiques italiennes du Moyen-âge, 1818; Cosimo Ridolfi, D'alcune osservazioni economico agrarie relative all'Italia superiore, 1829 e Considerazioni sull'industria e specialmente sull'agricoltura, 1834; Gino Capponi, Sui vantaggi e svantaggi sì morali che economici del sistema di mezzeria, 1833; Carlo Cattaneo, Sismondo de' Sismondi, 1842; Marco Minghetti, Della proprietà rurale e dei patti fra il padrone ed il lavoratore, 1842-44; Carlo Berti Pichat, Della inopportunità di un codice agrario, 1847-48; Angelo Marescotti, Sugli economisti italiani del nostro secolo, 1853; Stefano Jacini, La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia : studj economici, 1856 e Sulle opere pubbliche d'Italia nel loro rapporto collo stato, 1869.

    Anna Maria Mozzoni6. Anna Maria Mozzoni (1837-1920) - foto (Fonte)

    Il quarto percorso, Fare gli italiani (Politica e società da Garibaldi al mutualismo), è dedicato ai nodi strutturali della società civile in Italia: i processi di auto-organizzazione, di tutela e di mutualismo, che riguardano il mondo del lavoro, l’emergere della questione meridionale. I documenti sono 113; tra questi: Ottavio Gigli, Scuole per il povero fondate e mantenute dalla famiglia Borghese: relazione, 1845; Leone Carpi, Del credito agrario e fondiario e delle casse di risparmio, lavoro e sussidi, 1854; Ignazio Cantù, Uno per tutti e tutti per uno: mutualità e cooperazione: libro pel popolo, 1871; Gustavo Strafforello, La quistione sociale ovvero capitale e lavoro: ammaestramenti e consigli agli operai, 1872; Giustino Fortunato, Le società cooperative di credito, 1877; Luigi Luzzatti, Previdenza libera e previdenza legale: studi, 1882; Francesco De Luca, I fasci e la questione siciliana, 1894; Sebastiano Cammareri Scurti, Il problema agrario Siciliano e la nazionalizzazione della terra. Volume 1, La lotta di classe in Sicilia, 1896.

    Nel quinto percorso, Gli “altri italiani” (Anarchici, socialisti, cattolici e cultura popolare), sono inclusi cinque documenti: Anna Maria Mozzoni, La questione della emancipazione della donna, 1871 e Del voto politico delle donne, 1877; Associazione internazionale dei lavoratori: Federazione italiana, Programma e regolamento della Federazione italiana della Associazione internazionale dei lavoratori, 1872; Tito Zanardelli, Discorso pronunziato al Secondo Congresso regionale italiano dell'Associazione internazionale dei lavoratori, 1873; Francesco Ivrea, Il Comune e la sua funzione sociale, 1902.

    La Grande Guerra

    Sulla storia della Grande Guerra (La Grande Trasformazione 1914-1918) il sito propone otto percorsi di lettura per indagare, con l’accesso diretto alle fonti, le premesse e le conseguenze politiche, economiche e sociali, ideologiche e culturali di quel tragico evento epocale che segna l’avvio del “secolo breve”:

    Cesare Battisti7. Cesare Battisti (1875-1916) - foto (Fonte) Woodrow Wilson8. Woodrow Wilson (1856-1924) - foto (Fonte)

    Il primo percorso, Patria (Identità, confini, nazioni), vuole indagare l’intreccio tra patriottismo e nazionalismo attraverso opere di scrittori e artisti, economisti e giuristi, geografi, giornalisti, politici e militari all’inizio e nel corso della Prima guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi. Le opere sono 89, e tra queste segnaliamo: Alfredo Rocco, Che cosa è il nazionalismo e cosa vogliono i nazionalisti, 1914; Filippo Carli, Le basi economiche della guerra, 1914; Cesare Battisti, Al parlamento austriaco e al popolo italiano, 1915; Luigi Einaudi, Preparazione morale e preparazione finanziaria, 1915; Maffeo Pantaleoni, Tra le incognite. Problemi suggeriti dalla guerra, 1917; Gabriele D’Annunzio, La riscossa, 1918 e Lettera ai Dalmati, 1919; Scipio Slataper, Il mio Carso, 1920; Benito Mussolini, Il mio diario di guerra (1915-1917), 1923; Filippo Tommaso Marinetti, Futurismo e fascismo, 1924.

    Tema del secondo percorso, Cittadini del mondo (Tra le nazioni e l’Europa), è il Vecchio Continente come sistema politico, come spazio intellettuale, come luogo del diritto, al centro delle grandi trasformazioni della modernità. Tra i 62 documenti che formano il percorso: Norman Angell, La grande illusione. Studio sulla potenza militare in rapporto alla prosperità delle nazioni, 1913 e La guerra e la natura umana, 1916; Arcangelo Ghisleri, La guerra e il diritto delle genti secondo la tradizione italiana, 1913; Romain Rolland, Al di sopra della mischia, 1916; Guglielmo Ferrero, La vecchia Europa e la nuova, 1918; Woodrow Wilson, La nuova libertà. Invito di liberazione alle generose forze di un popolo, 1919; Curzio Malaparte, L’Europa vivente, 1923.

    Antonio Salandra9. Antonio Salandra (1853-1931) - foto (Fonte) Cantieri navali Orlando10. Cantieri navali Orlando (Livorno), 1917 - foto (Fonte)

    I testi (72) del terzo percorso, Mobilitazione (Tutti in guerra, nessuno escluso), aiutano a ricomporre, nei suoi molteplici aspetti, il complesso quadro della mobilitazione totale. Tra questi: Benito Mussolini, La guerra per la libertà e per la fine della guerra. Lettera ai socialisti d'Italia, 1914; Antonio Salandra, "La nostra guerra è santa", 1915; Ugo Ojetti, L'Italia e la civiltà tedesca, 1915; Gaetano Salvemini, Guerra o neutralità?, 1915; Sidney Sonnino, Discorsi per la guerra, 1922; Luigi Einaudi, La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana, 1933.

    Il quarto percorso, Industria (Produrre per la Grande Guerra), approfondisce gli aspetti economico-finanziari della guerra e, in particolare, il ruolo determinante dell’industria come “fabbrica della modernità”. I documenti che ne fanno parte sono 58; tra questi: Federico Chessa, Costo economico e costo finanziario della guerra, 1920; Felice Vinci, Come migliorare l'organizzazione del lavoro nelle nostre industrie, 1920; Umberto Ricci, Il fallimento della politica annonaria, 1925; Vincenzo Nitti, Saggio di scienza della produzione industriale, 1926.

    Le delegazioni degli stati belligeranti riunite a Versailles11. L’Asino, 1915 – copertina del periodico (Fonte) L’Asino, 1915 – copertina del periodico12. Le delegazioni degli stati belligeranti riunite a Versailles per la firma dei Trattati di Pace (28/06/1919) (Fonte)

    Nel quinto percorso, Periodici (La guerra di carta), vengono proposti alcuni seriali italiani ed europei, a cavallo tra la Grande guerra e il primo dopoguerra, che hanno influito sulla formazione dell’opinione pubblica. Tra questi, segnaliamo: L’Asino, 1912-1916; La Voce, 1914-1916; Il Secolo XX, 1915-1918; Guerra alla guerra, 1913-1918; Critica sociale, 1911-1926; Der Kampf, 1909-1918; Die Gesellschaft, 1924-1933; Europe, 1923-1936.

    Il sesto percorso, Movimenti politici (I partiti nella Grande Guerra), e il settimo, Musica (Le note della Grande Guerra), rinviano rispettivamente ai documenti messi a disposizione sui loro siti dalla Fondazione Gramsci e dalla Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

    L’ottavo percorso, Guerra senza fine (Le ferite del primo dopoguerra), è dedicato alle grandi trasformazioni prodotte o accelerate dalla guerra e dalla pace di Versailles. Tra i 67 documenti del percorso segnaliamo: Augusto Graziani, La guerra e le leggi economiche, 1916; Luciano De Feo, La lotta economica del dopoguerra, 1917; Antonio De Viti De Marco, Problemi del dopo guerra, 1919; Umberto Zanotti-Bianco e Andrea Caffi, La pace di Versailles: note e documenti, 1919; Luigi Einaudi, Il problema della finanza post-bellica, 1919; John Maynard Keynes, Le conseguenze economiche della pace, 1920.

    La Rivoluzione d’Ottobre

    In occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre (1917-2017), la Fondazione Feltrinelli ha pubblicato sul proprio sito una selezione della sua nutrita collezione di documenti (monografie e manifesti) sulla storia della Russia sovietica, Oltre il confine (La Rivoluzione d’Ottobre). Tre sono i percorsi tematici proposti:

    Vladimir Ilʹič Lenin13. Vladimir Ilʹič Lenin, ottobre 2018 - foto (Fonte) Costruzione della centrale idroelettrica14. Costruzione della centrale idroelettrica Dnieper nel 1931 - foto (Fonte)

    Nel primo percorso, Idee (L’innesco della Rivoluzione), figurano testi che ruotano attorno alle idee alla base dell’evento rivoluzionario e manifesti che raffigurano il popolo insorto contro l’oppressione zarista e le strutture sociali tradizionali.

    Tra le monografie del percorso segnaliamo: Romain Rolland, Al di sopra della mischia, 1916; Vladimir Ilʹič Lenin, Documenti storici della rivoluzione, 1918 e L'opera di ricostruzione dei Soviet, 1919; Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa, 1922; John Reed, Dieci giorni che sconvolsero il mondo, 1930; Aleksandr Kerenskij, La rivoluzione russa, 1932.

    Il secondo percorso tematico (Economia (Modernizzazione dall’alto)) è dedicato al processo di edificazione di un nuovo sistema economico: una industrializzazione forzata dagli alti costi sociali. I testi del percorso documentano la profonda trasformazione della società sovietica; tra questi: L'opera economica, politica e sociale dei Soviet di Russia, 1919; Ettore Lo Gatto, URSS 1931: vita quotidiana, piano quinquennale, 1932; Rita Montagnana, Che cosa è il Kolcos?, 1945; Ja. Lugantsev, La pianificazione dell'Unione Sovietica, 1962.

    Manifesto di propaganda15. Manifesto di propaganda di Denisovskij N. (Fonte)

    Tema del terzo percorso (Propaganda (Educare la collettività) è l’utilizzo della propaganda come strumento per promuovere l’ideologia comunista e “moralizzare” le masse. Tra le monografie: Gustave Le Bon, Psicologia delle folle, 1927; Lenin and Stalin on propaganda, 1942; Angelo Tasca, Politica russa e propaganda comunista, 1957.

    Le opere qui segnalate sono solo una parte delle numerose risorse offerte dalla Biblioteca digitale della Fondazione Feltrinelli sui temi del Risorgimento, della Prima guerra mondiale e della Rivoluzione russa del 1917. Scopo della presente sitografia è quello di informare gli utenti della rete, e in particolare gli insegnanti e gli studenti, dell’esistenza di tali risorse, invitandoli ad accedere direttamente al sito della fondazione.

