Le interviste impossibili

di Marco Mengoli

Di Giuseppe Mantovani e di come abbia recuperato, per il Gruppo Archeologico Bolognese, l’idea di riproporre come spettacolo teatrale per musei e aree archeologiche le vecchie Interviste Impossibili uscite sulla Radio RAI alla metà degli anni ’70 abbiamo già parlato qui.

Visto il successo dell’articolo precedente, Giuseppe voleva preparare un articolo dedicato all’intervista impossibile che aveva scritto direttamente lui, dedicata al personaggio storico di Vel Kaikna, “titolare” di una stele funeraria di età felsinea presente presso il Museo Civico Archeologico di Bologna. Giuseppe Mantovani è purtroppo mancato il 22 marzo 2026 e non potrà più scriverlo, e allora mi permetto di proporlo io, consapevole del fatto che lui lo avrebbe sicuramente scritto molto meglio.

 

SteleFig. 1: La stele custodita di Vel Kaikna, custodita al Museo Civico Archeologico di Bologna.La “stele della nave”

Il nome Vel Kaikna si trova rappresentato su una stele funeraria felsinea, databile al terzo quarto del V secolo a.C, di dimensioni eccezionali, è infatti alta ben 2,42 m. L’aspetto più particolare del reperto è però rappresentato dalla raffigurazione iconografica presente su di essa. Se dal lato dell’iscrizione, che colloca il defunto all’interno della famiglia etrusca che darà poi origine alla gens Cecina e all’omonimo toponimo toscano, troviamo le usuali decorazioni raffiguranti il morto condotto sul carro nell’aldilà e i giochi funebri svolti in suo onore, dall’altro lato ci troviamo invece di fronte a una rappresentazione di una nave da guerra con timoniere, rematori e guerrieri. Le principali letture del significato iconografico della stele sono in questo momento due: la prima, riscontrabile anche sul sito del Museo Civico Archeologico di Bologna, nella quale si ipotizza che il defunto, membro di una delle più importanti famiglie aristocratiche dell’epoca, sia ricordato attraverso il suo ruolo di comandante di una flotta adriatica legata al porto di Spina, mentre la seconda ipotesi vede sia il carro che la nave stessa come due rappresentazioni differenti del viaggio verso l’oltretomba, in questo caso con riferimento al pericoloso tragitto in mare verso l’isola dei Beati o al mito di Teseo.

Giuseppe Mantovani, legandosi alla prima ipotesi, ha proposto una bella rilettura della città felsinea del V secolo a.C., dei suoi legami con il porto etrusco di Spina, fiorente già dal secolo precedente, e con il sito archeologico di Marzabotto, che può essere utilizzata dai docenti sia come spunto su come proporre una riflessione “particolare” su un reperto archeologico che come esempio di attività da far svolgere a una classe, magari col supporto di un’IA, come abbiamo già visto qui.

 

RiproduzioneFig. 2: La riproduzione della stele, di Giuseppe Mantovani, utilizzata come scenografia durante gli spettacoli teatrali.L’intervista impossibile: Giuseppe Mantovani intervista Vel Kaikna

INTERVISTATORE: Mi trovo nella sala grande del Museo Civico Archeologico di Bologna proprio sotto la famosa stele della nave. E’ una grande stele di arenaria, molto danneggiata nella parte superiore, decorata a rilievo su entrambi i lati. Si data attorno al 450/420 a.C. Su un lato sono rappresentati, in diversi registri, vari personaggi: suonatori di tromba, pugili, gare atletiche, il viaggio nell’al di là su carro trainato da cavalli alati, e un listello che porta il nome del defunto, Vel Kaikna. Sull’altro lato c’è la scena principale: una nave con due soldati armati in piedi e, a poppa e a prua, due personaggi con mantello, uno certamente il timoniere e l’altro una vedetta. S’intravedono le teste dei rematori che spuntano dallo scafo. Il mare sembra piuttosto agitato. Si tratta senza dubbio di una nave da guerra. E’ curioso che sulla stele di un uomo sepolto a Bologna sia rappresentata una nave. I nostri ascoltatori si chiederanno il perché di questa immagine. E’ proprio per questo che siamo qui, per capire dal titolare della stele in persona, come mai ha fatto scolpire una nave sul suo segnacolo funerario. Eccolo che si avvicina.

