di Antonio Prampolini
Indice
1. Il fotogiornalismo
2. Le donne corrispondenti di guerra
2.1 Margaret Bourke White
2.2 Lee Miller
3. Due diverse visioni della guerra
Appendice: le fotografie
Grazie allo sviluppo tecnologico della fotografia (apparecchiature, modalità e tempi di ripresa, stampa, trasmissione e pubblicazione delle immagini) nei primi decenni del '900, il fotogiornalismo ha potuto seguire e raccontare, negli anni dal 1939 al 1945, gli eventi del conflitto mondiale nei numerosi e lontani fronti in cui si combatteva1.
In particolare, con l'utilizzo di macchine fotografiche compatte e leggere, come la Leica, la Contax, la Rolleiflex che utilizzavano pellicole in rullini, i fotoreporter furono in grado di riprendere i combattimenti da vicino, in prima linea, come mai era avvenuto nel corso della Prima guerra mondiale. Le loro fotografie, dopo l'approvazione della censura, venivano inviate celermente (via cavo telefonico o radio) ai giornali e alle riviste illustrate per la pubblicazione2. La gente poteva così seguire gli eventi bellici attraverso una comunicazione visiva dove coesistevano informazione e propaganda, in un mix diverso a seconda dei regimi politici in cui operavano i fotoreporter3.
In America, molti dei fotoreporter provenivano dalla fotografia documentaria4. Riprendere gli americani in guerra (soldati o civili) era per loro, sia pure in un nuovo e drammatico contesto, una continuazione dell'esperienza professionale prebellica, in sintonia con la società e gli ideali democratici della nazione5. Il fotogiornalismo, nonostante la presenza di una inevitabile censura (giustificata anche dalla necessità del segreto militare), beneficiava in quel paese di margini di libertà negati agli organi di stampa nell'Europa delle dittature. Nell'Italia fascista, prima, e nella Germania nazista, poi, il fotogiornalismo, che già negli anni prebellici era stato asservito al potere politico, durante la guerra svolse una funzione eminentemente propagandistica6.
2. Le donne corrispondenti di guerra
Durante il Secondo conflitto mondiale, le forze armate statunitensi accreditarono oltre cento donne come corrispondenti di guerra (giornaliste e fotorepoter). Un numero significativo, anche se nettamente inferiore a quello dei loro colleghi uomini7.
L'accreditamento consisteva in un "contratto" che imponeva ai corrispondenti (sia uomini che donne) il rispetto dei regolamenti militari e in particolare della censura. Per ottenere l'accreditamento, i corrispondenti dovevano dimostrare di possedere una comprovata esperienza professionale. Una volta accreditati, i corrispondenti rimanevano dei "civili", ma veniva loro concesso il grado onorario e i privilegi degli ufficiali, e, se catturati, avevano diritto allo status di "prigionieri di guerra". Indossavano uniformi speciali con la scritta "corrispondente di guerra" che li distingueva dai soldati in servizio attivo.
Tra i corrispondenti, le donne subirono nell'esercizio della loro attività limitazioni discriminatorie rispetto ai loro colleghi uomini, basate su preconcetti di genere e sulla logistica. Le principali riguardavano l'accesso alle zone di combattimento (generalmente vietato alle donne), la disponibilità di alloggi e servizi igienici adeguati, l'utilizzo dei centri di comunicazione per la trasmissione dei reportage. Anche negli argomenti da affrontare esisteva una discriminazione. Alle donne si chiedeva soprattutto il "punto di vista femminile" della guerra, documentando con articoli e fotografie l'assistenza medica e ospedaliera ai feriti, la vita nelle retrovie, le conseguenze del conflitto sui civili. Il racconto delle battaglie, degli "atti eroici" dei soldati era di solito riservato agli uomini.
Nonostante le discriminazioni di genere nei loro confronti, due fotorepoter americane, Margaret Bourke-White e Lee Miller, si distinsero per il coraggio nel riprendere i combattimenti nelle prime linee, mettendo a rischio la propria vita, e per le grandi capacità professionali di cui diedero prova mostrando, con fotografie iconiche, la cruda realtà della guerra e le sue tragiche conseguenze.
Immagine A: Margaret Bourke-White in divisa militare (1945). Fonte2.1 Margaret Bourke-White (1904-1971)
Margaret Bourke-White ha stabilito diversi primati durante il Secondo conflitto mondiale8. È stata la prima reporter a fotografare, nel corso di un suo viaggio in Russia, i bombardamenti dell'aviazione tedesca su Mosca nel luglio del 1941, all'inizio dell'operazione "Barbarossa" voluta da Hitler contro l'Unione Sovietica di Stalin9. È stata la prima donna corrispondente di guerra accreditata dalle forze armate americane per seguire, come fotografa della rivista Life10, le truppe alleate nelle zone di combattimento in Africa (1942-1943), in Italia (1943-1944) e in Germania (1945). E ancora, la prima a volare su aerei in missioni di bombardamento11. Subito dopo la liberazione del lager di Buchenvald (11 aprile 1945) ha potuto documentare, prima di altri fotoreporter, gli orribili crimini dei nazisti con immagini divenute iconiche.
