di Daniele Boschi
Fig.1: L’ Assemblea generale delle Nazioni Unite (New York) FonteIl 25 marzo 2026 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione1 che definisce la tratta transatlantica degli schiavi africani come il più grave crimine contro l’umanità e invita gli Stati membri ad avviare un dialogo sulla giustizia riparativa, allo scopo di sanare le ferite ancora aperte prodotte da quella tragica plurisecolare vicenda storica. La risoluzione, proposta dal Ghana, ha ricevuto il voto favorevole di 123 Stati sui 193 aderenti all’ONU; hanno votato contro gli Stati Uniti, l’Argentina e Israele; la Gran Bretagna e gli Stati dell’Unione Europea si sono astenuti.
In questo articolo analizzerò il testo approvato delle Nazioni Unite e illustrerò le vivaci reazioni che esso ha suscitato. Risulteranno evidenti le molteplici implicazioni di questo dibattito per lo studio e per l’insegnamento di questa importante e dolorosa pagina della storia moderna.
La risoluzione ONU
La risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite è composta da un preambolo contenente una lunga serie di premesse e da una dichiarazione in sedici punti.
Nelle premesse la risoluzione fa riferimento anzitutto a precedenti dichiarazioni, convenzioni e iniziative delle stesse Nazioni Unite e di altre istituzioni, in particolare dell’Unione Africana. Tra i documenti delle Nazioni Unite si ricordano la Dichiarazione universali dei diritti umani (1948), la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (1966), e la Dichiarazione e il programma di azione di Durban (2001); tra i documenti dell’Unione Africana si cita la Proclamazione di Abuja del 1993 sulle riparazioni per la riduzione in schiavitù, il colonialismo e il neo-colonialismo subìti dagli africani. Si rievocano inoltre le numerose iniziative intraprese negli ultimi vent’anni per commemorare la tratta degli schiavi e per onorare le sue vittime, in particolare l’istituzione del 25 marzo come Giornata Internazionale in Memoria delle Vittime della Schiavitù e della Tratta Transatlantica degli Schiavi.
Tre premesse storiche
Le premesse indicano poi i presupposti storico-fattuali della risoluzione. In questo ambito tre affermazioni – beninteso discusse o discutibili - mi sembrano della massima importanza per comprendere la logica della risoluzione:
1. la tratta degli schiavi africani segnò, a partire dal XV secolo, una profonda rottura nella storia dell’umanità, dando avvio alla più grande migrazione forzata e alla creazione di uno dei più durevoli sistemi di sfruttamento organizzato di massa degli esseri umani di cui si abbia memoria storica;
2. la schiavitù basata sulla razza rappresentava un modello privo di precedenti, poiché era il primo sistema globale che codificava gli esseri umani e i loro discendenti come oggetti di proprietà ereditabile, alienabile e perpetua;
3. questo sistema schiavistico si basava su logiche morali, giuridiche, sociali ed economiche che continuano ad alimentare “il razzismo strutturale, le discriminazioni razziali, il sottosviluppo, la marginalizzazione e le disuguaglianze socio-economiche che colpiscono in modo sproporzionato gli africani e le persone di origine africana in tutte le parti del mondo”2.
Le premesse giuridiche
Altre premesse contengono riferimenti di carattere giuridico, rivolti evidentemente a prevenire le prevedibili obiezioni circa il carattere non retroattivo dei princìpi e delle norme del diritto internazionale attualmente in vigore. Si fa riferimento in particolare alla giurisprudenza africana, alla Kouroukan Fouga (o Manden Charter) del 1235, che stabiliva che tutti gli uomini hanno il diritto alla vita e alla preservazione dell’integrità fisica, e al fondamentale principio presente nelle tradizioni giuridiche e morali africane secondo il quale “un crimine non marcisce” (“a crime does not rot”). Si afferma in modo più specifico – ma in verità senza precisi riferimenti a testi o a documenti in materia – che i crimini contro l’umanità non sono soggetti a “limiti legali” (“statutory limitations”) e pertanto continuano a generare obbligazioni fino a quando non vengono affrontati tramite verità, giustizia e forme di riparazione.
Fig.2: La Porta del non ritorno sull'isola di Gorée (Senegal) FonteI tre punti fondamentali della Dichiarazione
A questa lunga serie di premesse fa seguito il testo della dichiarazione vera e propria in sedici punti. Tre sono a mio avviso le enunciazioni principali, dalle quali dipendono tutte le altre.
In primo luogo, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite condanna il commercio e la riduzione in schiavitù degli africani sulla base della razza definendoli come “la più disumana e persistente ingiustizia” e “il più grave crimine contro l’umanità … in ragione della definitiva rottura da essi provocata nella storia mondiale, della loro ampiezza, durata, natura sistematica e brutalità, e per le loro durevoli conseguenze che continuano a strutturare le vite di tutte le persone tramite sistemi di lavoro, proprietà e capitale basati sulla razza”.
In secondo luogo l’Assemblea afferma che occorre porre rimedio ai torti subìti nella storia dagli africani e dalle persone di origine africana attraverso forme di riparazione.
In terzo luogo l’Assemblea invita gli Stati membri “a intraprendere un dialogo inclusivo e in buona fede sulla giustizia riparativa, comprendente un completo e formale atto di scusa, misure di restituzione, compensazione, riabilitazione, soddisfazione, garanzie di non ripetizione, e mutamenti nelle leggi, nei programmi e nei servizi per porre rimedio al razzismo e alla discriminazione sistemica”.
Vi sono poi numerose altre enunciazioni più specifiche, come ad esempio la richiesta della pronta restituzione dei beni culturali, degli oggetti d'arte, dei monumenti, dei reperti museali, dei manufatti, dei manoscritti e dei documenti, nonché degli archivi nazionali che rivestono un valore spirituale, storico, culturale o di altra natura per i paesi di origine. Particolarmente significativa dal nostro punto di vista è anche l’esortazione rivolta agli Stati membri affinché promuovano programmi educativi completi, iniziative di commemorazione e ricerche accademiche sulla schiavitù, sul commercio e sulla tratta degli schiavi africani e sulle loro conseguenze, anche attraverso programmi di studio, musei, luoghi della memoria e campagne di sensibilizzazione pubblica.