  • La storia in tribunale

    di Daniele Boschi

    EngelkingBarbara Engelking e Jan Grabowski, i due storici della Shoah condannati per diffamazione da un tribunale di Varsavia il 9 febbraio 2021 Immagine1 Immagine2Finora erano stati soprattutto alcuni studiosi accusati di negazionismo a finire in tribunale e ad essere condannati per quanto avevano scritto in merito all’Olocausto (tra i casi più noti vi sono quelli di Robert Faurisson, di Roger Garaudy e di David Irving). Ma ora le parti sembrano essersi invertite. Martedì 9 febbraio un tribunale di Varsavia ha giudicato colpevoli di diffamazione due importanti studiosi della Shoah, per alcune affermazioni fatte in un libro in cui raccontano le persecuzioni subìte dagli ebrei in Polonia durante la Seconda guerra mondiale. 

    Ma procediamo con ordine. Barbara Engelking (direttrice del Polish Center for Holocaust Research) e Jan Grabowski (dell’Università di Ottawa) hanno curato la pubblicazione di un libro di circa 1600 pagine, diviso in due volumi, dal titolo Notte senza fine. Il destino degli ebrei in alcune contee della Polonia occupata (ho tradotto il titolo dall’inglese, il libro è uscito nel 2018 in lingua polacca). È il risultato di una ricerca vastissima, che ha messo in evidenza, da un lato, la determinazione e il coraggio con cui gli ebrei lottarono per sfuggire allo sterminio, e dall’altro lato la complicità di alcuni segmenti della società polacca con i nazisti.

    Tra le tante vicende ricostruite nei due ponderosi volumi c’è quella di Edward Malinowski, sindaco del villaggio di Malinowo, nella Polonia nordorientale, negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale. Stando a quel che si legge nel libro, Malinoswski avrebbe dapprima aiutato una donna ebrea, Estera Siemiatycka, a sfuggire ai nazisti rifugiandosi in Germania, ma successivamente avrebbe consegnato ai tedeschi decine di ebrei che si erano nascosti nei boschi nelle vicinanze del villaggio.

    Nel libro questa storia ha un ruolo assolutamente marginale. Ma la nipote del sindaco Malinowski (oramai defunto), Filomena Leszczyńska, ha intentato una causa per diffamazione nei confronti di Engelking e Grabowski, accusandoli di avere ignorato il fatto che nel 1949-50 suo zio fu processato e assolto dall’accusa di complicità con i nazisti. Barbara Engelking ha replicato a questa accusa affermando che l’esito di quel processo fu falsato dalle intimidazioni subìte da alcuni testimoni, e che un’altra testimone – la donna ebrea che il sindaco di Malinowo aveva aiutato a scappare - dichiarò espressamente, molti anni dopo (nel 1996), di aver mentito per salvare Malinowski. Ciononostante, il tribunale distrettuale di Varsavia ha condannato Engelking e Grabowski a scusarsi con la Leszczyńska, sia in privato che in pubblico, e a correggere il loro libro in eventuali future edizioni. I giudici hanno però respinto la richiesta della ricorrente di far pagare una multa di 22mila euro ai due storici. Questi ultimi hanno comunque rifiutato di dar seguito alla sentenza, annunciando che ricorreranno in appello.

     

    Ghetto di VarsaviaIl bambino di Varsavia, scattata da un soldato tedesco ignoto durante l'evacuazione del ghetto: immagine simbolo della persecuzione degli ebrei in Polonia durante la Seconda guerra mondiale Fonte

     

    Riporto qui di seguito il breve testo incriminato (la traduzione dall’inglese è mia):

    “Dopo aver perso la sua famiglia, Estera Drogicka (cognome di nascita Siemiatycka), avendo comprato dei documenti da una donna bielorussa, decise di andare a lavorare in Prussia. Edward Malinowski, sindaco di Malinowo, la aiutò (derubandola allo stesso tempo) e nel dicembre del 1942 lei si recò a Rastenburg (Kętrzyn), dove lavorò come domestica presso una famiglia tedesca di nome Fittkau. Non soltanto incontrò lì il suo secondo marito (un polacco che era anche lui un lavoratore), ma avviò anche un piccolo commercio, inviando a Malinowski dei pacchi con vari oggetti da vendere. Inoltre si recava a visitarlo quando tornava ‘a casa’ in licenza. Si rese conto che lui era stato complice nell’uccisione di diverse dozzine di ebrei, che si erano nascosti nei boschi ed erano stati consegnati ai tedeschi, tuttavia testimoniò falsamente in sua difesa nel processo a suo carico dopo la fine della guerra.”

    Una nota a piè di pagina riporta le esatte parole pronunciate dalla Siemiatycka nella deposizione resa durante il processo del 1949-50; e aggiunge che Malinowski fu assolto. La nota non fa riferimento però alla decisiva testimonianza resa dalla Siemiatycka alla Shoah Foundation della University of Southern California nel 1996. A quanto sembra, la storica polacca ha indicato quest’ultima fonte soltanto nella lunga memoria difensiva, che abbiamo più volte citato, scritta quando il processo era già in corso.

    Non è facile dare un giudizio su questa controversia senza aver consultato gli atti del processo. La messa in discussione di una sentenza assolutoria passata in giudicato (com’è quella del 1950) pone delicati problemi di ordine giuridico, in quanto il diritto all’onore e alla reputazione personale entra in conflitto col diritto di critica del giornalista o dello storico1.

    In questo caso, tuttavia, molti commentatori hanno visto nel processo contro i due studiosi un grave attacco alla libertà della ricerca storica. Hanno preso posizione in tal senso numerose istituzioni e centri di ricerca che si dedicano alla memoria della Shoah, dallo Yad Vashem alla International Holocaust Remembrance Alliance, dalla World Jewish Restitution Organization alla Fondation pour la Mémoire de la Shoah. A queste voci si sono aggiunte anche quelle della Associazione degli storici e delle storiche della Germania e della Società storica polacca. In Italia l’Istituto Nazionale Ferruccio Parri ha espresso profonda preoccupazione per la condanna e ha dichiarato che “in uno Stato democratico il tribunale non può essere il luogo per risolvere controversie relative ai risultati della ricerca, nonché ai metodi di selezione delle fonti e all'interpretazione della documentazione storica”.

    A nessun osservatore indipendente è sfuggito il particolare contesto politico in cui si colloca il processo contro i due storici polacchi. Il partito al governo in Polonia, Diritto e giustizia, espressione della destra nazionalista, non ha fatto mistero di non gradire che si parli di complicità polacche nell’Olocausto. Nel 2018 è stata approvata una legge che vieta di attribuire falsamente alla nazione polacca una parte di responsabilità nello sterminio degli ebrei. Inizialmente erano previsti fino a tre anni di carcere per i trasgressori, ma in seguito un emendamento ha abolito questa pena.

    A quanto sembra, nel processo contro Engelking e Grabowski non si è fatto ricorso alla legge del 2018. Tuttavia la causa della Leszczynska contro i due storici è stata sostenuta da una organizzazione denominata “Lega polacca contro la diffamazione”, che ha come scopo la difesa del “buon nome” della Polonia e ha ricevuto finanziamenti dal governo. Inoltre, il processo è stato accompagnato da una violenta campagna mediatica tesa a screditare i due studiosi, come ha sottolineato Wojciech Czuchnowski sulle pagine della “Gazeta Wyborcza” (22/01/2021).

    Infine, a giudizio di molti, non è soltanto la libertà della ricerca storica ad essere minacciata in Polonia, ma la stessa libertà di espressione, oltre che l’indipendenza del potere giudiziario. Mercoledì 10 febbraio i media liberi polacchi hanno scioperato contro il governo. “In Polonia la democrazia sta diventando una facciata, una finzione”, ha detto in un’intervista a “Repubblica” (11/02/2021) Adam Michnik, storico leader dell’opposizione contro il regime comunista polacco e fondatore del quotidiano “Gazeta Wyborcza”.
    Nella Polonia post-comunista la libertà della ricerca e la libertà di pensiero e di parola appaiono dunque strettamente legate, come del resto la storia del mondo occidentale ci ha già tante volte mostrato.

     

    1 In Italia il diritto alla critica storica può ‘scriminare’ la diffamazione (cioè può rendere legittimo un discorso critico che altrimenti si configurerebbe come un atto di diffamazione), ma solo a determinante condizioni, come si evince, ad esempio, da questa sentenza della Corte di Cassazione, nella quale, richiamando una precedente sentenza della stessa Corte, si afferma che “secondo la giurisprudenza di legittimità, al fine di ritenere scriminata una condotta astrattamente diffamatoria ‘l’esercizio del diritto di critica storica postula l’uso del metodo scientifico che implica l’esaustiva ricerca del materiale utilizzabile, lo studio delle fonti di provenienza e il ricorso ad un linguaggio corretto e scevro da polemiche personali. Ne deriva che il giudice al fine di stabilire il carattere storico dell’opera, oggetto di contestazione, deve accertare l’esistenza - quanto meno sotto forma di indizi certi, precisi e concordanti - delle fonti indicate ed utilizzate dall’autore per esprimere i propri giudizi…’ (Cass., Sez. V, n. 34821 dell’11/05/2005, Lehner, Rv 232562)”.

     

    Bibliografia/Sitografia

    - Altares, Guillermo, Polonia, processo alla Storia e alla memoria della Shoah, “La Repubblica”, 14/02/2021.

    - Comunicato sulla condanna di Barbara Engelking e Jan Grabowski, “Istituto Nazionale Ferruccio Parri”, 11/02/2021.

    - Czuchnowski, Wojciech, The plan to destroy Holocaust scholars. Polish Anti-Defamation League goes after the authors of the book "Night Without End", “Gazeta Wyborcza”, 23/01/2021.

    - Davies, Christian, Poland makes partial U-turn on Holocaust law after Israel row, “The Guardian. International edition”, 27/06/2018.

    - Déclaration à propos des poursuites judiciaires contre des historiens polonaise, “Fondation pour la Mémoire de la Shoah”, 01/02/2021.

    - Engelking, Barbara, On Estera Siemiatycka, sołtys Edward Malinowski, and lawsuits, “Polish Center for Holocaust Research”, 26/01/2021.

    - Fears rise that Polish libel trial could threaten future Holocaust research, “The Guardian. International edition”, 03/02/2021.

    - Goldkorn, Wlodek, Processo alla Storia: in Polonia va alla sbarra la memoria della Shoah, “La Repubblica”, 05/02/2021.

    - Henley, Jon, Poland provokes Israeli anger with Holocaust speech law, “The Guardian. International edition”, 01/02/2018.

    - Henley, Jon, Fears for Polish Holocaust research as historians ordered to apologise, “The Guardian. International edition”, 09/02/2021.

    - Higgins, Andrew, Polish Court Orders Scholars to Apologize Over Holocaust Study, “The New York Times”, 09/02/2021.

    - IHRA Chair's Statement on the suing of Holocaust historians in Poland, “International Holocaust Remembrance Alliance”, 01/02/2021.

    - La critica storica può scriminare la diffamazione, “Altalex”, 15/11/2016.

    - NIGHT without an END. Fate of Jews in selected counties of occupied Poland, pagina del sito web “Polish Center for Holocaust Research” (consultata l’ultima volta il 19/02/2021).

    - Polish court tells two Holocaust historians to apologise, “BBC News”, 09/02/2021.