Buon giorno signor Kaikna. Innanzi tutto mi dica come la devo chiamare: ammiraglio, capitano, comandante o che altro?

KAIKNA: Chiamami pure comandante, anche se… be’, nella mia lingua il nome della mia carica aveva un suono migliore.

I: Lo credo signor… , scusi, comandante Kaikna, ma i nostri ascoltatori non sono abituati al suono della lingua etrusca, con tutte quelle aspirate, tutte quelle consonanti una dietro l’altra, e poi sa, per molti la vostra lingua è ancora un mistero.

K: Lo so, lo so. In fondo un po’ di mistero su noi Etruschi, in fondo non ci dispiace. Ma vuoi forse parlare della nostra lingua? Tieniti pronto, che facciamo notte!

I: No comandante, siamo qui per parlare di lei. Molti nostri ascoltatori si chiedono perché lei abbia fatto raffigurare una nave sulla sua stele funeraria. In questo museo ci sono decine di stele, di dimensioni diverse, di epoche diverse, tutte decorate con rappresentazioni dell’ultimo viaggio, di combattimenti, di animali reali o fantastici, ma la sua è l’unica con una nave. Qui il mare non c’è e allora perché una nave?
K: E’ una storia lunga, che inizia molto tempo prima che io nascessi. Sei sicuro di volerla ascoltare?

I: Sono qui per questo comandante.

K: Ebbene, tutto è cominciato nel sesto secolo avanti la vostra era. Allora l’Etruria era potente, ricca. C’erano grandi città, soprattutto vicino alla costa del mare che oggi si chiama Tirreno: Tarchna, Ceisra, Vatl, Velc, … scusa, dimenticavo la tua scarsa familiarità con le parole etrusche, …dicevo Tarquinia, Cerveteri, Vetulonia, Vulci. Sul mare c’erano i porti e i grandi empori frequentati da genti di tutto il Mediterraneo che si scambiavano merci, tecnologie, idee, storie e miti. Poi santuari grandiosi, strade larghe, botteghe, artigiani che esportavano prodotti in tutti i paesi allora conosciuti. Ma soprattutto queste città, vere metropoli di quel tempo, possedevano una flotta che nessuno, allora, poteva contrastare. I commerci erano nostri, le nostre navi solcavano i mari e portavano merci ovunque e tornavano a loro volta cariche di merci…

I: Ma si dice che spesso le vostre navi abbordassero le navi da trasporto di altri paesi, e s’impadronissero con la forza del carico…

K: Sì, sì, voi questo lo chiamate pirateria. Ebbene, facevamo anche questo! Ma lo facevano tutti, soprattutto i Fenici, i Cartaginesi, e anche i Greci. Noi però eravamo i migliori, i più coraggiosi. Avvistavi una nave, immaginavi che fosse carica di prodotti preziosi, che so, rame da Cipro, oppure olio o vino dalla Grecia, la abbordavi, le sottraevi il carico che poi portavi negli empori etruschi. Anche questo, in fondo, è commercio, un po’ particolare, ma sempre commercio.

I: Comandante, mi permetto di non essere d’accordo, ma torniamo alla sua storia. Diceva che la flotta etrusca era la più forte del Tirreno.

K: Si, era la più forte. Invincibile! Noi Etruschi avevamo il dominio del Tirreno. Mai sentito parlare di Talassocrazia? Il mare era nostro, tanto è vero che voi quel mare lo avete chiamato Tirreno, proprio come i Greci chiamavano noi, oi Tyrrenòi. E’ vero, c’erano anche i Cartaginesi, ma loro frequentavano la parte a mezzogiorno del Tirreno e non ci creavano problemi. Io credo che in fondo ci temessero, o forse pensavano che fosse meglio non provocarci; una guerra fra le nostre flotte sarebbe stata disastrosa per entrambi. Fra noi c’era una specie di tacito accordo, una reciproca tolleranza. Tutto andava bene fino a quel maledetto giorno, quando…

I: Quando?