Fig.3: Schiavi al lavoro in una piantagione di canna da zucchero ad Antigua, incisione di William Clark, pubblicata nel 1823 Fonte1 Fonte2Le motivazioni del voto contrario
Poiché molti commentatori si sono soffermati – spesso in modo critico - sul voto contrario di Stati Uniti, Israele e Argentina e sull’astensione degli Stati europei, può essere utile esaminare preliminarmente le motivazioni ufficiali di queste scelte.
Il rappresentante degli Stati Uniti presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, Dan Negrea, ha spiegato le ragioni del voto contrario del suo governo ricordando che gli Stati Uniti non riconoscono alcun diritto a riparazioni per fatti che non erano contrari alle leggi internazionali vigenti all’epoca in cui essi si verificarono; gli Stati Uniti rifiutano inoltre il tentativo di creare una gerarchia tra i diversi crimini contro l’umanità e criticano l’arbitraria ricostruzione degli eventi storici proposta nella risoluzione, in quanto essa ignora il fatto che il commercio degli schiavi in Africa ebbe inizio ben prima del XV secolo e proseguì purtroppo anche oltre il XIX secolo.
Per parte sua, il governo di Israele, tramite la sua ambasciata in Ghana, ha spiegato di aver votato contro la risoluzione dell’Assemblea generale perché il modo in cui viene formulata nel testo la condanna della tratta transatlantica degli schiavi africani “rischia di sminuire la gravità di altre atrocità, tra le quali l’Olocausto degli ebrei compiuto dai nazisti, come pure di altri crimini che hanno causato immense sofferenze”. Di analogo tenore le generiche spiegazioni fornite da un portavoce del governo argentino, che ha dichiarato: “Siamo contrari a classificare la schiavitù come il più grave crimine contro l'umanità nella storia. Perché un crimine dovrebbe essere considerato superiore a un altro? La risoluzione contiene molti elementi soggettivi che non condividiamo”.
I motivi dell’astensione dell’Unione Europea
Più articolata e conciliante è stata la posizione assunta dell’Unione Europea tramite la sua rappresentante, la cipriota Gabriella Michaelidou, che si è detta dispiaciuta del fatto che i negoziati siano stati troppo brevi per consentire un accordo e ha spiegato l’astensione degli Stati dell’UE criticando l’implicita adozione di una gerarchia tra i crimini contro l’umanità, il riferimento a tradizioni giuridiche regionali e l’interpretazione selettiva e poco equilibrata dei fatti storici. Su quest’ultimo punto la rappresentante dell’UE ha precisato che “il ruolo dell’Assemblea generale non è quello di sostituirsi al dibattito accademico tra gli storici”. Gabriella Michaelidou ha inoltre sottolineato la necessità di mantenere fermo il principio fondamentale della non retroattività delle norme del diritto internazionale, aggiungendo che le richieste di riparazioni non hanno una solida base giuridica e che qualsiasi accordo in materia di giustizia riparativa deve basarsi sugli strumenti multilaterali già esistenti.
Infine, anche James Kariuki, ambasciatore del Regno Unito presso le Nazioni Unite, ha motivato l’astensione del suo paese principalmente con il rifiuto di creare una gerarchia tra i crimini contro l’umanità e con il principio della non retroattività del diritto internazionale.
Fig.4: Il "Code noir", promulgato dal re di Francia Luigi XIV nel 1685 per disciplinare la condizione degli schiavi nelle colonie francesi nei Caraibi FonteLa successiva apertura di Macron
Il voto contrario di Stati Uniti, Israele e Argentina, come pure l’astensione dei paesi dell’UE, hanno provocato non poche perplessità e reazioni negative. In particolare il governo francese è stato oggetto di molte sollecitazioni.
La Fondazione per la memoria della schiavitù ha esortato la Francia a dare una risposta alle aspettative di giustizia, dialogo e verità espresse nella risoluzione ONU del 25 marzo, in coerenza con il ruolo pionieristico che la Francia ha assunto a partire dal 2001 con l’approvazione della legge Taubira (la prima legge di un paese occidentale che abbia riconosciuto la tratta degli schiavi e la schiavitù come un crimine contro l’umanità).
Il Comitato Nazionale di Haiti sulle Restituzioni e sulle Riparazioni (Cnhrr) ha invitato il governo francese a seguire le raccomandazioni formulate nella risoluzione delle Nazioni Unite in materia di giustizia riparativa, andando oltre l’approccio essenzialmente commemorativo seguito finora.
Forse anche per rispondere a tali esortazioni, lo scorso 21 maggio il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron, in occasione del 25° anniversario della legge Taubira, ha affermato che il “percorso di riconoscimento” avviato con l'adozione della legge del 2001 porta ora alla necessità di “riparazioni”, affinché si possa condividere tutti insieme la sofferenza provocata dalla tratta degli schiavi e dalla schiavitù. “Non c'è identità francese né nel negare ciò che abbiamo fatto, (...) né nel rifiutarsi di andare avanti (...) sulle riparazioni”, ha dichiarato Macron, aprendo per la prima volta ufficialmente tale prospettiva.
La posizione della Santa Sede
Per completare il quadro delle prese di posizione della diplomazia internazionale, non si può non dare conto anche della reazione ufficiale della Santa Sede, la quale per bocca del suo osservatore permanente presso le Nazioni Unite, Mons. Gabriele Caccia, ha criticato la risoluzione ONU affermando che essa si basa su una “narrazione parziale che, purtroppo, non serve la causa della verità”. In particolare Mons. Caccia ha contestato il riferimento alle due bolle papali Dum Diversas (1452) e Romanus Pontifex (1454), che la risoluzione cita tra i testi che avrebbero codificato la riduzione in schiavitù perpetua degli africani a partire dal XV secolo. Secondo Caccia, la lettura proposta dalla risoluzione non è soltanto selettiva, ma ignora i costanti interventi del magistero ecclesiastico contro gli abusi del colonialismo. Il diplomatico ha sottolineato che la memoria storica dovrebbe servire a combattere contro le forme di sfruttamento che sussistono al giorno d’oggi, come la tratta di esseri umani, il lavoro forzato e lo sfruttamento sessuale, piuttosto che diventare uno strumento di polemica politica contro i fondamenti della civiltà occidentale.