    - Stanowisko Prezydium Zarządu Głównego PTH z dnia 5 lutego 2021 roku, “Polskie Towarzystwo Historyczne”, 08/02/2021.

    - Statement by prof. Barbara Engelking and prof. Jan Grabowski, “Polish Center for Holocaust Research”, 10/02/2021.

    - Tarquini, Andrea, Michnik: “Il governo polacco odia la stampa libera. Ecco perché scioperiamo”, “La Repubblica”, 11/02/2021, p. 15.

    - Waszak, Stanislaw, Holocaust historians face verdict in Poland defamation trial, “The Times of Israel”, 07/02/2021.

    - VHD verurteilt das Gerichtsverfahren gegen Barbara Engelking und Jan Grabowski, “Verband der Historiker und Historikerinnen Deutschlands”, 08/02/2021.

    - WJRO and the Claims Conference respond to verdict in defamation trial of internationally known scholars in Poland, “World Jewish Restitution Organization”, 09/02/2021.

    - Yad Vashem Expresses Concern Over the Legal Procedures Against Polish Scholars of the Holocaust, “Yad Vashem. The World Holocaust Remembrance Center”, 31/01/2021.

  • La storia molto contemporanea. Come realizzare, rapidamente, l’ultima parte del programma.

    Autore: Antonio Brusa
    Appunti da Dan Smith

    In questa cartina, tratta dall’atlante di Dan Smith, le nazioni in viola scuro (paesi arabi, Guyana e Brunei) hanno oltre il 30% di immigrati.Seguono Usa, Canada, Arabia, Australia, Libia e paesi europei centro settentrionali con una percentuali di migrazione fra il 20 e il 30%. L’Italia è fra i paesi con meno del 10%.

     

    Perché studiare gli ultimi decenni

    L’atlante di Dan Smith,The State of the World (New Internationalist, Oxford 2014), è un magnifico aiuto per il docente in difficoltà  alla fine del percorso formativo. L’intoppo nel quale si trova solitamente è ben conosciuto: da una parte si vorrebbe finire il programma arrivando ai giorni nostri; dall’altra, fra prima e seconda guerra mondiale, fascismi, comunismi e giornate della memoria, aggiungiamoci gli esami da preparare, il tempo è risicatissimo. La sintesi di Dan Smith permette di tracciare in poche battute le linee dell’ultima parte di questo programma. E’ una sintesi aperta che consente, al docente che voglia (come spero) dedicare a questo periodo un tempo non residuale, di inserire in questo quadro approfondimenti e studi di caso coinvolgenti. 

    Partiamo con le motivazioni (e quindi con gli obiettivi) per studiare questo periodo. Da qualsiasi parte ci voltiamo, dice Smith, troviamo cose che cambiano. Si annunciano ad ogni piè sospinto cose nuove, che, immediatamente dopo, svaniscono. Professori e allievi ne ricavano un senso di incertezza frustrante. Abbiamo bisogno di qualche appiglio; ma soprattutto, abbiamo il dovere di verificare la sensazione, che attanaglia tutti, di avvicinarsi all’orlo di un baratro.

    Come tutti i punti di vista sul periodo che stiamo vivendo, anche questo è oggetto di discussione. Ma non è un difetto. Il tempo presente impone la capacità di problematizzare, proprio con questi suoi aspetti controversi. Esso  richiede il coinvolgimento nella discussione, dal momento che gli allievi sono attori della storia che si studia, al pari dei loro professori e degli autori dei testi che compulsano.

    Una volta aperta la discussione, Dan Smith dispiega i suoi strumenti: una rapida cronologia e l’individuazione di cinque temi che considera fondamentali. Per la conoscenza puntuale di questo dispositivo, rinvio naturalmente all’originale. Qui ne presento una sintesi, con i rimandi sitografici che consentiranno, anche a chi non può consultare l’Atlante, di approfondire questo o quello dei temi che vi sono descritti.

     

    La cronologia

    La mappa sintetica della contemporaneità si articola intorno a tre momenti chiave.


    a.    Il tornante degli anni ’89-91: con il crollo del mondo comunista, finisce anche l’età della guerra fredda, del mondo diviso in blocchi. Dal punto di vista degli Usa (ma certamente non solo) inizia una sorta di età dell’oro, nella quale si afferma la loro centralità. La prima Guerra del golfo li vede nelle vesti di guida di una coalizione di stati, che si mobilita per ripristinare l’ordine internazionale


    b.    Il 2001: gli attentati delle Torri gemelle, ma più ancora il modo aggressivo con il quale gli Usa vi rispondono, segna la fine di questa età effimera. Inizia un periodo più instabile, che tuttavia non ostacola il forte sviluppo economico, durante il quale decollano nuovi centri economici del mondo, come la Cina e l’India, altri segnano il passo. Ma tutti, anche i più poveri, godono di qualche briciola di questo banchetto.


    c.    Il 2008. La crisi finanziaria innesta una nuova spaccatura nel mondo: c’è chi la supera e ricomincia a crescere, c’è chi invece precipita nella stagnazione, se non nella recessione (su questo potranno essere di aiuto i lavori sulle crisi qui su Historia Ludens, e su Novecento.org). 


    E’ una ricostruzione della quale va sottolineato il pregio della facilità (al di là delle discussioni di cui sopra). Si basa su avvenimenti forti, anche facili da raccontare, ben circoscritti. Si può calcolare un tempo abbastanza rapido per spiegarli e studiarli.

    Dentro questa cornice cronologica Dan Smith disegna la struttura del mondo nel quale viviamo: la popolazione, giunta a 7 miliardi di persone, la cui vita è organizzata in Stati (l’ultimo è il Sud Sudan, nel 2010); diverse per istruzione, speranza di vita, religione e etnia. Indica la forma di insediamento principale di questa massa immensa, le città e le megacittà, ma, al tempo stesso avverte che questa popolazione è caratterizzata dalla forte mobilità delle migrazioni.

     

    I temi di studio

    Dan Smith, inoltre, propone cinque temi di studio. Li descrivo brevemente, mettendo in evidenza alcuni aspetti che li rendono problematici. Ciascuno di essi, infatti, presenta aspetti positivi e negativi. E’ fondamentale aiutare gli allievi a passare da una percezione uniforme ad una variegata, che eviti il rischio di essere “o apocalittici o integrati”.  Ad ogni tema ho fatto seguire alcuni sottotemi esemplari, che segnalo anche per il loro carattere fortemente interdisciplinare, a partire naturalmente dalla Geografia e dall’Educazione civile. E’ evidente che, nell’economia di una programmazione, questo sarà il campo dei lavori opzionali, magari assegnati per gruppi.

     

    Benessere e povertà 

    La sperequazione fra le diverse aree geografiche è drammatica. La ricchezza, con il benessere conseguente, è concentrata in alcune regioni del mondo. Tuttavia, l’ultimo ventennio ha visto la rivoluzione delle gerarchie mondiali di questa ricchezza. La Cina balza al primo posto, gli Usa retrocedono al secondo (per la prima volta da un secolo a questa parte), l’India è la terza potenza. L’Europa, come spazio geografico, è ancora il primo mercato mondiale. Le sue divisioni politiche, tuttavia, le impediscono mettere a frutto questo vantaggio. Per quanto riguarda i paesi più poveri, va notato con forza che la quota di umanità che vive con meno di un dollaro al giorno sta diminuendo.

    Sottotemi: crescita e povertà; qualità della vita; ineguaglianza; il debito; obiettivi mondiali dello sviluppo

     

    In questa infografica, che riproduco come esempio, si mostra come i Miliardari, colpiti dalla crisi del 2008, “rimbalzino”, per aumentare nel periodo successivo sia per numero sia per ricchezza complessiva


    Guerra e pace

    Tutti abbiamo negli occhi immagini atroci di guerra. Proprio per questo, occorre rimarcare il fatto che “il periodo che viviamo è il più pacifico dai tempi della Prima guerra mondiale e, come alcuni sostengono, di tutti i tempi” (p.11). Se, poi, ci limitiamo agli ultimi trent’anni, si deve ricordare che si è passati dai 50 conflitti degli anni ’80, ai 37 del decennio successivo, fino ad arrivare ai 30 nei primi dieci anni di questo secolo (pp. 58-59). Certamente le spese militari restano altissime e la guerra rimane la prima causa di morte. Si deve sottolineare (si veda su HL il testo di Yves Michaud), il cambiamento radicale e terribile, imposto dalle nuove guerre, e il fatto che i civili ne sono le vittime principali. Va ancora evidenziato l’incremento dei conflitti religiosi e etnici.

    Sottotemi: i signori della guerra; la corsa agli armamenti; i nuovi fronti di guerra (cibernetica, media); rifugiati; le operazioni di peacekeeping, conflitti religiosi.

     

    Diritti e rispetto

    Nel brevissimo periodo fra il 2008 e il 2012 i paesi stabilmente democratici sono passati dal 43% al 48%. Un dato positivo che va subito immesso in un contesto nel quale le democrazie non sono mai un bene garantito per sempre; che spesso l’esercizio delle libertà viene confiscato da “falsi amici della democrazia” e che le fasi di transizione verso la democrazia (laddove si attivino) sono difficoltose e irte di pericoli.

    Sottotemi: diritti religiosi; conflitti religiosi; diritti umani; diritti dei bambini; diritti delle donne; diritti dei gay


    Salute degli uomini

    Se guardiamo la curva dell’Aids (pp. 13 e 98-99) si vede che le infezioni hanno cominciato a decrescere a partire dalla metà degli anni ’90, e le morti dal 2005. Nel ventennio che fa dal 1990 al 2010, la popolazione mondiale sottonutrita è passata dal 20% al 15%. Ci sono progressi evidenti anche nella cura del cancro. Per converso, si deve tenere conto del fatto che il successo nella lotta contro le malattie varia sensibilmente da regione a regione; così come le regioni più ricche sono esposte a patologie che un tempo non erano epidemiche, come l’obesità.

    Sottotemi: il fumo; obesità e fame; aids e cancro; handicap e società.

     

    Salute del pianeta  

    La scala dei temi, sulla base della quale valutare la salute del pianeta eccede i pochi decenni della contemporaneità immediata. Gli analisti ci danno alcune certezze. La prima è che la natura del problema “Terra”, richiede che la cura sia approntata dall’umanità nel suo complesso. L’aspetto positivo, paradossalmente, è proprio nella gravità della situazione, la cui soluzione impone solidarietà sempre più profonde fra gli umani. Si può fare molto, conclude, Smith: ma ogni giorno che passa aumenta la scala delle difficoltà da superare.

    Sottotemi: i segnali di allarme; l’acqua; i rifiuti; la biodiversità; l’energia, le variazioni climatiche.

     

    Sitografia

    Dall’atlante di Smith, estraggo alcuni siti, dai quali si può partire per un lavoro scolastico. Non elenco i più citati, come quello della Cia o della Banca Mondiale, perché possono essere consultati per la maggior parte delle voci che seguono.

