di Antonio Brusa

Immagine2Fig.1: Tentando di fare un gioco con bambini, al Salone del libro.La contemporaneità fra manifestazioni culturali di massa è normalmente considerata una jattura dagli organizzatori. Non per queste - il Salone del libro di Torino e Play, Festival del gioco di Modena - che, nonostante si celebrino nei medesimi giorni, hanno visto la partecipazione di masse imponenti, per nulla spaventate dalla pioggia battente. Per quanto riguarda chi scrive, gli hanno permesso di transitare per entrambe e leggervi analogie e differenze che è di qualche interesse raccontare. Il Salone si regge su un’organizzazione più consolidata (è alla XIX edizione e affonda le sue origini a 35 anni fa) e, come sappiamo dalle cronache degli ultimi anni, è ormai un’istituzione considerata di pregio da città che cercano di sottrarselo a vicenda. Play, alquanto più giovane (è alla XIV edizione), nasce dal volontariato di associazioni specializzate, fra le quali LudoLabo, e alla passione di ludologi come Andrea Ligabue (e tanti altri che qui non cito, sperando che non se la prendano).

Solo pochi anni fa, il confronto sarebbe stato improponibile. Quest’anno sì, per quanto non ci siano dubbi sulla maggiore imponenza della manifestazione torinese. Non ho a disposizione le cifre dei visitatori, ma quelle fornite dagli organizzatori sono chiare: Play occupa 28 mila metri quadrati, con 150 espositori e 300 eventi; il Salone 115 mila mq con 573 espositori e 1600 eventi. Diverse, dunque, ma certamente confrontabili. Pochi anni fa, ciò non sarebbe stato possibile, dal momento che la manifestazione ludica aveva poche decine di stand, frequentata da centinaia di appassionati e, ovviamente, dalle immancabili scolaresche.

Immagine1Fig.2: Folla a PlayQuindi, masse attratte da una proposta culturale: è indubbiamente questo un terreno comune, che permette di confrontare comportamenti e soggettività di organizzatori e di pubblico. I protagonisti del Salone sono prevalentemente le case editrici, alle quali si aggiungono altri soggetti, come università e realtà variamente dedicate alla formazione. Al contrario, le protagoniste di Play sono sia le case produttrici di giochi, sia le associazioni dedicate ai giochi (con una bella presenza universitaria, all’interno della quale sottolineerei il Centro di Ricerca sul gioco, diretto da Renzo Repetto dell’Università di Genova).

Negli stand dei libri operano i dipendenti delle case editrici. I 2500 tavoli di gioco sono gestiti da animatori volontari. E questo lascia intuire una forte differenza di partecipazione. Infatti, se si fa la tara dei moltissimi che si aggirano fra gli stand di entrambe le manifestazioni come se si trattasse di una fiera, nel Salone del libro osservavo tanti che si fermavano, soppesavano i libri, li sfogliavano mentre qualcuno, trovato un punto d’appoggio, peraltro offerto con parsimonia, provava a immergersi nella lettura. In Play, invece, si cerca un tavolo e si gioca. E vedo famiglie, gruppi di amici di ogni età o avventori che si incontrano per l’occasione. Tentando un’analisi di genere, nel Salone le donne forse sopravanzano i maschi. In Play (ho provato a fare un calcolo a spanne limitato ai tavoli di gioco), il rapporto potrebbe essere di una donna ogni cinque uomini (un dato straordinario, dal momento che la tradizione dei giochi era quasi esclusivamente maschile).

Nel Salone, le persone leggono e discutono fra di loro, a volte da sole, qualche volta in coppia, di rado in gruppi. In ogni caso, predominano espressioni apprezzabilmente serie. In Play ridono, si sfottono, aggrottano le ciglia, imprecano, si incoraggiano, suggeriscono e commentano mosse. I genitori guardano intensamente i loro figli muovere pedine o impegnarsi in calcoli. Si tocca con mano, nel Salone, i fatto ,che la lettura isola l’individuo dal mondo e gli permette di concentrarsi nel suo rapporto con il libro. In Play è il gruppo che crea una bolla, all’interno della quale vive la sua avventura, senza curarsi della folla che gli scorre appresso.

Si potrebbe dire “bella forza”. I libri sono una cosa seria, i giochi, in fin dei conti no. La visita alle due manifestazioni basta a confinare queste due osservazioni nel comparto dei luoghi comuni. Fra i cinquecento editori troviamo di tutto: dalla storia, alle scienze, alla letteratura, alle barzellette, ai giochi, a ogni futilità moderna. La medesima varietà nei giochi: da quelli che implicano solo abilità manuali, come il subbuteo, ai giochi intellettualmente più impegnativi, come l’enorme comparto di giochi storici (un settore in crescita impressionante: e su questo occorrerà tornare).

Descrivo le cose come le ho viste, senza azzardare giudizi di valore. Per me sono importanti sia la concentrazione personale, sia la bolla ludica. Ma alcuni giudizi di valore sono obbligatori. Gli oltre cinquecento espositori e gli innumerevoli spazi per eventi del Salone sono rigorosamente open space. Nessun diaframma separa l’aula della discoteca per bambini da quella dove si è faticosamente cercato di fare un gioco di storia (come mi è capitato). Ogni stand è dotato del suo bravo amplificatore in competizione con quello del vicino. Sopraffatti gli uni e gli altri dai “macro-stand” riservati alle star, che dispongono di amplificazioni da concerto del Primo Maggio. La conclusione è un’esplosione di decibel in palmare contraddizione con quell’isolamento che la lettura suggerirebbe, e che il Salone dovrebbe magnificare. Certamente, anche Play è una manifestazione chiassosa. Migliaia di persone che parlano, ridono, si chiamano a vicenda fanno rumore. Umano, però, senza amplificazioni e senza musica da discoteca. Non è poco, per una manifestazione di massa.

Immagine3Fig.3: Uno stand di Play offre una guida alla costruzione di giochi storiciMa ecco una differenza essenziale, che riguarda per gli “eventi” che costellano le due manifestazioni. Nella presentazione del mio libro sui giochi riuscivamo a sentirci con difficoltà e, addirittura, quando il relatore dell’evento confinante, preso da un qualche entusiasmo, ha cominciato a urlare nel suo microfono, non ci è rimasto che guardarci sconsolati a vicenda, relatori e pubblico, sforzandoci di leggere i movimenti delle labbra, come si fa nelle telecronache per carpire i suggerimenti dell’allenatore. Maggiore rispetto a Play: il seminario su giochi e storia, preparato da Renzo Repetto, si è svolto in un luogo chiuso, dove abbiamo potuto parlare a lungo, a bassa voce, confrontare le nostre esperienze e i nostri studi e, come si accade nei buoni convegni, tessere nuove reti di relazione. Certo: in questo seminario i partecipanti erano contati, quelli effettivamente interessati a lavorare nel campo della ludicizzazione della storia. Gli eventi del Salone, al contrario, non di rado erano affollati. Ma mi chiedo quale sia l’interesse di chi si accalca per assistere a un evento, dove – se è fortunato - ascolterà con fatica quello che si dice. Esserci e poterlo raccontare?

Infine, un’analogia marginale quanto necessaria, riguardante il disinteresse degli organizzatori per le vesciche altrui, evidentemente convinti della natura angelica di chi frequenta le manifestazioni culturali.

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