Fig.5: Papa Niccolò V, autore delle bolle "Dum Diversas" (1452) e "Romanus Pontifex" (1454) FonteLa Chiesa cattolica e l’istituto della schiavitù
Può essere utile aprire qui una breve parentesi sulla questione – in genere abbastanza trascurata - dei rapporti tra la Chiesa cattolica e l’istituto della schiavitù. Al di là della polemica contingente, si tratta di una tematica assai complessa dal punto di vista storico, come evidenzia ad esempio il bel saggio di Francesco Barbarani pubblicato sulla rivista “Itinerari di ricerca storica” nel 2016, di cui riporto alcuni punti fondamentali.
Anzitutto, per quanto la cosa possa destare oggi il nostro stupore, fin dall’antichità le massime autorità della Chiesa di Roma considerarono del tutto legittima la schiavitù, pur condannando le violenze e i maltrattamenti nei confronti degli schiavi e auspicando talvolta la loro liberazione. Questa posizione mutò, ma soltanto in parte, dopo l’avvio dell’espansione europea in Africa e nelle Americhe a partire dal XV secolo, quando emerse un ben diverso atteggiamento dei papi e delle alte gerarchie ecclesiastiche verso le popolazioni africane, da un lato, e verso le popolazioni amerindie, dall’altro.
In effetti, con le due bolle Dum Diversas (1452) e Romanus Pontifex (1454), sopra richiamate, papa Niccolò V autorizzò il re del Portogallo a conquistare i regni, le città e i territori dell’Africa riducendone in schiavitù perpetua gli abitanti. È bene ricordare tuttavia che – contrariamente a quanto sembrano supporre gli autori della dichiarazione ONU - tale legittimazione non avveniva su basi razziali, bensì religiose, ed era evidentemente motivata anche dalla dura lotta allora in corso tra il cristianesimo e l’Islam. Le disposizioni di Niccolò V furono poi confermate da Sisto IV con la bolla Æterni Regis del 1481.
Ben diversa fu invece – e questo è ben noto - la posizione dei papi nei confronti delle popolazioni del Nuovo Mondo. Adeguandosi al divieto emesso dal re di Spagna Carlo V, con la bolla Veritas ipsa papa Paolo III vietò nel 1537 la riduzione in schiavitù dei nativi americani. Ma questo divieto non portò affatto ad una riconsiderazione generale del problema della schiavitù, né mutò la posizione della Santa Sede e delle alte gerarchie ecclesiastiche nei confronti della tratta transatlantica.
Nei primi secoli dell’età moderna non furono pochi i missionari e i religiosi cattolici che protestarono contro la tratta e la schiavitù degli africani deportati nelle Americhe, e non mancarono critiche da parte di canonisti e teologi. Ma i pontefici e le più alte gerarchie del clero rimasero quasi del tutto sordi rispetto a queste voci. Fu soltanto nel corso del XIX secolo, soprattutto dopo la pubblicazione della lettera apostolica In supremo del 3 dicembre 1839 da parte di papa Gregorio XVI, che la Santa Sede cominciò a modificare la propria posizione, giungendo, sia pure lentamente e a fatica, a condannare senza ambiguità qualsiasi forma di schiavitù. Il punto di arrivo di questo lungo percorso sono state le ripetute domande di perdono presentate da papa Giovanni Paolo II per i milioni di neri deportati e schiavizzati dai cristiani.
Le reazioni e i commenti degli analisti e degli studiosi
La risoluzione delle Nazioni Unite è stata naturalmente salutata con favore dalle istituzioni e associazioni internazionali che negli ultimi anni hanno sostenuto la campagna per il riconoscimento delle ingiustizie subìte dagli africani vittime della tratta transatlantica e il loro diritto ad ottenere forme di giustizia riparativa3. Per quanto riguarda i principali organi di informazione, i media di orientamento progressista hanno presentato e commentato positivamente la risoluzione4, mentre quelli di orientamento moderato o conservatore non hanno preso posizione, oppure hanno criticato la decisione dell’Assemblea generale5. Nel dibattito sono intervenuti anche storici e altri studiosi, sia pubblicando articoli sia rilasciando interviste. Ecco una sintesi di alcuni dei loro interventi.
Marco Aime: un riconoscimento importante, un’astensione ambigua e ipocrita
L’antropologo Marco Aime in un articolo apparso su “Domani” (02/04/2026) ha espresso soddisfazione per il riconoscimento, sia pure tardivo, del “più grande atto criminale avvenuto nella storia”:
“Era ora che si riconoscesse l’entità e la violenza di una pratica durata tre secoli e troppo spesso occultata nei testi di storia”.
Aime ha criticato fortemente non soltanto il voto contrario di Stati Uniti, Argentina e Israele, ma anche l’astensione della Gran Bretagna e dei paesi dell’Unione Europea:
“Un’astensione ambigua e ipocrita: sono stati gli europei, in particolare inglesi, francesi, portoghesi e spagnoli i più importanti attori del commercio di schiavi. Questi paesi hanno riconosciuto il dramma di quelle pratiche, ma non si son presi alcun impegno riguardo a eventuali risarcimenti a cui il documento Onu fa riferimento”.
L’antropologo non manca peraltro di ricordare che anche diversi regni africani ebbero un ruolo nel sistema schiavistico: anche in questi paesi occorrerebbe quindi avviare un percorso di riconciliazione delle memorie. Ma la cosa più importante – conclude Aime - è aver riportato l’Africa al centro della storia, dopo averla tenuta ai suoi margini “per non riconoscere le nostre colpe nei suoi confronti”.