     

    Acqua: www.fao.org
    Alfabetizzazione:  www.uis.unesco.org
    Aspettativa di vita: www.who.int
    Biodiversità: www.iucnreditlist.org
    Crisi alimentari: www.iiss.org
    Debito: www.imf.org
    Diritti dei bambini: www.childinfo.org
    Diritti delle donne: www.ipu.org
    Diritti religiosi: www.religiousfreedom.com
    Disastri naturali: www.ifrc.org
    Ecologia planetaria: www.ecologyandsociety.org
    Guerre: www.pcr.uu.se
    Ineguaglianza economica: www.forbes.com
    Minoranze, diritti: www.minorityrights.org
    Minoranze, lingue del mondo: www.Ethnologue.com
    Pace mondiale: www.visionofhuanity.org
    Religioni, distribuzione: www.cia.gov
    Rifiuti: www.unep.org
    Rifugiati: www.unhcr.org
    Sviluppo, obiettivi: www.un.org
    Urbanizzazione: www.unhabitat.org

  • La storia nelle immagini. Laurent Gervereau, uno studioso fra public history e didattica della storia. Sitografia.

    di Antonio Prampolini

     

    Indice

    1. Laurent Gervereau e la Histoire du visuel
    2. Gli articoli online
    2.1 Guerra civile spagnola, Maggio ’68, propaganda politica fra le due guerre mondiali
    2.2 Metodologia e didattica
    3. Interpretare le immagini: il sito decryptimages.net
    3.1 Metodologia e didattica
    3.2 Educazione e immagini
    3.3 Guerra, Missione Apollo, crisi umanitarie, attentato dell’11 settembre, eventi importanti del XX secolo

     

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 1Fig.1: pubblicazioni di Larent Gervereau Fonte1. Laurent Gervereau e la Histoire du visuel

    Laurent Gervereau è uno dei principali promotori della Histoire du visuel (Visual History)1 in Francia e non solo, ma è praticamente sconosciuto in Italia dove, a tutt’oggi, non è stata tradotta nessuna delle sue numerose pubblicazioni. Intellettuale poliedrico ed eclettico, ha esteso i suoi interessi anche alla museologia e all’ecologia; ha fondato e/o diretto istituzioni, associazioni culturali, riviste e siti web; ha organizzato mostre e prodotto film.2

    Al centro del suo pensiero e della sua azione sta la convinzione che, in una società come la nostra dominata da Internet e dalla multimedialità digitale, «l’educazione alle immagini e con le immagini rappresenta una necessità civica fondamentale tanto quanto insegnare e imparare a leggere».

    A lui si deve, in particolare, l’elaborazione di una “griglia di analisi delle immagini” che comprende tre fasi: descrizione (avvicinarsi all’immagine nella sua materialità: caratteristiche tecniche, stile, tema della rappresentazione); contestualizzazione (a monte della produzione: la storia individuale, la psicologia e il ruolo dell'autore o più in generale i collegamenti tra l'immagine, il suo committente e la società; a valle: la distribuzione dell’immagine, la sua ricezione e impatto sociale); interpretazione (sintesi di tutti gli elementi dell'indagine svolta nelle due fasi precedenti in cui l’analista esprime la propria soggettività sotto forma di una valutazione generale).3

    Per Gerverau è oggi fondamentale lavorare su una «storia globale della produzione visiva» che prenda in considerazione non solo gli aspetti creativi (le arti), ma tutti gli usi e la moltiplicazione industriale delle immagini sui media; così come, nell’era di Internet, in cui tutte le immagini si accumulano in modo indifferenziato sullo stesso schermo, è indispensabile, per una loro corretta interpretazione e valutazione, disporre di precisi punti di riferimento: cronologici (quando e in quale contesto?), geografici (dove e all’interno di quale civiltà?) e tecnici (quale tipo di creazione e quale mezzo?).

    Tra le pubblicazioni di Laurent Gervereau sull’iconografia e la Histoire du visuel è doveroso ricordare:4

    Voir, comprendre, analyser les images, Paris, La Découverte, 1994;
    Les Images qui mentent. Histoire du visuel au XXe siècle, Paris, Seuil, 2000;
    Le monde des images. Comprendre les images pour ne pas se faire manipuler, Paris, Robert Laffont, 2004;
    Dictionnaire mondial des images, (dir. L.G.), Paris, Nouveau Monde, 2006;5
    La Guerre mondiale médiatique, Paris, Nouveau Monde éditions, 2007;
    Images, une histoire mondiale, Paris, Nouveau monde/CNDP, 2008;
    Une histoire générale de l'écologie en images, Paris, Plurofuturo, 2011.

    In questa sitografia, segnaleremo dapprima alcuni articoli gratuitamente accessibili in rete. In una seconda parte, prenderemo in esame la struttura e i contenuti del sito da lui diretto decryptimages.net (Ricordiamo che online è sempre a disposizione il traduttore di Google). Laddove non indicato, gli articoli si intendono di Gervereau.

     

    2. Gli articoli online

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 2Fig.2: manifesto repubblicano della Guerra civile spagnola (Bauset, 1936) Fonte2.1 Guerra civile spagnola, Maggio '68, propaganda politica fra le due guerre mondiali.

    I manifesti di propaganda durante la guerra civile spagnola
    L'affiche de propagande pendant la guerre d'Espagne, in «Matériaux pour l'histoire de notre temps», Année 1986, 7-8, pp. 22-24.

    «In generale, il manifesto repubblicano spagnolo è violento. E ciò è più che normale poiché in una situazione di crisi non possono che nascere rappresentazioni destinate a “scuotere” e mobilitare. I pochi manifesti franchisti che conosciamo (sono molto meno numerosi) non differiscono del resto da quelli repubblicani - così come l'insieme della produzione è simile, dal punto di vista dell'ideazione e della grafica, alla propaganda nazionalsocialista. Troviamo ovunque l’uso della virilità, di grandi ritagli umani, di oggetti eretti come totem urbani, un modo di impressionare attraverso l'ingrandimento dei simboli del potere o dell'orrore, così da provocare adesione o repulsione».

     

     

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 3Fig.3: manifesto francese del “maggio 68” FonteI manifesti del maggio ‘68
    Les affiches de "mai 68"
    , in «Matériaux pour l'histoire de notre temps», Année 1988, 11-13, pp. 160-171.

    «Pubblicazioni sui manifesti del maggio ‘68 non mancano anche se i documenti sono spesso distribuiti in modo vago, come se le cose fossero evidenti. Per molto tempo la passione, il primato dell'impegno hanno oscurato l'argomento, compiacendosi maliziosamente di trasmettere leggenda, indeterminatezza, dicerie. In una sorta di eroica "aura" di clandestinità, ogni indagine appariva sospetta e soprattutto superflua. Oggi, però, vent’anni dopo – il tempo di una generazione – in un diverso contesto politico (come spesso accade nella storia in cui le tendenze si alternano), gli attori si prestano calorosamente ai tentativi di ricostruzione, accettando le spinose necessità di precisione».

     

     

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 4Fig.4: manifesto di propaganda per il programma "Revolution Nationale" del regime di Vichy FonteI manifesti politici francesi e tedeschi dal 1919 al 1944: riflessioni sulla nozione di futuro
    Réflexions sur la notion d'avenir dans les affiches politiques françaises et allemandes de 1919 à 1944, in «Matériaux pour l'histoire de notre temps», Année 1990, 21-22, pp. 51-55.

    «All’indomani della Prima Guerra Mondiale, in Francia, nei manifesti politici, il futuro si adorna di colori molto diversi. Un futuro "vuoto", caratterizzato dalla repulsione per l'altro diventa un futuro di cancellazione della guerra. Si verifica innanzitutto uno spostamento semantico: si passa dalla mobilitazione dell'odio contro i tedeschi al più virulento antibolscevismo.
    Anche in Germania, dove la messa in scena dell’odio verso il nemico (francese) non è mai stata così straripante come in Francia (durante la guerra l’accento veniva posto sulla coesione della nazione attorno al Kaiser e al suo esercito, presentati come valorosi cavalieri nel medioevo), l’antibolscevismo si scatena nei manifesti a partire dal 1918».

     

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 5Fig.5: copertina del volume Quelle est la place des images en histoire? di Christian Delporte, Laurent Gervereau, Denis Maréchal Fonte2.2 Metodologia e didattica

    Immagini e storia
    Images et histoire, in «Matériaux pour l'histoire de notre temps», Année 1995, 37-38, pp. 13-14.

    «Lo storico cerca spesso immagini che possano ravvivare e illuminare il suo discorso, selezionandole secondo il suo gusto, secondo quella che giudica la loro rilevanza e idoneità. I libri scolastici sono stati prodotti in questo modo per molto tempo, passando da illustratori in senso letterale, che producevano tavole particolari su ordinazione, ad un'iconografia selezionata da pubblicazioni contemporanee al momento storico in questione. Resta legittimo voler “animare” un discorso con poche icone opportune, ma l’immagine può però avere un’altra funzione: quella di vera e propria fonte».

     

    Il senso dello sguardo
    Le sens du regard
    , in «Bulletin des bibliothèques de France (BBF)», 2001, n°5, pp. 22-25.

    «Le immagini danno luogo a percezioni [visive] immediate che non stimolano il desiderio a interpretarle. L’analisi delle immagini è invece un’importante fonte di conoscenza che ha un ruolo civico irrinunciabile nell’attuale società di massa, dove le immagini veicolate dalla pubblicità e dalla propaganda non sono mai state così potenti nell’influenzare l’opinione pubblica globale».

     

    La guerra non è fatta per le immagini
    La guerre n'est pas faite pour les images
    , in «Vingtième Siècle. Revue d'histoire» 2003/4 (n°80), pp. 83-88.

    «I mass media, la moltiplicazione industriale delle immagini, l’accumulazione di tutti i media, hanno spostato il territorio della guerra. In passato i movimenti delle truppe, la fortuna o la sfortuna delle armi pesavano su un territorio limitato, con un'onda d'urto ritardata. Al giorno d'oggi, alcuni conflitti non sono più globali in termini di estensione nello spazio, ma, prima ancora che abbiano luogo, partecipano ad una guerra planetaria dell'informazione».

     

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 6Fig.6: locandina della mostra Les images mentent? Manipuler les images ou manipuler le public curata da Laurent Gervereau, Parigi, 2011. FonteLe immagini mentono? Manipolare le immagini o manipolare il pubblico
    Les images mentent? Manipuler les images ou manipuler le public,
    Parigi, 2011.

    È una mostra che ripercorre la storia delle immagini per riflettere e considerare diversamente il nostro universo visivo, scoprendo i messaggi che ci vengono inviati e di cui non sempre siamo consapevoli. Un universo visivo caratterizzato da un «fenomeno unico nella storia: la circolazione esponenziale di immagini e il loro accumulo, che mescola tutte le epoche, tutti i tipi di immagini e tutte le civiltà».

     

     

     

     

     

     

     

     

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 7Fig.7: copertina del volume Dictionnaire Mondial des images a cura di Laurent Gervereau (edizione 2006). FontePostfazione alla ristampa del “Dizionario mondiale delle immagini”
    Postface à la réédition du “Dictionnaire mondial des images”
    , Parigi, 2021 (la ristampa non ha poi avuto luogo a causa degli aumentati costi editoriali).