Immagine B: copertina del primo numero di Life (23/11/1936). FonteLife
Per Life, Margaret Bourke-White è stata una fotoreporter innovativa capace di portare la realtà della guerra nelle case degli americani con immagini dotate di una straordinaria forza comunicativa. Le sue fotografie venivano utilizzate dalla rivista non come semplici illustrazioni ma come strumento narrativo degli eventi bellici12.
La fama della White, fotografa di guerra, era strettamente legata a quella di Life, settimanale di grande notorietà e diffusione (non solo in America). Il suo rapporto con la rivista era iniziato nel 1936. Il primo numero di Life (23 novembre 1936) conteneva un suo reportage sulla costruzione della diga di Fort Peck nel Montana (un importante progetto del New Deal) e pubblicava in copertina una suggestiva fotografia delle gigantesche opere di sbarramento sul fiume Missouri; fotografia che simboleggiava le grandi capacità dell'ingegneria americana e la volontà del paese di reagire agli effetti depressivi della Grande Crisi del '2913.
Fin dal suo primo numero, Life colse l'opportunità di raccontare le imprese dei suoi fotografi come storie a sé stanti, e l'editore Henry Luce individuò nella White una figura coraggiosa e affascinante che poteva, tra l'altro, contribuire a incrementare le vendite della rivista e gli introiti pubblicitari. Da parte sua, Margaret coltivò volentieri il ruolo divistico di donna fotoreporter. Ne è un esempio lampante l'articolo di Life del 1° marzo 1943 dal titolo "Bourke-White va a bombardare" (Life's Bourke-White goes Bombing), con una grande fotografia della stessa con la tuta per il volo in alta quota, che dava risalto alla sua straordinaria presenza piuttosto che all'operazione militare a cui partecipava [vedi fotografia in Appendice n. 1].
La Battaglia di Montecassino
Provenendo dal Nord Africa, dove aveva documentato la preparazione della campagna d'Italia, la White raggiunse Napoli, "liberata" dalle truppe anglo-americane, nell'ottobre del 1943, per rimanervi fino al gennaio del 1944.
Durante la sua permanenza sul fronte italiano ha fotografato i duri combattimenti dell'esercito americano contro le forze tedesche con un alto numero di vittime, in particolare nelle valli dei fiumi Volturno e Liri, la cura dei feriti negli ospedali da campo, le precarie condizioni di vita dei civili alle prese con la grande penuria di generi alimentari. Ha volato con i bombardieri della US Air Force in missione su Cassino riprendendo dall'alto le postazioni tedesche e la devastazione del territorio14.
I suoi reportage fotografici per conto di Life furono pubblicati, oltre che sulla rivista, anche in un libro intitolato They Called It "Purple Heart Valley" [La chiamavano "valle del cuore viola"], edito nel 194415. Il libro, le cui immagini erano accompagnate da testi narrativi scritti dalla stessa White, raccontava i combattimenti della Quinta Armata statunitense che precedettero e accompagnarono la "Battaglia di Montecassino", offrendo agli americani in patria uno sguardo diretto e antiretorico sulla realtà della guerra con il suo inaccettabile costo in termini di vite umane16 [vedi fotografie in Appendice n. 2, 3, 4].
Buchenwald
Margaret Bourke White operò come corrispondente della rivista Life anche in Germania, al seguito della Terza Armata sotto il comando del generale Patton, negli ultimi due mesi di guerra (7 maggio del 1945, resa incondizionata delle forze armate tedesche). Nei giorni immediatamente successivi alla liberazione del lager di Buchenwald (11 aprile 1945), scattò numerose fotografie che documentavano le atrocità dei nazisti: montagne di cadaveri, resti umani all'interno dei forni crematori, i corpi scheletriti dei sopravvissuti ai lavori forzati e degli adolescenti, gli strumenti della violenza omicida17 [vedi fotografie in Appendice n. 11, 12, 13].
C'era un'aria di irrealtà in quel giorno d'aprile [scrisse la White nel ricordare, mesi dopo, la sua esperienza a Buchenwald], una sensazione a cui mi aggrappavo ostinatamente. Continuavo a ripetermi che avrei creduto a quell'indescrivibile spettacolo dell'orrore davanti a me solo quando avessi avuto la possibilità di guardare le mie fotografie. Usare la macchina fotografica era quasi un sollievo; interponeva una leggera barriera tra me e l'orrore18.
Le sue fotografie vennero in parte pubblicate da Life (insieme a quelle di altri fotografi) nel numero datato 7 maggio 1945. L'articolo intitolato "Atrocità" si rivolgeva ai lettori con un monito: «I morti saranno morti invano se i vivi si rifiutano di guardarli»19.