Fig.6: Statua che commemora la fine della schiavitù (nell’isola di Gorée, Senegal) FonteMyriam Cottias: la richiesta di riparazioni va presa sul serio
La storica Myriam Cottias, presidente del Comitato scientifico internazionale del programma dell’Unesco “La Route des personnes mises en esclavage”, in un articolo pubblicato due giorni prima rispetto alla votazione dell’Assemblea generale della Nazioni Unite, ha sottolineato l’importanza della risoluzione proposta dal presidente del Ghana in un contesto internazionale caratterizzato dal ritorno di atteggiamenti razzisti e dalla volontà di rimuovere gli orrori del passato dalla memoria collettiva.
Cottias fa riferimento in particolare alle politiche attuate dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che mirano a decostruire la storia delle lotte abolizioniste e a confinare nuovamente la storia della schiavitù ai margini del discorso storico. Trump ha costretto ad esempio il National Park Service di Filadelfia a censurare i pannelli, le esposizioni e i video che descrivevano la storia locale della schiavitù e rendevano omaggio ai nove schiavi del primo presidente statunitense George Washington.
Il razzismo nei confronti della popolazione di origine africana torna a manifestarsi – secondo Cottias – non soltanto negli Stati Uniti, ma anche in Francia, in Tunisia, in Brasile, in Colombia e in altri paesi. D’altro canto la pesante eredità dello schiavismo è evidente non soltanto sul piano politico, ma anche in ambito sanitario, socio-economico e istituzionale, come mostrano ormai numerosi studi universitari, per esempio quelli delle ricercatrici Nancy Krieger, dell’Università di Harvard, e Alana Helberg-Proctor, dell’università di Amsterdam.
È per questo – conclude Cottias - che la questione delle riparazioni, considerate a lungo come una richiesta inaccettabile, “deve essere presa sul serio e diventare un obiettivo comune e condiviso a livello globale”. Occorre non soltanto riconoscere la schiavitù come crimine contro l’umanità nelle legislazioni dei vari Stati, ma anche quantificare i danni e gli ostacoli sociali prodotti dallo schiavismo e introdurre dei risarcimenti come strumento sociale per promuovere una effettiva uguaglianza.
Fig.7: Monumento in memoria della schiavitù a Stone Town (Zanzibar) FonteLuis Eslava: la dichiarazione ONU pone su nuove basi il diritto internazionale.
Luis Eslava, docente di diritto internazionale in diverse università del mondo anglosassone, ha esaminato la dichiarazione ONU del 25 marzo 2026 sotto il profilo giuridico. Egli ha messo in evidenza che il testo votato dall’Assemblea generale è profondamente innovativo e rappresenta un momento di svolta sotto tre diversi aspetti, da considerare come altrettante ‘lezioni’ circa la natura e la funzione del diritto internazionale.
In primo luogo, la dichiarazione ONU ridefinisce la collocazione temporale della schiavitù. Insistendo sul fatto che lo schiavismo non è un fatto che appartiene soltanto al passato perché le sue conseguenze durano fino al presente, la dichiarazione propone che si vada oltre la tradizionale netta distinzione tra passato e presente in ambito giuridico. Questa continuità temporale si può cogliere su piani molteplici, anche ad esempio nella persistenza delle lotte contro la schiavitù portate avanti dagli africani e dai loro discendenti, che dai secoli passati si protraggono fino al presente, con movimenti come il Black Lives Matter e battaglie come quelle della Comunità Caraibica (CARICOM), che ha appoggiato la risoluzione ONU.
In secondo luogo, la dichiarazione punta a forzare e allargare le frontiere del diritto internazionale insistendo sul fatto che non è più sufficiente il riconoscimento della ingiustizia storica dello schiavismo: da questa ingiustizia derivano ben precise obbligazioni giuridiche in termini di risarcimento e riparazione dei danni. Nell’avanzare questa pretesa la dichiarazione si colloca all’interno di una lunga tradizione giuridica anticoloniale, alla quale appartengono anche le due dichiarazioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1960 sulla concessione dell’indipendenza ai paesi e ai popoli delle colonie e del 1974 sulla instaurazione di un nuovo ordine economico internazionale. Adottando questa nuova strategia, i paesi che hanno votato a favore della risoluzione stanno contestando la dottrina della non retroattività delle norme giuridiche, alla quale rimangono ancorati sia gli Stati Uniti sia l’Unione Europea.
In terzo luogo, la spaccatura avvenuta il 25 marzo 2026 in seno all’Assemblea generale dell’ONU evidenzia l’opposizione tra due diverse concezioni del diritto internazionale. Secondo una prima concezione, il diritto internazionale ha principalmente la funzione di stabilizzare l’ordine esistente e di assorbire le critiche, con un atteggiamento di chiusura tendente alla conservazione delle strutture esistenti. Ad essa si oppone una concezione orientata verso la rottura con il passato, che rifiuta i termini e i limiti entro i quali le rivendicazioni di giustizia ed eguaglianza sono state gestite e contenute finora. La risoluzione ONU del 25 marzo scorso adotta questa seconda prospettiva, considerando il diritto internazionale non come una cornice neutrale, ma come un terreno di contesa in cui diversi progetti normativi continuano a scontrarsi sul significato di giustizia, responsabilità e riparazione.
Queste tre ‘lezioni’ – conclude Eslava – dimostrano che la dichiarazione ONU è un intervento giuridico che riconfigura il modo in cui il diritto internazionale concepisce il tempo, la responsabilità e la sua stessa funzione; essa ci invita a considerare ciò che il diritto internazionale potrebbe diventare, andando al di là di ciò che esso è stato finora.
Fig.8: Cape Coast Castle, la principale fortezza inglese sulla Costa d’Oro a partire dalla seconda metà del XVII secolo FonteLawence Goldman: un assalto all’Occidente
Passando ora alle voci critiche, osserviamo anzitutto che esse sono venute soprattutto da commentatori e studiosi di orientamento liberale o conservatore.