    «Spesso, le immagini sono oggetto di interpretazioni spontanee; i produttori stessi provocano e anticipano queste interpretazioni (pubblicità piena di allusioni e metafore). Ma, in assenza di una vera e propria cultura visiva (conoscenza della storia mondiale del visivo), la propensione ad avere interpretazioni riflesse e ad essere soggetti a influenze (spesso commerciali o politiche) rimane il caso più comune. Stiamo entrando in un periodo [che è possibile definire] come una “guerra mondiale mediatica" in cui è più importante vincere le guerre di opinione che le guerre materiali di territorio».

     

     

     

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 8Fig.8: vignetta pubblicata sul sito personale di Laurent Gervereau FonteVivere con tutte le immagini del mondo
    Vivre avec toutes les images du monde
    , intervista a Laurent Gerverau in «Hémisphères» N°22 – Vol XXII, 16/12/2021.

    «Il potere delle immagini è molto antico. Da quella che viene chiamata Preistoria, la loro circolazione è intensa. E questo perché gli esseri umani estetizzano l'utile nei loro strumenti e nei loro habitat. Creano immagini e queste creano significati nella loro concezione del mondo. Viviamo da sempre in “immagini materiali”, che produciamo, e in “immagini mentali”. La rottura avviene a metà del XIX secolo con la moltiplicazione industriale delle immagini, a cominciare dalla stampa, dai francobolli, dalle cartoline, dagli imballaggi, dai manifesti commerciali... Poi arriva l'era del cinema e poi della televisione, senza la scomparsa della carta. Oggi è il momento del cumulo delle immagini con Internet. Gli individui, trasmettitori-ricevitori, sono coinvolti in una produzione esponenziale e in una incessante ubiquità, dove la visione indiretta – ciò che viene percepito a distanza – conta più della visione diretta della realtà che li circonda».

     

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 9Fig.9: logo del sito decryptimages.net Fonte3. Interpretare le immagini: il sito decryptimages.net

    Il sito decryptimages.net è il risultato di una lunga collaborazione tra la Ligue de l'Enseignement e l'Institut des Images.6 È presente in rete dal 2008 ed è diretto da Laurent Gervereau. È un sito ad accesso libero e gratuito, aperto alla collaborazione volontaria di tutti i cultori di storia e analisi delle immagini, che si articola in sei sezioni:

    • Notizie (Actu: Images, Editos);

    • Pedagogia (Pédagogie);

    • Analisi (Analyses: Crossmédia, Télévision, Photographie, Dessins de presse, Peinture – estampes);

    • Esposizioni gratuite (Expos gratuites);

    • Editoriali e audiovisivi di Laurent Gervereau (Decryptcult);

    • Eventi (Événements: Les médiatiques, Repérage).

     

    3.1 Metodologia e didattica

    La storia delle immagini: definizione
    Histoire du visuel, définition
    (articolo redazionale)

    «Nel mondo, la definizione della parola "immagini" è spesso vaga e talvolta si riferisce solo a "seconde immagini", cioè a riproduzioni, a riflessi (la figurazione di un dipinto e non l’oggetto in sé). La parola "visivo" corrisponde all'insieme della produzione umana di immagini ed è quindi più ampia, comprendendo tutti gli aspetti creativi (le "arti"), come tutti gli usi e la moltiplicazione industriale delle immagini su tutti i media, "immagini fisse" o "immagini in movimento". Oggetto di questa scienza è quindi lo studio di tutte le produzioni visive umane fin dalla preistoria».

     

    Servono nuove piste per la scienza storica
    Nouvelles pistes nécessaires pour la science historique

    «È giunto il momento di affermare la necessità di una storia generale della produzione visiva umana. Questa esigenza è innanzitutto pedagogica. Nell’era di Internet e dei videogiochi non è più possibile dare ai bambini/giovani indicazioni solo sull’arte o sulle arti. Stiamo vivendo un cambiamento di civiltà e di generazioni e servono punti di riferimento generali in una fase caratterizzata dalla produzione, circolazione e accumulazione esponenziale delle immagini».

     

    Rimettere in marcia il pensiero della storia
    Remettre en marche la pensee de l’histoire

    «La produzione visiva umana è considerevole [nella storia dell’umanità]. Prima della scrittura, è una testimonianza essenziale, un “residuo” prezioso. Successivamente accompagna la scrittura o i suoni, e, durante le tre epoche delle immagini industriali dalla metà del XIX secolo fino ad oggi (l'era della carta, quella della proiezione e quella dello schermo), cresce in modo esponenziale. Come pensare che le immagini non siano oggetto di interrogazioni e di conoscenza? In termini pedagogici, imparare a vedere è meno importante che imparare a leggere? In termini di ricerca, possiamo attenerci alla sola “storia dell’arte” separandola dalla questione dei media?».

     

    3.2 Educazione e immagini

    Education et Images.

    «L’uso didattico delle immagini, fisse o mobili che siano, non deve limitarsi al loro semplice ruolo illustrativo. Ecco perché diventa fondamentale comprendere come nascono le immagini. Bisogna cominciare da Internet per comprendere che la rete accumula molte immagini provenienti da molti media. E questo comporta la necessità di studiare supporti diversi come: giornali, stampe, dipinti ad olio, sculture e oggetti, film, fotografie, video... La conoscenza tecnica non è necessariamente destinata a portare alla pratica. Permette di differenziare le immagini dalla produzione alla loro fruizione».

     

    Analizzare l’immagine pubblicitaria
    Analyser l’image publicitaire di Emmanuelle Fantin.

    «Spesso svalutata e percepita come l'emblema del potere della società dei consumi, la pubblicità aggrega convinzioni la cui irruenza sembra senza precedenti. Una mitologia attorno alla natura surrettizia e alle facoltà manipolative della pubblicità è persistita sin dalla sua creazione, alimentata dal discorso antipubblicitario contemporaneo, ma anche da tradizioni teoriche focalizzate sulla natura insidiosa delle logiche commerciali e sulla depravazione culturale che ne deriverebbe. D'altra parte, talvolta è percepito come testimone privilegiato della società e delle sue evoluzioni, o addirittura sede di una creatività traboccante, ai margini dell'arte. Ma la pubblicità è soprattutto un discorso banale e ubiquo: i cartelloni pubblicitari nelle strade o sui mezzi pubblici, le interruzioni televisive e radiofoniche, i banner promozionali sulle pagine web scandiscono continuamente la nostra vita quotidiana. È quindi una profonda familiarità quella che ci lega alla pubblicità, e che spesso ci porta a non interrogarci su queste immagini che ci circondano».

     

    3.3 Guerra, Missione Apollo, crisi umanitarie, attentato dell'11 settembre, eventi importanti del XX secolo.

    Non esiste più un tempo di guerra e un tempo di pace nella guerra mondiale mediatica
    Il n’est plus de temps de guerre et de temps de paix dans la guerre mondiale médiatique

    «L'improvviso risveglio delle coscienze a causa dell'invasione russa in Ucraina è sorprendente, poiché tanto gli Stati quanto le potenze commerciali hanno capito da tempo l'importanza delle guerre d'influenza attraverso lo schermo interposto. Questo si è moltiplicato con i social network e la confusione totale dei generi: immagini di guerra e massacri occupano Tik Tok inondato di musica rock, come un video musicale».

     

    10 immagini che hanno cambiato il mondo
    10 images qui ont changé le monde.

    «Che oggi esista un “mondo delle immagini”, una circolazione planetaria istantanea, un accumulo esponenziale, nessuno ne dubita. Che siamo, per la prima volta nella storia, a contatto con rappresentazioni di tutti i tempi, di tutte le provenienze geografiche e su tutti i media, lo possono vedere tutti. Ma ne traiamo tutte le conseguenze? Molti continuano a difendere le piazze nazionali o le tecniche (pittura a olio o fotografia, cinema o architettura...). Non ha davvero senso quando gli spettatori leggono i giornali, vedono i manifesti, guardano i dipinti in rete e quando i creatori si esercitano nel disegno, scultura, video, fotografia e digitale online contemporaneamente. L'unica soluzione è fornire indicatori cronologici generali che abbraccino l'intero pianeta e tutti i media dell'immagine: una storia mondiale della produzione visiva umana».

     

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 10Fig.10: i primi passi dell’uomo sulla luna (20 luglio 1969) FonteL’allunaggio della missione Apollo 11: le immagini mentono?
    Alunissons....

    «L'aspetto di fantasia collettiva legato a questa operazione fece sì che molti spettatori esprimessero spontaneamente dubbi fin dalla prima trasmissione delle immagini dell’allunaggio da parte della NASA (20 luglio 1969). Queste foto furono accusate di essere state fabbricate in uno studio. Successivamente, un documentario ha giocato su questo sentimento di dubbio attribuendole a Stanley Kubrick (regista di 2001, Odissea nello spazio, uscito un anno prima nel 1968). Il sospetto è quindi consustanziale a queste immagini».

     

     

     

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 11Fig.11: le torri Nord e Sud del World Trade Center in fiamme dopo essere state colpite da due aerei di linea dirottati FonteGli attentati dell'11 settembre 2001 al World Trade Center di New York
    World Trade, la quête du sens.

    «La caratteristica di questo evento consiste nella sua stratificazione nel tempo, che ha creato una catena di immagini in movimento/fisse. Lo stupore per l’accaduto è il prodotto di diversi fattori: l'incredulità in un paese che non ha mai conosciuto la guerra sul suo territorio (a parte la guerra civile), e i cui media sono polarizzati al suo interno senza una reale apertura verso il mondo; l'incredulità anche degli spettatori internazionali per i quali New York è un'ambientazione cinematografica familiare. Soprattutto non deriva dalle immagini stesse (povere, "grezze", tipico del registro delle dirette televisive), ma dalla successione delle sequenze, cioè dalla sceneggiatura dell’evento. Ciò contrasta completamente con le vecchie rappresentazioni degli attentati in cui erano visibili solo le conseguenze dei danni».

     

     

    GERVEREAU LAURENT ARTICOLO HL immagine 12Fig.12: la carestia in Etiopia (1983-1985) FonteLo spettacolo delle crisi umanitarie: usi e sfide delle immagini di vittime lontane
    Le spectacle des crises humanitaires: usages et enjeux des images de victimes lointaines,
    di François Robinet.

    «Dal 1968, le immagini di vittime lontane trasmesse in televisione sono state efficaci strumenti di informazione delle tragedie umanitarie nel mondo. Attraverso la messa in scena del disagio dei più fragili, queste immagini ci hanno fatto vedere parte della realtà degli eventi in Biafra, Etiopia, Ruanda e Darfur. Relativamente stabili, queste messe in scena si basano su "immagini simboliche" incarnate da alcune grandi rappresentazioni archetipiche che mirano, oggi come ieri, a produrre emozione e drammaticità negli spazi pubblici in cui vengono trasmesse, a evidenziare l’azione degli operatori umanitari e suscitare la generosità dei telespettatori-donatori. È quindi necessario, per lo storico come per il cittadino, cogliere queste immagini con sufficiente distanza e diffidenza per distinguere la parte di realtà che ci fanno vedere, misurando al contempo il grado di strumentalizzazione politica della sofferenza che talvolta possono anche contenere».