"I morti viventi"
Nel 1960, Life, nel numero speciale dedicato ai 25 anni della rivista, scelse come immagine simbolo della tragedia dei campi di concentramento e sterminio nazisti, una fotografia scattata dalla White nell'aprile del 1945 a Buchenwald, e mai prima di allora pubblicata [vedi fotografia in Appendice n. 14]20. La fotografia ritraeva un gruppo di internati, sopravvissuti alle violenze del lager, ammassati dietro il filo spinato mentre guardavano increduli i loro liberatori.
La fotografia, nota come "I morti viventi di Buchenwald" (The Living Dead of Buchenwald) divenne una icona della Seconda guerra mondiale e, in particolare, dell'Olocausto. L'inquadratura ravvicinata di uomini dai volti scarni e sofferenti, nelle loro consunte uniformi da internati a strisce bianche e blu, creava (e crea ancora oggi) una forte inquietudine in chi li osserva interpellando le coscienze sugli orribili crimini commessi dai nazisti.
"Cara patria riposa tranquilla"
"Cara patria, riposa tranquilla" (Dear Fatherland, Rest Quietly) era il titolo del reportage fotografico di Margaret Bourke-White pubblicato a New York nel 194621.
Il reportage oltre a documentare gli orrori del lager di Buchenwald e la distruzione delle città tedesche, affrontava, attraverso numerose interviste a persone di diverse classi sociali e con differenti ruoli pubblici, il tema delle responsabilità del popolo tedesco per i crimini contro l'umanità del regime nazista. La White era rimasta colpita dalla sostanziale indifferenza "morale" della gente di fronte alla drammatica realtà dei campi di concentramento e sterminio - a parte la naturale repulsione fisica di fronte ai corpi in decomposizione (il generale Patton aveva imposto agli abitanti di Weimar di visitare Buchenwald); così come dall'apparente "innocenza" degli industriali e degli uomini d'affari che avevano contribuito alla costruzione della macchina bellica di Hitler e allo scoppio della Seconda guerra mondiale22.
Sia nelle fotografie degli abitanti di Weimar a Buchenwald, «costretti a confrontarsi con la propria complicità in un'epoca barbara», che nelle interviste, la White aveva colto la "banalità del male" prima che il relativo concetto fosse elaborato da Hannah Arendt nel suo libro del 1963, Eichmann a Gerusalemme23.
Immagine C: Lee Miller in divisa militare (1943). Fonte2.2 Lee Miller (1907-1977)
Lee Miller è stata, come Margaret Bourke-White, una corrispondente di guerra accreditata dall'esercito americano. Modella di successo tra la fine degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta, e poi fotografa surrealista, durante il Secondo conflitto mondiale lavorò come fotoreporter per la rivista Vogue (edizione britannica e americana) realizzando numerosi reportage sul conflitto in Europa: dai bombardamenti dell'aviazione tedesca durante la Battaglia d'Inghilterra (London Blitz) all'avanzata degli alleati in Normandia, dalla liberazione di Parigi all'offensiva in Germania, con la terribile scoperta delle pratiche di sterminio nei lager nazisti24. Dedicò particolare attenzione all'attività delle donne inglesi e americane impegnate nello sforzo bellico (negli ospedali, nelle fabbriche e nei servizi), documentando con i suoi reportage fotografici l'espansione dei ruoli femminili oltre la sfera domestica (un'espansione resasi necessaria in seguito al reclutamento per il servizio militare della maggior parte degli uomini in età lavorativa).
Immagine D: copertina di Vogue (15/01/1940). FonteVogue
Pur essendo nata come rivista della moda e dell'eleganza femminile, Vogue (edizione britannica e americana) si adeguò alla dura realtà del conflitto mondiale trasformandosi da magazine del lusso ad utile strumento di informazione e propaganda25. Con i suoi articoli incoraggiò le donne a fare economie nella gestione delle famiglie, a sostituire gli uomini nelle attività produttive, a impegnarsi nei servizi ausiliari dell'esercito, evidenziando il loro fondamentale contributo allo sforzo bellico. I reportage fotografici di Lee Miller, in particolare, segnarono un radicale distacco dalla cultura e dall'estetica tradizionali di Vogue portando a conoscenza del pubblico femminile inglese e americano gli aspetti più drammatici della guerra nei campi di battaglia europei e gli orribili crimini contro l'umanità dei nazisti.