Consideriamo ad esempio la presa di posizione dello storico britannico Lawrence Goldman, che è intervenuto in modo molto duro sul tema delle riparazioni con un articolo pubblicato sul “Telegraph” il 12/03/2026 (e poi ripubblicato su “History Reclaimed” il 27/03/2026). Goldman non si riferisce in realtà alla risoluzione ONU del 25 marzo scorso, ma alla iniziativa portata avanti parallelamente dall’Unione Africana presso la Corte Penale Internazionale per ottenere il riconoscimento del diritto alle riparazioni per la schiavitù da parte dei paesi che la praticarono, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Francia e altri ancora.
Secondo Goldman il fatto che l’Unione Africana ometta qualsiasi riferimento alla tratta araba degli schiavi – che coinvolse ben 19 milioni di esseri umani deportati verso l’Africa del Nord e il Medio Oriente, molti di più dei 12 milioni che furono vittime della tratta transatlantica - è sufficiente a rivelare la vera natura di questa iniziativa: si tratta di un brutale assalto all’Occidente per mezzo di organismi internazionali compiacenti fin troppo contenti di offrire il loro aiuto.
Ma sul piano legale, il caso presenta non pochi problemi. Non si tratta soltanto del fatto che la tratta degli schiavi e la schiavitù erano perfettamente legali al tempo in cui erano praticate. Occorre anche considerare la circostanza che molti schiavi furono comprati e venduti - e la grande maggioranza di loro erano posseduti – da individui e non da agenzie governative. Pertanto, si domanda Goldman:
“I contribuenti dei paesi dell’Europa occidentale dovrebbero essere messi sotto accusa per i crimini, definiti retrospettivamente come tali, commessi da queste persone? Oppure il conto dovrebbe essere pagato soltanto dai loro diretti discendenti? Eppure nessun sistema legale degno di questo nome ritiene le persone responsabili per i crimini o per i debiti dei loro lontani antenati”.
E che dire poi, prosegue Goldman, degli africani che catturarono altri africani per poi venderli agli europei? Non dovrebbero le stesse nazioni africane contribuire alle riparazioni per la schiavitù?
La questione sollevata dall’Unione Africana non è di natura storica o giuridica, ma politica. Invece che mirare alla costruzione di società stabili e prospere sul loro continente, le nazioni africane preferiscono incolpare l’Occidente per i loro problemi e usare i tribunali per ottenere denaro. Esse stanno cercando di manipolare per fini politici le procedure del diritto internazionale. Ma in tal modo – secondo Goldman - otterranno come unico risultato quello di sminuire il prestigio e la credibilità di questo sistema giuridico, che sarebbe loro interesse tutelare.
Fig.9: John Dramani Mahama, presidente della Repubblica del Ghana e promotore della risoluzione ONU del 25 marzo 2026 FonteAlistair Parker: gli antenati del presidente del Ghana erano proprietari e mercanti di schiavi
Un altro studioso inglese, Alistair Parker, in un lungo articolo pubblicato il 09/05/2026 su “History Reclaimed”, ha richiamato l’attenzione sul fatto che l’attuale presidente del Ghana John Dramani Mahama, il promotore della risoluzione ONU del 25 marzo scorso, appartiene a una famiglia che ha avuto un ruolo importante nella vita politica locale di quel paese ed è considerato egli stesso un discendente di Sumaila Ndewura Jakpa, che fu re di Gonja dal 1675 al 1697. Il regno di Gonja nacque nel XVII secolo nella parte settentrionale dell’attuale stato del Ghana e partecipò alle guerre tribali che da secoli imperversavano in quella regione, nella quale la schiavitù era una istituzione ben radicata.
Parker ricostruisce le vicende che ebbero luogo a partire dal XVII secolo in seguito all’arrivo degli inglesi, i quali per lungo tempo controllarono soltanto una sottile striscia di territorio lungo la costa e da lì gestirono la tratta transatlantica degli schiavi che acquistavano dai capitribù africani. Il commercio esterno non pose fine al commercio interno degli schiavi, anzi i due sistemi si sostennero a vicenda.
Nel 1732 il regno di Gonja fu conquistato dagli Ashanti, che imposero ai capi dei clan a loro sottoposti un tributo annuo di 1000-1500 schiavi. L’egemonia degli Ashanti fu scossa nel XIX secolo da ripetuti contrasti e guerre con la Gran Bretagna la quale, dopo l’approvazione dello Slave Trade Abolition Act nel 1806 e dello Slavery Abolition Act nel 1833, intendeva porre fine al commercio e allo sfruttamento degli schiavi da parte dei capitribù africani e voleva imporre l’apertura dei mercati locali alle merci britanniche. Ma fu soltanto nel 1902 che il Ghana divenne una vera e propria colonia britannica.
Parker sottolinea il fatto che fu soprattutto per merito del governo britannico che il commercio degli schiavi e la schiavitù furono gradualmente aboliti in quella regione a partire dai primi decenni del Novecento. Peraltro le guerre tribali che per secoli avevano insanguinato quel paese ripresero regolarmente dopo la fine del dominio coloniale britannico.
Lo studioso inglese ricorda che nel 1994 l’allora presidente del Ghana, Jerry John Rawlings, chiese scusa per il ruolo svolto dall’Africa nello schiavismo e si disse poco entusiasta riguardo alla prospettiva delle riparazioni. Analogamente nel 2009, il Civil Rights Congress della Nigeria chiese che i governanti di quel paese si scusassero per il ruolo dei loro antenati nella tratta transatlantica e trans-sahariana degli schiavi. Il Congresso affermò che i capi africani avevano collaborato con i mercanti europei e arabi catturando e vendendo schiavi: pertanto gli africani avrebbero dovuto ammettere le proprie responsabilità piuttosto che limitarsi a incolpare gli europei.
Infine, commentando il ruolo del presidente Mahama come promotore della recente risoluzione dell’ONU, il leader del partito di minoranza del Ghana, Alexander Afenyo-Markin, ha osservato:
“Quando una nave attracca nei pressi di Cape Coast e tu vai fino ai territori dei Bono, degli Ashanti o degli Assin per catturare i più vigorosi dei tuoi uomini, e poi dopo un secolo chiedi un risarcimento – chi è che deve risarcire e chi è che deve essere risarcito? Noi abbiamo maltrattato la nostra stessa gente e abbiamo invitato i bianchi a fare la stessa cosa. La storia deve essere raccontata nel suo giusto contesto”.