     


    Note

    1 Sulla Histoire du visuel (Visual History): Antonio Prampolini, La Visual History. Che cos’è e quali storie ci fa conoscere e Visual history. L'uso didattico delle fonti iconografiche, con una prefazione di Antonio Brusa, in «Historia Ludens», 10/02/2021 e 10/03/2021. Vedi anche gli articoli di didattica, di chi scrive e di Antonio Brusa, pubblicati nella rivista “Visual history”. 

    2 Per maggiori informazioni sulla vita e sugli studi di Laurent Gervereau: l’autobiografia gervereau.com/parcours.php.

    3 Per un approfondimento, l’articolo: Grille d’analyse des images di Laurent Gervereau, in decryptimages.net.

    4 Per una più ampia bibliografia: fr.wikipedia.org/wiki/Laurent_Gervereau#Bibliographie.

    5 Sul Dizionario mondiale delle immagini: la recensione di Jacques Le Golff Une éblouissante anthologie de l'image, sous toutes ses formes et toutes les latitudes, «Le Monde», 14/12/2006.

    6 Sulla Ligue de l'Enseignement, confederazione di associazioni che in Francia operano nei settori dell’educazione e dell’insegnamento popolare, si veda la voce relativa dell’edizione francese di Wikipedia. L'Institut des Images, creato nel 1992 e presieduto da Laurent Gervereau, ha avuto un ruolo pionieristico nell'educazione all'immagine. Ha organizzato diversi convegni sulla Histoire du visuel (Dove va la storia dell'arte contemporanea?; Possiamo imparare a vedere?; Qual è il posto delle immagini nella storia?).

     

  • La Visual History. Che cos’è e quali storie ci fa conoscere

    di Antonio Prampolini

    PARTE PRIMA: SITOGRAFIA DELLE FONTI E DEI TEMI DI INDAGINE*

    1. Che cos’è la Visual History

    Innanzitutto, che cosa è la Visual History ? Navigando in Internet, una prima risposta la possiamo trovare nelle enciclopedie online.

    Docupedia-Zeitgeschichte (Docupedia – Storia Contemporanea), l’enciclopedia open access del Centro per la Ricerca di Storia Contemporanea di Potsdam (Leibniz-Zentrum für Zeithistorische Forschung Potsdam ZZF) contiene una voce autoriale, a firma Gerhard Paul, dedicata specificatamente alla Visual History.

    Paul, che è uno dei più noti specialisti della Visual History nell’ambito della storia contemporanea, sottolinea come nel corso del primo ventennio del nostro secolo si sia verificato un cambio di paradigma negli studi storici, favorito dalle nuove possibilità offerte dalla rivoluzione digitale e dal Web. Questo cambio ha portato al pieno riconoscimento dell’importanza delle fonti visive. Ha incentivato, soprattutto tra gli storici più giovani, lo studio delle immagini intese non solo come una delle possibili fonti della storia (insieme alle fonti scritte e a quelle orali), ma come oggetti che meritano un’indagine storiografica autonoma poiché condizionano i modi di vedere, percepire, rappresentare e comunicare la realtà.

    In questo nuovo quadro si afferma la Visual History: l’indagine sul ruolo delle immagini nella storia, attraverso un approccio multi e transdisciplinare, che utilizza i criteri e i metodi della storia dell’arte, dell’antropologia, della psicologia e della sociologia.

    Secondo Paul, la Visual History dovrebbe porre al centro delle proprie ricerche la «forza generativa delle immagini» (Bilder als generative Kräfte) poiché esse non solo riflettono la storia, ma anche la influenzano e la determinano.

    «Le immagini, [egli osserva] sono più che fonti che si riferiscono a un fatto o evento al di fuori della propria esistenza; sono più che media che usano il loro potenziale estetico per trasmettere interpretazioni [della realtà]. Le immagini hanno anche la capacità di creare prima di tutto realtà, sono dotate di una potenza energetica e generativa».

    La storia visiva del XX e dell'inizio del XXI secolo dovrebbe, pertanto, a suo parere, dedicare maggiore attenzione a questo potere energetico/generativo delle immagini.

    «I movimenti totalitari hanno ripetutamente e intenzionalmente fatto uso del potere energetico/generativo delle immagini nella storia del Novecento. Le immagini del nemico, dell'ebreo nella propaganda antisemita della "soluzione finale" dei nazisti, la messa in scena di manifestazioni di massa (così come oggi quelle dello straniero o dell'islamista) hanno sempre rappresentato [e rappresentano] un invito all'azione».

    La voce Visual Historydi Docupedia, disponibile oltre che in lingua tedesca (versione 3.0, 13/03/2014) anche in lingua inglese (versione 1.0, 07/11/2011), è un testo consistente e ben articolato che comprende diversi capitoli:

    • La storia nel Visual Turn (Die Geschichtswissenschaft im Visual Turn);
    • Immagini come fonti (Bilder als Quellen);
    • Immagini come media (Bilder als Medien);
    • Immagini come forze generative (Bilder als generative Kräfte);
    • Visual History come campo di ricerca transdisciplinare (Visual History als transdisziplinäres Forschungsfeld);
    • Critica e prospettive (Zustimmung, Kritik, Perspektiven);
    • Bibliografia(Empfohlene Literatur zum Thema).

    In Wikipedia troviamo la voce Visual History non nell’edizione in lingua inglese (come ci si aspetterebbe) ma nell’edizione in lingua tedesca.

    In questa edizione linguistica, la Visual History viene definita come la disciplina che «considera le immagini sia come fonti che come oggetti indipendenti della ricerca storica»; immagini che possono essere sia statiche che dinamiche, analogiche che digitali. Una disciplina che combina i metodi analitici della storia dell’arte, della filosofia, dell’antropologia, dell’etnologia e della sociologia dei media.

    La voce enciclopedica (che, a giudicare dall’argomento e dalla qualità della sua trattazione, è stata scritta da specialisti della materia, anche se in anonimato) analizza il contributo degli storici tedeschi alla Visual History, soffermandosi in particolare sugli studi e le ricerche di Gerhard Paul (l’autore della voce in Docupedia) e Heike Talkenberger, e sull’influenza del modello d’indagine storico-artistica sviluppato da Erwin Panofsky.

    Di Paul vengono presi in esame i tre livelli fondamentali della Visual History; vale a dire la ricerca storica sulle immagini intese come:

    • fonti,
    • media,
    • “forze generative” autonome.

    Di Talkenbergervengono descritti gli approcci all'analisi delle immagini (che dovrebbero essere combinati in modo flessibile):

    • l’approccio di storia della cultura materiale;
    • l’approccio semiotico, focalizzato sul simbolismo dell'immagine e sulla sua funzione comunicativa;
    • l’approccio della ricezione estetica,per indagare il significato attribuito alle immagini dai destinatari dei messaggi visivi.

    Del modello di indagine storico artistica di Erwin Panofsky vengono richiamati i tre “passi iconologici(ikonologischen Dreischritts):

    • la descrizione preiconografica: l’esame della struttura dell’immagine e del suo contenuto;
    • l’analisi iconografica: la decodifica del sistema di riferimenti e dei significati interni all’opera pittorica;
    • l'interpretazione iconologica: la ricerca del significato socio-culturale dell'immagine.

    La voce, molto consistente (la versione stampabile alla data del 22/01/2021 è di 17 pagine in formato A/4), è suddivisa nei seguenti capitoli:

    L’edizione in lingua francese di Wikipedia riporta la voce Histoire du visuel.

    Questa voce definisce la “nuova” disciplina storiografica come quella che ha per oggetto «lo studio di tutte le produzioni visive umane dalla preistoria [ai giorni nostri] e che comprende tutti gli aspetti creativi, come pure tutti gli usi e la moltiplicazione industriale delle immagini [fisse o in movimento] su tutti i media».

    L’Histoire du visuel studia pertanto la totalità delle produzioni visive anche quelle che tradizionalmente non appartengono al mondo dell’arte ma a quello ludico. All'epoca di Internet, tra i miliardi di immagini elettroniche che circolano in rete, quelle che si possono definire creazioni artistiche sono infatti un’esigua minoranza.

    «Oggi è necessario considerare tutte le produzioni visive perché le emanazioni di tutte le epoche, di tutte le civiltà, di tutti i media sono riunite sullo stesso schermo [di un dispositivo elettronico collegato a Internet]».

    La voce descrive le origini e lo sviluppo degli studi iconologici in Francia e la nascita della “nuova” disciplina a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, dedicando un capitolo centrale alla rivoluzione prodotta da Internet nel mondo delle immagini (À l'ère d'Internet, une science en développement nécessaire).

    L’edizione in lingua inglese di Wikipedia non contiene una voce specifica sulla Visual History,ma alcune voci correlate: Visual culture, Iconology, Iconography, con le relative definizioni sintetiche e informazioni bibliografiche.

    • La Visual Culture viene definita come «la cultura espressa nelle immagini» che è oggetto di studio da parte di diverse discipline: dalla filosofia alla storia dell’arte, dalla antropologia alla sociologia.
    • La Iconology è un «metodo di interpretazione della storia culturale e della storia delle arti visive, utilizzato da Aby Warburg, Erwin Panofsky e dai loro seguaci, che vuole scoprire il background culturale, sociale e storico di temi e soggetti nelle arti visive».
    • La Iconography è «una branca della storia dell'arte che studia l'identificazione, la descrizione e l'interpretazione del contenuto delle immagini».

    Alla Visual culture la <encyclopedia.com> (sito in lingua inglese che aggrega informazioni tratte da fonti enciclopediche, dizionari e da altre opere di reference) dedica una voce autoriale assai consistente e ben articolata scritta da Jonathan Beller e pubblicata originariamente nel «New Dictionary of the History of Ideas».

    Beller afferma che la Visual culture, intesa come «una componente specifica della cultura in generale, un insieme di pratiche visive o una disciplina accademica» è il prodotto di una nuova considerazione del ruolo delle immagini alla fine del XX secolo in quella che viene definita “società postindustriale”, dove le tecnologie visive dominano nei media dell’informazione. La voce è strutturata nei seguenti capitoli:

    • The Visual Turn;
    • Visuality;
    • Historical Emergence of the Field of Vision as a Site of Power and Social Control;
    • Historicity of the Senses;
    • Race and Photo-Graphics;
    • Gender, Sexuality and the Image;
    • Alternative Media;
    • Advertising, Attention and Society of the Spectacle;
    • Visuality, Mediation, Simulation and Cybernetics;
    • The Future of Visual Culture and Visual Studies.

    Anche nell’edizione in lingua italiana di Wikipedia non troviamo una voce dedicata specificatamente alla Visual History, ma solamente due voci correlate: Iconologia e Iconografia, che riservano poche righe ai rispettivi argomenti.

    Il portale della Treccani <treccani.it> indirizza il visitatore verso i Visual Studiescon una voce redazionale nel «Lessico del XXI Secolo» (2013) e una voce autoriale nella «Enciclopedia Italiana – IX Appendice» (2015) a firma Roberto Terrosi.

    Terrosi definisce i Visual Studies il «campo di studi accademici che hanno come oggetto il visibile e le pratiche dello sguardo in forme culturalmente organizzate».