K: Quando? Quando fummo certi che nel Tirreno si era insinuato un terzo incomodo: i greci di Focea. Qualche avvisaglia l’avevamo già avuta. Un andirivieni piuttosto insolito di navi greche negli ultimi tempi, le notizie della forte pressione persiana sulle città greche d’oriente. Poi le informazioni estorte da prigionieri focesi presi dopo un arrembaggio, e infine una verifica sul posto. Per Tinia! I Focesi stavano occupando una fascia di costa in Corsica proprio di fronte alla nostra isola nel cui ventre c’era tanto ferro da riempire il mondo, Aithalia, la fumosa, per le centinaia di forni fusori sparsi per tutta l’isola! Quella che voi chiamate Elba. Bastardi! Il mare era nostro, non volevamo intrusi! Che cosa volevano fare? Una colonia, un emporio? E la nostra Talassocrazia? I Focesi dovevano andarsene, e subito. Ci accordammo con i Cartaginesi, in fondo anche loro sarebbero stati danneggiati dalla presenza focea. Ci fu una grande battaglia, forse la prima grande battaglia navale della storia, noi e i Cartaginesi contro i Focesi. Avrei voluto essere io a comandare la flotta alleata ma, ahimè, non ero ancora nato. Fu una vittoria strepitosa! Era l’anno, col vostro calendario più o meno il 540 avanti Cristo.

Battle of Alalia mapFig. 3: L’area della battaglia di Alalia con le sfere di influenza dei popoli che orbitavano sul Tirreno (da Wikipedia).I: Comandante Kaikna, non vorrei contraddirla, ma a noi risulta che non fu una vittoria, ma piuttosto un pareggio; anche voi ne usciste malconci.

K: E va bene! Va bene. Forse non fu una grande vittoria! Comunque l’obiettivo fu raggiunto. I Focesi si ritirarono e non si fecero più vedere. Poi nulla fu più come prima. La nostra flotta subì gravi perdite e i levantini, sì, dico, i Cartaginesi, che poi in fondo erano Fenici, cominciarono ad avanzare pretese, volevano maggior spazio nel Tirreno per i loro traffici, e noi fummo costretti a cedere. Mentre prima la loro presenza era tollerabile, dopo divennero i nostri maggiori, anzi, gli unici concorrenti. I nostri commerci diminuirono, le rotte dal Mediterraneo orientale verso i porti etruschi sul Tirreno si ridussero drasticamente. La talassocrazia era persa, il periodo di prosperità era finito. Il Tirreno non era più un mare sicuro, troppe navi, troppa concorrenza. Poi le colonie Greche che diventavano sempre più aggressive. Un duro colpo per chi aveva considerato quel mare come proprio, per tanti anni. Ma poi noi, gli Etruschi, non ci piangemmo addosso, andammo avanti.

I: Fu allora che decideste di spostare le rotte commerciali sull’Adriatico. Una grande operazione che deve essere stata programmata e realizzata in tempi lunghi e con grossi sforzi. Un grande popolo che tira i remi in barca da una parte e li rimette in mare dall’altra. Come andò comandante? Lo spieghi ai nostri ascoltatori.

K: Ci fu una riorganizzazione di tutta l’Etruria padana. Hai presente Felzna?

I: Comandante, non ricominci con il suo etrusco, dica Felsina. E poi vuole che non abbia presente Felsina, Bologna? Io a Bologna ci sono nato, ci vivo e, come vede, ci lavoro.

K: Va bene, non ti scaldare. La chiamerò Felsina, ma non Bologna. Bologna non mi piace, mi ricorda troppo i Boi, quei giganti che venivano dal nord che hanno creato molti problemi agli Etruschi e che hanno occupato Felsina e altre importanti città come Kainua…

I: Kainua?

K: Ma insomma basta! Lasciami usare i nomi delle città che usavamo noi. Lo so, voi la chiamate Misa, o Marzabotto, ma si chiamava Kainua!

I: Comandante, ora non si scaldi lei, era solo per chiarezza. Non tutti i nostri ascoltatori sono informati di queste cose. In fondo, che Marzabotto in antico si chiamasse Kainua lo sappiamo da poco. Ma la prego, continui.

