di Antonio Brusa

Immagine1 I primi tre libri della serie “Insegnare storia” possono essere considerati il manifesto della collana “Insegnare storia”. L’innovazione scolastica spesso è considerata una sorta di metanoia, di rivolgimento dell’esistente. Non senza ragioni: la quantità di ostacoli che si frappongono fra la realtà e un modello accettabile di insegnamento è tale che vien voglia di rovesciare tutto e ripartire da capo. Dalla burocrazia, alle classi numerose, al monte ore risicato, agli allievi che hanno difficoltà di lettura e una scarsa propensione allo studio della storia, è ben nota la lunga schiera di impedimenti che vengono tirati in ballo quando la discussione verte sul mestiere dell’insegnante. Raimundo Cuesta, un apprezzato studioso spagnolo di didattica della storia, ha scritto che nella testa degli insegnanti convivono tre “storie”: la “storia sognata”, quella che tutti vorremmo portare in classe; la “storia regolata”, quella che pretenderebbero programmi e direttive; e la “storia realizzata”, quella che alla fine riusciamo a fare. E la distanza fra la prima e l’ultima è, per molti, deprimente.

Il guaio è che si parla poco di questi argomenti quando si tratta di formare gli insegnanti che, quindi, nonostante il succedersi di tentativi, uno più effimero dell’altro, vengono ancora preparati come nell’Ottocento; e se ne parla tanto nelle aule dei professori o nei corsi di aggiornamento, quando ormai queste difficoltà incombono tutte insieme, e tu devi fare lezione fra dieci minuti.

Cambiare tutto, di colpo, non è cosa di tutti i giorni. Questi tre libri suggeriscono un’altra strada: si può cambiare qualche aspetto particolare, e questa piccola innovazione si può cumulare con altre innovazioni. Con calma, dando tempo al tempo. Non è una novità. Qualcuno potrebbe ricordare di un ministro che diceva che non avrebbe fatto riforme complessive, ma usato il “cacciavite”. Aggiustare, rattoppare. Mettere delle pezze.

Certo, il rischio c’è. Un “particolare” ha senso ed efficacia se fa parte di un quadro generale. E, quando si è da soli, spesso questo quadro sfugge. In questo caso, i “particolari” andrebbero a formare un brutto vestito di arlecchino. Una collana può evitare questo pericolo. I tre libri di Insegnare storia si muovono all’interno di un quadro di alfabetizzazione storica ormai consolidato nella ricerca storica internazionale. Lo scopo di un insegnante è quello di avviare i propri allievi al “pensare storicamente” (Ne parlo in Giochi per imparare la storia: pp. 84-87, ma la bibliografia su questo tema comincia ad essere interessante, anche in Italia). Per questo motivo, l’innovazione proposta deve avere salde radici storiografiche. Ma queste non bastano. Quarant’anni di ricerca didattica italiano ci dimostrano che occorre che questa innovazione sia formulata in modo da essere applicata nelle classi italiane così come sono ora (e non come le vorremmo). Questa innovazione deve passare dalla “prova della classe”, prima di essere diffusa e, di conseguenza, deve fare i conti non solo con la realtà, ma anche con altre discipline, fino a ieri estranee alla storia: dalle varie scienze della formazione, alle discipline cognitive, antropologiche e così via.

Queste sono le “innovazioni possibili” dei tre libri. Se è impossibile cambiare tutto, dall’oggi al domani, comunque domani potremo parlare in classe della società romana a partire dalla bottega o dalla catena di uno schiavo; impostare una lezione sulla Rivoluzione francese, usando in modo intelligente Kahoot!; e, alla fine di un bimestre, perché non ripetere ciò che si è studiato col gioco di carte inventato da Giuseppe Losapio, che riprendo nel mio libro (pp. 131 ss)?

A mano a mano, e se la collana sarà accompagnata dal successo che questi primi volumetti stanno incontrando, si aggiungeranno altre tessere di questo complesso mosaico. Per l’anno prossimo abbiamo in cantiere il libro sul curricolo in continuità, dall’infanzia alla secondaria di primo grado, per mettere a disposizione di tutti la sperimentazione della rete LabSto21; il libro sulla storia del Vicino Oriente raccontata ai bambini (quanti stereotipi e misconoscenze sono presenti nella manualistica corrente …); una guida alla didattica museale. E poi, parleremo di storia locale, di uso delle fonti iconografiche, del laboratorio, di come fare bene una lezione.

Questi libri sono congegnati in modo tale che possano essere adottati nelle università. Ormai tutte hanno un corso di Didattica della storia. Specie le facoltà di Scienze della formazione. Studiare qualcosa di didattico prima di essere gettati nella mischia, non è una cattiva idea. Anzi, è il succo della proposta didattica di “insegnare storia”. Una buona innovazione didattica è un aiuto per chi insegna e un formidabile strumento di formazione per chi vuole insegnare.

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