La Battaglia di Saint-Malo
La città francese di Saint-Malo, con il suo porto, costituiva uno dei centri fortificati delle difese del "Vallo Atlantico" predisposte dai tedeschi in Normandia a partire dal 1942, e rafforzate, in previsione di un imminente sbarco degli Alleati, nel giugno del 1944. Per la sua conquista, nell'agosto del 1944, unità dell'esercito statunitense, con il supporto di forze britanniche e della Resistenza francese, si scontrarono duramente con i militari tedeschi nella "Battaglia di Saint-Malo"26. La battaglia (nota anche come "Assedio di Saint-Malo") si concluse con la resa della guarnigione posta a difesa della città. Un successo per gli Alleati, che però risultò essere del tutto inutile dal punto di vista strategico poiché sia i bombardamenti aerei americani che le demolizioni dei tedeschi avevano reso impraticabile il porto.
Lee Miller arrivò a Sant-Malo il 13 agosto credendo che la città fosse già stata liberata, ma si trovò invece di fronte a duri combattimenti ancora in corso contro le forze di occupazione. Fu così in grado di documentare, dando prova di grande coraggio, i sanguinosi scontri ravvicinati tra i militari americani e quelli tedeschi, il bombardamento della cittadella fortificata e la sua distruzione, la difficile situazione dei civili e la resa finale dei tedeschi27. Le sue fotografie vennero pubblicate sia dall'edizione britannica che da quella americana di Vogue contribuendo alla fama di Miller come reporter di guerra [vedi fotografie in Appendice n.5 e 6].
La liberazione di Parigi
Seguendo l'avanzata dell'esercito americano in Francia, Lee Miller arrivò a Parigi il 25 agosto del 1944 (giorno della resa della guarnigione tedesca e della conseguente liberazione della città)28. In un suo resoconto espresse tutto lo stupore da lei provato nel vedere militari che combattevano in una piazza e altri accolti con rose e baci in strade vicine:
Parigi era impazzita. I lunghi ed eleganti viali erano affollati di bandiere e pieni di gente urlante e festante. Ragazze, biciclette, baci e vino, e dietro l'angolo cecchini, una granata che esplodeva e un carro armato in fiamme29.
E nello stesso resoconto descrisse le cicatrici urbane della guerra attraverso una lente surrealista:
I fori di proiettile nelle finestre erano come gioielli, il filo spinato nei viali una nuova decorazione, e i carri armati tedeschi distrutti erano teatri di gioco per i bambini; quegli stessi carri armati che erano in azione la notte prima30.
Nei mesi della sua permanenza a Parigi (dove trascorrerà l'inverno in attesa di poter entrare in Germania con le truppe americane), la Miller si riunì alla cerchia prebellica degli amici, fotografando artisti e scrittori, tra questi: Pablo Picasso, Jean Cocteau, Louis Aragon. Per Vogue, realizzo diversi reportage sulla moda. Nonostante le ristrettezze dell'economia di guerra e le limitazioni nei consumi imposte dall'occupazione tedesca, le parigine erano particolarmente curate nell'abbigliamento e Lee rimase colpita dalla loro predilezione per l'eleganza anche a scapito della praticità (diversamente dalle donne inglesi)31 [vedi fotografie in Appendice n.7, 8, 9].
Le donne con la testa rasata (Les femmes tondues)
Nella Francia liberata le donne francesi accusate di avere intrattenuto rapporti sessuali/sentimentali con i tedeschi delle forze di occupazione, venivano sottoposte alla "rasatura della testa": una forma di gogna pubblica che le additava come traditrici della nazione. Una punizione che non sempre si basava su accuse documentate ma piuttosto su voci, vendette personali o prove inconsistenti32.
Lee Miller fotografò le femmes tondues a Rennes, in Bretagna, nell'agosto del 194433. Le sue fotografie erano però differenti da quelle sensazionalistiche scattate da altri reporter. L'attenzione della Miller era rivolta soprattutto alle singole figure femminili, alla loro condizione fisica e psicologica di donne sottoposte a pratiche punitive umilianti e spesso violente. Ne è un esempio la fotografia pubblicata su Vogue (edizione britannica) il 15 ottobre 1944, che ritrae una giovane donna rasata sottoposta da due uomini ad un pressante interrogatorio34. Una fotografia che evidenzia il rapporto empatico che legava, in generale, la Miller ai soggetti femminili dei suoi reportage di guerra, e che qui, in particolare, vuole restituire alla femme tondue la sua insopprimibile dignità umana35 [vedi fotografia in Appendice n. 10].
Buchenwald e Dachau
Nell'aprile del 1945, subito dopo la liberazione di Buchenwald e di Dachau da parte dell'esercito americano, Lee Miller entrò nei due lager per documentare con i suoi reportage la terribile realtà del mondo concentrazionario nazista36.
A Buchenwald fotografò sia le figure scheletriche dei sopravvissuti che gli uomini delle SS catturati dai liberatori e imprigionati nelle celle di detenzione. Estese il suo sguardo fino alla vicina città di Weimar dove fotografò la casa di Goethe e i suoi abitanti, collegando le atrocità del lager alla cultura e alla società tedesca con le sue profonde contraddizioni e responsabilità per i crimini del nazismo.