    La voce è strutturata in capitoli:

    • Storia dei Visual studies,
    • Temi e protagonisti dei Visual studies,
    • La ‘svolta visuale’,
    • Crisi dei Visual studies?,
    • La politicizzazione dei Visual studies,
    • I Visual studies e l’Europa,
    • Gli studi di ‘cultura della rappresentazione’ in Giappone,
    • Conclusioni.

    2. Che cosa ci fa conoscere?

    Immagini relative a: guerra, nazifascismo, stalinismo, antisemitismo, migrazioni

    La piattaforma digitale bilingue (tedesco – inglese) Visual History del Leibniz-Zentrum für Zeithistorische Forschung Potsdam (ZZF) propone un indice, Themen, che offre un’interessante panoramica delle diverse aree tematiche, nell’ambito della storia contemporanea, in cui trova applicazione la nuova disciplina storiografica (l’indice non comprende articoli sui media audiovisivi). Una panoramica che, pur facendo prevalentemente riferimento ai contributi degli storici tedeschi, può, tuttavia, considerarsi egualmente rappresentativa dei più generali orientamenti a livello internazionale degli studi e delle ricerche della Visual History dal 2013 (anno di attivazione della piattaforma) ad oggi.

    Di seguito, l’elenco delle principali aree tematiche:

    (Cliccare sulle immagini per ingrandirle)

    A. Le fotografie di guerra nel primo e nel secondo conflitto mondiale

    In questa area tematica segnaliamo in particolare:

    Walter Kleinfeldt: fotografie dal fronte 1915–191801. Walter Kleinfeldt: fotografie dal fronte 1915–1918. (Fonte)

    ► 01. Agosto 1916: “Distruzione totale”

    Una raccolta di fotografie, lettere, ritagli del diario di un giovane soldato tedesco (Walter Kleinfeldt) sul fronte occidentale. La recensione sottolinea come nel volume vengono presentate due categorie di fotografie del fronte di guerra scattate da Kleinfeldt: da un lato, quelle che lasciano deliberatamente fuori dal campo visivo i militari morti o feriti e mostrano invece paesaggi distrutti, fucili abbandonati, alberi bruciati; dall'altro, ci sono le fotografie che rendono immediatamente comprensibile la violenza della guerra sugli uomini, come le immagini di caduti e feriti.

    August 1916: “Alles zusammengeschossen” di Lisa-Sophie Meyer, 19/10/2015, recensione del volume Walter Kleinfeldt. Fotos von der Front 1915-1918 di Ulrich Hägele e Irene Ziehe, Waxmann Verlag, Münster/New York, 2014.

    Il sorriso del boia viennese fotografato dopo l'esecuzione del patriota italiano Cesare Battisti a Trento nel 1916.02. Il sorriso del boia viennese fotografato dopo l'esecuzione del patriota italiano Cesare Battisti a Trento nel 1916. (Fonte)

    ► 02. Sul sorriso del boia nella Prima guerra mondiale

    Il sorriso è quello del boia viennese fotografato dopo l'esecuzione del patriota italiano Cesare Battisti nel 1916. Il boia e i suoi assistenti posano come se fossero all'osteria. Solo a una seconda occhiata la vista cattura l'impiccato in mezzo a loro, tenuto come un trofeo dal fiero boia che mostra con le mani il possesso del corpo della vittima.

    Anton Holzer ha usato questa foto per la copertina del suo libro che documenta con una lunga serie di immagini le violenze dell’esercito austroungarico contro la popolazione civile sul fronte orientale. Immagini che dovrebbero entrare a far parte della storia e della memoria del Primo conflitto mondiale accanto a quelle della guerra di trincea sul fronte occidentale, al fine di confutare il mito della presunta guerra "pulita" che non avrebbe coinvolto i civili come vittime dirette delle azioni militari.

    Vom Lächeln der Henker im Ersten WeltKrieg di Christine Bartlitz, 12/08/2014, recensione del volume Das Lächeln der Henker.Der unbekannte Krieg gegen die Zivilbevölkerung 1914-1918 di Anton Holzer, Primus Verlag, 2014.

    Sepoltura di un soldato tedesco sul fronte russo (1941)03. Sepoltura di un soldato tedesco sul fronte russo (1941) (Fonte)

    ► 03. Le fotografie private dei soldati

    L’attacco all’Unione Sovietica del 1941 documentato negli album fotografici privati dei soldati tedeschi.

    Si tratta di album messi insieme nel corso della guerra, che riducono al minimo la finestra temporale tra ciò che viene vissuto e ciò che viene documentato, e che pertanto non subiscono la distorsione retrospettiva, consapevole o inconsapevole, tipica dei racconti fotografici dei soldati tedeschi che, nel dopoguerra, tendono ad esaltare il loro ruolo nella Wehrmacht.

    Die Fotografie der Landser di Armin Kille, 30/11/2020.

    Immagini di propaganda: l’avanzata italiana su Adua (1935).04. Immagini di propaganda: l’avanzata italiana su Adua (1935). (Fonte)

    ► 04. Immagini disciplinate del Fascismo e del Nazismo

    Markus Wurzer analizza, confrontandoli, i reportage fotografici di guerra nella Germania nazista e nell’Italia fascista.

    Nella Germania nazista le immagini di guerra non solo erano state censurate (come già durante il Primo conflitto mondiale) ma anche organizzate/disciplinate da uno specifico apparato di propaganda. E così pure era avvenuto nell’Italia fascista dove i reportage fotografici di guerra erano stati sottoposti ad uno stretto controllo da parte del regime già prima del giugno 1940, in occasione dell’aggressione contro l'Impero Abissino.

    Disziplinierte Bilder di Markus Wurzer, 06/04/2020.

    Cartolina commemorativa dell’incendio di Oradour-sur-Glane e del massacro dei suoi abitanti da parte delle SS in ritirata.05. Cartolina commemorativa dell’incendio di Oradour-sur-Glane e del massacro dei suoi abitanti da parte delle SS in ritirata. (Fonte)

    ► 05. Ricordando il 10 giugno. La cura della memoria a Lidice e Oradour

    L’occupazione nazista dell’Europa è stata accompagnata da distruzioni di città e villaggi.

    Il 10 giugno 1942, Lidice, distante pochi chilometri da Praga, era stata incendiata e rasa al suolo dalle SS tedesche come rappresaglia all’uccisione di un loro alto ufficiale da parte della resistenza. I suoi abitanti erano stati fucilati o inviati nei campi di concentramento.

    Il 10 giugno 1944 a Oradour, un piccolo villaggio nel dipartimento della Haute-Vienne nella Francia centro-occidentale, le SS incendiarono le case e massacrarono tutti gli abitanti.

    Zeina Elcheikh documenta nel suo articolo, con diverse immagini (fotografie, cartoline postali, francobolli, manifesti), sia la distruzione dei due villaggi che la cura della memoria, dal dopoguerra ad oggi, di quegli eventi tragici.

    Remembering 10 June. Curating Memory in Lidice and Oradour di Zeina Elcheikh, 09/06/2020.

     

    B. I movimenti e i regimi politici nell’Europa del Novecento: socialismo, fascismo, nazismo e stalinismo

    In questa area tematica segnaliamo in particolare:

    Sbandieratore, immagine del ’calendario dei lavoratori’ 1923-1929.06. Sbandieratore, immagine del ’calendario dei lavoratori’ 1923-1929. (Fonte)

    ► 06. La Rivoluzione sui muri

    Il volume dello storico dell'arte e della fotografia Wolfgang Hesse (pubblicato open access in Internet <https://core.ac.uk/download/pdf/268020278.pdf>) tratta dei "calendari rossi a strappo" del KPD (Die Kommunistische Partei Deutschlands) nella Repubblica di Weimar.

    La tradizione dei calendari a strappo risale all'ultimo terzo del XIX secolo. Diversamente dai “calendari del popolo”, i “calendari rossi” non contenevano “storie eroiche” ma dati e immagini della storia generale del mondo, dei movimenti democratici e dei lavoratori tedeschi.

    La recensione di Mario Keßler propone, contestualizzandole, diverse immagini estratte dal volume di Wolfgang Hesse.

    Die Revolution als Wandschmuck di Mario Keßler, 16/03/2020, recensione del volume Der rote Abreißkalender. Revolutionsgeschichte als Wandschmuck di Wolfgang Hesse, Eigenverlag, Lübeck 2019.

    ’Idea Vincit’, linoleografia di Otto Heinrich Strohmeyer del 1926.07.’Idea Vincit’, linoleografia di Otto Heinrich Strohmeyer del 1926. (Fonte)

    ► 07. I francobolli a favore e contro la guerra e il fascismo

    I francobolli emessi dallo Stato sono “veicoli illustrati” nella “epoca della riproducibilità tecnica delle immagini” (Walter Benjamin) con i quali lo Stato ha diffuso soprattutto nel passato (e diffonde ancora oggi) i simboli del proprio potere, della propria ideologia, della propria storia ben oltre i confini nazionali.

    Nell’articolo citato, Esposito analizza in particolare il simbolismo racchiuso nei francobolli che riproducono immagini dell’aviazione (i “veicoli alati”) sia con riferimento alle riflessioni dello storico dell’arte Aby Warburg che alla produzione filatelica dell’Italia fascista.

    Beflügelte Bilderfahrzeuge für und wider Krieg und Faschismus di Fernando Esposito, 18/05/2020.

    Gli abitanti di Sülfeld ritratti davanti al monumento a ricordo della vittoria dei nazionalsozialisti alle elezioni del Reichstag del 5 marzo 1933.08. Gli abitanti di Sülfeld ritratti davanti al monumento a ricordo della vittoria dei nazionalsozialisti alle elezioni del Reichstag del 5 marzo 1933. (Fonte)

    ► 08. Mobilitazione rurale a favore del nazismo

    La presa del potere da parte dei nazisti è stata accompagnata da una diffusa mobilitazione delle zone rurali della Germania a favore del nuovo regime. Anche Sülfeld, un piccolo villaggio dello Schleswig-Holstein, fu investito dall'ondata di euforia nazionale innescata dalla vittoria del NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei – Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori) alle elezioni del Reichstag del 5 marzo 1933.

    Kraus e Ullmann ricostruiscono tale mobilitazione con l’aiuto delle fotografie scattate nel villaggio di Sülfeld negli anni trenta.

    Sülfeld schafft dem 5. März 1933 ein Denkmal di Alexander Kraus e Maik Ullmann, 24/09/2018.

    Lavori forzati in un “campo correttivo” dell’Unione Sovietica.09. Lavori forzati in un “campo correttivo” dell’Unione Sovietica. (Fonte)

    09. Le immagini delle carceri e dei “campi correttivi” nell’URSS

    Le immagini fisse e in movimento scattate nelle carceri e nei “campi correttivi” dell’Unione Sovietica tra gli anni '30 e '70 del Novecento.

    Le istituzioni statali penali e giudiziarie dell'Unione Sovietica facevano spesso appello a cineasti e fotografi per una rappresentazione ufficale, in chiave pedagogica e propagandistica, del sistema penitenziario.

    L'articolo di Irina Tcherneva esamina in primo luogo le diverse concezioni visive della reclusione, il modo in cui le immagini plasmano lo sguardo delle istituzioni penali che hanno commissionato le immagini. In secondo luogo, l’articolo affronta le finalità e gli usi dei documenti visivi da parte delle istituzioni e dei detenuti.