K: Dunque, Felsina. Era la città più importante di tutta la pianura al di là degli Appennini. Fino a quel momento, in tutta l’area si praticava quasi esclusivamente l’agricoltura. Ma poi, perso il dominio sul mare Tirreno, pensammo di riorganizzare quel territorio dandogli anche una impronta commerciale. Ma occorreva uno sbocco sul mare, e c’era a Spina un territorio proprio vicino al delta del Po che sembrava adatto per insediarvi un centro urbano e un porto. C’era, a sud di Felsina, un villaggio in un magnifico pianoro che poteva essere trasformato in una autentica città, Kainua appunto. C’erano i fiumi della nostra pianura che rappresentavano ottime vie di comunicazione verso occidente e mezzogiorno, e a settentrione c’erano i passi fra le montagne e un grande fiume che conduceva alle genti del nord. E soprattutto c’era Felsina, il punto focale, la cerniera attorno alla quale ruotava tutto questo nuovo sistema. Un piano straordinario!

Etruscan civilization italian mapFig. 4: Rappresentazione dell’Etruria, con indicate la città di Felsina (attuale Bologna) e il porto di Spina, sull’Adriatico (da Wikipedia).I: Ma mi dica comandante, gli uomini che realizzarono quest’operazione erano del posto o ci fu anche l’intervento degli Etruschi, diciamo così, tirrenici?

K: Certo, si spostarono in molti. I mercanti più intraprendenti, le famiglie che avevano fatto fortuna con i commerci nelle città costiere del Tirreno e che volevano continuare ad arricchirsi anche dopo che quel mare era diventato troppo frequentato. Sì, ci fu uno spostamento, ma la trasformazione dell’assetto economico di tutta la valle del Po fu opera nostra, degli Etruschi padani.

I: In pratica voltaste pagina. Comandante, ha accennato a Spina, mi parli un po’ di questa città.

K: Eh, Spina … Spina! Bella città, almeno così mi parve all’inizio E’ stata la mia città di adozione, dove ho svolto la mia carriera di navarca, perché io sono nato a Felsina, ma ho lavorato a Spina. Ma andiamo per ordine. Mi hai chiesto di Spina. Dunque, Spina. Prima di tutto non dare ascolto a chi dice che fu fondata dai Pelasgi che provenivano dal santuario di Dodona, o addirittura da Diomede di ritorno dalla guerra di Troia. Tutte fandonie, per l’amor di Tinia! Dicerie inventate per giustificare la presenza di tanti greci. Tanti Greci. Città greca? Lo credo che c’erano tanti Greci. Tra quelli che andavano e venivano dalla Grecia, soprattutto da Atene, per commercio, e quelli che, dopo essersi arricchiti, si fermavano a Spina per aprire una attività o perché a Spina pensavano si vivesse bene, erano quasi più greci che Etruschi. Figurati che Spina aveva un tesoro a Delfi, cosa rarissima per una città non greca! Ma la città fu fondata dagli Etruschi, e la sua fondazione faceva parte di quel piano di riorganizzazione di tutto il territorio di cui ti dicevo prima. E non fu certo impresa da poco!

Archeologico Hompage 1Fig. 5: Il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, situato nel cinquecentesco Palazzo Costabili, offre un’eccezionale panorama del patrimonio archeologico rinvenuto negli scavi di Spina.I: Lo posso immaginare. Ai suoi tempi in quella zona il mare era molto più arretrato rispetto ad oggi. Poi c’era il Po, il Reno, e lagune, distese di sabbia, isolette una vicina all’altra, ...un territorio non facile, soggetto a frequenti inondazioni…

K: Vero, ma noi superammo tutte le difficoltà. Rinforzammo il terreno con pali di legno, terrapieni di argilla e fascine, costruimmo grandiosi canali per collegare i fiumi al mare attraverso le dune sabbiose, insomma, i nostri esperti di idraulica fecero miracoli. Alla fine ne uscì un complesso portuale e commerciale vasto e complesso di cui Spina era il nucleo centrale, una città con strade ortogonali, capanne e case disposte regolarmente, città che voi avete solo in parte scoperto.