A Dachau le sue fotografie non si concentrarono sulle camere a gas e i forni crematori ma piuttosto sui sopravvissuti nelle loro cuccette e negli spazi aperti, cercando di umanizzarli attraverso ritratti ravvicinati.
La Miller descrisse così il lager in una lettera inviata all'amica e direttrice dell'edizione britannica di Vogue, Audrey Withers:
Dachau aveva tutto ciò che si può mai vedere o provare riguardo a un campo di concentramento. I grandi spazi polverosi che erano stati calpestati da così tante migliaia di piedi - piedi che dolevano, si trascinavano, calpestavano il freddo e si spostavano per alleviare il dolore e alla fine diventavano inutili se non per accompagnarli alla camera della morte. La terra leggermente ghiaiosa era un crimine contro la natura. Una volta caddi in ginocchio e il dolore di una piccola pietra affilata sulla mia rotula era atroce; centinaia di [internati] erano caduti così ogni giorno e ogni notte. Se riuscivano ad alzarsi, potevano vivere, se non ne avevano la forza, venivano trascinati via [verso la camera a gas]37.
Le fotografie di Lee Miller sui lager di Buchenwald e Dachau miravano non solo a informare ma anche a scioccare i lettori di Vogue costringendoli a confrontarsi con forme di violenza di massa fino ad allora inimmaginabili. Con le sue fotografie voleva smentire le voci secondo cui le atrocità dei campi di concentramento e sterminio nazisti erano semplicemente un'invenzione della propaganda degli Alleati. Nel giugno 1945, Vogue, edizione americana, pubblicò un articolo della Miller dal titolo significativo Belive It - Germans Are Like This ("Credetelo. I tedeschi sono così") dove le sue strazianti immagini dei lager erano accompagnate da un appello a riconoscere la realtà dei crimini contro l'umanità commessi dai nazisti38 [vedi fotografie in Appendice n. 15, 16, 17].
La Miller nella vasca da bagno di Hitler
Il 30 aprile del 1945, lo stesso giorno in cui Hitler si era suicidato a Berlino, Lee Miller si fece fotografare dall'amico e collega David E. Scherman nella vasca da bagno dell'appartamento privato del Führer a Monaco.
La fotografia "surrealista" della Miller mentre faceva il bagno (una meticolosa messa in scena curata dalla stessa fotoreporter) voleva essere un atto di derisione nei confronti di Hitler e di quello che era stato propagandato dai nazisti come il "Reich Millenario"39.
Il focus della foto non era la Miller, castamente nuda, immersa nella vasca, ma gli stivali (che lei aveva utilizzato lo stesso giorno nella visita al lager di Dachau), ancora incrostati di fango, posti sullo zerbino del bagno di Hitler. Quegli stivali simboleggiavano l'Olocausto e l'orrore dei lager trasferito nello spazio privato del dittatore e, idealmente, nelle case di tutti i tedeschi responsabili di quella immane tragedia. [vedi fotografia in Appendice n.18]
3. Due diverse visioni della guerra
Margaret Bourke-White e Lee Miller hanno prodotto due diverse visioni della guerra che differivano principalmente per lo stile fotografico e l'approccio personale agli eventi.
Lo stile della White era quello di una fotoreporter professionista che si era formata alla scuola della fotografia documentaria americana degli anni '30, e che aveva trovato in Life la rivista di riferimento per la propria attività. Spesso utilizzava ingombranti macchine fotografiche per ottenere immagini nitide e dettagliate che, con un sapiente uso di luci ed ombre, conferivano ai soggetti ripresi una monumentalità ed un realismo che erano il retaggio della precedente esperienza di fotografa di processi industriali e di opere architettoniche. Nei suoi reportage di guerra era solita accompagnare le immagini con didascalie (talvolta veri e propri testi narrativi) che si distinguevano per la loro efficacia comunicativa.
Lo stile della Miller era invece radicato nella sua esperienza di artista surrealista nella Parigi a cavallo tra gli anni Venti e Trenta (era stata allieva, collaboratrice e musa del pioniere della fotografia surrealista Man Ray). Un'esperienza che la porterà a riprese più intime e inquietanti degli eventi bellici e delle vittime della guerra e dell'Olocausto40. I suoi reportage per Vogue (diversamente dai quelli della White, dove prevaleva l'esigenza informativa e documentaria) erano spesso il frutto di un coinvolgimento emotivo con le situazioni e i soggetti fotografati41.
L'orrore di cui la Miller era stata testimone nei lager di Buchenwald e Dachau incise pesantemente sul suo equilibrio mentale, causando una forte depressione e inducendola all'abuso di alcol. Nel dopoguerra non fu più in grado di proseguire l'attività di fotorepoter.
La White, invece, grazie al suo forte carattere e tenacia professionale, superò il trauma della guerra e realizzò importanti reportage sulla partizione dell'India alla fine del regime coloniale britannico (1947) e sul segregazionismo in Sudafrica (1950)42.