    For an Exploration of Visual Resources of the History of Imprisonment Photo and Film in Penal Spaces in the USSR (1940–1970) di Irina Tcherneva, in «The Journal of Power Institutions in Post-Soviet Societies», n. 19/2018.

    (L’articolo non è presente nell’indice tematico della piattaforma digitale Visual History)

    Stalin il grande timoniere dell’URSS.10. Stalin il grande timoniere dell’URSS. (Fonte)

    ► 10. Il culto della personalità di Stalin nei manifesti di propaganda sovietici

    Dall'inizio del regime sovietico, i manifesti sono stati considerati come un mezzo di vitale importanza per comunicare ed educare la vasta popolazione dei territori dell'URSS. Nonostante lo sviluppo e la diffusione del cinema, il poster rimase, durante gli anni della leadership di Stalin, una forma primaria di propaganda, prodotta sotto uno stretto controllo centralizzato che rifletteva le priorità del regime.

    Anita Pisch analizza i manifesti di propaganda di Stalin sia da una prospettiva iconografica che iconologica, impiegando la metodologia utilizzata per la prima volta da Erwin Panofsky.

    The personality cult of Stalin in Soviet posters, 1929–1953 di Anita Pisch, 2016.

    (l’articolo non è presente nell’indice tematico della piattaforma digitale Visual History)

     

    C. L’antisemitismo, la persecuzione degli ebrei e la Shoah

    In questa area tematica segnaliamo in particolare:

    Caricatura antisemita su un documento fiscale inglese del 1233.11. Caricatura antisemita su un documento fiscale inglese del 1233. (Fonte)

    ► 11. La prima caricatura antisemita?

    La più antica caricatura antisemita conosciuta è un disegno su un documento fiscale inglese del 1233. La caricatura mostra tre ebrei dall’aspetto strano in compagnia di demoni ed evidenzia la somiglianza dei loro nasi a becco.

    Questa caricatura è diventata un’immagine iconica tra gli storici. È pubblicata sul sito web educativo degli Archivi nazionali del Regno Unito.

    Sara Lipton ne propone una lettura critica per esaminare ogni aspetto dell’immagine al fine di comprendere il suo significato politico e il ruolo che gli ebrei hanno in essa.

    Die erste antisemitische Karikatur? di Sara Lipton, 30/03/2020.

    Partenza del transatlantico St. Louis dal porto di Amburgo il 13 maggio 1939.12. Partenza del transatlantico St. Louis dal porto di Amburgo il 13 maggio 1939.(Fonte)

    ► 12. L’odissea del St. Louis

    Il 13 maggio 1939 il transatlantico tedesco “St. Louis”, con a bordo 937 ebrei (uomini, donne e bambini) in fuga dalla Germania nazista, iniziava dal porto di Amburgo la traversata oceanica con destinazione Cuba. Due settimane dopo raggiungeva il porto dell'Avana. Ma lo sbarco veniva rifiutato dalle autorità cubane.

    Iniziava così una vera e propria odissea con il ritorno in Europa dei passeggeri e la ricerca di porti di altri paesi in cui poter sbarcare e mettere in salvo gli ebrei.

    Sono state conservate numerose fotografie del viaggio e delle condizioni di vita sulla St. Louis. L’articolo qui citato mostra alcune foto commentate da estratti di due testimonianze contemporanee: il diario di Erich Dublon e il reportage di viaggio di Fritz Buff.

    Die Irrfahrt der St. Louis di Eva Schöck-Quinteros, 17/06/2019.

    ’Juden unter sich’ (Ebrei tra di loro), «Berliner Illustrierte Zeitung», 24  luglio 1941.13. “Juden unter sich” (Ebrei tra di loro), «Berliner Illustrierte Zeitung», 24 luglio 1941. (Fonte)

    ► 13. Gli ebrei nel ghetto

    I Propagandakompanien (PK) della Wehrmacht e i ghetti ebraici nella Polonia occupata.

    Una delle più influenti azioni di propaganda antisemita prodotte nel "Terzo Reich" era basata negli anni 1939-1941 su immagini e rapporti provenienti da vari ghetti nella Polonia occupata. Gran parte del materiale era stato raccolto dalle Propagandakompanien (PK) della Wehrmacht.

    Per Daniel Uziel, l’analisi del contributo delle Propagandakompanien alla politica antisemita dei nazisti richiede di prendere in esame non solo i materiali visivi, ma anche i contesti storici in cui sono stati prodotti. Ciò include gli aspetti organizzativi, le strategie di propaganda del regime, la situazione di guerra generale e locale.

    “Juden unter sich” di Daniel Uziel, 20/04/2020.

    I sopravvissuti Alfred Stüber (a destra) e Ludwig Stikel in una foto scattata dopo il 20 aprile 1945 nel campo di concentramento di Buchenwald.14. I sopravvissuti Alfred Stüber (a destra) e Ludwig Stikel in una foto scattata dopo il 20 aprile 1945 nel campo di concentramento di Buchenwald. (Fonte)

    ► 14. L'auto-rappresentazione dei sopravvissuti ai campi di concentramento

    Quasi tutte le fotografie di prima della liberazione dei campi di concentramento sono state scattate dalle SS con l'intenzione di presentarli come un sistema gerarchico altamente efficiente e una organizzazione funzionale senza violenze arbitrarie.

    I prigionieri vi appaiono come una folla docile e silenziosa.

    Dopo la liberazione dei campi nel 1945, gli internati sopravvissuti vengono raffigurati nelle foto scattate dai militari degli eserciti alleati come vittime anonime di un’immane tragedia.

    Sandra Starke vuole, invece, indagare la produzione di immagini “proprie e autodeterminate” degli ex-internati, utilizzando alcuni esempi riferiti al campo di concentramento di Buchenwald.

    Zur visuellen Selbstrepräsentation von KZ-Überlebenden di Sandra Starke, 26/10/2020.

    Erich Muhsfeldt sul profilo Facebook del Museo statale di Auschwitz-Birkenau del 2 gennaio 2011.15. Erich Muhsfeldt sul profilo Facebook del Museo statale di Auschwitz-Birkenau del 2 gennaio 2011. (Fonte)

    ► 15. Erich il malvagio

    Il primo gennaio 1945, Erich Muhsfeldt, capo del commando dei forni crematori di Auschwitz, sparò e uccise 200 prigionieri polacchi nel campo di Auschwitz II.

    Il primo gennaio 2011 il Museo di Stato di Auschwitz Birkenau ha pubblicato sul suo profilo Facebook una foto di Muhsfeldt. La fotografia ha innescato una marea di commenti.

    Nell’articolo citato, Ina Lorenz analizza la nuova modalità di trasmissione visiva della storia nello spazio virtuale.

    He even looks evil … di Ina Lorenz, 12/10/2015.

    Poster della conferenza internazionale “An End to Antisemitism” (Vienna, 2018).16. Poster della conferenza internazionale “An End to Antisemitism” (Vienna, 2018). (Fonte)

    ► 16. Le immagini contro l'antisemitismo

    L’articolo prende in esame le immagini utilizzate nella lotta contro l'antisemitismo e focalizza la sua attenzione sul poster della conferenza internazionale "An End to Antisemitism", che si è svolta a Vienna nel febbraio del 2018.

    Per Axster il poster della conferenza suggerisce una mancanza di sensibilità alle implicazioni razziste dell’antisemitismo e testimonia la necessità di mettere in relazione la lotta contro l'antisemitismo con quella contro il razzismo.

    Fallstricke im (visuellen) Kampf gegen Antisemitismus di Felix Axster, 10/06/2019.

     

    D. Le migrazioni e le immagini dello straniero

    In questa area tematica segnaliamo in particolare:

    Copertina del catalogo di una mostra sui flussi migratori: “Fuga, Espulsione, Integrazione, Patria” (2005).17. Copertina del catalogo di una mostra sui flussi migratori: “Fuga, Espulsione, Integrazione, Patria” (2005). (Fonte)

    ► 17. Immagini che colpiscono

    Un’analisi del “potere discorsivo” delle immagini nelle mostre a tema sull’emigrazione.

    Gli eventi storici o i diversi aspetti/fenomeni della vita sociale sono spesso rappresentati da poche immagini consolidate che sono passate attraverso un processo di selezione e canonizzazione che è alla base della loro efficacia mediatica.

    Ed è proprio questo processo che l’autore dell’articolo citato vuole approfondire svolgendo una ricerca sulle immagini dell’emigrazione nelle mostre a tema che sono state organizzate in Germania tra il 1974 e il 2013.

    Bilder mit Impact di Tim Wolfgarten, 29/06/2020.

    Richiedenti asilo davanti all'Ufficio immigrazione in Puttkamer Strasse.(18 agosto 1978, Berlino Ovest).18. Richiedenti asilo davanti all'Ufficio immigrazione in Puttkamer Strasse.(18 agosto 1978, Berlino Ovest). (Fonte)

    ► 18. I rifugiati nelle immagini della stampa tedesca

    Le fotografie giocano un ruolo centrale nella comunicazione dei mass media. I fenomeni migratori vengono differenziati attraverso le fotografie pubblicate sui giornali e sulle riviste. Esse comunicano punti di vista etici e legittimano il bisogno di azione.

    Questo progetto di ricerca raccoglie le fotografie per la stampa pubblicate in cinque quotidiani e settimanali nazionali nella Repubblica Federale di Germania («Frankfurter Allgemeine Zeitung», «Stern», «Spiegel», «Süddeutsche Zeitung», «Die Welt» - e in alcuni casi «Zeit» e «Tageszeitung») e utilizzate nei dibattiti sull’emigrazione dagli anni Cinquanta alla metà degli anni Novanta.

    Zur visuellen Produktion von “Flucht” und “Asil” in Pressefotografien der Bundesrepublik di Lisa-Katharina Weimar, progetto di ricerca, 26/09/2017.

    Immigrati italiani nella “Klein Neapel” (Piccola Napoli) a Wolfsburg (ottobre 1962).19. Immigrati italiani nella “Klein Neapel” (Piccola Napoli) a Wolfsburg (ottobre 1962). (Fonte)

    19. Gli italiani, “lavoratori ospiti” nella stampa degli anni ‘60

    Violetta Rudolf ha svolto un interessante ricerca sulle immagini e sulle relative didascalie delle foto di lavoratori immigrati italiani pubblicate dalla stampa locale di Wolfsburg (la citta della Bassa Sassonia sede dell'industria automobilistica Volkswagen) all’inizio degli anni Sessanta del Novecento.

    La ricerca vuole fare emergere dalle immagini tutto quello che non è possibile ottenere dalle fonti scritte e orali, evidenziando l’importante funzione comunicativa delle fotografie sui giornali nell’orientare l’opinione pubblica.

    Auf fotografischen Spuren italienischer „Gastarbeiter“ in der Wolfsburger Tagespresse 1962 di Violetta Rudolf, 23/01/2019.

     

    * Tutte le fonti e gli articoli segnalati nella sitografia erano consultabili in rete alla data del 08/02/2021.

    Parte Seconda: Visual history. L'uso didattico delle fonti iconografiche

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