In conclusione, afferma Parker, la verità storica è chiara: gli illustri antenati di Dramani Mahama erano loro stessi proprietari e mercanti di schiavi ben prima – e anche molto dopo - che gli europei arrivassero sulle coste del Ghana per raccogliere schiavi e trasportarli oltreoceano.
Fig.10: Carovana di schiavi nel Sudan, incisione di John Frederick Lewis, non datata, XIX secolo Fonte Fonte2Il punto di vista degli storici africani
Non pochi commentatori – anche alcuni tra quelli che hanno plaudito alla dichiarazione ONU, come Marco Aime - hanno ricordato l’esistenza di altre tratte di schiavi diverse da quella transatlantica. Questo è un fatto ampiamente riconosciuto anche dagli storici e da altri studiosi africani. “BBC News Afrique” e il quotidiano francese “Le Monde” hanno raccolto le voci di alcuni di loro.
Abdou Aziz Diédhiou ha pubblicato su “BBC News Afrique” il 4 aprile 2026 una lunga intervista a Idrissa Ba, capo del dipartimento di storia all'Università Cheikh Anta Diop di Dakar, e a M'Hamed Oualdi, che insegna all’Università di Firenze.
I due storici non prendono posizione sulla recente risoluzione ONU (probabilmente Diédhiou non ha chiesto loro di farlo), ma ricostruiscono dettagliatamente alcuni aspetti della tratta degli schiavi nel mondo arabo-musulmano.
Idrissa Ba ricorda anzitutto che la tratta e la schiavitù arabo-musulmana ebbe due componenti: quella trans-sahariana e quella dell’Africa orientale. La prima avveniva per vie terrestri: gli schiavi catturati nel Sahel o nel Sudan venivano trasportati attraverso il deserto del Sahara per essere poi venduti nell’Africa del Nord, nei paesi del Mediterraneo, nel Vicino, Medio ed Estremo Oriente. La seconda si sviluppava via mare attraverso il Mar Rosso e l’Oceano Indiano. Entrambe le tratte ebbero inizio tra il VII e l’VIII secolo con l’espansione dell’Islam e non si sono affatto arrestate con l’avvio della tratta transatlantica, alla quale si sono invece sovrapposte. Idrissa Ba si sofferma anche sulla sorte particolarmente dolorosa degli eunuchi, di cui esistevano vere e proprie ‘fabbriche’ nel Sahara settentrionale e nel Nord Africa, e sulla schiavitù femminile che riservava alle donne il ruolo di danzatrici, cortigiane, servitrici domestiche.
Per parte sua M'Hamed Oualdi ha messo in evidenza la vastità dell’area geografica e l’eterogeneità delle popolazioni coinvolte nella cosiddetta tratta arabo-musulmana, che si estendeva, assumendo forme differenti, dall’Africa occidentale a quella centrale, attorno al califfato di Sokoto, fino all’Africa orientale, alla regione dei Grandi Laghi e all’isola di Zanzibar.
Oualdi aveva già esposto due anni fa i risultati delle sue ricerche su questo argomento in un libro dedicato alla schiavitù ‘nei mondi musulmani’ (recensito qui su “Le Monde”), nel quale intendeva sfatare diversi miti riguardanti la cosiddetta tratta arabo-musulmana. In particolare Oualdi aveva sostenuto che non è corretto parlare della schiavitù nelle società islamiche come se si sia trattato di un fenomeno unitario. A suo avviso la diversità delle scuole di diritto musulmano, fonte di controversie sulla regolamentazione della schiavitù, la frammentazione politica e la molteplicità dei centri regionali della tratta degli schiavi rendono fragile il concetto di un sistema di schiavitù omogeneo e univoco, avente come fondamento la religione islamica. D’altra parte, osserva Oualdi, noi non qualifichiamo certo come ‘cristiana’ la tratta transatlantica.
Fig.11: Descrizione del commercio triangolare in un manuale scolastico senegalese. Fonte: IPAM, Histoire 4e. Le monde du 17e siècle au début du 19e siècle, Edicef, 1970, p. 9.L’intervento di Ibrahima Thioub
Il quotidiano “Le Monde” ha intervistato il 20/05/2026 un altro importante storico africano, il senegalese Ibrahima Thioub, che è stato rettore della università Cheikh Anta Diop di Dakar dal 2014 al 2020 e ha studiato le diverse forme di dominio all’interno dell’Africa e le tratte intra-africane.
Nel suo intervento Thioub ha affermato anzitutto che su una questione sensibile come è quella della schiavitù e della tratta degli schiavi, e su quella delle riparazioni, è necessario svolgere un lavoro scientifico rigoroso, allo scopo di evitare posizioni ideologiche.
Commentando la risoluzione delle Nazioni Unite dello scorso 25 marzo, lo storico senegalese ha respinto le critiche avanzate contro questo documento in quanto avrebbe ignorato il ruolo avuto dagli stessi africani nel commercio degli schiavi. Secondo Thioub l’inclusione nel testo delle tratte intra-africane avrebbe cancellato le specificità storiche delle diverse forme di tratta degli schiavi e di schiavitù. La tratta transatlantica degli schiavi possiede una specificità incontestabile per la sua ampiezza, la sua durata e il suo impatto a livello mondiale.
Non si tratta di stabilire gerarchie fra le diverse forme di ingiustizia, ma di prendere atto di un fenomeno storico preciso e dei suoi meccanismi: il mercantilismo, l’economia di piantagione, l’accumulazione capitalistica su scala mondiale e la razzializzazione. Invece di riconoscere questa singolarità storica, i governi europei con la loro astensione si sono arroccati nella loro tradizionale posizione negazionista.