Appendice: le fotografie
Fig.1: Margaret Bourke-White con la tuta per il volo in alta quota (1943). Fonte
Fig.2: Battaglia di Montecassino - foto aerea di Margaret Bourke-White (1944). Fonte: Margaret Bourke-White, They Called It "Purple Heart Valley", Simon and Schuster, New York, 1944
Fig.3: Battaglia di Montecassino - Observation Post americano - Foto Margaret Bourke-White (1944). Fonte: Margaret Bourke-White, They Called It "Purple Heart Valley", Simon and Schuster, New York, 1944
Fig.4: Battaglia di Montecassino - Artiglieria americana: "Big Shoot" - Foto Margaret Bourke-White (1944). Fonte: Margaret Bourke-White, They Called It "Purple Heart Valley", Simon and Schuster, New York, 1944.
Fig. 5: Battaglia di Saint-Malo - Combattimenti nella città - Foto Lee Miller (1944). Fonte
Fig. 6: Battaglia di Saint-Malo - Resa della guarnigione tedesca: il comandante - Foto Lee Miller (1944). Fonte
Fig. 7: La liberazione di Parigi - Foto Lee Miller (1944). Fonte
Fig. 8: La liberazione di Parigi - Foto Lee Miller (1944). Fonte
Fig. 9: La liberazione di Parigi - Incontro con Picasso - Foto Lee Miller (1944). Fonte
Fig. 10: Interrogatorio di una donna francese a cui sono stati rasati i capelli per aver avuto rapporti con tedeschi - Foto Lee Miller (Rennes, 1944). Fonte
Fig. 11: Buchenwald - Internati sopravvissuti - Foto Margaret Bourke White (1945). Fonte
Fig. 12: Buchenwald - Internati sopravvissuti - Foto Margaret Bourke White (1945). Fonte
Fig. 13: Gli abitanti di Weimar costretti a visitare il lager di Buchenwald - Foto Margaret Bourke White (1945). Fonte
Fig. 14: Buchenwald - "I morti viventi"- Foto Margaret Bourke White (1945). Fonte
Fig. 15: Buchenwald - Prigionieri liberati di fronte a un cumulo di ossa umane - Foto Lee Miller (1945). Fonte
Fig. 16: Buchenwald - Primi funerali di alcuni internati deceduti dopo la liberazione del lager - Foto Lee Miller (1945). Fonte
Fig. 17: Buchenwald - Guardie tedesche del lager in abiti civili catturate mentre tentavano la fuga - Foto Lee Miller (1945). Fonte
Fig. 18: Monaco - Lee Miller nella vasca da bagno dell'appartamento privato di Hitler - Foto David E. Scherman (1945). Fonte
Note
1 Breve storia della fotografia, CLICK&NET, Zanichelli; A Brief History of Photography and Photojournalism, North Dakota State University; la voce Photojournalism.
2 La voce Wirephoto.
3 Paul Gerhard, Die Geschichte der fotografischen Kriegsberichterstattung [La storia del reportage fotografico di guerra], Bundeszentrale für Politische Bildund (BpB), 2005.
4 Sulla fotografia documentaria o documentaristica in America (USA): Prampolini Antonio, L'America della Grande Crisi e del New Deal nelle fotografie della collezione FSA della Library of Congress, in «Historia Ludens», 26 Novembre 2025.
5 Moeller Susan, Photography, World War II.
6 Schubert Chandler, World War Two Propaganda: Analyzing and Comparing German and American Strategies, DePauw University, 06/12/2023; Prampolini Antonio, L’importanza delle immagini: Gerhard Paul e la storia visiva della Germania nazista, in «Historia Ludens», 10/04/2024.
7 Il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti accreditò più di 1.500 corrispondenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Meno del 10% di questi erano donne. Sul giornalismo americano: Romeiser John B., Journalism, World War II. Sulle donne corrispondenti di guerra (giornaliste e fotografe): Female journalists during World War II, case study; Gilmore Gerard, Women Journalists Came of Age Covering World War II.
8 Per una biografia di Margaret Bourke White: Bertelli Giovanna, Margaret Bourke-White, in «Enciclopedia delle donne»; Allitt Patrick, Bourke-White, Margaret (1904–1971); la voce Margaret Bourke-White nell'edizione in lingua inglese di Wikipedia; l'autobiografia, Margaret Bourke-White. Il mio ritratto, Contrasto, Roma, 2003.
9 La prima incursione aerea della Luftwaffe su Mosca avvenne nella notte tra il 21 e il 22 luglio 1941. Questo attacco segnò l'inizio di una serie di raid aerei tedeschi sulla capitale sovietica durante la Seconda guerra mondiale. Le incursioni aeree erano parte dell'Operazione Barbarossa, l'invasione nazista dell'Unione Sovietica iniziata il 22 giugno 1941. I bombardamenti continuarono per diversi mesi, con la maggior parte degli attacchi concentrati tra luglio e dicembre 1941.