I: Ma abbiamo scavato le necropoli, più di cinquemila tombe…

K: Eh già, perché voi di noi Etruschi conoscete solo le necropoli. Cercate il bell’oggetto, i gioielli preziosi, le ambre straordinarie, i piccoli e grandi bronzi, le splendide ceramiche, le tombe monumentali. Saranno stati soddisfatti, gli archeologi dei tuoi tempi, di quello che hanno trovato a Spina

I: Comandante, lei non immagina nemmeno che cosa abbiamo trovato. Non lontano da Spina, a Ferrara, c’è un museo che raccoglie una grande quantità di reperti, soprattutto vasi attici, con pitture magnifiche, in prevalenza scene del mito greco. Una meraviglia! Però non è vero che scaviamo solo le tombe. Negli ultimi anni gli archeologi hanno rivolto la loro attenzione anche agli insediamenti urbani.

K: Era ora! Certamente capirete molto di più su noi Etruschi. Tornando ai tesori che avete trovato nelle nostre tombe, vedi, a Spina si commerciava ogni cosa, ma soprattutto beni di lusso, di gran lusso, e fra questi i vasi attici. La maggior parte di questi proseguiva, ma molti si fermavano a Spina, dove c’era gente facoltosa, ricchi mercanti. Ai miei tempi possedere un grande cratere attico dipinto da un famoso pittore era come per voi possedere un, che so, un Picasso; era un segno di grande ricchezza e prestigio.

I: Addirittura! Eppoi, che ne sa lei di Picasso?

K: Lasciamo perdere! Mah, si fa così per dire! Era comunque qualcosa che in pochi potevano permettersi.

I: Scusi comandante, vorrei tornare all’argomento della nostra intervista. Siamo qui sotto la sua stele funeraria, e ai nostri ascoltatori piacerebbe conoscere la sua storia. Non ci ha ancora detto della presenza della nave sulla stele.

K: Il mare, amico mio, il mare. Sono sempre stato attratto dall’acqua e dalle barche, fin da bambino. A Felsina abitavo poco distante dal torrente che voi chiamate Aposa. Ricordo che spesso andavo sulle sue sponde per mettere nell’acqua le barchette che mi costruivo da solo. Sceglievo un tratto dell’Aposa tranquillo e vi adagiavo quella che mi figuravo una grande nave, poi un soffio … e via, la nave salpava. La seguivo con lo sguardo finché potevo, poi la nave spariva. Bei ricordi! Qualche volta mio padre mi portava a Kainua a vedere il fiume.

I: Scusi se la interrompo Comandante, ma mi ha parlato poco di Kainua. Noi conosciamo bene la sua struttura urbanistica, anche perché da quando è stata abbandonata, non ci sono state sovrapposizioni. Ma come era la città quando era abitata?

K: Una città straordinaria! Botteghe, laboratori e belle case. Strade larghe con marciapiedi porticati e un grandioso tempio dedicato a Tinia, proprio dentro la città. Poi in alto l’acropoli, con altri templi e altari. Uno spettacolo! Una città progettata e realizzata con criteri geometrici, alla maniera delle città greche. Per la sua fondazione ci fu una cerimonia sacra durata giorni per definire il tracciato delle strade e il loro orientamento, il centro della città, la posizione delle porte. Insomma, la città doveva essere la proiezione sulla terra della struttura del cielo. Doveva nascere sotto buoni auspici. E fu così, perché Kainua ebbe grande fortuna. Le carovane che trasportavano le merci da Spina all’Etruria tirrenica, si fermavano qui. Una città di transito, ma anche industriale, una città straordinaria, come ho detto. Non durò molto, perchè poi arrivarono “oi Keltoi”, i Celti, e la città fu abbandonata un paio di secoli dopo la sua fondazione. Ma questa è un’altra storia! Tu mi ha interrotto mentre parlavo del fiume di Kainua. Posso continuare?

I: Certo, la prego. Mi scusi per la digressione.