Allo stesso tempo, sul piano storiografico, occorre riconoscere, secondo Thioub, l’importanza della schiavitù interna e delle tratte intra-africane, che a partire dal XV secolo sono state alimentate dalla tratta transatlantica, alla quale furono dunque strettamente connesse. Le tratte intra-africane hanno lasciato una forte impronta sulle società africane contemporanee in paesi come la Mauritania, il Mali, il Niger, il Senegal, il Sudan e altri ancora, nei quali i discendenti degli schiavi continuano ad essere oggetto di gravi discriminazioni.
Purtroppo – lamenta Thioub – molti Stati africani e la stessa Unione Africana tendono tuttora a negare o a minimizzare questi problemi. Il fatto è che una parte delle élites politiche e intellettuali africane teme che riconoscere l’esistenza della schiavitù interna, sia nel passato che nel presente, possa ridare forza all’antico discorso colonialista circa l’esistenza di una ‘missione civilizzatrice’ dell’Europa.
Su un piano più generale i grandi racconti nazionalisti africani hanno presentato una visione troppo armoniosa delle società precoloniali, minimizzando talvolta l’esistenza di gerarchie sociali e violenze interne. Occorre invece restituire agli africani una consapevolezza più completa della loro storia, che metta in luce anche le loro contraddizioni e responsabilità, oltre che la loro resistenza allo schiavismo.
Nonostante l’autorevolezza di questo interessante intervento, non si sfugge all’impressione che lo storico senegalese non sia riuscito ad evitare del tutto una posizione partigiana. Thioub sembra sottovalutare l’ampiezza delle tratte diverse da quella transatlantica, ignorando completamente quella orientale verso l’Oceano Indiano. Che senso ha poi definire ‘negazionista’ la posizione dell’Unione Europea, quando quest’ultima, nella sua dichiarazione di voto, oltre a condividere la condanna della schiavitù e della tratta transatlantica, ha assicurato il proprio impegno a “porre rimedio ai loro effetti persistenti, eliminando le barriere e affrontando le disparità che ancora ostacolano la piena partecipazione alla società dei discendenti di coloro che ne sono stati colpiti”?
Fig.12: Principali reti del commercio degli schiavi in Africa alla metà del XVIII secolo FonteCheikh Sidati Hamady: è necessario un approccio globale
Appare al confronto più equilibrato l’intervento (pubblicato il 29/03/2026 su “Rapide Info”) di un altro studioso africano, Cheikh Sidati Hamady, ricercatore mauritano attivo nella lotta contro le discriminazioni, in particolare quelle che colpiscono le cosiddette ‘comunità discriminate in base al lavoro e alla discendenza’ (CDWD, ovvero ‘Communities Discriminated on the basis of Work and Descent’).
Sidati Hamady afferma che la risoluzione ONU rappresenta una rottura rispetto alla narrazione dominante a livello internazionale, in quanto essa riconosce finalmente l’ampiezza di un crimine a lungo relativizzato, e la considera come una tappa necessaria verso una giustizia riparatrice. Egli stigmatizza pertanto il voto contrario degli Stati Uniti, di Israele e dell’Argentina.
Particolarmente interessanti sono le sue osservazioni riguardanti la posizione dell’Argentina, un paese che è stato a lungo coinvolto nella tratta e nello sfruttamento degli schiavi di origine africana - a tal punto che nel 1778 gli afro-argentini costituivano il 30% della popolazione di Buenos Aires – ma che poi ha seguito a partire dalla metà dell’800 una politica di ‘sbiancamento demografico’, incoraggiando una forte immigrazione dall’Europa. Quest’ultima, insieme ad altri fattori, portò alla riduzione e alla marginalizzazione della popolazione di origine africana, tuttora vittima di discriminazioni e di pregiudizi razzisti.
Il voto contrario dell’Argentina è dunque perfettamente in linea – secondo Sidati Hamady – con questa tendenza a cancellare il ruolo avuto dalla schiavitù nella storia di questo paese.
Se da un lato lo studioso mauritano plaude alla risoluzione ONU, dall’altro lato lamenta il fatto che il dibattito internazionale, mettendo l’accento in modo quasi esclusivo sulla tratta transatlantica, tende a relegare in secondo piano altri sistemi di schiavitù ancora più estesi.
“Questa focalizzazione – denuncia Sidati Hamady – crea una memoria frammentata e introduce una gerarchia implicita tra le tragedie storiche. Ma la giustizia non può essere selettiva senza rinnegare se stessa. Essa esige un approccio universale, capace di abbracciare l’insieme delle realtà storiche legate alla schiavitù”.
Si potrebbe obiettare a Sidati Hamady che la risoluzione ONU contribuisce essa stessa ad alimentare tale frammentazione della memoria e gerarchizzazione delle tragedie storiche.
Molto opportunamente il ricercatore mauritano ricorda che la tratta arabo-musulmana si è svolta per tredici secoli (dal VII al XX secolo) e ha coinvolto tra gli 11 e i 17 milioni di africani deportati verso l’Africa del Nord, il Medio Oriente e l’Asia, secondo le stime dello storico Tidiane N’Diaye e dell’UNESCO. Le conseguenze di questa tratta rimangono visibili ancora oggi in molte società arabo-musulmane, nelle quali il colore nero della pelle è associato alle posizioni più basse nelle gerarchie sociali.
Oltre alla tratta arabo-musulmana va considerata poi la schiavitù intra-africana, la cui eredità è evidente in diversi paesi del Sahel e dell’Africa occidentale, nei quali i discendenti degli schiavi occupano spesso posizioni marginali, con un accesso limitato alle risorse economiche, all’istruzione e alla giustizia. Un caso ben noto è quello degli Haratin della Mauritania, il 70% dei quali vive sotto la soglia della povertà, a fronte del 30% degli altri gruppi. Sidati Hamady riporta anche la denuncia di Biram Dah Abeid, leader abolizionista mauritano, secondo il quale “il 20% della popolazione mauritana è ancora schiava per discendenza ed è legata alle famiglie dei suoi padroni, costretta a lavorare senza riposo, senza cure, privata dell'istruzione, del matrimonio e della proprietà”.
Secondo Sidati Hamady il riconoscimento della schiavitù come crimine contro l’umanità dovrebbe essere accompagnato da concrete azioni riparatrici, fondate su un approccio globale e inclusivo.