10 Sulla rivista Life: la voce Life (magazine) nell'edizione in lingua inglese di Wikipedia; i Life archives (1936–1972).
11 Il 22 gennaio 1943, Margaret Bourke-White volò a bordo di un bombardiere B-17 (una "Fortezza Volante") per documentare l'attacco all'aeroporto di El Aouina a Tunisi.
12 Sul rapporto tra Margaret Bourke-White e la rivista Life: Vials Chris, The Popular Front in the American Century: Life Magazine, Margaret Bourke-White, and Consumer Realism, 1936-1941, in «American Periodicals: A Journal of History, Criticism, and Bibliography», vol. 16, n.1, 2006, pp. 74-102; Wilson Beth E., The Corporate Creation of the Photojournalist: Life Magazine and Margaret Bourke-White in World War II, in «Journal of war & culture studies», vol. 9, n. 2, May, 2016, pp. 133-150.
13 Il primo numero della rivista Life con in copertina la fotografia di Margaret Bourke-White sulla costruzione della diga di Fort Peck: November 23, 1936.
14 Sui reportage fotografici della White come corrispondente di guerra tra il 1943 e il 1944, e in particolare sul suo libro They Called It "Purple Heart Valley": Bond Randall I., Traveler to Arcadia: Margaret Bourke-White in Italy, 1943-1944, in «The Courier», vol. XXVII, n. 1, Spring 1992, pp. 85-110.
15 Il titolo del libro, La chiamavano "valle del cuore viola", fu scelto dalla White per sottolineare le fatiche e i rischi dei militari americani impegnati a combattere nella zona di Cassino. "Purple Heart" era infatti il nome della decorazione che l'esercito statunitense conferiva ai caduti o ai feriti in guerra (Hailey Foster, 'Cassino Corridor'. THEY CALLED IT "PURPLE HEART VALLEY." by Margaret Bourke-White, in «The New York Times», 26 November, 1944).
16 Per una sintesi della "Battaglia di Montecassino": la voce Battle of Monte Cassino dell'edizione inglese di Wikipedia e il sito web.
17 Sulle fotografie scattate da Margaret Bourke-White nel lager di Buchenwald: Cosgrove Ben, Behind the Picture: The Liberation of Buchenwald, April 1945, 10/10/2013.
18 In Dear Fatherland, Rest Quietly: A Report On The Collapse Of Hitler's Thousand Years, 1946.
19 L'articolo è visualizzabile nell'archivio digitale della rivista Life archives (1936–1972). Il titolo completo è: Atrocities. Capture of the german concentration camps piles up evidences of barbarism that reaches the low point of human degradation.
20 La fotografia era stata pubblicata a pagina 100 del numero speciale della rivista, 25 Years of Life, datato 26 dicembre 1960. La fotografia era accompagnata dalla seguente didascalia: «In Margaret Bourke White's grim comment on man's inhumanity to man, survivors of Buchenwald stare out at their allied rescuers like so many living corpses barely able to believe that they would be free from the Nazi camp where the only deliverance had been death» (Nel cupo commento di Margaret Bourke White sulla disumanità dell'uomo verso l'uomo, i sopravvissuti di Buchenwald guardano i loro soccorritori come cadaveri viventi, a malapena in grado di credere di essere stati liberati dal campo nazista dove l'unica liberazione era stata la morte).
21 Bourke-White Margaret, Dear Fatherland, Rest Quietly: A Report On The Collapse Of Hitler's Thousand Years, Simon and Schuster, New York, 1946. Il titolo era stato ricavato da un verso dell'inno patriottico tedesco "Die Wacht am Rhein" (La guardia sul Reno) e, contrapponendo un simbolo dell'orgoglio nazionale alla dura realtà della sconfitta nella guerra voluta da Hitler, fungeva da epitaffio per la Germania nazista. Sull'inno si veda la voce Die Wacht am Rhein in Wikipedia edizione in lingua tedesca.
22 Il New York Times così si esprimeva nel recensire Dear Fatherland, Rest Quietly nel 1946: «La White parlò con centinaia di tedeschi. [...] La maggior parte di loro non ammetteva che Hitler fosse malvagio, che la Germania avesse iniziato la guerra, che fossero a conoscenza dei campi di tortura e di sterminio, che condividessero in qualche modo la responsabilità dei crimini del loro governo e della loro nazione. Molti di loro si aspettavano che gli Alleati finanziassero la ripresa della Germania. [Parlò anche] con molti uomini che avevano reso possibile la macchina da guerra di Hitler e che ne avevano tratto enormi profitti. Ed erano tutti solo innocenti uomini d'affari disinteressati alla politica, degni cittadini che si aspettavano di continuare a gestire le loro pacifiche imprese! Se gli verrà permesso, e se gli Alleati non promuoveranno una vera democrazia in Germania, la Terza Guerra Mondiale arriverà prima di quanto ci aspettiamo. Questo è il tema di fondo di Dear Fatherland, Rest Quietly» (Orville Prescott, Books of the Times, «The New York Times», 4 dicembre 1946).