K: Avrai capito che per me l’acqua e le navi erano le mie passioni. Poi un giorno mio padre mi portò a Spina. Fu un giorno indimenticabile che segnò la mia vita. Il mare non l’avevo mai visto prima, ne avevo solo sentito parlare. L’acqua dell’Aposa, tutto pozze e fango, era diventato il mare. Il mare, un’infinita distesa di acqua, e sul mare le navi. Il mare, a volte liscio come l’olio, a volte corrucciato con le onde che s’infrangono e col vento ti buttano addosso spruzzi salmastri. E l’aria che ti riempie i polmoni, pura, fresca, profumata. Quel giorno decisi che avrei fatto il marinaio. Quando raggiunsi l’età adulta, andai a Spina e mi arruolai. In quel periodo Felsina esercitava una certa autorità su Spina. Era la città più potente di tutta l’Etruria padana ed era il fulcro attorno a cui ruotavano tutte le attività commerciali della zona. Era naturale che volesse assicurarsi che a Spina tutto fosse sotto controllo. E che cosa doveva essere controllato perché Spina svolgesse il suo ruolo di porto commerciale?

I: Il mare, immagino.

K: Già, proprio il mare, e tutte le attività portuali. Felsina mandava spesso uomini di sua fiducia per assicurarsi che tutto andasse bene. A volte, superando una certa ritrosia del governatore locale, nominava il comandante di quella che voi potreste chiamare “capitaneria di porto”.

I: Non doveva essere un compito facile, con tutta l’attività che ci doveva essere al porto. Carico e scarico delle merci, gestione dei magazzini, manutenzione delle navi e delle strutture portuali, i rapporti con i mercanti che prelevavano o portavano merci per la spedizione…

K: E questo era niente. Con questo non si rischiava la vita. Il rischio erano i pirati! Quelli sì che erano pericolosi

I: I pirati? Ma non eravate voi i pirati?

K: Ancora? La solita storia degli Etruschi pirati. Basta! E’ ora di finirla! Quelli di cui ti sto parlando, erano pirati veri, briganti, tagliagole senza scrupoli, i pirati Illiri. Che cosa credi, che di fronte a Spina, al di là dell’Adriatico, ci fossero altri Etruschi? C’erano loro, gli Illiri. Navi veloci, gente armata fino ai denti, assaltavano tutte le navi che capitavano a tiro e s’impadronivano del carico, di qualunque carico. L’equipaggio poi, quello faceva una brutta fine. Se andava bene, finivano schiavi. Era necessaria una azione di polizia del mare, una sorveglianza continua. Gli scontri erano frequenti, spesso sanguinosi, ma noi li tenevamo a bada.

cratere con l accecamento di polifemo e battaglia navaleFig. 6: Cratere di Aristonothos con scena di battaglia navale tra Etruschi e Greci, secondo quarto del VII sec. a.C., Roma, Musei Capitolini.I: Quindi lei comandante si imbarcò in una di quelle navi!

K: Per i primi anni sì. Vita dura, quasi sempre in mare. Mi piaceva, era la mia vita, l’avevo scelta io. Mi distinsi in varie operazioni militari contro i pirati. Poi da Felsina decisero di scegliere me come navarca, voi direste “ammiraglio”. Una posizione di grandissima responsabilità. Per molti anni rimasi a Spina, a terra e in mare, dove mi sentivo più a mio agio. Col passare degli anni mi capitava di rimanere più a terra che in mare, e allora Spina cominciò ad apparirmi meno attraente, quasi brutta, con le sue case di legno e le strade di fango, polverose d’estate e impraticabili d’inverno, la nebbia, e tutti quei Greci, e i Veneti, gli Umbri, perfino i Celti, e quelle lingue incomprensibili, quei nuovi ricchi arroganti. Pensavo sempre più spesso alla mia città, Felsina, alla mia casa accanto all’Aposa, agli amici che avevo lasciato tanti anni prima e che rivedevo ogni volta che tornavo per riferire ai magistrati della città. Così, quando gli anni e le fatiche mi tolsero vigore, decisi di ritornare a Felsina e di passare gli ultimi anni della mia vita là dove ero nato. Ma, per Tinia! ero stato un navarca, io, di Felsina, un navarca, capisci? Avevo speso una vita intera per proteggere Spina e garantire la sicurezza dei traffici commerciali, avevo combattuto i pirati, ero stato anche ferito. Guarda qui le cicatrici, sono le spade illiriche! Felsina mi era grata, e io ne ero fiero. Come potevo non ricordare alla gente della mia città e ai posteri, la mia storia e la mia gloria? Era uso antico a Felsina segnare le tombe con una stele. Ne feci realizzare una, grande, monumentale, e la feci decorare da un maestro. Sopra volli che scolpisse una nave. La mia stele doveva stupire! Ed eccola qui, un pezzo unico! Non è straordinaria? Non è straordinaria!!?