“La risoluzione delle Nazioni Unite – conclude il ricercatore – segna una svolta, ma essa pone soprattutto una esigenza. Quella di uscire definitivamente dalle memorie selettive, dalle indignazioni parziali e dalle responsabilità frammentate. La storia della schiavitù non appartiene a nessuna area geografica esclusiva, a nessuna sola civiltà, a nessuna singola narrazione. Essa è un sistema globale, le cui ramificazioni attraversano i continenti, le culture e i secoli: in totale, circa 30 milioni di africani sono stati vittime di diverse tratte per circa quattordici secoli”.
Conclusione
Il vivace dibattito suscitato dalla risoluzione ONU del 15 marzo 2026 ha messo in evidenza la complessità delle problematiche storiografiche, sociologiche e giuridiche collegate alla vicenda storica della schiavitù e delle diverse tratte e forme di sfruttamento degli schiavi nell’età moderna. Sebbene gran parte dei fatti storici che abbiamo richiamato siano abbastanza ben noti a gran parte degli studiosi, i loro interventi hanno manifestato notevoli divergenze riguardo alla valutazione del peso da attribuire ai diversi aspetti di questa vicenda storica e ancor più riguardo al giudizio da dare circa il modo in cui i governi e le società contemporanee potrebbero o dovrebbero fare i conti col loro passato colonialista o schiavista.
Alcuni studiosi hanno plaudito alla risoluzione ONU, altri la hanno criticata pesantemente, altri ancora hanno assunte posizioni più sfumate. Pare evidente a chi scrive che anche gli storici e gli esperti di scienze sociali e giuridiche, per quanto abbraccino solitamente una visione più ampia e distaccata degli eventi e delle tragedie del passato, siano in qualche misura condizionati dalle loro idee e sensibilità politiche e ideologiche e dalla loro appartenenza a questa o a quell’altra area geopolitica della nostra società globale.
Non è facile dire in che modo l’insegnamento della storia in ambito scolastico possa tener conto di questo interessante e complicato dibattito politico e storiografico. Occorrerebbe anzitutto interrogarsi sul modo in cui i manuali scolastici attualmente in uso trattano i temi legati alla tratta transatlantica degli schiavi, alle altre tratte e alla schiavitù in generale. Considerando i manuali di storia per il triennio dei Licei, dei quali ho diretta esperienza, la mia impressione è che molti di essi trattino questi temi in modo inadeguato o non del tutto soddisfacente, perché si concentrano in modo quasi esclusivo sulla tratta transatlantica e sulla schiavitù nelle Americhe. Sarebbe opportuno uno sguardo più ampio, che mirasse ad abbracciare questi fenomeni e processi storici in un’ottica di storia globale e di lungo periodo, partendo dall’antichità, soffermandosi anche sulle tratte diverse da quella transatlantica, sul lungo e complesso processo di abolizione della schiavitù, e arrivando infine ad esaminare, nelle ore di educazione civica, le più recenti dichiarazioni e iniziative delle Nazioni Unite con riferimenti alla discussione che hanno suscitato. Un buon punto di partenza potrebbero essere le ricerche di Olivier Pétré-Grenouilleau, a cominciare dal suo classico saggio di storia globale sulle tratte negriere6, oltre che, naturalmente, i contributi su questi temi già pubblicati su “Historia ludens”7.
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NOTE
1 D’ora in avanti farò riferimento a questo documento indicandolo con l’espressione “la risoluzione ONU”, oppure “la dichiarazione ONU” (entrambe le espressioni sono presenti nel documento e sono stati usati da coloro che lo hanno presentato o commentato).
2 È mia la traduzione dei testi in lingua inglese, francese o spagnola citati in questo articolo.
3 African Commission on Human and Peoples’ Rights, ACHPR Press Statement on the Adoption of the United Nations Resolution Recognizing Slavery as a Crime Against Humanity Through the Leadership of the Republic of Ghana, 26/03/2026; Jeanvil, Charilien, Haïti: Les échos de la reconnaissance par l’Onu de l’esclavage et de la traite comme crimes les plus graves contre l’humanité, “AlterPresse”, 07/04/2026.
4 Crocco, Raffaele, L’Europa e quella parola indigeribile: “Schiavitù”, i voti mancanti alla risoluzione dell’ONU, “La Repubblica”, 06/04/2026; Strazzari, Francesco, I crimini passati e i tentativi di rimozione, “Il Manifesto”, 27/03/2026; Malagardis, Maria, Vote de l’ONU sur la traite négrière : au Bénin, la mémoire de l’esclavage «est encore vivante», “Libération”, 28/03/2026; Mohammed, Kenneth, Don’t look at who voted to call the slave trade ‘the gravest crime’, look at who didn’t, “The Guardian”, 08/04/2026.
5 Meotti, Giulio, All’Onu la risoluzione sulla tratta transatlantica degli schiavi. Quella islamica resta tabù, “Il Foglio”, 27/03/2026; Meotti, Giulio, Schiavi di serie B. Dagli storici all’indice ai libri al macero: guai a dire che l’occidente non aveva il monopolio della schiavitù. E l’ha abolita per primo, “Il Foglio”, 04/04/2026; Patricelli, Marco, L’ipocrisia dell’Onu sullo schiavismo, “Libero”, 28/03/2026; Shipley, David, We are fools to indulge the UN’s nonsense on slavery, “The Telegraph”, 26/03/2026; Rioux, Christian, L’ONU et l’esclavage: une imposture, “Le journal de Montréal”, 03/04/2026.
6 Olivier Pétré-Grenouilleau, Les traites négrières. Essai d'histoire globale, Paris, Gallimard, 2004 (traduzione italiana: La tratta degli schiavi: saggio di storia globale, Bologna, Il Mulino, 2006).
7 Vedi in particolare: Antonio Brusa, I grandi tabù della Tratta dei neri e il difficile rapporto fra protesta sociale e ricerca storica; Antonio Prampolini, La schiavitù dall’antichità ai giorni nostri. Sitografia per temi.