23 Cfr. Cosgrove Ben, Behind the Picture: The Liberation of Buchenwald, April 1945, op. cit..
24 Per una biografia di Lee Miller: la voce dell'edizione inglese di Wikipedia, Lee Miller; Miller, Lee (1907–1977); Lee Miller: Women at War; Penrose Antony, The Lives of Lee Miller, Thames & Hudson, London, 2021. Per la produzione fotografica di Lee Miller, l'archivio: leemiller; i libri di cui è autrice o coautrice: Grim Glory: Pictures of Britain Under Fire, Lund Humphries, London, 1941, e Wrens in Camera, Hollis & Carter, London, 1945.
25 Su Vogue: la voce dell'edizione inglese di Wikipedia Vogue (magazine); l'archivio della rivista Vogue; Roberts Hilary, How Vogue fought World War Two, BBC, 19/10/2015; Plaza Isabella, Lee Miller and Vogue in World War II, The University of Texas at Austin, 25/04/2023.
26 Sulla "Battaglia o Assedio di Saint Malo: la voce dell'edizione inglese di Wikipedia Battle of Saint-Malo.
27 Sulla presenza di Lee Miller a Saint-Malo e sulla sua attività di fotoreporter: Lee Miller in Combat, "Saint-Malo".
28 Sulla liberazione di Parigi: la voce dell'edizione inglese di Wikipedia Liberation of Paris.
29 Penrose Antony (a cura di), Lee Miller’s War, Thames & Hudson, London, 2005, p. 67.
31 Lee Miller in Combat, "The Liberation of Paris".
32 Sulla rasatura delle teste delle donne come punizione in generale nella storia e in particolare nella Liberazione della Francia: le voci dell'edizione francese di Wikipedia Femmes tondues e Épuration à la Libération en France.
33 Lee Miller Archives: Les femmes tondues.
34 Miller Lee, France Free Again: The Liberation of Paris.
35 Per un approfondimento: Gorrara Claire, Fashion and the femmes tondues : Lee Miller, Vogue and representing Liberation France, in «French Cultural Studies», November 2018, 29 (4), pp. 330-344.
36 Cfr. Lee Miller: Witness to the Concentration Camps and the Fall of the Third Reich, 28/03/2024; Hilditch Lynn, Lee Miller, Photography, Surrealism and the Second World War: From Vogue to Dachau, Cambridge Scholars Publishing, 2017.
37 Penrose Antony (a cura di), Lee Miller’s War, Thames & Hudson, London, 2005, p. 138.
38 Miller Lee, Believe It - Germans Are Like This, in «Vogue», June 1945. L'articolo Believe It era lungo solo tre pagine, breve rispetto agli altri articoli della Miller. L'intero articolo mirava a smantellare qualsiasi forma di incredulità che gli spettatori avrebbero potuto provare riguardo alle azioni dei nazisti. La prima pagina conteneva un montaggio di quattro fotografie. La prima immagine nella metà superiore della pagina mostrava bambini tedeschi che camminavano per strada. La fotografia a destra, in netto contrasto con i bambini, mostrava le gambe dei prigionieri del campo accanto a ossa umane. Le fotografie erano accompagnate da questa didascalia: "Bambini tedeschi, ben nutriti, sani... ossa bruciate di prigionieri affamati". Subito sotto, una fotografia di un sobborgo tedesco e accanto una fotografia di un forno crematorio. Il testo sotto la foto recitava: "Villaggi ordinati, silenziosi... forni ordinati per bruciare i corpi". Le giustapposizioni servivano a sottolineare che anche nelle vicinanze di quelle che potevano sembrare "città normali" avevano operato i lager della morte; città abitate da "persone normali" che però portavano la responsabilità di quei lager (Cfr. Plaza Isabella, Lee Miller and Vogue in World War II, Chapter Three, "Believe It", The University of Texas at Austin, 25/04/2023, pp. 48-69).
39 Cfr. Wiley Chris, When Lee Miller took a bath in Hitler's tub, 09/01/2024.
40 Hilditch Lynn, Aesthetics of war: the artistic representation of war in Lee Miller’s WWII photographs, in Palmer, C. and Torevell, D. (Eds.), The turn to aesthetics: An interdisciplinary exchange of ideas in applied and philosophical aesthetics, Liverpool Hope University Press, UK, 2008.
41 Carr Megan, Dame Photographer: Lee Miller World War II Vogue Correspondent, 2023.
42 Si veda l'autobiografia, Margaret Bourke-White. Il mio ritratto, Contrasto, Roma, 2003.