ComacchioFig. 7: La scenografia per lo spettacolo svoltosi al Museo del Delta Antico di Comacchio (FE) del 13 luglio 2019.I: Ehm, certo, sì, è straordinaria, davvero magnifica.

K: Avevo ragione. Voi dopo tanti secoli avete trovato la mia tomba e la stele, e quella nave vi ha stupito e incuriosito. In tanti si sono interrogati sul significato della nave. Vuoi la verità? Quella nave non è una metafora del mio viaggio nell’aldilà e neppure un’allusione a mitici eroi greci. Quella è una nave vera, reale, costruita con legname dei monti, incatramata con la pece di Volterra, con vele di lino robusto e cordame di tenace canapa, e rematori che battono i flutti con i remi, e soldati, una nave pronta a difendere il mare di Spina contro tutti gli avversari, a rendere sicura la navigazione di tutte le genti che commerciavano con noi Etruschi. Quella è la mia nave, e quello sono io, guarda bene, il soldato in piedi con la macaira, la nostra spada ricurva! Sono io! Ecco, ora conosci la mia storia, ora sai perché c’è una nave sulla stele di una tomba qui a Felsina dove il mare non c’è.

I: La ringrazio comandante Kaikna. Grazie per averci raccontato la sua storia, una storia avvincente. Ora i bolognesi, ma non solo loro, sanno tutto di lei e sono sicuro che si sentiranno orgogliosi di avere un antenato come lei, un antenato etrusco di cui conoscono il nome e le gesta, un caso unico.

K: Caro amico, prima di ritornare là da dove sono venuto, io, Vel Kaikna, navarca, vissuto sul mare e per il mare, ti chiedo un favore. Di’ alla tua gente che qui dove io ora trascorro l’esistenza, tutto è cupo e tetro. Non ci sono colori, ogni cosa è grigia, opaca. Siamo ombre in un luogo senza luce. A volte incontriamo i nostri antenati, sempre mesti. Lo sguardo assente e fisso nel vuoto. Qualche parola di rimpianto per il mondo dei vivi, e basta! Qualcuno disse che avrebbe preferito essere l’ultimo nel mondo dei vivi che il primo nel regno dei morti. Credimi, aveva ragione! E poi il tempo che non passa mai, mai. Ma soprattutto mi manca il mare, perché qui (sospiro) il mare non c’è. E allora, vai dove avete trovato la mia tomba, raccogli un po’ di terra e mettila dentro a un vaso. Forse in quella terra c’è rimasta qualche particella del mio corpo. Porta il vaso a Spina e gettalo nel mare, più lontano che puoi. Mi sembrerà così di ritornare nell’elemento che più ho amato nella mia vita!

 

8Fig. 8: Saluti finali dopo lo spettacolo andato in scena al Museo Archeologico di Marzabotto (BO) il 26 aprile 2015. Giuseppe Mantovani tra Davide Giovannini (a sinistra) – l’Intervistatore e Marco Mengoli – Vel Kaikna e rievocatori storici del gruppo locale.Bibliografia e sitografia essenziale:

  • Pagina del museo di Bologna dedicata alla stele di Vel Kaikna;
  • Giuseppe Sassatelli, Riflessioni sulla «stele della nave» di Bologna, in Etruria e Italia preromana, in Studi in onore di Giovannangelo Camporeale, a cura di S. Bruni, Pisa-Roma, Fabrizio Serra, 2009, vol. II, pp. 833-840.
  • Andrea Gaucci, Elisabetta Govi, Giuseppe Sassatelli, Le stele iscritte di Bologna, in «Studi Etruschi», LXXXIII, 2021, pp. 163-207.
  • L’intervista impossibile a Vel Kaikna può essere vista qui.

 

Il presente articolo nasce dallo scambio di comunicazioni (e di immagini) avuti con Giuseppe Mantovani durante gli ultimi mesi della sua vita e vuole essere un omaggio al suo straordinario lavoro, che può essere ammirato anche andando sulla pagina YouTube del Gruppo Archeologico Bolognese.

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